Gio’ e quel giro in bici tra grilli e canali

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GIO’ E QUEL GIRO IN BICI TRA GRILLI E CANALI

Il caldo pomeriggio estivo avvolgeva la campagna come una coperta umida. L’aria, densa dell’odore di fieno tagliato e di acqua stagnante, vibrava per il frinire assordante delle cicale nascoste tra i pioppi. Su quella stradina sterrata che costeggiava il canneto, solo il leggero scricchiolio della catena della bicicletta e il fischio dell’aria che le sfrecciava accanto facevano da contraltare.
Giò pedalava in piedi sui pedali, i polpacci che si tendevano con ogni spinta, un sorriso sfrontato stampato sulle labbra. I suoi capelli neri, corti e ribelli, svolazzavano liberi sotto il sole. Indossava una salopette di jeans sbiadita e strappata su un ginocchio, le bretelle lasciate cadere sui fianchi. Sotto, una minigonna nera e leggera si sollevava ad ogni sobbalzo, offrendo, a chi avesse avuto la fortuna di passarle accanto, lampi della corta mutandina nera e trasparente che portava sotto. La parte superiore della salopette, aperta e largamente scollata, lasciava intravedere la generosa curva dei suoi seni, liberi e mossi dal ritmo della corsa. Il sudore le imperlava la clavicola e la scollatura profonda.
Crac.
Un suono secco, sgradevole. La bici ebbe un sussulto e iniziò a traballare, la gomma posteriore che si sgonfiava con un sibilo deluso. “Oh, maledizione,” sbuffò Giò, fermandosi e scendendo con un movimento fluido. Con un’espressione imbronciata, esaminò il danno: un chiodo da carpentiere, lungo e arrugginito, si era confitto nel battistrada. “Brutto coso,” borbottò, dandogli un colpetto con la punta del suo stivale da motociclista.
Con un altro sbuffo, afferrò il manubrio e si mise a spingere la bici lungo lo sterrato polveroso. Il canneto alla sua destra frusciava misterioso. Dopo qualche centinaio di metri, la strada si apriva su una piccola radura in riva al canale. E lì c’era lui.
Un giovane, seduto su uno sgabello pieghevole, con una canna da pesca in mano. Il suo profilo era concentrato, i linea netti. Indossava solo un paio di jeans logori, strappati su un ginocchio, e un largo cappello di paglia che gli ombreggiava il viso, ma non riusciva a nascondere una chioma di capelli neri, folti e un po’ selvaggi, che ricadevano sulle orecchie e sulla nuca. La sua schiena era ampia, le spalle muscolose ma non gonfie, la pelle abbronzata dal sole. Un pickup azzurro, con vistose macchie di ruggine sulla portiera destra, era parcheggiato poco distante.
Sentendo i passi, l’uomo si girò. I suoi occhi, del colore dell’ambra scura, si posarono su di lei, sulla bici, poi di nuovo su di lei, scendendo con una lentezza che fece sollevare un sopracciglio a Giò. Un sorriso lento gli spuntò sulle labbra. “Ehi, ciao! Hai bisogno di una mano?”
La voce era roca, calda come l’aria che li circondava. Giò si fermò, lasciando che lo sguardo lo percorresse a sua volta, dalla schiena nuda alle braccia toniche. “Ho bucato,” disse, alzando la ruota posteriore e indicando il chiodo. “Colpa di questo brutto coso.”
L’uomo si alzò, rivelando un’altezza notevole e un addome piatto e definito. Si avvicinò, l’odore di sudore, di pelle calda e di canna da pesca che la avvolse. Si chinò a ispezionare il danno. “Ah, accidenti,” fece, e il suo sorriso si fece un po’ colpevole. “Assomiglia proprio ad uno dei chiodi che uso io per le palizzate.”
Giò incrociò le braccia sotto il seno, spingendolo in evidenza contro la stoffa della salopette. “Ah, dovresti guardare meglio dove lasci cadere le tue cose,” disse, con un tono di rimprovero carico di una malizia sottile.
Lui si alzò, un po’ mortificato. “Non era mia intenzione. Posso rimediare. Darti un passaggio?” Indicò il furgone con il pollice. “Carichiamo la bici e ti porto in paese.”
