Marta e la mancanza del sesso
di
Mauro Virgilio Marone
genere
etero
MARTA E LA MANCANZA DEL SESSO
Marta si guardò allo specchio dell’ingresso, un’abitudine quotidiana che ormai le dava più fastidio che piacere. I capelli neri, striati d’argento, erano tirati in una crocchia stretta e severa. Gli occhiali tondi, un po’ troppo grandi per il suo viso magro e il nasino a patata, scivolavano sempre un po’. Indossava un vestito di lino color beige, lungo fino a metà polpaccio, con maniche lunghe e un colletto chiuso. Un abito che avrebbe potuto indossare sua madre, pensò con un sospiro. Sembri uscita da un album di famiglia degli anni Cinquanta, si rimproverò.
Sfilò il vestito, poi la sottoveste, infine il reggiseno e le mutandine di cotone bianco. Nuda, si fermò davanti allo specchio della camera da letto, la luce del pomeriggio che entrava tiepida dalla finestra. Il suo corpo era magro, quasi esile. Le costole si intravedevano appena sotto la pelle chiara. I fianchi erano stretti, i glutei piccoli e un po’ piatti. Almeno i seni non sono cascanti, pensò, osservando i suoi piccoli seni, ancora sodi e con i capezzoli di un rosa pallido. Ma le rughe… quelle sottili ali d’angelo alla base del collo, quelle più marcate ai lati della bocca, le piccole pieghe sulla pancia, testimonianza di tre gravidanze. Si passò una mano sul ventre, poi tra le cosce. La pelle era liscia, ma tutto lì sembrava dormiente, spento. Chi mi vorrebbe mai?, sussurrò, voltandosi di lato per osservare il profilo. Un ricordo lontano, sbiadito, di carenze e di piacere. Dieci anni. Dieci lunghi anni.
*
“Dieci anni? Ma sei impazzita? No, sul serio? Se fuori? La fagiana deve ricevere cazzi a profusione!”
Clelia scoppiò a ridere, una risata grassa e piena di vita che fece dondolare i suoi seni generosi sotto la camicetta di seta color fucsia. Sedeva sul divano di Marta, una tazzina di caffè in mano, l’altra che gesticolava per enfatizzare ogni parola. A sessant’anni, Clelia era una donna giunonica, con curve opulente, capelli rossi folti e uno sguardo vivace che non conosceva imbarazzo. Il tempo sembrava averla solo ingentilita.
“Eh, dai, da quando Carlo se n’è andato… No, niente uomini,” fece Marta, arrossendo fino alla radice dei capelli. Si sentiva una ragazzina.
“Da quando? Ripetilo, che non credo alle mie orecchie.”
“Dieci anni,” ammise Marta, a voce bassissima, fissando le proprie mani intrecciate in grembo.
“Dieci anni! Marta, cara, la fagiana va inaridita. Hai bisogno di ritornare alla vita. Hai bisogno di sentire un uomo, di sentirti desiderata. Lascia fare a me.”
“Sì, come no,” borbottò Marta, mortificata. Clelia e i suoi piani. L’ultima volta aveva tentato di presentarle un amico vedovo che collezionava francobolli e parlava solo di meteorologia.
*
Il pomeriggio dopo, Marta camminava per le vie del centro, una borsa della spesa in mano. Osservava le vetrine senza veramente vedere, persa nei propri pensieri. Il sesso… dopo il matrimonio lo aveva fatto fino a che non era nato il terzo figlio, poi sempre meno, fino a diventare un ricordo sbiadito, una mansione più che un piacere. Non vide l’uomo che correva verso di lei, un foglio di carta in mano, gli occhi fissi al cellulare.
L’urto fu secco. Marta perse l’equilibrio, la borsa le sfuggì di mano, e atterrò sul marciapiede con un tonfo soffocato, il sedere che prese tutta la botta.
“Oh, per la miseria! Mi spiace, mi spiace tanto!”
Una voce maschile, profonda e preoccupata. Due mani forti ma gentili la presero sotto le ascelle e la sollevarono con facilità. Marta si ritrovò in piedi, stordita, a sistemarsi gli occhiali storti e il vestito.
“Si è fatta male?” chiese l’uomo, spazzandole delicatamente un po’ di polvere dalla spalla.
Marta alzò lo sguardo e il respiro le si bloccò in gola. Lui era… bellissimo. Sulla quarantina, capelli neri corti e lisci, pettinati con nonchalance. Occhi color nocciola, intensi, circondati da leggere zampe di gallina. Un naso dritto, una bocca larga e sensuale. Sembrava un divo del cinema, ma di quelli classici, con un’aria più da Ben Affleck che da Brad Pitt: un’eleganza robusta, rassicurante. Indossava un giubbotto di pelle marrone sopra una maglietta grigia e jeans scuri.
“No, no, sto bene,” riuscì a dire Marta, sentendo il calore salirle alle guance. “Sono di ossa leggere.”
“Colpa mia, quando corro ho una percezione differente su dove mi muovo,” si scusò lui, sorridendo. Quel sorriso le illuminò il volto e fece vibrare qualcosa dentro di Marta, qualcosa di antico e dimenticato. “Ehm… posso sdebitarmi in qualche modo? Un caffè? Guardi, lì c’è un bar che fa un cappuccino fenomenale.”
Marta seguì il suo sguardo verso un piccolo bar all’angolo. Poi lo guardò di nuovo. I suoi occhi erano sinceri, preoccupati. Come si fa a dire no a quel sorriso?, pensò, il cuore che le batteva all’impazzata.
“Vada per il caffè,” accettò, la voce un po’ tremula.
*
Il caffè non fu solo un caffè. Fu un cappuccino schiumoso, e poi un altro. Fu una conversazione che scivolò via leggera, senza intoppi. Lui si chiamava Valerio, dirigeva una piccola azienda di importazione di caffè, ironia della sorte. Usciva da un matrimonio fallimentare di quindici anni.
“Figli?” chiese Marta, giocherellando con il cucchiaino.
“Due femminucce. Una ha vent’anni, l’altra ne ha dodici,” rispose Valerio, i suoi occhi che la studiavano con interesse. “E tu?”
“Tre: una di venticinque, una di ventitré e uno di venti,” disse Marta. Fece un respiro. “Mio marito… beh, mio ex marito, è scappato con una più giovane di lui di vent’anni. Da allora, ha fatto perdere le sue tracce.”
Valerio annuì, un’ombra di comprensione negli occhi. “L’idiozia è un privilegio di alcuni,” disse semplicemente. Poi sorrise di nuovo. “Mi considereresti sfacciato se ti invitassi a cena? Stasera?”
Marta sentì un brivido di eccitazione e paura correrle lungo la schiena. Dieci anni, le rimbombò in testa la voce di Clelia. La fagiana inaridita.
“Beh, mi hai offerto il caffè, ora tocca a me fare il contrario,” disse, trovando una sicurezza che non sapeva di avere. “Offro io.”
“Accetto volentieri,” sorrise Valerio, e la sua mano sfiorò la sua sul tavolino, un contatto elettrico e fugace.
Quando uscirono dal bar, il sole era già basso. Si fermarono sul marciapiede, un attimo di esitazione. Valerio si era già scambiato il numero con lei.
“Allora… a stasera,” disse Marta, alzando lo sguardo verso di lui.
Lui non rispose a parole. Invece, si chinò lentamente, i suoi occhi che scrutarono i suoi per un attimo, cercando un permesso. Marta non si tirò indietro. Non poté. Valerio le appoggiò le labbra sulle sue, in un bacio inizialmente delicato, un semplice sfiorarsi. Ma poi, quasi contro la sua stessa volontà, Marta rispose. Le sue labbra si aprirono appena, un sussurro. Fu quello il segnale che Valerio attendeva.
