Seme sulla scrivania
di
Angelo B
genere
prime esperienze
Michela e Angelo trasformano l'ufficio in un
campo di battaglia di passione, dove i
confini tra piacere e potere si sfumano,
lasciando presagire un incontro ancora più
intenso.
Le dita di Michela affondarono nei fianchi di Angelo mentre lo penetrava con foga, il suo culo stretto che si
contraeva attorno al suo cazzo duro come l’acciaio. Ogni spinta era un colpo di martello, il respiro affannoso che
le sfuggiva dalle labbra socchiuse in gemiti rotti. Non era più solo sesso—era una lotta, una sfida a chi avrebbe
ceduto per primo al piacere. E in quel momento, Michela sapeva che non avrebbe resistito ancora a lungo.
Il calore le divampava tra le gambe, la figa ancora sensibile dopo l’orgasmo che Angelo le aveva strappato con la
lingua solo pochi minuti prima. Ma non era abbastanza. Niente lo sarebbe mai stato. Voleva di più, voleva tutto.
Voleva sentirlo urlare, voleva che la marcasse, voleva che la trattasse come la puttana insaziabile che era.
«Cazzo, Michela…» Angelo digrignò i denti, le unghie che gli si conficcavano nella scrivania mentre cercava di
mantenere il controllo. Ma era inutile. Lei lo stava distruggendo, cavalcandolo con una furia che lo faceva
impazzire. Ogni volta che il suo culo si abbassava, inghiottendo il suo membro fino alle palle, lui sentiva il proprio
corpo tendersi, il piacere che gli serpeggiava lungo la spina dorsale come una scossa elettrica.
Poi arrivò.
L’orgasmo la colpì come un treno in corsa, violento e bruciante, le pareti interne del suo culo che si stringevano
attorno al cazzo di Angelo in spasmi incontrollabili. Un grido le sfuggì dalle labbra, gutturale e disperato, mentre
le gambe le tremavano e le dita si aggrappavano a lui come se fosse l’unica cosa che la tenesse ancorata alla
terra. Non era più Michela, la donna composta, la professionista impeccabile. Era solo carne, sudore e desiderio,
una troia che veniva come una disgraziata mentre si scoperchiava il suo capo sulla scrivania dell’ufficio.
Angelo non resistette a lungo.
Con un gemito strozzato, il suo corpo si irrigidì sotto di lei, i muscoli tesi come corde di un violino. Michela sentì
il suo cazzo pulsare dentro di sé, poi il calore umido che le inondava le viscere mentre lui veniva, schizzando il
suo seme denso sulla scrivania, gocce bianche che si spargevano tra i documenti e la tastiera del computer. Il
suono bagnato dei loro corpi che si scontravano si mescolava ai loro ansiti, al rumore del liquido che colava, al
fruscio della gonna di lei che si sollevava e ricadeva ad ogni movimento.
Per un lungo momento, rimasero così, immersi nel silenzio rotto solo dai loro respiri affannosi. I corpi ancora
uniti, sudati, appiccicosi, l’odore del sesso che impregnava l’aria come un profumo proibito. Michela sentiva il
cuore martellarle nel petto, le cosce che le tremavano per lo sforzo, ma non voleva staccarsi. Non ancora. Voleva
assaporare ogni secondo di quella sottomissione, ogni istante in cui Angelo era suo, completamente suo, anche
se solo per pochi minuti rubati al mondo.
Fu lui a muoversi per primo.
Con un gemito stanco, Angelo si ritirò lentamente da lei, il suo cazzo che scivolava fuori dal suo culo con un
suono umido, lasciandola vuota eppure sazia. Si voltò verso di lei, gli occhi lucidi di lussuria non ancora spenta, le
labbra curve in un sorrisetto compiaciuto che le fece stringere di nuovo le cosce.
«Soddisfatta?» chiese, la voce roca, mentre si sistemava i pantaloni con movimenti lenti, quasi pigri. Il tessuto
scuro si appiccicava ancora alla pelle umida del suo addome, e Michela non poté fare a meno di seguire con lo
sguardo il rigonfiamento che tradiva la sua eccitazione non del tutto placata.
Lei rise, una risata breve e senza fiato, mentre si aggiustava la gonna con dita tremanti. Il tessuto le si incollava
alle cosce sudate, e poteva sentire il seme di Angelo che le colava ancora tra le natiche, un promemoria umido e
osceno di ciò che avevano appena fatto. «Soddisfatta?» ripeté, sollevando un sopracciglio mentre si passava una
mano tra i capelli scompigliati. «Angelo, mi hai appena scoperchiata sul posto di lavoro e mi hai fatto venire
come una troia in calore. Direi che è un buon inizio.»