“Ma tu stai pescando,” osservò lei, il suo sguardo che scivolava sulla canna da pesca, poi sul secchio di plastica lì vicino.
“Ah, per oggi ho finito,” rispose lui, allungando una mano verso una tasca laterale dei jeans e tirando fuori tre piccole carpe luccicanti. “Ora devo rimediare a un danno.” Tese la mano libera. “Piacere, Manolo. Ma gli amici mi chiamano Man.”
La sua stretta era solida, callosa. Giò gliela strinse, sentendo il calore del suo palmo. “Manolo, che nome strano,” disse, il suo sorriso sfrontato che tornava a splendere. “Io mi chiamo Giò.”
“Anche Giò è strano,” notò lui, senza lasciare la sua mano. “Giò da Giovanna?”
“Giovannina,” rise lei, e il suono fu limpido e allegro.
“Nome desueto,” sorrise lui, finalmente lasciandole la mano. Con un gesto facile, afferrò la bicicletta e la caricò sul pianale posteriore del pickup, legandola velocemente con una corda. Apri la portiera del passeggero per lei. “Allora?”
Salirono. L’interno del furgone era caldo, impregnato dell’odore di olio, di legno e di lui. Partirono, sollevando una nuvola di polvere sullo sterrato. “Non è la prima volta che ti vedo su queste strade,” constatò Manolo, guidando con un braccio appoggiato al finestrino aperto. “Ti piace girare in bici.”
Afferma più che chiede, pensò Giò. “Sì,” rispose, girandosi sul sedile per guardarlo. Il movimento fece scivolare la spallina della salopette, scoprendo un altro centimetro di pelle. “Adoro la campagna. L’odore del canale, il canto dei grilli… Sono una ragazza spensierata.”
Lui annuì, il suo sguardo che le scivolò sul collo, sulla scollatura, prima di tornare sulla strada. Ma invece di proseguire verso il paese, il pickup svoltò su un altro sterrato, più stretto e dissestato, che si inerpicava lievemente verso un casolare di pietra rossa e bianca, parzialmente nascosto da un gruppo di cipressi.
“Che fai?” chiese Giò, senza preoccupazione, ma con una punta di curiosità elettrica.
“Te la riparo io la bici,” disse lui semplicemente, parcheggiando nell’aia polverosa davanti alla casa e scendendo. “Ho tutto qui.”
“Ma, io non ho soldi con me,” disse lei, scendendo a sua volta e guardandosi intorno. Il posto era isolato, silenzioso, e bellissimo nella sua rusticità.
Manolo scaricò la bici con un solo braccio. “Ah, hai bucato per uno dei miei chiodi,” disse, con un’ombra del suo sorriso colpevole. “Non ti faccio pagare nulla.” La portò dentro un fienile adiacente, fresco e profumato di fieno vecchio, dove un banco da lavoro era ingombro di attrezzi.
Giò lo seguì, appoggiandosi allo stipite della porta e osservandolo mentre lavorava. Lui si muoveva con sicurezza, le braccia muscolose che si tendevano mentre estraeva la camera d’aria, la riparava, la rimontava. Non parlava, concentrato. Lei lo studiò: la schiena larga che si incurvava sul lavoro, la linea dei suoi jeans che si adattava a un sedere sodo e ben modellato, le vene sulle braccia che si rilevavano con lo sforzo. Ci vollero una ventina di minuti. “Ecco qui,” disse infine, ruotando la ruota perfettamente gonfia. “Come nuova.”
“Grazie infinite,” sorrise Giò, sincera. Si avvicinò e diede un colpetto amichevole sul suo braccio. “E stai attento a dove metti i chiodi, d’ora in poi.”
Si salutarono con un cenno del capo. Giò si rimise in sella, sentendo la gomma solida sotto di sé. “Senti, Giò…” la chiamò lui, mentre lei si preparava a partire. Lei si girò. “Se vuoi passare da queste parti… mi farebbe piacere.”