Il bacio si approfondì. Non fu una presa di possesso, ma un’esplorazione. Le sue labbra erano calde, piene, e si muovevano sulle sue con una sicurezza che la fece tremare. Sentì la sua lingua sfiorare il labbro inferiore, una richiesta. Marta emise un piccolo gemito, un suono che non sentiva uscire dalla sua gola da un’eternità, e socchiuse ulteriormente le labbra. La lingua di Valerio entrò, incontrando la sua con una lentezza esasperante. Il sapore di caffè e di lui, un misto speziato e maschile, la inondò. Una delle sue mani le si posò sul fianco, attraverso il tessuto del vestito, e il calore del palmo le sembrò una fiamma. L’altra le accarezzò la guancia, il pollice che tracciò l’arco del suo sopracciglio.
Il mondo intorno a loro scomparve. Il rumore del traffico, le voci delle persone, tutto si fuse in un ronzio lontano. C’era solo quella bocca su di lei, quella lingua che danzava con la sua, lento e profondo, succhiando delicatamente il labbro superiore di Marta, facendole perdere completamente il senso dell’equilibrio. Un fiume di calore le esplose nel basso ventre, una sensazione così intensa e improvvisa che le fece contrarre le dita dei piedi nelle scarpe. Una pulsazione umida e dimenticata si risvegliò tra le sue cosce, un’eco di un piacere antico.
Quando Valerio si ritrasse, lentamente, le loro labbra si staccarono con un debole suono umido. I suoi occhi erano scuri, dilatati. Arrossì leggermente, un fatto che Marta trovò incredibilmente dolce in un uomo così sicuro di sé.
“Troppo avventato?” chiese, la voce più roca di prima.
Marta deglutì, cercando di riprendere fiato. Le sue labbra formicolavano, bruciavano. Il suo corpo intero era un groviglio di sensazioni nuove e frenetiche.
“Uh… No… sulle labbra non me lo aspettavo…” riuscì a dire, sentendo il rossore divampare su collo e décolleté. Poi, quasi senza volerlo, si portò le dita alle labbra, come per trattenere la sensazione. “A stasera.”
Il ristorante era incantevole, proprio come Valerio aveva promesso. Lampi di luce soffusa si riflettevano sulla superficie piatta del laghetto di ninfee appena fuori dall’enorme vetrata. La luna, un disco d’argento quasi pieno, disegnava un sentiero tremulo sull’acqua. Marta, seduta di fronte a lui, sentiva il battito cardiaco accelerato da quella mattina non essersi mai veramente calmato. Si era vestita con cura, scegliendo un tubino lungo color verde bottiglia, semplice ma di una stoffa preziosa che le cadeva morbido sui fianchi, con una leggera scollatura a barchetta che le scopriva le clavicole. Prima di uscire, allo specchio, si era osservata a lungo. Il vestito non nascondeva la sua magrezza, ma la vestiva con un’eleganza austera. I capelli, sciolti per una volta, le incorniciavano il viso con onde morbide. Gli occhiali tondi erano l’unica concessione alla sua quotidianità. Per un attimo, non aveva visto la casalinga dimessa, ma una donna con una storia negli occhi e, forse, un futuro nelle curve appena accennate del suo corpo.
“Volevo farti i complimenti per l’eleganza di stasera,” disse Valerio, posando la forchetta. I suoi occhi nocciola la scrutavano con un’intensità che le faceva sciogliere la pancia. “Sei… radiosa.”
Marta sentì il rossore salirle alle guance, ma questa volta non abbassò lo sguardo. Un brivido di audacia, alimentato dal vino e da quel bacio pomeridiano, le attraversò la spina dorsale. “Grazie. So essere sexy, se lo voglio,” rispose, quasi sorpresa dalle proprie parole.
Un sorriso lento e complice si disegnò sulle labbra di Valerio. “Lo eri anche oggi, nel tuo vestito di lino. Lo sei quando arrossisci. Lo sei quando parli dei tuoi figli con quella luce negli occhi. Io,” disse, allungando una mano e sfiorandole le dita appoggiate sul tovagliolo, “guardo oltre le apparenze.”
Il semplice contatto fu una scossa elettrica. Un calore improvviso e umido pulsò nel profondo di Marta, così intenso da farle trattenere il respiro. Dieci anni di deserto evaporarono in quel secondo, sostituiti da un’urgenza primordiale, soffocante. Devo averlo, pensò, con una chiarezza che la spaventò. Doveva sentire quelle mani su di sé, quella bocca, quel corpo.
“Dopo il dolce,” disse, la voce un po’ roca, “verresti a casa mia?”
Valerio sollevò un sopracciglio, lo sguardo che si fece più scuro, più concentrato. “Diritta al punto, eh?” mormorò, il sorriso che diventava più carnale.
Lei annuì, incapace di parlare, il rossore che ora le incendiava tutto il decolleté.
“Non c’è niente che desideri di più.”
*
Il viaggio in macchina fu un sospeso carico di tensione. Le loro mani giunte sul cambio, il calore della sua coscia vicina alla sua. Marta lo guidava attraverso le strade silenziose del suo quartiere, ogni curva un avvicinarsi all’ignoto. La paura c’era, una vecchia compagna, ma era sommersa da un’eccitazione così viva da farle tremare le gambe.
Varcata la soglia di casa, l’imbarazzo del “posto mio è un po’ in disordine” si dissolse nel momento in cui Valerio la guardò e disse semplicemente: “È perfetta”. La prese tra le braccia, senza fretta, e le sue labbra trovarono le sue. Questo bacio non fu un’esplorazione come quello del pomeriggio. Fu una conferma. Una promessa che stava per essere mantenuta. Lento, profondo, inebriante. La sua lingua si insinuò nella sua bocca con una sicurezza che la fece gemere, le sue mani scesero lungo la sua schiena, tracciando linee di fuoco attraverso il tessuto del vestito.
“È molto che non lo faccio,” mormorò Marta, staccandosi per un attimo, il respiro corto. L’ammissione le uscì come una confessione.
Valerio le accarezzò la guancia, il pollice che le sfiorò il labbro gonfio. “Tranquilla,” sussurrò, la voce un brusio caldo contro la sua pelle. “Ti aiuto io. Andiamo piano. Solo quello che vuoi tu.”
La condusse in camera da letto, la luce dell’ingresso che creava un cono dorato nel corridoio. Una volta oltre la porta, si fermarono di nuovo, abbracciati. Poi, le sue mani salirono alle cerniere laterali del suo tubino. Le aprì con pazienza infinita, uno scatto dopo l’altro, il suovo metallico che sembrava esplodere nel silenzio. Il tessuto si allentò. Valerio aiutò Marta a sollevare le braccia e il vestito scivolò via, un mormorio di seta che si ammucchiò ai suoi piedi. Rimase in piedi davanti a lui, in reggiseno e slip coordinati, di pizzo nero – un’altra concessione alla speranza di quella sera.
Lui la guardò. Lo sguardo non era di valutazione, ma di apprezzamento. “Sei bellissima,” disse, e le parole non suonarono come un complimento vuoto, ma come una scoperta.
Poi toccò a lui. Si sfilò la giacca di pelle, la maglietta di cotone. Il suo torso era tonico, non da palestra, ma da uomo che vive. Una leggera peluria scura gli attraversava il petto, scendendo verso l’addeme piatto. Marta, tremante, alzò le mani e gli appoggiò i palmi sul petto. La pelle era calda, viva. Sentì il battito del suo cuore, forte e veloce come il suo.
Si baciarono di nuovo, e le sue mani liberarono il gancio del suo reggiseno. Il tessuto cadde. I suoi seni piccoli e sodi furono esposti all’aria e allo sguardo di lui. Un fremito di insicurezza la attraversò, ma Valerio chinò la testa e senza fretta, con la punta della lingua, disegnò un cerchio lento intorno a un capezzolo già eretto e sensibile. Marta sussultò, un’ondata di piacere così acuta e diretta da farle piegare le ginocchia. Lui la sorresse, continuando a dedicare alla sua pelle la stessa attenzione meticolosa, passando da un seno all’altro, succhiando leggermente, facendola gemere di un bisogno che non ricordava di aver mai provato.
