Passione proibita in ufficio
di
Angelo B
genere
prime esperienze
Michela e Angelo, colleghi in un ufficio, si
lasciano andare a una passione sfrenata
dopo l'orario di lavoro. Tra desideri
inconfessabili e gesti audaci, la tensione
sessuale raggiunge il culmine in un incontro
indimenticabile.
L’ufficio della banca era immerso in quel silenzio ovattato che precede la chiusura, quando le luci al neon
proiettano ombre allungate sui documenti sparsi e il ronzio dei computer si fonde con il respiro affannoso di chi
non vede l’ora di andare via. Michela era china sulla scrivania, le dita che scorrevano veloci sulla tastiera mentre
sistemava gli ultimi dettagli di un rapporto finanziario. La gonna attillata di lana grigia le aderiva alle cosce come
una seconda pelle, e ogni volta che si spostava sulla sedia di cuoio nero, il tessuto si tendeva appena sopra il
ginocchio, lasciando intravedere un lampo di pelle abbronzata. La camicetta bianca, sbottonata di due bottoni in
più del necessario, oscillava a ogni movimento, rivelando la scollatura profonda dove il reggiseno di pizzo nero
faticava a contenere i seni pieni. Non portava le mutandine. Era una sua piccola trasgressione, un segreto che la
faceva sentire viva in mezzo a quella routine asettica.
Angelo entrò senza bussare, come faceva sempre. La porta si richiuse alle sue spalle con un click secco, e Michela
alzò lo sguardo, le labbra già socchiuse in un sorrisetto malizioso. Lui era alto, con le spalle larghe che riempivano
la giacca scura del completo sartoriale, i capelli castani pettinati all’indietro con gel, qualche ciocca ribelle che gli
cadeva sulla fronte. Gli occhi, verdi e penetranti, la scrutavano con un’intensità che le faceva stringere le cosce
sotto la scrivania. Portava sempre le mani in tasca, un gesto che allungava la giacca e metteva in evidenza il
rigonfiamento dei pantaloni, dove il contorno del suo cazzo, spesso già semi-duro, si disegnava chiaramente sul
tessuto fine.
«Ancora qui, Michela?» La voce di Angelo era bassa, vellutata, con quel tono leggermente roco che le faceva
venire la pelle d’oca. Si avvicinò alla scrivania, appoggiando i palmi sul bordo di legno lucido, le nocche che
sbiancavano per la pressione. «Potrei giurare che a quest’ora l’ufficio fosse vuoto.»
Lei si appoggiò allo schienale, incrociando le braccia sotto il seno in un gesto che lo sollevò appena, facendo sì
che la stoffa della camicetta si tendesse sui capezzoli già duri. «E invece no. Qualcuno deve pur chiudere i conti,
no?» Rise, un suono basso e sensuale, mentre con la punta della scarpa a tacco alto disegnava piccoli cerchi sul
pavimento. «Ma dimmi, Angelo, cosa ci fai qui a quest’ora? Non hai una fidanzata che ti aspetta a casa?»
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Lui scosse la testa, un sorrisetto furbo che gli incurvava le labbra carnose. «La fidanzata è l’ultimo dei miei
problemi quando ci sei tu.» Fece il giro della scrivania, lento, predatorio, fino a fermarsi dietro di lei. Michela
sentì il suo profumo, legnoso e speziato, mescolarsi all’odore di inchiostro e carta dell’ufficio. Poi, le dita di
Angelo le sfiorarono la spalla, scendendo lungo il braccio con una lentezza madornale, come se volesse
memorizzare ogni centimetro della sua pelle. «Sai benissimo perché sono qui.»
Lei chiuse gli occhi per un istante, assaporando quel tocco. «Dimmelo lo stesso.»
Angelo si chinò, le labbra vicino al suo orecchio, il fiato caldo che le solleticava il collo. «Voglio farti godere con la
mia bocca, la mia foga e il mio culo in un modo che non hai mai provato.» La mano di lui scivolò giù, lungo il suo
fianco, fino a posarsi sulla coscia, proprio dove la gonna si era sollevata. Le dita si insinuarono sotto il tessuto,
accarezzando la pelle nuda. «Voglio leccarti fino a farti urlare, poi voglio che mi scopi il culo mentre ti succhio le
tette. E quando sarai così bagnata che mi bagnerai le dita solo sfiorandoti, voglio che mi cavi gli occhi dalla testa
a forza di venire.»