Lei gli lanciò quel sorriso, il birichino, quello che sapeva far pensare a cose proibite. “Ci penserò,” disse. E sgommò via, lasciandolo solo nella radura, con il sole che iniziava a declinare e un pensiero fisso, caldo e insistente, che gli si era annidato nello stomaco e più in basso.
Manolo la guardò allontanarsi finché non scomparve dietro una curva. Poi, con un sospiro, si passò una mano tra i capelli. Aveva bisogno di una doccia fredda. Si diresse verso la doccia esterna, un semplice pannello di legno e un tubo di gomma attaccato a un serbatoio, nascosta da una siepe di oleandri.
Si sfilò i jeans, rimanendo completamente nudo nell’aria calda del tramonto. Il suo fisico era asciutto ma tonico, scolpito dal lavoro manuale: addome definito, fianchi stretti, e un sedere alto e sodo. E lì, in basso, il suo corpo rispondeva ancora all’immagine di Giò, alla sua sfacciataggine, a quel seno che aveva quasi sfiorato. Il suo membro, già semi-eretto, si era completamente risvegliato, eretto e prepotente contro il suo ventre.
Un getto di acqua fredda, ci voleva proprio. Afferrò il tubo, aprì il rubinetto e si diresse addosso il getto gelido. L’acqua gli scorreva sui capelli, sul viso, giù per il collo, sul petto, cercando di placare il fuoco che sentiva. Chiuse gli occhi, lasciando che il freddo lo pervadesse. Ma anche con le palpebre serrate, vedeva il suo sorriso, il modo in cui si era appoggiata allo stipite.
Finito, chiuse l’acqua. Si asciugò frettolosamente con un asciugamano ruvido, strofinandosi i capelli con forza. Poi si tolse l’asciugamano dalla testa.
E si bloccò.
A pochi metri da lui, appoggiata alla sua bicicletta, c’era Giò. Era tornata. Silenziosa come un gatto. E lo stava osservando. Non con imbarazzo, non con sorpresa. Con un’espressione maliziosa, intensa, gli occhi neri che lo percorrevano dalla testa ai piedi, senza fretta, fermandosi dove il suo corpo era ancora umido e… completamente esposto.
Lui, interdetto, non si coprì. Non fece il gesto istintivo di nascondersi. Rimase lì, nudo, l’asciugamano penzolante da una mano, mentre il suo membro, invece di ritirarsi per l’imbarazzo, sembrò irrigidirsi ulteriormente sotto quello sguardo così diretto, quasi una sfida.
“Son tornata,” disse Giò, la sua voce un po’ più bassa, più calda di prima. “Per chiederti se volevi uscire sabato sera con me.” Sorrise, e questa volta il sorriso non era solo sfrontato, era promessa.
Manolo deglutì, la gola improvvisamente secca. L’aria tra loro era carica, elettrica, più del momento prima del temporale. “Accetto volentieri,” disse, la sua voce più roca del solito. “Se accetti di rimanere qui ancora per un po’.”
Gli occhi di Giò brillarono. Scosse lentamente la testa, i capelli neri che catturavano gli ultimi raggi del sole. “Troppa fretta,” sussurrò. Ma poi, senza staccargli gli occhi di dosso, afferrò le bretelle della sua salopette. “Ma credo… che farò uno strappo alla regola.”
Con un movimento lento, calcolato, sganciò i grossi bottoni sulla parte superiore della salopette. Li aprì uno dopo l’altro. Poi, tenendo il suo sguardo, si sfilò le bretelle dalle spalle e lasciò che la parte superiore del denim cadesse in giù, fino alla vita.
Rimase così, il torso nudo esposto all’aria della sera e al suo sguardo ardente. I suoi seni erano pieni, rotondi, una misura generosa che si modellava perfettamente nel palmo di una mano. I capezzoli, di un rosa scuro e già sorprendentemente eretti, puntavano dritti verso di lui, sfidando la frescura del crepuscolo. La pelle lì era liscia, invitante. Il resto della salopette, tenuta su dai fianchi stretti, e la minigonna nera, completavano un’immagine di audacia pura.
“Allora?” chiese lei, un tremito di eccitazione, non di timore, nella sua voce. “Questo basta come acconto?”