Poi si inginocchiò davanti a lei. Le sfilò gli slip, aiutandola a uscirne. E la guardò, lì, nuda e tremante sotto la sua attenzione. Marta chiuse gli occhi, vulnerabile, ma lui le posò una mano sulla coscia. “Apri gli occhi, Marta. Guardami. Guarda come ti desidero.”
Lei obbedì. Vide il suo sguardo ardente che percorreva il suo corpo, il suo addome magro, il pube con i riccioli castani. Poi lui si chinò e le baciò l’interno coscia, un bacio leggero come una piuma che la fece trasalire. La sua bocca si avvicinò al centro del suo essere, e Marta trattenne il respiro, le mani che si aggrappavano ai suoi capelli. Ma Valerio non si precipitò. La baciò lì, sulle labbra esterne, con una tenerezza straziante. Poi la sua lingua trovò il clitoride, gonfio e pulsante, e le diede una lunga, lenta passata piana, dall’alto in basso.
Marta urlò. Un suono strozzato, di puro shock sensoriale. Le sue gambe tremarono violentemente. Dio, è così… così diverso. Non era un ricordo sbiadito, era un’esplosione presente, viva. La sua lingua era abile, sicura, non si stancava. Alternava passate lunghe a piccoli cerchi stretti e rapidi, succhiando leggermente, ascoltando ogni suo respiro affannato, ogni contrazione del suo corpo. La costruzione del piacere fu lenta, inesorabile. Marta si abbandonò, i suoi fianchi che iniziarono a muoversi con un ritmo impercettibile, seguendo quella bocca miracolosa. Una pressione calda e dolcissima si accumulò dentro di lei, sempre più grande, sempre più urgente.
“Valerio… sto per…” ansimò, senza neanche sapere cosa stesse per succedere, solo che era sull’orlo di un precipizio.
Lui si ritrasse, lasciandola sospesa, tremante di frustrazione e bisogno. Si alzò, la guardò con occhi selvaggi. “Anch’io,” disse roco. Si liberò dei pantaloni e delle mutande. Il suo erezione era piena, impressionante, e Marta ne sentì un attimo di timore, ma fu sopraffatta dal desiderio di averla dentro di sé.
Lui la fece sdraiare delicatamente sul letto, i cuscini che cedettero sotto il suo peso. Si distese su di lei, il suo corpo caldo che la ricoprì completamente, una protezione e una minaccia insieme. Sentì la punta del suo pene, liscia e tesa, premere contro la sua apertura, già inzuppata.
“Posso entrare?” chiese lui, serio, guardandola negli occhi.
Marta annuì vigorosamente, incapace di articolare parole. “Sì, sì… per favore.”
Lui spinse. Lentamente, con una pazienza che la fece impazzire. Marta sentì il corpo aprirsi, accoglierlo, un senso di pienezza che non era dolore, ma un adempimento. Era stretta, dopo tanto tempo, ma l’eccitazione e la lubrificazione erano tali da rendere l’ingresso una progressione di intenso piacere. Quando fu completamente dentro, si fermò, immerso in lei fino all’elsa, un gemito roco che gli uscì dalla gola.
Poi iniziò a muoversi. Lento. Una lunga, profondissima ritirata, quasi uscendo del tutto, seguita da un’altra lenta, esasperante penetrazione. Ogni singolo centimetro del suo canale veniva stimolato, strofinato, risvegliato. Le sue mani le cingevano i fianchi, non per controllare, ma per sentire ogni suo fremito. Il suo respiro caldo le batteva sul collo. Marta avvolse le gambe intorno alla sua vita, aggrappandosi, lasciandosi trasportare da quel ritmo antico eppure nuovo. La pressione che era stata interrotta prima ricominciò a costruire, più potente, alimentata ora dalla sensazione di lui dentro di sé, dalla pelle contro pelle, dal sudore che iniziava a unirli.
Il suo orgasmo arrivò non come un’esplosione fragorosa, ma come un’onda di marea che salì dal profondo del suo bacino, si diffuse in ogni cellula, e la sommerse in un silenzio ruggente. Il suo corpo si irrigidì, l’utero che pulsava intorno a lui, le dita che gli scavavano la schiena. Un singhiozzo le uscì dalla gola. Valerio continuò a muoversi, il suo ritmo che perdeva un po’ di controllo, diventando più profondo, più veloce, spinto dalle contrazioni di lei. Poi lo sentì fremere, un brivido che gli percorse tutta la schiena, e un suono gutturale mentre si bloccava dentro di lei, versando il suo calore nel suo grembo che ancora pulsava.
Rimasero così, uniti, mentre il mondo lentamente rientrava nella stanza.
Un riso basso e soddisfatto le vibrava nel petto mentre le loro membra, ancora intrecciate, si rilassavano lentamente. Marta giaceva nuda sul letto, il lenzuolo di cotone fresco che le sfiorava i fianchi, la testa appoggiata sul petto di Valerio. Ascoltava il battito del suo cuore che gradualmente tornava alla normalità, un tamburo rassicurante contro la sua guancia. Un profumo di pelle, sudore e sesso dolce saturava l’aria della camera. Mi sento rinata, pensò, e la sorpresa di quella sensazione la fece ridere a voce bassa.
“Che c’è?” mormorò Valerio, la voce roca dal piacere, una mano che le accarezzava distrattamente i capelli sciolti sulla sua spalla.
“Pensare,” disse lei, sollevando appena la testa per guardarlo, gli occhi brillanti dietro le lenti appannate appoggiate sul comodino, “che la mia amica Clelia sta organizzando una caccia all’uomo per me in questo esatto momento.”
Valerio sollevò un sopracciglio, un sorriso divertito che gli incurvò le labbra. “Una caccia all’uomo?”
“Sì,” sospirò Marta, con finta rassegnazione, scivolando un po’ più su di lui per guardarlo meglio. “Non le va di vedermi sempre così, dice. ‘Asettica’. Con tutti quegli uomini in giro che potrebbero… beh, darmi aria alla passera, per usare le sue delicate parole.”
Valerio scoppiò a ridere, una risata piena e genuina che fece vibrare il suo corpo sotto di lei. “Una donna dalle immagini pittoresche, la tua amica.”
“Lo è. E molto, molto determinata.” Marta sentì un fremito di piacere mentre la sua mano, che l’accarezzava, scese lungo la sua schiena, fino a posarsi sulla curva del suo sedere, stringendo delicatamente.
Quasi come se fosse collegata a loro via mentale, in quel preciso istante, il cellulare di Marta sul comodino squillò, vibrando con insistenza sul legno. La suoneria allegra di una tarantella squarciò l’intimità silenziosa. Entrambi si irrigidirono per un attimo, poi Marta sbirciò verso lo schermo illuminato. Il nome ‘CLELIA’ lampeggiava.
“Uh, parli del diavolo…” commentò lei, con un misto di divertimento e imbarazzo. Con uno sforzo, si staccò dal calore di Valerio, sedendosi sul bordo del letto. La pelle d’oca le coprì le braccia nude. Prese il telefono.
“Pronto?” disse, cercando di controllare il respiro ancora un po’ affannato.
“Marta, tesoro, non dirmi che stavi già dormendo? Sono le dieci e mezza!” la voce tonante di Clelia risuonò nell’altoparlante, così chiara che Valerio dovette sentire.
“No, no, sono sveglia,” rispose Marta, lanciando un’occhiata a Valerio sopra la spalla. Lui le sorrise, i suoi occhi scuri che brillavano di malizia. Si mise a sedere anche lui, la schiena appoggiata alla testiera di legno, il lenzuolo che gli copriva appena i fianchi. La sua attenzione era tutta su di lei.