Michela gemette, un suono strozzato, mentre la mano di Angelo risaliva, le dita che si avvicinavano
pericolosamente all’inguine. Non portava le mutandine, e lui lo sapeva. Lo aveva sempre saputo. «Sei un porco,
Angelo.»
«Il tuo porco.» La voce di lui era un ringhio, mentre due dita si infilarano tra le sue labbra bagnate, spingendo
dentro senza preavviso. Michela sobbalzò, le unghie che affondavano nei braccioli della sedia. «Dio, sei già
fradicia.»
«È colpa tua» ansimò lei, mentre le dita di lui cominciavano a muoversi dentro di lei, lente, circolari, il pollice che
premeva sul clitoride gonfio. «Sei qui da due minuti e già mi stai facendo impazzire.»
Angelo rise, un suono oscuro, mentre con l’altra mano le slacciava i bottoni della camicetta, uno dopo l’altro,
fino a scoprirle il reggiseno. «E questo è solo l’inizio.» Si abbassò, le labbra che si chiudevano intorno a un
capezzolo attraverso il pizzo, la lingua che lo tormentava fino a farlo indurire ancora di più. Michela inarcò la
schiena, spingendo il seno contro la sua bocca, mentre le dita dentro di lei acceleravano il ritmo, il pollice che
sfregava senza pietà.
«Angelo, cazzo…» gemette, le mani che si aggrappavano ai suoi capelli, tirandogli la testa contro di sé. «Se
continui così, verrò prima che tu possa anche solo tirarti giù i pantaloni.»
Lui si staccò appena, gli occhi che brillavano di lussuria. «Allora vieni.» Le sue dita si curvarono dentro di lei,
premendo contro quel punto sensibile che la faceva vedere le stelle. «Vieni sulla mia mano, puttana. Inonda
queste dita. Fammi sentire quanto sei una troia bagnata.»
Michela non ebbe scampo. L’orgasmo la travolse come un’onda, violento, bruciante, le pareti della sua figa che si
stringevano attorno alle dita di lui mentre un grido le sfuggiva dalle labbra. Angelo non smise di leccarle i seni,
non smise di muovere le dita dentro di lei, prolungando il piacere fino a farle tremare le gambe. Solo quando lei
si accasciò sulla sedia, ansimante, lui si raddrizzò, le labbra lucide, gli occhi fissi sui suoi.
«Adesso tocca a me.» Si slacciò la cintola con un gesto secco, il suono metallico che echeggiava nell’ufficio
vuoto. I pantaloni scivolarono giù, rivelando il cazzo duro, grosso, con la punta già lucida di pre-sperma. Angelo
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se lo strinse alla base, pompando una volta, due, mentre Michela si leccava le labbra, gli occhi incollati a quel
membro pulsante.
«Vieni qui» ordinò lui, la voce roca. «In ginocchio.»
Michela non esitò. Scivolò giù dalla sedia, le ginocchia che affondavano nel tappeto spesso, le mani che si
posavano sulle cosce muscolose di lui. Angelo le afferrò i capelli, tirandole la testa indietro con forza. «Apri
quella bocca.»
Lei obbedì, la lingua che fuoriesce tra le labbra rosse, pronta. Angelo le spinse la testa in avanti, il cazzo che
scivolava tra le sue labbra, riempiendole la bocca fino a farle lacrimare gli occhi. «Così, brava puttana. Prendilo
tutto.» Cominciò a muoversi, affondando dentro di lei con colpi lunghi e profondi, la mano che le teneva la testa
ferma mentre lei soffocava attorno al suo membro. La saliva le colava dagli angoli della bocca, gocciolando sul
suo cazzo lucido, mentre le sue labbra si stringevano attorno alla base, massaggiandogli le palle con una mano.
«Cazzo, sì» ringhiò Angelo, i fianchi che cominciavano a muoversi più veloci, i testicoli che si stringevano.
«Succhiamelo come se fosse l’ultima volta. Voglio sentirti ingolarmi fino in fondo.»
Michela gemette attorno al suo membro, la gola che si contraeva mentre cercava di prendere tutto, le unghie
che affondavano nelle natiche di lui. Angelo emise un verso gutturale, poi la tirò via con uno strattone, il cazzo
che schizzava fuori dalla sua bocca con un pop umido. «Alzati.»