Il sorriso di Giò si fece ancora più carnale, più consapevole. Senza fretta, lasciò scivolare in terra la parte superiore della salopette, avanzando verso di lui. I suoi passi erano silenziosi sull’erba secca. Manolo rimase immobile, l’asciugamano che ormai giaceva dimenticato ai suoi piedi, il corpo ancora umido che luccicava nel crepuscolo dorato. Il suo sguardo era fisso su di lei, divorava ogni centimetro di pelle che si avvicinava.
Quando fu a un passo, lei alzò una mano e gli appoggiò il palmo sul petto. La pelle era calda, liscia sotto le sue dita, il battito del suo cuore accelerato che le martellava contro il palmo. “Allora, Man,” sussurrò, il suo alito caldo che gli sfiorò le labbra. “Facciamo vedere se sai riparare anche altre cose.”
E poi, senza altro preavviso, gli catturò le labbra con le sue.
Il bacio non fu timido, né esitante. Fu un’esplosione immediata di fame repressa. Le sue labbra erano morbide, ma la sua lingua fu invasiva, sicura, cercando subito la sua. Manolo emise un suono basso, un gemito strozzato, prima di risponderle con uguale fervore. Le sue mani, che fino a quel momento erano rimaste lungo i fianchi, si sollevarono e le afferrarono i fianchi, tirandola contro di sé. Il contatto del suo seno nudo contro il suo torace fu una scossa elettrica. I suoi capezzoli duri gli premevano contro la pelle, e lui sentì il proprio membro, già rigido, pulsare violentemente tra di loro.
Lei gli mordeva il labbro inferiore, poi lo leccava, i suoi movimenti erano un mix di sfida e invito. Le sue mani gli solcarono la schiena, sentendo i muscoli contratti, le scapole che si muovevano sotto la pelle mentre la stringeva più forte. L’odore di lui, di sapone ruvido, di pelle calda e di campagna, la invadeva. Dio, è più bello ancora da vicino, pensò, perdendosi nel sapore di lui.
Dopo lunghi, febbrili minuti, le sue labbra si staccarono dalle sue e iniziarono una lenta discesa. Lo baciò sul mento, sul collo, leccando una goccia d’acqua che scintillava alla base della gola. Si inginocchiò lentamente sull’erba, i suoi occhi neri che guardavano verso l’alto, incontravano i suoi pieni di una domanda ardente. Manolo trattenne il respiro, le sue mani si aggrapparono ai suoi capelli corti, non per guidarla, ma per ancorarsi alla realtà di quello che stava succedendo.
Lei non fece aspettare. Una mano gli afferrò l’asta, la sensazione delle sue dita fresche che chiudevano il suo calore fu un brivido immediato. Lo guardò, dritto negli occhi, mentre con l’altra mano gli accarezzava i testicoli. Poi, abbassò la testa.
La prima, lenta passata della sua lingua sulla punta, già lucida di precum, lo fece sobbalzare. “Cristo, Giò…” gemette, la voce roca e spezzata.
Lei sorrise con le labbra che lo sfioravano, poi aprì la bocca e lo ingoiò lentamente, prendendolo tutta. Il caldo umido della sua bocca fu un’onda di piacere assoluto che lo investì dalle fondamenta. È brava, pensò in un turbine, troppo brava. Le sue labbra si serrarono intorno alla base, la sua lingua danzava lungo la parte inferiore, mentre la sua testa iniziava a muoversi con un ritmo sinuoso, lento e profondo. Ogni volta che scendeva, il naso le si affondava nella peluria scura del suo pube; ogni volta che risaliva, le sue labbra si stringevano in una suzione potente.
Manolo guardava giù, la vista era surreale. I suoi capelli neri contro la pelle abbronzata del suo addome, le sue spalle curve che si muovevano, il suono umido, esplicito che riempiva l’aria silenziosa della campagna. Il sole basso dipingeva tutto di un’atmosfera ambra, surreale. La sensazione era incredibile, un vortice di piacere che risaliva lungo la colonna, gli stringeva lo stomaco, gli prometteva una liberazione imminente. Le sue dita si intrecciarono più forte nei suoi capelli, non spingendo, ma seguendo il ritmo da lei dettato, un ritmo che si faceva sempre più veloce, più disperato.
