Guido
di
servantes
genere
etero
La mattina seguente, come tutte le mattine presi il caffè. Uscendo mi fermai davanti alla porta di Guido per salutarlo. Lui non se ne accorse neanche. Era intento a guardare lo schermo del suo computer. Stavo per salutarlo ma in mi accorsi in quel momento che sul suo schermo non c’era la solita schermata di excel.
Guido stava guardando un porno.
Rimasi un paio di secondi immobile o almeno così mi parve e poi all’improvviso lui si accorse della mia presenza. Chiuse lo schermo del portatile con uno scatto veloce come fosse stato un bambino sorpreso a fare una marachella. Ci guardammo negli occhi senza sapere cosa dirci.
“Ma stavi guardando un porno?”
Guido fece finta di niente.
“Ma no…” disse ridendo, con una voce troppo alta per essere normale. “Stavo cercando una cosa su Google e sono uscite quelle pubblicità lì, sai com’è.”
Ma mentre si girava per prendere la tazzina dal tavolo, notai la protuberanza evidente sotto il pantalone grigio della suo pigiama. Un bozzo teso, grosso, che non lasciava spazio all’immaginazione. Guido lo notò subito dopo di me. Cercò di coprirsi, goffo, tirandosi la maglia a mo’ di scudo.
Avrei potuto fingere di non vedere. Ma decisi di divertirmi un pò.
“Dai Guido, non vergognarti, ormai ti ho beccato.”
Sorrisi, facendo un passo verso di lui. Mi avvicinai tanto che sentii il suo respiro accelerare.
“Non è come sembra,” balbettò lui, rosso in faccia. Ma non si spostò.
Io lo fissai tra le gambe.
“No, Guido, è proprio come sembra. Ti piacciono” gli chiesi.
“Ti piacciono,” ripetei, calcando le parole. Guido deglutì a vuoto, la voce gli tremolò:
“Cosa? No, io… cioè, era — mi sono distratto, non volevo…”
Rimasi muta, a fissargli la faccia, godendomi la sua crisi. Un tremolio gli attraversò la guancia destra; sembrava indeciso se scappare o affrontarmi.
“Ma dai, è normale,” dissi. “Lo fanno tutti.”
“Non è vero, dai, era solo, così, una roba che mi è partita” Mi misi a ridere e lui arrossì ancora di più.
Non risposi. Guardai l’orologio per verificare quanto tempo avessi. Mi dissi che il tempo c’era. Lascia la borsa a terra e mi avvicinai lui. Gli diedi una carezza sulla guancia e gli chiesi di girare la sedia verso di me.
Lui mi guardò imbarazzato e mi chiese “Cosa?.”
“Girati.”
Lui finalmente capì e ruoto la sedie verso di me.
“Rilassati amore” e mi inginocchia davanti a lui.
“Che fai Rossella?”
Non risposi, afferrai i bordi della tutta e l’elastico delle mutande e le tirai giù.
Il suo cazzo era ancora in erezione. Mi abbassai su di lui e lo presi in mano, caldo. Mi piaceva sentirlo palpitare nella mia presa, la pelle liscia che scivolava sotto il mio pollice. Avevo già in bocca il sapore salino della sua eccitazione, prima ancora di poggiare le labbra. Guido non si muoveva, non respirava quasi; aveva solo le mani abbandonate sulle gambe, strette a pugno come se temesse di lasciarsi andare.
Me lo portai alle labbra piano, assaporandolo. Lo baciai sulla punta, come si bacia la pelle di un collo prima di morderla. Lui sussultò, lo sentii irrigidirsi ancora di più. Gli aprii un po’ le gambe, abbastanza da fargli capire che non era uno scherzo. Poi lo presi in bocca, di colpo, senza avvertire.