“Ah, buono! Perché ti ho combinato un incontro per sabato sera,” annunciò trionfante Clelia. “Un tipo tosto, single, palestrato… un architetto. Me lo farei subito, ti dico.”
Marta trattenne una risata. Valerio, sentendo, si morse il labbro per non ridere. “Allora fattelo tu, Clelì,” rispose Marta, giocosa.
“Eh, magari! Ma è per te, scemotta. Devi uscire dal guscio.” Clelia fece una pausa. Dall’altra parte del telefono si sentì il rumore di un bicchiere posato. “Ma… sei strana. Ti sento affannata. Sei nuda?”
Marta spalancò gli occhi. Un rossore improvviso le salì dal collo al viso. Come faceva a saperlo? Forse era solo una delle sue solite battute sfrontate. Decise di giocare. Girava leggermente il busto, offrendo a Valerio la vista del suo seno nudo, il capezzolo ancora contratto e sensibile al contatto con l’aria. “E se lo fossi?” chiese all’amica, la voce che le si fece un po’ più bassa, più civetta.
“Ti stai masturbando per caso?” esclamò Clelia, incredula e divertita. “Cazzo, Marta, hai una faccia… ne sono sicura, anche al telefono si sente.”
Valerio, a quel punto, non poté più trattenersi. Un sorriso largo gli illuminò il viso. Con movimenti felini e silenziosi, scivolò giù dal letto e si inginocchiò sul pavimento davanti a Marta, che era seduta sul bordo. Le mise le mani sulle ginocchia e le aprì dolcemente le gambe.
“Uh… sì… forse…” balbettò Marta nel telefono, mentre lo sguardo di Valerio si fissava tra le sue cosce. Un brivido di anticipazione elettrica le percorse la spina dorsale. “Lì… sì, proprio lì.”
“Ma mi prendi in giro! Ti stai masturbando facendo finta che sei con un uomo, vero? Sei tornata a casa e hai acceso il vibratore dopo la cena? Non fare la timida, dimmi!” Clelia rideva, la sua voce era un misto di incoraggiamento e di curiosità sfrenata.
Valerio alzò lo sguardo verso Marta. I suoi occhi le chiesero un permesso silenzioso, e poi indicarono con un cenno della testa il telefono che teneva in mano. Un’idea audace, spudorata, prese forma nella mente di Marta. Un’idea che dieci anni prima l’avrebbe fatta svenire dall’imbarazzo. Ora, invece, sentiva solo un’eccitazione bruciante, il desiderio di mostrarsi, di essere finalmente vista per quella che era, o forse per quella che stava diventando: una donna desiderata e desiderante.
Con un sorriso tremulo ma deciso, annuì a Valerio.
Lui le fece un cenno di girare il telefono. Con mano tremante, Marta attivò la videocamera frontale e girò lo schermo verso di sé e verso Valerio, inginocchiato tra le sue gambe.
“No, Clelì,” disse Marta, la voce ora ferma, carica di un’emozione nuova. “Non sto usando un vibratore.”
Per un secondo, solo il respiro di Clelia si sentì dalla cornetta. Poi, sullo schermo del telefono, Marta vide la faccia dell’amica ingrandirsi, gli occhi che diventavano due cerchi stupefatti. Valerio non stava guardando il telefono. Stava guardando lei. Con una lentezza che era una tortura deliziosa, chinò la testa. Marta trattenne il respiro. La prima, caldissima, umida punta della sua lingua toccò il suo clitoride, ancora gonfio e ipersensibile dal loro precedente amplesso.
Un sussulto le scosse tutto il corpo. Un gemito basso e involontario le uscì dalle labbra.
Sullo schermo, la bocca di Clelia si aprì in un muto ‘O’ di stupore.
Valerio non si limitò a un assaggio. Si immerse. La sua bocca si posò su di lei con una sicurezza totale, le sue labbra che racchiusero l’intero nucleo del suo piacere. La sua lingua iniziò a lavorare con una perizia che fece svanire ogni pensiero. Era una lingua larga, piatta, che la copriva completamente, applicando una pressione costante e vibrante. Poi si fece più precisa, la punta che disegnava cerchi rapidissimi e stretti proprio sulla punta del clitoride, quel punto preciso che sembrava collegato direttamente a un interruttore nel suo cervello.
“Oh, mio Dio,” sussurrò Clelia dall’altra parte del telefono, la voce soffocata, incredula.
Marta non riusciva più a parlare. Lasciò cadere il telefono sul lenzuolo accanto a sé, lo schermo ancora rivolto verso di loro. Le sue mani si aggrapparono ai capelli di Valerio, non per guidarlo, ma per ancorarsi, perché il mondo stava vacillando. Chiuse gli occhi, ma poi li riaprì, volendo vedere. Voleva vedere la sua testa tra le sue cosce, le sue spalle muscolose che si muovevano, voleva vedere lo sguardo di Clelia, pietrificato in uno sbigottimento ammirato, che assisteva a tutto.
Le sensazioni erano amplificate, moltiplicate dalla consapevolezza di essere vista. Ogni strisciata di quella lingua, ogni leggero succhio delle sue labbra, ogni vibrazione che le inviava dritta all’utero, era un’affermazione. Questo è il mio corpo. Questo è il mio piacere. E tu, amica mia, puoi guardare.
Il calore ricominciò ad accumularsi, più veloce di prima, alimentato dalla voyeuristica complicità e dall’abilità infallibile di Valerio. I suoi fianchi cominciarono a sollevarsi dal letto, incontro a quella bocca miracolosa, in un ritmo crescente e disperato. I gemiti che le uscivano erano continui, rochi, pieni di una necessità primordiale.
Poi, Valerio cambiò tecnica. Tenne il clitoride saldamente tra le labbra e iniziò a muovere la testa avanti e indietro, leggermente, mentre la sua lingua manteneva una pressione costante. Era una stimolazione troppo intensa, troppo precisa. Marta sentì l’orgasmo avvicinarsi non come un’onda, ma come un razzo. Un tremore violento le percorse le gambe, lo stomaco che si contraeva.
“Sto… Valerio…” ansimò, senza neanche essere sicura che le sue parole avessero un senso.
Lui rispose aumentando solo di un grado la pressione, un ronzio basso di piacere che le vibrò attraverso la carne.
E poi esplose. Un urlo strozzato le lacerò la gola mentre il suo corpo si arcava, rigido, sollevandosi quasi completamente dal letto. Ondate di piacere puro, accecante, la investirono una dopo l’altra, facendole contrarre violentemente i muscoli intorno alla bocca di lui. Lo sentì gemere, il suovo di godimento misto al suo, e continuare a leccarla, più delicatamente ora, prolungando ogni singolo spasmo fino al limite del sopportabile.
Quando finalmente ricadde sul letto, annaspante, completamente esausta e inzuppata, Valerio si staccò da lei. Si asciugò la bocca con il dorso della mano, gli occhi che brillavano di soddisfazione selvaggia. Poi prese il telefono dal lenzuolo e lo sollevò, puntando la telecamera su di sé e su Marta, distratta e raggiante.
“Ciao, Clelia,” disse Valerio, con un tono cordiale e un sorriso da gatto che ha preso la panna.
Dallo schermo, dopo un secondo di silenzio mortale, si alzò un urlo di risa isteriche e approvanti. “Marta, troia! Sei una grande!”
Marta, senza fiato, riuscì solo a ridere, un riso libero e gioioso che le usciva dal profondo del petto. Valerio riappese la videochiamata e lasciò cadere il telefono. Poi si gettò sul letto accanto a lei, e insieme scoppiarono in una risata fragorosa, piena di complicità, di sfrontatezza e della gioia pura di essere vivi, e desideranti, dopo un decennio di silenzio.