Lui rise, una risata profonda e maschile che le vibrò dritta tra le gambe. «Solo un inizio, eh?» Si avvicinò a lei,
abbastanza da farle sentire il calore del suo corpo, abbastanza da farle annusare il suo odore—sudore, sesso e
quel profumo di colonia costosa che indossava sempre. «Allora domani stessa ora?» chiese, la voce bassa, quasi
un sussurro contro il suo orecchio.
Michela non esitò.
«Solo se prometti di rifarlo ancora più sporco.» Le sue parole erano una sfida, un invito, una dichiarazione di
guerra. Si leccò le labbra, sentendo ancora il sapore salato del suo cazzo in gola. «Voglio che mi tratti come la
puttana che sono. Voglio che mi usi, che mi riempi di sperma, che mi facci strillare così forte che domani mattina
tutti in ufficio sapranno esattamente cosa mi hai fatto.»
Angelo emise un suono gutturale, quasi un ringhio, e per un istante Michela pensò che l’avrebbe spinta di nuovo
sulla scrivania e l’avrebbe presa lì, senza nemmeno darle il tempo di respirare. Invece, si limitò a stringerle il
mento tra le dita, costringendola a guardarlo negli occhi. «Sei sicura di voler giocare a questo gioco, Michela?»
chiese, la voce carica di una minaccia che le fece accapponare la pelle. «Perché se è così, domani non ti
risparmierò. Ti scoperò fino a farti piangere. Ti riempirò ogni buca che hai, e quando avrò finito, sarai così piena
del mio cazzo che camminerai zoppicando per una settimana.»
Il suo respiro si fece più corto. Non era una minaccia—era una promessa.
E Michela non vedeva l’ora che fosse mantenuta.
Si staccò da lui con un sorrisetto malizioso, raccogliendo la biancheria intima dal pavimento senza indossarla. La
infilò nella borsetta con noncuranza, sapendo che lui stava osservando ogni suo movimento, che stava
immaginando già cosa avrebbe fatto con quel corpo domani. «Allora a domani, capo» disse, la voce un misto di
sfida e sottomissione. «E non deludermi.»
Si voltò verso la porta, le anche che oscillavano in modo deliberato, la gonna ancora sollevata abbastanza da
lasciargli intravedere il cullo perfetto, ancora arrossato e leggermente aperte per via dello sperma che le colava
lungo le cosce. Sentì il suo sguardo bruciarle addosso, quasi come se le sue mani fossero ancora su di lei.
E quando la porta si chiuse alle sue spalle, Michela sorrise.
Perché sapeva una cosa con certezza: domani sarebbe stato ancora meglio.
campo di battaglia di passione, dove i
confini tra piacere e potere si sfumano,
lasciando presagire un incontro ancora più
intenso.
Le dita di Michela affondarono nei fianchi di Angelo mentre lo penetrava con foga, il suo culo stretto che si
contraeva attorno al suo cazzo duro come l’acciaio. Ogni spinta era un colpo di martello, il respiro affannoso che
le sfuggiva dalle labbra socchiuse in gemiti rotti. Non era più solo sesso—era una lotta, una sfida a chi avrebbe
ceduto per primo al piacere. E in quel momento, Michela sapeva che non avrebbe resistito ancora a lungo.
Il calore le divampava tra le gambe, la figa ancora sensibile dopo l’orgasmo che Angelo le aveva strappato con la
lingua solo pochi minuti prima. Ma non era abbastanza. Niente lo sarebbe mai stato. Voleva di più, voleva tutto.
Voleva sentirlo urlare, voleva che la marcasse, voleva che la trattasse come la puttana insaziabile che era.
«Cazzo, Michela…» Angelo digrignò i denti, le unghie che gli si conficcavano nella scrivania mentre cercava di
mantenere il controllo. Ma era inutile. Lei lo stava distruggendo, cavalcandolo con una furia che lo faceva
impazzire. Ogni volta che il suo culo si abbassava, inghiottendo il suo membro fino alle palle, lui sentiva il proprio
corpo tendersi, il piacere che gli serpeggiava lungo la spina dorsale come una scossa elettrica.
Poi arrivò.
L’orgasmo la colpì come un treno in corsa, violento e bruciante, le pareti interne del suo culo che si stringevano
attorno al cazzo di Angelo in spasmi incontrollabili. Un grido le sfuggì dalle labbra, gutturale e disperato, mentre
le gambe le tremavano e le dita si aggrappavano a lui come se fosse l’unica cosa che la tenesse ancorata alla
terra. Non era più Michela, la donna composta, la professionista impeccabile. Era solo carne, sudore e desiderio,
una troia che veniva come una disgraziata mentre si scoperchiava il suo capo sulla scrivania dell’ufficio.
Angelo non resistette a lungo.