Sentiva il suo piacere crescere, un torrente in piena che stava per straripare. “Giò… sto per…” cercò di avvisarla, il respiro affannoso.
Ma lei non si fermò. Anzi, aumentò la pressione, la velocità. I suoi occhi si chiusero, concentrata solo sulla sensazione di lui che cresceva nella sua bocca, sul sapore salato che invadeva le sue papille, sull’idea di farlo perdere il controllo. Voleva sentirlo esplodere.
Manolo, però, non aveva intenzione di finire così. Non ancora. Con uno sforzo sovrumano, in un momento in cui il piacere era una lama pronta a trafiggerlo, le afferrò le braccia. “No,” ringhiò, la voce piena di una ruvida determinazione. “Non ancora.”
La sollevò da terra come se non pesasse nulla. Lei emise un piccolo grido di sorpresa, subito soffocato dalle sue labbra in un bacio feroce, mentre lui la portava verso il pickup. La schiena di Giò toccò la lamiera ancora tiepida del sole del cofano con un tonfo sordo. L’aria della sera era fresca sulla sua pelle nuda. Lui la sistemò brutalmente, girandola a pancia in giù, piegandola in avanti sul lungo cofano. Il denim della sua minigonna le scivolò sui fianchi.
“Manolo…” ansimò lei, ma non fu una protesta. Era un invito, il suo sguardo era selvaggio, eccitato dalla sua improvvisa forza.
Lui non sprecò parole. Con una mano le tenne ferma la schiena, con l’altra le tirò giù la corta mutandina nera e trasparente, strappandola quasi nel gesto. Lei era bagnata, il suo sudore e l’umidità del suo desiderio luccicavano al crepuscolo. Lui si posizionò dietro di lei, l’asta rigida che cercava l’ingresso. Non andò verso la sua intimità bagnata, ma più in basso, verso quel forchetto stretto e non preparato.
“Ecco,” sussurrò lui contro la sua nuca, il respiro caldissimo. “Prendi.”
E spinse.
Un grido strozzato, misto a dolore e incredibile piacere, uscì dalle labbra di Giò mentre la invadeva lì, in un’unica, profonda, brutale spinta. Era stretto, quasi soffocante, una morsa di fuoco che lo avvolse completamente. Lei urlò, le dita che si aggrappavano alla lamiera rugginosa del cofano. Lui rimase immobile per un secondo, lasciando che si adattasse, sentendo i muscoli di lei contrarsi violentemente intorno a lui.
Poi, iniziò a muoversi. I suoi colpi erano potenti, primitivi, il suo bacino che sbatteva contro le sue natiche con un rumore di carne su carne che risuonava nel silenzio della campagna. Ogni penetrazione era un’affermazione, un possesso. Giò gemeva, il viso premuto contro il metallo, il dolore iniziale che si trasformava rapidamente in un fiume di piacere perverso, acuto. Ogni spinta la scuoteva tutta, la faceva sentire piena, dominata, presa in un modo che non aveva mai immaginato.
Lui guardava il proprio sesso che scompariva e riappariva nel corpo di lei, il contrasto della sua pelle chiara contro la sua abbronzatura, e la vista lo fece impazzire. Il suo ritmo divenne frenetico, incontrollato. “Dio, sei così stretta…” gemette, le mani che le afferravano i fianchi con tanta forza da lasciare segni.
La sensazione di essere così strettamente avvolto, unita alla vista di lei piegata e vulnerabile sotto di lui, fu troppo. Con un ultimo, profondo colpo, si bloccò, seppellito in lei fino all’elsa. Un ruggito rauco gli sfuggì dalla gola mentre esplodeva, ondate di seme caldo che la riempivano in quel passaggio stretto, in un’orgasmo violento e totale che gli fece tremare tutte le membra.
Rimasero così, per lunghi secondi, mentre il sole scompariva completamente dietro le colline, lui piegato su di lei, entrambi ansimanti, sudati, uniti in quella posizione animalesca. Poi, lentamente, Manolo si ritrasse. Giò si accasciò sul cofano, un tremito che le percorreva le gambe.