Marta si guardò allo specchio dell’ingresso, un’abitudine quotidiana che ormai le dava più fastidio che piacere. I capelli neri, striati d’argento, erano tirati in una crocchia stretta e severa. Gli occhiali tondi, un po’ troppo grandi per il suo viso magro e il nasino a patata, scivolavano sempre un po’. Indossava un vestito di lino color beige, lungo fino a metà polpaccio, con maniche lunghe e un colletto chiuso. Un abito che avrebbe potuto indossare sua madre, pensò con un sospiro. Sembri uscita da un album di famiglia degli anni Cinquanta, si rimproverò.
Sfilò il vestito, poi la sottoveste, infine il reggiseno e le mutandine di cotone bianco. Nuda, si fermò davanti allo specchio della camera da letto, la luce del pomeriggio che entrava tiepida dalla finestra. Il suo corpo era magro, quasi esile. Le costole si intravedevano appena sotto la pelle chiara. I fianchi erano stretti, i glutei piccoli e un po’ piatti. Almeno i seni non sono cascanti, pensò, osservando i suoi piccoli seni, ancora sodi e con i capezzoli di un rosa pallido. Ma le rughe… quelle sottili ali d’angelo alla base del collo, quelle più marcate ai lati della bocca, le piccole pieghe sulla pancia, testimonianza di tre gravidanze. Si passò una mano sul ventre, poi tra le cosce. La pelle era liscia, ma tutto lì sembrava dormiente, spento. Chi mi vorrebbe mai?, sussurrò, voltandosi di lato per osservare il profilo. Un ricordo lontano, sbiadito, di carenze e di piacere. Dieci anni. Dieci lunghi anni.
*
“Dieci anni? Ma sei impazzita? No, sul serio? Se fuori? La fagiana deve ricevere cazzi a profusione!”
Clelia scoppiò a ridere, una risata grassa e piena di vita che fece dondolare i suoi seni generosi sotto la camicetta di seta color fucsia. Sedeva sul divano di Marta, una tazzina di caffè in mano, l’altra che gesticolava per enfatizzare ogni parola. A sessant’anni, Clelia era una donna giunonica, con curve opulente, capelli rossi folti e uno sguardo vivace che non conosceva imbarazzo. Il tempo sembrava averla solo ingentilita.
“Eh, dai, da quando Carlo se n’è andato… No, niente uomini,” fece Marta, arrossendo fino alla radice dei capelli. Si sentiva una ragazzina.
“Da quando? Ripetilo, che non credo alle mie orecchie.”
“Dieci anni,” ammise Marta, a voce bassissima, fissando le proprie mani intrecciate in grembo.
“Dieci anni! Marta, cara, la fagiana va inaridita. Hai bisogno di ritornare alla vita. Hai bisogno di sentire un uomo, di sentirti desiderata. Lascia fare a me.”
“Sì, come no,” borbottò Marta, mortificata. Clelia e i suoi piani. L’ultima volta aveva tentato di presentarle un amico vedovo che collezionava francobolli e parlava solo di meteorologia.
*
Il pomeriggio dopo, Marta camminava per le vie del centro, una borsa della spesa in mano. Osservava le vetrine senza veramente vedere, persa nei propri pensieri. Il sesso… dopo il matrimonio lo aveva fatto fino a che non era nato il terzo figlio, poi sempre meno, fino a diventare un ricordo sbiadito, una mansione più che un piacere. Non vide l’uomo che correva verso di lei, un foglio di carta in mano, gli occhi fissi al cellulare.
L’urto fu secco. Marta perse l’equilibrio, la borsa le sfuggì di mano, e atterrò sul marciapiede con un tonfo soffocato, il sedere che prese tutta la botta.
“Oh, per la miseria! Mi spiace, mi spiace tanto!”
Una voce maschile, profonda e preoccupata. Due mani forti ma gentili la presero sotto le ascelle e la sollevarono con facilità. Marta si ritrovò in piedi, stordita, a sistemarsi gli occhiali storti e il vestito.
“Si è fatta male?” chiese l’uomo, spazzandole delicatamente un po’ di polvere dalla spalla.
Marta alzò lo sguardo e il respiro le si bloccò in gola. Lui era… bellissimo. Sulla quarantina, capelli neri corti e lisci, pettinati con nonchalance. Occhi color nocciola, intensi, circondati da leggere zampe di gallina. Un naso dritto, una bocca larga e sensuale. Sembrava un divo del cinema, ma di quelli classici, con un’aria più da Ben Affleck che da Brad Pitt: un’eleganza robusta, rassicurante. Indossava un giubbotto di pelle marrone sopra una maglietta grigia e jeans scuri.
“No, no, sto bene,” riuscì a dire Marta, sentendo il calore salirle alle guance. “Sono di ossa leggere.”
“Colpa mia, quando corro ho una percezione differente su dove mi muovo,” si scusò lui, sorridendo. Quel sorriso le illuminò il volto e fece vibrare qualcosa dentro di Marta, qualcosa di antico e dimenticato. “Ehm… posso sdebitarmi in qualche modo? Un caffè? Guardi, lì c’è un bar che fa un cappuccino fenomenale.”
Marta seguì il suo sguardo verso un piccolo bar all’angolo. Poi lo guardò di nuovo. I suoi occhi erano sinceri, preoccupati. Come si fa a dire no a quel sorriso?, pensò, il cuore che le batteva all’impazzata.
“Vada per il caffè,” accettò, la voce un po’ tremula.
*
Il caffè non fu solo un caffè. Fu un cappuccino schiumoso, e poi un altro. Fu una conversazione che scivolò via leggera, senza intoppi. Lui si chiamava Valerio, dirigeva una piccola azienda di importazione di caffè, ironia della sorte. Usciva da un matrimonio fallimentare di quindici anni.
“Figli?” chiese Marta, giocherellando con il cucchiaino.
“Due femminucce. Una ha vent’anni, l’altra ne ha dodici,” rispose Valerio, i suoi occhi che la studiavano con interesse. “E tu?”
“Tre: una di venticinque, una di ventitré e uno di venti,” disse Marta. Fece un respiro. “Mio marito… beh, mio ex marito, è scappato con una più giovane di lui di vent’anni. Da allora, ha fatto perdere le sue tracce.”
Valerio annuì, un’ombra di comprensione negli occhi. “L’idiozia è un privilegio di alcuni,” disse semplicemente. Poi sorrise di nuovo. “Mi considereresti sfacciato se ti invitassi a cena? Stasera?”
Marta sentì un brivido di eccitazione e paura correrle lungo la schiena. Dieci anni, le rimbombò in testa la voce di Clelia. La fagiana inaridita.
“Beh, mi hai offerto il caffè, ora tocca a me fare il contrario,” disse, trovando una sicurezza che non sapeva di avere. “Offro io.”
“Accetto volentieri,” sorrise Valerio, e la sua mano sfiorò la sua sul tavolino, un contatto elettrico e fugace.
Quando uscirono dal bar, il sole era già basso. Si fermarono sul marciapiede, un attimo di esitazione. Valerio si era già scambiato il numero con lei.
“Allora… a stasera,” disse Marta, alzando lo sguardo verso di lui.
Lui non rispose a parole. Invece, si chinò lentamente, i suoi occhi che scrutarono i suoi per un attimo, cercando un permesso. Marta non si tirò indietro. Non poté. Valerio le appoggiò le labbra sulle sue, in un bacio inizialmente delicato, un semplice sfiorarsi. Ma poi, quasi contro la sua stessa volontà, Marta rispose. Le sue labbra si aprirono appena, un sussurro. Fu quello il segnale che Valerio attendeva.