Il sapore era uno di quelli forti, che ti restano in gola per ore. Ma non mi fermai. Lo succhiai senza delicatezza, come avevo visto fare nel filmato che stava vedendo e che tanto gli piaceva. Avanti e indietro, finché la saliva non mi colò all’angolo della bocca, un filo trasparente che mi costringeva a fermarmi solo per ricominciare con più vigore. Guido gemeva piano, come se avesse paura che qualcuno potesse sorprenderci. Che tenero, pensai. Era sempre stato così; modesto persino nella sua lascivia, educato fino all’assurdo. Ma adesso non mi andava di rispettare i suoi pudori.
Lo presi più a fondo, spingendolo fino a sentire la pressione sull’ugola, che mi fece lacrimare gli occhi, ma non mi fermai. Mi piaceva il modo in cui i muscoli delle sue cosce si irrigidivano, quella sua arrendevolezza imbarazzata. Ero io a comandare, e lo facevo con la bocca, con la lingua, con i denti che accarezzavano la punta fino a sentirlo tremare. Lo lasciai uscire un attimo, giusto il tempo di guardarlo negli occhi, la saliva che mi colava sul mento, e gli sorrisi. Gli chiesi se volesse venirmi in bocca e lui fece subito sì, senza parlare, solo annuendo, e per un attimo sembrò quasi di vederlo bambino, più che uomo. Mi piacque la sensazione di potere e violenza, vedere il corpo rilassarsi mentre lasciava che succedesse, che io facessi quello che dovevo fare. Quando venne, fu improvviso, quasi violento. Mi riempì la bocca e la gola di un sapore, metallico, molto più forte di come lo ricordassi. Guido si contrasse, poi si lasciò andare con un rumore secco. Ingoiai tutto, non tanto per piacere mio ma per non lasciargli il lusso di pensare che ci fosse qualcosa da nascondere. Mi staccai da lui solo quando lo sentii diventare molle e sottile tra le dita. Mi passai la lingua sulle labbra. Gli sorrisi, come se avessimo appena finito una chiacchierata, un caffè. “Buono amore…quanto mi piace ingoiare il tuo piacere” gli dissi. “Ora però devo andare…spero solo che nessuno si accorga che ho fatto un pompino di prima mattina”. Lui mi guardava ancora mezzo intronato. Aggiunsi soltanto “Però amore, stasera quando torno mi scopi! D’accordo?”. Lui guardandomi come un ebete disse soltanto “Si”.
Guido stava guardando un porno.
Rimasi un paio di secondi immobile o almeno così mi parve e poi all’improvviso lui si accorse della mia presenza. Chiuse lo schermo del portatile con uno scatto veloce come fosse stato un bambino sorpreso a fare una marachella. Ci guardammo negli occhi senza sapere cosa dirci.
“Ma stavi guardando un porno?”
Guido fece finta di niente.
“Ma no…” disse ridendo, con una voce troppo alta per essere normale. “Stavo cercando una cosa su Google e sono uscite quelle pubblicità lì, sai com’è.”
Ma mentre si girava per prendere la tazzina dal tavolo, notai la protuberanza evidente sotto il pantalone grigio della suo pigiama. Un bozzo teso, grosso, che non lasciava spazio all’immaginazione. Guido lo notò subito dopo di me. Cercò di coprirsi, goffo, tirandosi la maglia a mo’ di scudo.
Avrei potuto fingere di non vedere. Ma decisi di divertirmi un pò.
“Dai Guido, non vergognarti, ormai ti ho beccato.”
Sorrisi, facendo un passo verso di lui. Mi avvicinai tanto che sentii il suo respiro accelerare.
“Non è come sembra,” balbettò lui, rosso in faccia. Ma non si spostò.
Io lo fissai tra le gambe.
“No, Guido, è proprio come sembra. Ti piacciono” gli chiesi.
“Ti piacciono,” ripetei, calcando le parole. Guido deglutì a vuoto, la voce gli tremolò:
“Cosa? No, io… cioè, era — mi sono distratto, non volevo…”
Rimasi muta, a fissargli la faccia, godendomi la sua crisi. Un tremolio gli attraversò la guancia destra; sembrava indeciso se scappare o affrontarmi.
“Ma dai, è normale,” dissi. “Lo fanno tutti.”