Lui la sollevò di nuovo, con una dolcezza che contrastava brutalmente con la ferocia di pochi attimi prima. “Vieni,” mormorò, la voce ancora roca. La portò a pochi passi, verso un grande, soffice mucchio di fieno accatastato all’ingresso del fienile. Vi si lasciarono cadere dentro, avvolti dal profumo dolce e pungente della paglia.
Si rotolarono l’uno nell’altra, le mani che si esploravano di nuovo, le bocche che si cercavano in baci lenti, più dolci. Il fieno scricchiolava sotto di loro, si attaccava alla pelle sudata. Lui la liberò completamente dalla salopette e dalla minigonna, lei gli sfilò i jeans che ancora gli cingevano le caviglie. Ora erano entrambi completamente nudi nel nido di fieno, i corpi illuminati solo dalla prima luce delle stelle.
Le sue mani accarezzarono i suoi fianchi, i suoi glutei, poi risalirono lungo la schiena. Il desiderio, invece di placarsi, stava ridiventando una fiamma lenta e potente. Lei gli si strinse contro, sentendo che anche lui si stava già ricostituendo, più lento, più solido contro il suo ventre.
Dopo qualche minuto di carezze e baci lenti, Manolo la guardò negli occhi. C’era un’intensità diversa ora, meno furia, più concentrazione. “Ora voglio vederti,” sussurrò. “Voglio sentirti in un altro modo.”
La fece distendere sulla schiena, il fieno che le formava un materasso naturale sotto le curve. Si posizionò tra le sue gambe, che lei aprì senza esitazione. La guardò lì, bagnata, aperta per lui, ancora tremante per l’esperienza precedente. Si bagnò le dita nella sua umidità, poi si guidò alla sua entrata. Questa volta, andò dove lei lo aspettava.
La penetrazione vaginale fu lenta, tortuosamente lenta. Un gemito lungo e profondo uscì da entrambi mentre lui la riempiva. Era una sensazione completamente diversa: più avvolgente, più calda, più profonda. Si bloccò, completamente immerso in lei, guardandola negli occhi che brillavano al buio.
“Così,” mormorò Giò, avvolgendo le gambe intorno ai suoi fianchi. “Fallo così.”
Lui iniziò a muoversi, un ritmo potente ma controllato, ogni colpo che cercava il suo fondo, ogni ritirata che era una promessa di ritorno. Il contatto dei loro corpi era totale, pelle contro pelle, il respiro che si mischiava. Lui la guardava, e lei lo guardava, le loro anime nude negli sguardi quanto lo erano i loro corpi. Era un sesso passionale, sì, ma dolce nella sua intensità, una riconnessione dopo la tempesta. Ogni spinta era un dialogo, ogni gemito una risposta. Il mondo era ridotto a quel mucchio di fieno, al calore dei loro corpi che si fondevano, al suono dei loro respiri che si facevano sempre più affannosi, all’onda di un nuovo, diverso piacere che cresceva, inesorabile, tra di loro.

L’oscurità era scesa completamente, un velluto nero trapunto di stelle fredde e luminose. Il fienile, ora, era solo una sagoma scura contro il cielo. L’aria si era fatta più fresca, portando con sé l’odore intenso della terra bagnata dal sudore della notte e dell’acqua del canale vicino. Giò e Manolo giacevano ancora nel mucchio di fieno, nudi, avvolti in un asciugamano ruvido che lui aveva recuperato dal pickup. Il loro respiro si era finalmente calmato, ma un’energia diversa, carica e pensosa, era cresciuta nello spazio tra un battito cardiaco e l’altro.
Le dita di Giò disegnavano cerchi lenti sul petto di Manolo, sentendo il battito calmo ma potente sotto la pelle. “Non riesco a smettere di pensare,” sussurrò, rompendo il silenzio complice.
“A cosa?” La voce di lui era un brusio profondo, vicino al suo orecchio.
“A tutto questo.” La sua mano fece un gesto vago, indicando il fienile, il buio, i loro corpi intrecciati. “È stato… intenso. Più di quanto immaginassi.”