Il bacio si approfondì. Non fu una presa di possesso, ma un’esplorazione. Le sue labbra erano calde, piene, e si muovevano sulle sue con una sicurezza che la fece tremare. Sentì la sua lingua sfiorare il labbro inferiore, una richiesta. Marta emise un piccolo gemito, un suono che non sentiva uscire dalla sua gola da un’eternità, e socchiuse ulteriormente le labbra. La lingua di Valerio entrò, incontrando la sua con una lentezza esasperante. Il sapore di caffè e di lui, un misto speziato e maschile, la inondò. Una delle sue mani le si posò sul fianco, attraverso il tessuto del vestito, e il calore del palmo le sembrò una fiamma. L’altra le accarezzò la guancia, il pollice che tracciò l’arco del suo sopracciglio.
Il mondo intorno a loro scomparve. Il rumore del traffico, le voci delle persone, tutto si fuse in un ronzio lontano. C’era solo quella bocca su di lei, quella lingua che danzava con la sua, lento e profondo, succhiando delicatamente il labbro superiore di Marta, facendole perdere completamente il senso dell’equilibrio. Un fiume di calore le esplose nel basso ventre, una sensazione così intensa e improvvisa che le fece contrarre le dita dei piedi nelle scarpe. Una pulsazione umida e dimenticata si risvegliò tra le sue cosce, un’eco di un piacere antico.
Quando Valerio si ritrasse, lentamente, le loro labbra si staccarono con un debole suono umido. I suoi occhi erano scuri, dilatati. Arrossì leggermente, un fatto che Marta trovò incredibilmente dolce in un uomo così sicuro di sé.
“Troppo avventato?” chiese, la voce più roca di prima.
Marta deglutì, cercando di riprendere fiato. Le sue labbra formicolavano, bruciavano. Il suo corpo intero era un groviglio di sensazioni nuove e frenetiche.
“Uh… No… sulle labbra non me lo aspettavo…” riuscì a dire, sentendo il rossore divampare su collo e décolleté. Poi, quasi senza volerlo, si portò le dita alle labbra, come per trattenere la sensazione. “A stasera.”
Il ristorante era incantevole, proprio come Valerio aveva promesso. Lampi di luce soffusa si riflettevano sulla superficie piatta del laghetto di ninfee appena fuori dall’enorme vetrata. La luna, un disco d’argento quasi pieno, disegnava un sentiero tremulo sull’acqua. Marta, seduta di fronte a lui, sentiva il battito cardiaco accelerato da quella mattina non essersi mai veramente calmato. Si era vestita con cura, scegliendo un tubino lungo color verde bottiglia, semplice ma di una stoffa preziosa che le cadeva morbido sui fianchi, con una leggera scollatura a barchetta che le scopriva le clavicole. Prima di uscire, allo specchio, si era osservata a lungo. Il vestito non nascondeva la sua magrezza, ma la vestiva con un’eleganza austera. I capelli, sciolti per una volta, le incorniciavano il viso con onde morbide. Gli occhiali tondi erano l’unica concessione alla sua quotidianità. Per un attimo, non aveva visto la casalinga dimessa, ma una donna con una storia negli occhi e, forse, un futuro nelle curve appena accennate del suo corpo.
“Volevo farti i complimenti per l’eleganza di stasera,” disse Valerio, posando la forchetta. I suoi occhi nocciola la scrutavano con un’intensità che le faceva sciogliere la pancia. “Sei… radiosa.”
Marta sentì il rossore salirle alle guance, ma questa volta non abbassò lo sguardo. Un brivido di audacia, alimentato dal vino e da quel bacio pomeridiano, le attraversò la spina dorsale. “Grazie. So essere sexy, se lo voglio,” rispose, quasi sorpresa dalle proprie parole.
Un sorriso lento e complice si disegnò sulle labbra di Valerio. “Lo eri anche oggi, nel tuo vestito di lino. Lo sei quando arrossisci. Lo sei quando parli dei tuoi figli con quella luce negli occhi. Io,” disse, allungando una mano e sfiorandole le dita appoggiate sul tovagliolo, “guardo oltre le apparenze.”
Il semplice contatto fu una scossa elettrica. Un calore improvviso e umido pulsò nel profondo di Marta, così intenso da farle trattenere il respiro. Dieci anni di deserto evaporarono in quel secondo, sostituiti da un’urgenza primordiale, soffocante. Devo averlo, pensò, con una chiarezza che la spaventò. Doveva sentire quelle mani su di sé, quella bocca, quel corpo.
“Dopo il dolce,” disse, la voce un po’ roca, “verresti a casa mia?”
Valerio sollevò un sopracciglio, lo sguardo che si fece più scuro, più concentrato. “Diritta al punto, eh?” mormorò, il sorriso che diventava più carnale.
Lei annuì, incapace di parlare, il rossore che ora le incendiava tutto il decolleté.
“Non c’è niente che desideri di più.”
*
Il viaggio in macchina fu un sospeso carico di tensione. Le loro mani giunte sul cambio, il calore della sua coscia vicina alla sua. Marta lo guidava attraverso le strade silenziose del suo quartiere, ogni curva un avvicinarsi all’ignoto. La paura c’era, una vecchia compagna, ma era sommersa da un’eccitazione così viva da farle tremare le gambe.
Varcata la soglia di casa, l’imbarazzo del “posto mio è un po’ in disordine” si dissolse nel momento in cui Valerio la guardò e disse semplicemente: “È perfetta”. La prese tra le braccia, senza fretta, e le sue labbra trovarono le sue. Questo bacio non fu un’esplorazione come quello del pomeriggio. Fu una conferma. Una promessa che stava per essere mantenuta. Lento, profondo, inebriante. La sua lingua si insinuò nella sua bocca con una sicurezza che la fece gemere, le sue mani scesero lungo la sua schiena, tracciando linee di fuoco attraverso il tessuto del vestito.
“È molto che non lo faccio,” mormorò Marta, staccandosi per un attimo, il respiro corto. L’ammissione le uscì come una confessione.
Valerio le accarezzò la guancia, il pollice che le sfiorò il labbro gonfio. “Tranquilla,” sussurrò, la voce un brusio caldo contro la sua pelle. “Ti aiuto io. Andiamo piano. Solo quello che vuoi tu.”
La condusse in camera da letto, la luce dell’ingresso che creava un cono dorato nel corridoio. Una volta oltre la porta, si fermarono di nuovo, abbracciati. Poi, le sue mani salirono alle cerniere laterali del suo tubino. Le aprì con pazienza infinita, uno scatto dopo l’altro, il suovo metallico che sembrava esplodere nel silenzio. Il tessuto si allentò. Valerio aiutò Marta a sollevare le braccia e il vestito scivolò via, un mormorio di seta che si ammucchiò ai suoi piedi. Rimase in piedi davanti a lui, in reggiseno e slip coordinati, di pizzo nero – un’altra concessione alla speranza di quella sera.
Lui la guardò. Lo sguardo non era di valutazione, ma di apprezzamento. “Sei bellissima,” disse, e le parole non suonarono come un complimento vuoto, ma come una scoperta.
Poi toccò a lui. Si sfilò la giacca di pelle, la maglietta di cotone. Il suo torso era tonico, non da palestra, ma da uomo che vive. Una leggera peluria scura gli attraversava il petto, scendendo verso l’addeme piatto. Marta, tremante, alzò le mani e gli appoggiò i palmi sul petto. La pelle era calda, viva. Sentì il battito del suo cuore, forte e veloce come il suo.
Si baciarono di nuovo, e le sue mani liberarono il gancio del suo reggiseno. Il tessuto cadde. I suoi seni piccoli e sodi furono esposti all’aria e allo sguardo di lui. Un fremito di insicurezza la attraversò, ma Valerio chinò la testa e senza fretta, con la punta della lingua, disegnò un cerchio lento intorno a un capezzolo già eretto e sensibile. Marta sussultò, un’ondata di piacere così acuta e diretta da farle piegare le ginocchia. Lui la sorresse, continuando a dedicare alla sua pelle la stessa attenzione meticolosa, passando da un seno all’altro, succhiando leggermente, facendola gemere di un bisogno che non ricordava di aver mai provato.