Con un gemito strozzato, il suo corpo si irrigidì sotto di lei, i muscoli tesi come corde di un violino. Michela sentì
il suo cazzo pulsare dentro di sé, poi il calore umido che le inondava le viscere mentre lui veniva, schizzando il
suo seme denso sulla scrivania, gocce bianche che si spargevano tra i documenti e la tastiera del computer. Il
suono bagnato dei loro corpi che si scontravano si mescolava ai loro ansiti, al rumore del liquido che colava, al
fruscio della gonna di lei che si sollevava e ricadeva ad ogni movimento.
Per un lungo momento, rimasero così, immersi nel silenzio rotto solo dai loro respiri affannosi. I corpi ancora
uniti, sudati, appiccicosi, l’odore del sesso che impregnava l’aria come un profumo proibito. Michela sentiva il
cuore martellarle nel petto, le cosce che le tremavano per lo sforzo, ma non voleva staccarsi. Non ancora. Voleva
assaporare ogni secondo di quella sottomissione, ogni istante in cui Angelo era suo, completamente suo, anche
se solo per pochi minuti rubati al mondo.
Fu lui a muoversi per primo.
Con un gemito stanco, Angelo si ritirò lentamente da lei, il suo cazzo che scivolava fuori dal suo culo con un
suono umido, lasciandola vuota eppure sazia. Si voltò verso di lei, gli occhi lucidi di lussuria non ancora spenta, le
labbra curve in un sorrisetto compiaciuto che le fece stringere di nuovo le cosce.
«Soddisfatta?» chiese, la voce roca, mentre si sistemava i pantaloni con movimenti lenti, quasi pigri. Il tessuto
scuro si appiccicava ancora alla pelle umida del suo addome, e Michela non poté fare a meno di seguire con lo
sguardo il rigonfiamento che tradiva la sua eccitazione non del tutto placata.
Lei rise, una risata breve e senza fiato, mentre si aggiustava la gonna con dita tremanti. Il tessuto le si incollava
alle cosce sudate, e poteva sentire il seme di Angelo che le colava ancora tra le natiche, un promemoria umido e
osceno di ciò che avevano appena fatto. «Soddisfatta?» ripeté, sollevando un sopracciglio mentre si passava una
mano tra i capelli scompigliati. «Angelo, mi hai appena scoperchiata sul posto di lavoro e mi hai fatto venire
come una troia in calore. Direi che è un buon inizio.»
Lui rise, una risata profonda e maschile che le vibrò dritta tra le gambe. «Solo un inizio, eh?» Si avvicinò a lei,
abbastanza da farle sentire il calore del suo corpo, abbastanza da farle annusare il suo odore—sudore, sesso e
quel profumo di colonia costosa che indossava sempre. «Allora domani stessa ora?» chiese, la voce bassa, quasi
un sussurro contro il suo orecchio.
Michela non esitò.
«Solo se prometti di rifarlo ancora più sporco.» Le sue parole erano una sfida, un invito, una dichiarazione di
guerra. Si leccò le labbra, sentendo ancora il sapore salato del suo cazzo in gola. «Voglio che mi tratti come la
puttana che sono. Voglio che mi usi, che mi riempi di sperma, che mi facci strillare così forte che domani mattina
tutti in ufficio sapranno esattamente cosa mi hai fatto.»
Angelo emise un suono gutturale, quasi un ringhio, e per un istante Michela pensò che l’avrebbe spinta di nuovo
sulla scrivania e l’avrebbe presa lì, senza nemmeno darle il tempo di respirare. Invece, si limitò a stringerle il
mento tra le dita, costringendola a guardarlo negli occhi. «Sei sicura di voler giocare a questo gioco, Michela?»
chiese, la voce carica di una minaccia che le fece accapponare la pelle. «Perché se è così, domani non ti
risparmierò. Ti scoperò fino a farti piangere. Ti riempirò ogni buca che hai, e quando avrò finito, sarai così piena
del mio cazzo che camminerai zoppicando per una settimana.»
Il suo respiro si fece più corto. Non era una minaccia—era una promessa.
E Michela non vedeva l’ora che fosse mantenuta.
Si staccò da lui con un sorrisetto malizioso, raccogliendo la biancheria intima dal pavimento senza indossarla. La
infilò nella borsetta con noncuranza, sapendo che lui stava osservando ogni suo movimento, che stava
immaginando già cosa avrebbe fatto con quel corpo domani. «Allora a domani, capo» disse, la voce un misto di
sfida e sottomissione. «E non deludermi.»
Si voltò verso la porta, le anche che oscillavano in modo deliberato, la gonna ancora sollevata abbastanza da
lasciargli intravedere il cullo perfetto, ancora arrossato e leggermente aperte per via dello sperma che le colava
lungo le cosce. Sentì il suo sguardo bruciarle addosso, quasi come se le sue mani fossero ancora su di lei.
E quando la porta si chiuse alle sue spalle, Michela sorrise.
Perché sapeva una cosa con certezza: domani sarebbe stato ancora meglio.
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