Manolo rimase in silenzio per un momento, stringendola un po’ più forte a sé. “Anche per me,” ammise poi. Era una confessione rara, per lui. Lavorava, mangiava, dormiva. Le emozioni forti erano un lusso che la solitudine della campagna spesso negava.
Giò si sollevò su un gomito, guardandolo. I suoi occhi neri catturavano i deboli riflessi delle stelle. “Hai fame?” chiese, con un sorriso improvviso e birichino.
Lui rise, un suono basso e sincero. “Un po’. Perché?”
“Perché io sì. E ho visto le tue carpe prima.” Il suo sguardo era sfidante. “Facciamo una passeggiata lungo il canale? Portiamo qualcosa da mangiare. L’aria ci farà bene.”
L’idea era semplice, innocente. Eppure, nella circostanza, suonava incredibilmente intima. Una passeggiata notturna, dopo quello che era appena successo. Non era una fuga, era un’estensione.
Manolo annuì. “Va bene. Ma vestiti, o finirai per mangiare più zanzare che pesce.”
Si alzarono, staccandosi a fatica dal calore del fieno e l’uno dall’altro. Si vestirono in silenzio, i gesti lenti, quasi rituali. Manolo infilò i suoi jeans, senza mutande, e una maglietta nera sbiadita. Giò rimise la sua miniganna e la salopette, ma lasciò i bottoni superiori sbottonati, la stoffa che le ricadeva morbidamente ai lati del seno nudo. Non era un’esibizione, era una naturale estensione della sua comodità, della nuova confidenza tra loro.
Lui preparò in fretta due carpe su un fuoco di brace acceso in un angolo dell’aia, avvolgendole in carta da forno con sale e rosmarino selvatico. L’odore del pesce arrosto si mescolò a quello della notte. Prese una coperta leggera e una bottiglia d’acqua, e insieme si incamminarono, lasciandosi alle spalle il cerchio di luce del fuoco.
La stradina lungo il canale era un nastro di polvere chiara nel buio. Il frinire dei grilli era ora un coro assordante, un muro di suono che sembrava pulsare insieme al loro sangue. L’acqua del canale scorrere lenta e nera, riflettendo spezzoni di cielo stellato. Camminavano fianco a fianco, le braccia che a volte si sfioravano, il calore del corpo dell’altro una presenza costante.
Dopo un po’, Giò si fermò vicino a un vecchio salice i cui rami si protendevano sull’acqua. “Qui,” disse. Stesero la coperta sull’erba umida e si sedettero, schiena contro il tronco nodoso. Mangiarono il pesce con le dita, in silenzio, guardando l’acqua scura. Era un’intimità tranquilla, diversa dall’urgenza di prima, ma non meno potente.
Finito di mangiare, Giò si pulì le dita sull’erba e si girò verso di lui. La luce delle stelle le illuminava metà del viso, lasciando l’altra metà in un’ombra misteriosa.
“Man,” cominciò, la sua voce più seria. “Prima… quando ero lì sul cofano. E poi nel fieno. Non è stata solo una cosa fisica per me.”
Lui la guardò, masticando l’ultimo boccone. “Nemmeno per me.”
“No, intendo…” Sospirò, cercando le parole. “Io… cerco sempre qualcosa. Nella campagna, nelle mie pedalate. Cerco sensazioni forti, cose che mi facciano sentire viva. A volte, è solo flirtare. A volte, è di più. Ma oggi… oggi è stato come se tu avessi visto attraverso di me. Come se avessi accettato non solo la ragazza spensierata che si mostra in bici, ma anche quella che ha voglia di essere… presa. Di perdere il controllo.”
Le sue parole si persero nel frinire dei grilli. Manolo rimase in silenzio, ascoltando il peso di quella confessione.
“Vivo una vita semplice,” continuò lei, guardando le sue mani. “Forse troppo semplice. E allora mi invento avventure. Ma il desiderio che provo… a volte mi spaventa. È più grande di me. E oggi, con te, per la prima volta non ho avuto paura di mostrarlo. Anche quando hai fatto quello che hai fatto.” Lo guardò, gli occhi lucidi nella notte. “Mi è piaciuto. Tutto.”