Poi si inginocchiò davanti a lei. Le sfilò gli slip, aiutandola a uscirne. E la guardò, lì, nuda e tremante sotto la sua attenzione. Marta chiuse gli occhi, vulnerabile, ma lui le posò una mano sulla coscia. “Apri gli occhi, Marta. Guardami. Guarda come ti desidero.”
Lei obbedì. Vide il suo sguardo ardente che percorreva il suo corpo, il suo addome magro, il pube con i riccioli castani. Poi lui si chinò e le baciò l’interno coscia, un bacio leggero come una piuma che la fece trasalire. La sua bocca si avvicinò al centro del suo essere, e Marta trattenne il respiro, le mani che si aggrappavano ai suoi capelli. Ma Valerio non si precipitò. La baciò lì, sulle labbra esterne, con una tenerezza straziante. Poi la sua lingua trovò il clitoride, gonfio e pulsante, e le diede una lunga, lenta passata piana, dall’alto in basso.
Marta urlò. Un suono strozzato, di puro shock sensoriale. Le sue gambe tremarono violentemente. Dio, è così… così diverso. Non era un ricordo sbiadito, era un’esplosione presente, viva. La sua lingua era abile, sicura, non si stancava. Alternava passate lunghe a piccoli cerchi stretti e rapidi, succhiando leggermente, ascoltando ogni suo respiro affannato, ogni contrazione del suo corpo. La costruzione del piacere fu lenta, inesorabile. Marta si abbandonò, i suoi fianchi che iniziarono a muoversi con un ritmo impercettibile, seguendo quella bocca miracolosa. Una pressione calda e dolcissima si accumulò dentro di lei, sempre più grande, sempre più urgente.
“Valerio… sto per…” ansimò, senza neanche sapere cosa stesse per succedere, solo che era sull’orlo di un precipizio.
Lui si ritrasse, lasciandola sospesa, tremante di frustrazione e bisogno. Si alzò, la guardò con occhi selvaggi. “Anch’io,” disse roco. Si liberò dei pantaloni e delle mutande. Il suo erezione era piena, impressionante, e Marta ne sentì un attimo di timore, ma fu sopraffatta dal desiderio di averla dentro di sé.
Lui la fece sdraiare delicatamente sul letto, i cuscini che cedettero sotto il suo peso. Si distese su di lei, il suo corpo caldo che la ricoprì completamente, una protezione e una minaccia insieme. Sentì la punta del suo pene, liscia e tesa, premere contro la sua apertura, già inzuppata.
“Posso entrare?” chiese lui, serio, guardandola negli occhi.
Marta annuì vigorosamente, incapace di articolare parole. “Sì, sì… per favore.”
Lui spinse. Lentamente, con una pazienza che la fece impazzire. Marta sentì il corpo aprirsi, accoglierlo, un senso di pienezza che non era dolore, ma un adempimento. Era stretta, dopo tanto tempo, ma l’eccitazione e la lubrificazione erano tali da rendere l’ingresso una progressione di intenso piacere. Quando fu completamente dentro, si fermò, immerso in lei fino all’elsa, un gemito roco che gli uscì dalla gola.
Poi iniziò a muoversi. Lento. Una lunga, profondissima ritirata, quasi uscendo del tutto, seguita da un’altra lenta, esasperante penetrazione. Ogni singolo centimetro del suo canale veniva stimolato, strofinato, risvegliato. Le sue mani le cingevano i fianchi, non per controllare, ma per sentire ogni suo fremito. Il suo respiro caldo le batteva sul collo. Marta avvolse le gambe intorno alla sua vita, aggrappandosi, lasciandosi trasportare da quel ritmo antico eppure nuovo. La pressione che era stata interrotta prima ricominciò a costruire, più potente, alimentata ora dalla sensazione di lui dentro di sé, dalla pelle contro pelle, dal sudore che iniziava a unirli.
Il suo orgasmo arrivò non come un’esplosione fragorosa, ma come un’onda di marea che salì dal profondo del suo bacino, si diffuse in ogni cellula, e la sommerse in un silenzio ruggente. Il suo corpo si irrigidì, l’utero che pulsava intorno a lui, le dita che gli scavavano la schiena. Un singhiozzo le uscì dalla gola. Valerio continuò a muoversi, il suo ritmo che perdeva un po’ di controllo, diventando più profondo, più veloce, spinto dalle contrazioni di lei. Poi lo sentì fremere, un brivido che gli percorse tutta la schiena, e un suono gutturale mentre si bloccava dentro di lei, versando il suo calore nel suo grembo che ancora pulsava.
Rimasero così, uniti, mentre il mondo lentamente rientrava nella stanza.
Un riso basso e soddisfatto le vibrava nel petto mentre le loro membra, ancora intrecciate, si rilassavano lentamente. Marta giaceva nuda sul letto, il lenzuolo di cotone fresco che le sfiorava i fianchi, la testa appoggiata sul petto di Valerio. Ascoltava il battito del suo cuore che gradualmente tornava alla normalità, un tamburo rassicurante contro la sua guancia. Un profumo di pelle, sudore e sesso dolce saturava l’aria della camera. Mi sento rinata, pensò, e la sorpresa di quella sensazione la fece ridere a voce bassa.
“Che c’è?” mormorò Valerio, la voce roca dal piacere, una mano che le accarezzava distrattamente i capelli sciolti sulla sua spalla.
“Pensare,” disse lei, sollevando appena la testa per guardarlo, gli occhi brillanti dietro le lenti appannate appoggiate sul comodino, “che la mia amica Clelia sta organizzando una caccia all’uomo per me in questo esatto momento.”
Valerio sollevò un sopracciglio, un sorriso divertito che gli incurvò le labbra. “Una caccia all’uomo?”
“Sì,” sospirò Marta, con finta rassegnazione, scivolando un po’ più su di lui per guardarlo meglio. “Non le va di vedermi sempre così, dice. ‘Asettica’. Con tutti quegli uomini in giro che potrebbero… beh, darmi aria alla passera, per usare le sue delicate parole.”
Valerio scoppiò a ridere, una risata piena e genuina che fece vibrare il suo corpo sotto di lei. “Una donna dalle immagini pittoresche, la tua amica.”
“Lo è. E molto, molto determinata.” Marta sentì un fremito di piacere mentre la sua mano, che l’accarezzava, scese lungo la sua schiena, fino a posarsi sulla curva del suo sedere, stringendo delicatamente.
Quasi come se fosse collegata a loro via mentale, in quel preciso istante, il cellulare di Marta sul comodino squillò, vibrando con insistenza sul legno. La suoneria allegra di una tarantella squarciò l’intimità silenziosa. Entrambi si irrigidirono per un attimo, poi Marta sbirciò verso lo schermo illuminato. Il nome ‘CLELIA’ lampeggiava.
“Uh, parli del diavolo…” commentò lei, con un misto di divertimento e imbarazzo. Con uno sforzo, si staccò dal calore di Valerio, sedendosi sul bordo del letto. La pelle d’oca le coprì le braccia nude. Prese il telefono.
“Pronto?” disse, cercando di controllare il respiro ancora un po’ affannato.
“Marta, tesoro, non dirmi che stavi già dormendo? Sono le dieci e mezza!” la voce tonante di Clelia risuonò nell’altoparlante, così chiara che Valerio dovette sentire.
“No, no, sono sveglia,” rispose Marta, lanciando un’occhiata a Valerio sopra la spalla. Lui le sorrise, i suoi occhi scuri che brillavano di malizia. Si mise a sedere anche lui, la schiena appoggiata alla testiera di legno, il lenzuolo che gli copriva appena i fianchi. La sua attenzione era tutta su di lei.