“Non è vero, dai, era solo, così, una roba che mi è partita” Mi misi a ridere e lui arrossì ancora di più.
Non risposi. Guardai l’orologio per verificare quanto tempo avessi. Mi dissi che il tempo c’era. Lascia la borsa a terra e mi avvicinai lui. Gli diedi una carezza sulla guancia e gli chiesi di girare la sedia verso di me.
Lui mi guardò imbarazzato e mi chiese “Cosa?.”
“Girati.”
Lui finalmente capì e ruoto la sedie verso di me.
“Rilassati amore” e mi inginocchia davanti a lui.
“Che fai Rossella?”
Non risposi, afferrai i bordi della tutta e l’elastico delle mutande e le tirai giù.
Il suo cazzo era ancora in erezione. Mi abbassai su di lui e lo presi in mano, caldo. Mi piaceva sentirlo palpitare nella mia presa, la pelle liscia che scivolava sotto il mio pollice. Avevo già in bocca il sapore salino della sua eccitazione, prima ancora di poggiare le labbra. Guido non si muoveva, non respirava quasi; aveva solo le mani abbandonate sulle gambe, strette a pugno come se temesse di lasciarsi andare.
Me lo portai alle labbra piano, assaporandolo. Lo baciai sulla punta, come si bacia la pelle di un collo prima di morderla. Lui sussultò, lo sentii irrigidirsi ancora di più. Gli aprii un po’ le gambe, abbastanza da fargli capire che non era uno scherzo. Poi lo presi in bocca, di colpo, senza avvertire.
Il sapore era uno di quelli forti, che ti restano in gola per ore. Ma non mi fermai. Lo succhiai senza delicatezza, come avevo visto fare nel filmato che stava vedendo e che tanto gli piaceva. Avanti e indietro, finché la saliva non mi colò all’angolo della bocca, un filo trasparente che mi costringeva a fermarmi solo per ricominciare con più vigore. Guido gemeva piano, come se avesse paura che qualcuno potesse sorprenderci. Che tenero, pensai. Era sempre stato così; modesto persino nella sua lascivia, educato fino all’assurdo. Ma adesso non mi andava di rispettare i suoi pudori.
Lo presi più a fondo, spingendolo fino a sentire la pressione sull’ugola, che mi fece lacrimare gli occhi, ma non mi fermai. Mi piaceva il modo in cui i muscoli delle sue cosce si irrigidivano, quella sua arrendevolezza imbarazzata. Ero io a comandare, e lo facevo con la bocca, con la lingua, con i denti che accarezzavano la punta fino a sentirlo tremare. Lo lasciai uscire un attimo, giusto il tempo di guardarlo negli occhi, la saliva che mi colava sul mento, e gli sorrisi. Gli chiesi se volesse venirmi in bocca e lui fece subito sì, senza parlare, solo annuendo, e per un attimo sembrò quasi di vederlo bambino, più che uomo. Mi piacque la sensazione di potere e violenza, vedere il corpo rilassarsi mentre lasciava che succedesse, che io facessi quello che dovevo fare. Quando venne, fu improvviso, quasi violento. Mi riempì la bocca e la gola di un sapore, metallico, molto più forte di come lo ricordassi. Guido si contrasse, poi si lasciò andare con un rumore secco. Ingoiai tutto, non tanto per piacere mio ma per non lasciargli il lusso di pensare che ci fosse qualcosa da nascondere. Mi staccai da lui solo quando lo sentii diventare molle e sottile tra le dita. Mi passai la lingua sulle labbra. Gli sorrisi, come se avessimo appena finito una chiacchierata, un caffè. “Buono amore…quanto mi piace ingoiare il tuo piacere” gli dissi. “Ora però devo andare…spero solo che nessuno si accorga che ho fatto un pompino di prima mattina”. Lui mi guardava ancora mezzo intronato. Aggiunsi soltanto “Però amore, stasera quando torno mi scopi! D’accordo?”. Lui guardandomi come un ebete disse soltanto “Si”.
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