Manolo sentì un groppo in gola. Allungò una mano e le accarezzò la guancia, il pollice che le sfiorò l’angolo delle labbra. “Giò,” disse, la voce più roca del solito. “Io qui… vivo di lavoro e silenzio. Le giornate sono tutte uguali. A volte, la solitudine pesa come una pietra. Vederti arrivare, oggi, con quel sorriso e quella sfacciataggine… è stato come vedere un fulmine in un cielo sereno. Mi hai svegliato. E quando ti ho vista tornare, mentre ero nudo e vulnerabile… ho capito che forse non ero l’unico ad aver bisogno di quel fulmine.”
Si avvicinò. Le loro fronti si toccarono. “Il mio desiderio,” sussurrò, “è stato sepolto sotto tonnellate di terra e fieno per così tanto tempo, che quando è esploso… non sono riuscito a controllarlo. Volevo possederti, sentirti in ogni modo possibile. Per assicurarmi che fossi reale.”
Giò chiuse gli occhi, una lacrima che le scivolò lungo la guancia e si perse sul dito di lui. “Sono reale,” sussurrò. “E voglio ancora. Non solo il sesso selvaggio. Voglio… questo. Parlare. Sentirti. Sapere che sotto tutti quei muscoli e quel silenzio, bruci come brucio io.”
Fu allora che il desiderio, quieto dopo la loro passeggiata, si riaccese. Non come un incendio, ma come la brace sotto la cenere, calda, costante, promettente.
Le loro labbra si incontrarono in un bacio che non aveva la furia di prima. Era lento, esplorativo, dolce. Un bacio di conferma, di comprensione. Le sue mani le scostarono delicatamente i lembi della salopette, esponendo completamente il suo seno al chiaro di stella. Lei emise un piccolo sospiro contro la sua bocca quando le sue dita callose le accarezzarono i capezzoli, già duri al tocco.
Si staccò dal bacio, guardandola. “Voglio vederti tutta, alla luce delle stelle,” mormorò. “Senza fretta. Senza nient’altro che noi due.”
Giò annuì, il respiro che le si fece più veloce. Con movimenti lenti, si alzò in piedi davanti a lui, rimanendo in piedi sul bordo della coperta. Lo guardò mentre si sfilava completamente la salopette, lasciandola cadere sull’erba. Poi, con altrettanta lentezza, si sfilò la minigonna nera. Rimase lì, nuda sotto la volta celeste, la sua pelle chiara che sembrava emanare una luce propria. Le curve del suo corpo, i seni pieni, il girovita stretto, il triangolo scuro tra le cosce, tutto era offerto a lui, a quella notte, alla loro nuova, fragile intimità.
Manolo la guardò, e il desiderio che gli si era riacceso in petto divenne una fiamma chiara e precisa. Si alzò a sua volta, e si avvicinò. Non la toccò subito. La percorse solo con lo sguardo, dalla testa ai piedi, come a memorizzare ogni dettaglio. Poi, finalmente, allungò le mani e le appoggiò sui suoi fianchi. La pelle era fresca, vellutata.
La attirò a sé, e lei si abbandonò contro il suo corpo, sentendo il tessuto ruvido della sua maglietta contro i suoi seni nudi, la durezza dei suoi jeans contro le sue cosce. Le sue labbra tornarono sulle sue, in un bacio che si fece gradualmente più profondo, più bramoso. Le sue mani le solcarono la schiena, si infilarono tra i suoi capelli corti, la tennero stretta come se temesse che potesse svanire.
Le sue labbra si staccarono dalle sue e iniziarono a scendere lungo il collo, le clavicole. Si inginocchiò lentamente sull’erba umida, davanti a lei. Giò guardò verso il cielo, le stelle che danzavano nella sua visione mentre sentiva il suo alito caldo sull’addome, poi più in basso. Le sue mani si aggrapparono ai suoi capelli selvaggi, non per spingere, ma per ancorarsi.
Manolo alzò lo sguardo verso di lei, i suoi occhi ambra che brillavano nell’oscurità. “Voglio assaggiarti,” sussurrò, la voce un brusio roco che si perse nel canto dei grilli. “Voglio sentire il sapore del tuo desiderio, ora che so da dove viene.”



scritto il
2026-02-23
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