“Ah, buono! Perché ti ho combinato un incontro per sabato sera,” annunciò trionfante Clelia. “Un tipo tosto, single, palestrato… un architetto. Me lo farei subito, ti dico.”
Marta trattenne una risata. Valerio, sentendo, si morse il labbro per non ridere. “Allora fattelo tu, Clelì,” rispose Marta, giocosa.
“Eh, magari! Ma è per te, scemotta. Devi uscire dal guscio.” Clelia fece una pausa. Dall’altra parte del telefono si sentì il rumore di un bicchiere posato. “Ma… sei strana. Ti sento affannata. Sei nuda?”
Marta spalancò gli occhi. Un rossore improvviso le salì dal collo al viso. Come faceva a saperlo? Forse era solo una delle sue solite battute sfrontate. Decise di giocare. Girava leggermente il busto, offrendo a Valerio la vista del suo seno nudo, il capezzolo ancora contratto e sensibile al contatto con l’aria. “E se lo fossi?” chiese all’amica, la voce che le si fece un po’ più bassa, più civetta.
“Ti stai masturbando per caso?” esclamò Clelia, incredula e divertita. “Cazzo, Marta, hai una faccia… ne sono sicura, anche al telefono si sente.”
Valerio, a quel punto, non poté più trattenersi. Un sorriso largo gli illuminò il viso. Con movimenti felini e silenziosi, scivolò giù dal letto e si inginocchiò sul pavimento davanti a Marta, che era seduta sul bordo. Le mise le mani sulle ginocchia e le aprì dolcemente le gambe.
“Uh… sì… forse…” balbettò Marta nel telefono, mentre lo sguardo di Valerio si fissava tra le sue cosce. Un brivido di anticipazione elettrica le percorse la spina dorsale. “Lì… sì, proprio lì.”
“Ma mi prendi in giro! Ti stai masturbando facendo finta che sei con un uomo, vero? Sei tornata a casa e hai acceso il vibratore dopo la cena? Non fare la timida, dimmi!” Clelia rideva, la sua voce era un misto di incoraggiamento e di curiosità sfrenata.
Valerio alzò lo sguardo verso Marta. I suoi occhi le chiesero un permesso silenzioso, e poi indicarono con un cenno della testa il telefono che teneva in mano. Un’idea audace, spudorata, prese forma nella mente di Marta. Un’idea che dieci anni prima l’avrebbe fatta svenire dall’imbarazzo. Ora, invece, sentiva solo un’eccitazione bruciante, il desiderio di mostrarsi, di essere finalmente vista per quella che era, o forse per quella che stava diventando: una donna desiderata e desiderante.
Con un sorriso tremulo ma deciso, annuì a Valerio.
Lui le fece un cenno di girare il telefono. Con mano tremante, Marta attivò la videocamera frontale e girò lo schermo verso di sé e verso Valerio, inginocchiato tra le sue gambe.
“No, Clelì,” disse Marta, la voce ora ferma, carica di un’emozione nuova. “Non sto usando un vibratore.”
Per un secondo, solo il respiro di Clelia si sentì dalla cornetta. Poi, sullo schermo del telefono, Marta vide la faccia dell’amica ingrandirsi, gli occhi che diventavano due cerchi stupefatti. Valerio non stava guardando il telefono. Stava guardando lei. Con una lentezza che era una tortura deliziosa, chinò la testa. Marta trattenne il respiro. La prima, caldissima, umida punta della sua lingua toccò il suo clitoride, ancora gonfio e ipersensibile dal loro precedente amplesso.
Un sussulto le scosse tutto il corpo. Un gemito basso e involontario le uscì dalle labbra.
Sullo schermo, la bocca di Clelia si aprì in un muto ‘O’ di stupore.
Valerio non si limitò a un assaggio. Si immerse. La sua bocca si posò su di lei con una sicurezza totale, le sue labbra che racchiusero l’intero nucleo del suo piacere. La sua lingua iniziò a lavorare con una perizia che fece svanire ogni pensiero. Era una lingua larga, piatta, che la copriva completamente, applicando una pressione costante e vibrante. Poi si fece più precisa, la punta che disegnava cerchi rapidissimi e stretti proprio sulla punta del clitoride, quel punto preciso che sembrava collegato direttamente a un interruttore nel suo cervello.
“Oh, mio Dio,” sussurrò Clelia dall’altra parte del telefono, la voce soffocata, incredula.
Marta non riusciva più a parlare. Lasciò cadere il telefono sul lenzuolo accanto a sé, lo schermo ancora rivolto verso di loro. Le sue mani si aggrapparono ai capelli di Valerio, non per guidarlo, ma per ancorarsi, perché il mondo stava vacillando. Chiuse gli occhi, ma poi li riaprì, volendo vedere. Voleva vedere la sua testa tra le sue cosce, le sue spalle muscolose che si muovevano, voleva vedere lo sguardo di Clelia, pietrificato in uno sbigottimento ammirato, che assisteva a tutto.
Le sensazioni erano amplificate, moltiplicate dalla consapevolezza di essere vista. Ogni strisciata di quella lingua, ogni leggero succhio delle sue labbra, ogni vibrazione che le inviava dritta all’utero, era un’affermazione. Questo è il mio corpo. Questo è il mio piacere. E tu, amica mia, puoi guardare.
Il calore ricominciò ad accumularsi, più veloce di prima, alimentato dalla voyeuristica complicità e dall’abilità infallibile di Valerio. I suoi fianchi cominciarono a sollevarsi dal letto, incontro a quella bocca miracolosa, in un ritmo crescente e disperato. I gemiti che le uscivano erano continui, rochi, pieni di una necessità primordiale.
Poi, Valerio cambiò tecnica. Tenne il clitoride saldamente tra le labbra e iniziò a muovere la testa avanti e indietro, leggermente, mentre la sua lingua manteneva una pressione costante. Era una stimolazione troppo intensa, troppo precisa. Marta sentì l’orgasmo avvicinarsi non come un’onda, ma come un razzo. Un tremore violento le percorse le gambe, lo stomaco che si contraeva.
“Sto… Valerio…” ansimò, senza neanche essere sicura che le sue parole avessero un senso.
Lui rispose aumentando solo di un grado la pressione, un ronzio basso di piacere che le vibrò attraverso la carne.
E poi esplose. Un urlo strozzato le lacerò la gola mentre il suo corpo si arcava, rigido, sollevandosi quasi completamente dal letto. Ondate di piacere puro, accecante, la investirono una dopo l’altra, facendole contrarre violentemente i muscoli intorno alla bocca di lui. Lo sentì gemere, il suovo di godimento misto al suo, e continuare a leccarla, più delicatamente ora, prolungando ogni singolo spasmo fino al limite del sopportabile.
Quando finalmente ricadde sul letto, annaspante, completamente esausta e inzuppata, Valerio si staccò da lei. Si asciugò la bocca con il dorso della mano, gli occhi che brillavano di soddisfazione selvaggia. Poi prese il telefono dal lenzuolo e lo sollevò, puntando la telecamera su di sé e su Marta, distratta e raggiante.
“Ciao, Clelia,” disse Valerio, con un tono cordiale e un sorriso da gatto che ha preso la panna.
Dallo schermo, dopo un secondo di silenzio mortale, si alzò un urlo di risa isteriche e approvanti. “Marta, troia! Sei una grande!”
Marta, senza fiato, riuscì solo a ridere, un riso libero e gioioso che le usciva dal profondo del petto. Valerio riappese la videochiamata e lasciò cadere il telefono. Poi si gettò sul letto accanto a lei, e insieme scoppiarono in una risata fragorosa, piena di complicità, di sfrontatezza e della gioia pura di essere vivi, e desideranti, dopo un decennio di silenzio.
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