Lei si rialzò in piedi, barcollando leggermente, mentre lui la spingeva contro la scrivania, facendola sdraiare sulla
superficie fredda. I documenti volarono via, le penne rotolarono sul pavimento, mentre Angelo le divaricava le
gambe con forza, la gonna che si sollevava fino alla vita. «Guardati.» Le afferrò una caviglia, sollevandogliela fino
a farle posare il tallone sul bordo della scrivania, esponendola completamente. «Sei una visione, Michela. Tutta
bagnata, tutta aperta per me.»
Poi si chinò, la lingua che leccava lungo tutta la fessura, dalla figa al culo, prima di soffermarsi sul clitoride,
succhiandolo tra le labbra con un’intensità che la fece sobbalzare. «Angelo, per l’amor di Dio—»
«Zitta.» La voce di lui era un comando, mentre due dita affondavano dentro di lei, curvandosi per strofinare quel
punto che la faceva impazzire. La lingua continuava a lavorarle il clitoride, veloce, implacabile, mentre l’altra
mano le massaggiava un seno, pizzicandole il capezzolo fino a farle male. «Vieni di nuovo. Vieni sulla mia lingua.»
Michela non poté resistere. L’orgasmo la colpì come un treno, le cosce che tremavano, le dita che si
aggrappavano al bordo della scrivania mentre urlava il suo nome. Angelo non si fermò, leccando ogni goccia di
lei, bevendo il suo piacere come se fosse l’acqua della vita. Solo quando i suoi tremiti cominciarono a placarsi, lui
si rialzò, il mento lucido, gli occhi che bruciavano di desiderio.
«Adesso» disse, la voce roca, mentre si voltava, appoggiando le mani sulla scrivania, il culo offerto a lei.
«Scopami il culo mentre ti lecco la figa. Voglio sentire la tua lingua sulla mia schiena mentre ti faccio venire con
la bocca.»
Michela non ebbe bisogno di altre istruzioni. Si alzò, le gambe ancora tremanti, e si posizionò dietro di lui. Con le
dita tremanti, spalancò le natiche di Angelo, rivelando il buco rosato, già lubrificato dal suo stesso desiderio. Si
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chinò, la lingua che tracciava un percorso dal suo scroto fino all’ano, circolando intorno prima di spingere
dentro, lentamente, sentendolo gemere.
«Cazzo, sì… così, Michela» ansimò lui, mentre lei cominciava a lavorargli il buco con la lingua, preparandolo. Poi,
con un gesto rapido, afferrò il suo cazzo, guidandolo verso l’ingresso stretto. Angelo si spinse indietro, gemendo
mentre la punta affondava dentro di lui, centimetro dopo centimetro, fino a quando non fu completamente
impalato.
«Muoviti» ordinò lui, la voce strozzata. «Scopami come la puttana che sei.»
Michela cominciò a muoversi, i fianchi che si abbassavano e si sollevavano in un ritmo costante, sentendo il culo
di Angelo stringersi attorno al suo cazzo a ogni affondo. Nel frattempo, Angelo aveva ripreso a leccarla, la lingua
che si insinuava tra le sue labbra bagnate, succhiandole il clitoride con una precisione che la faceva vedere le
stelle.
«Dio, Angelo… sto per venire» ansimò lei, le unghie che affondavano nelle sue natiche mentre aumentava il
ritmo, il cazzo che martellava dentro di lui senza pietà.
«Allora vieni» ringhiò lui, la voce soffocata contro la sua figa. «Vieni mentre mi scopi il culo. Voglio sentirti
urlare.»
E Michela obbedì. L’orgasmo la travolse, violento, bruciante, mentre continuava a pompare dentro di lui,
sentendo il suo culo contrarsi attorno al suo membro. Angelo gemette contro di lei, il corpo che si irrigidiva
mentre anche lui veniva, il seme che schizzava sulla scrivania, caldo e appiccicoso.
Per un lungo momento, rimasero così, ansimanti, sudati, i corpi ancora uniti. Poi Angelo si staccò, voltandosi
verso di lei con un sorrisetto compiaciuto. «Domani stesso ora?» chiese, mentre si sistemava i pantaloni.
Michela rise, ancora senza fiato, mentre si aggiustava la gonna. «Solo se prometti di rifarlo ancora più sporco.»
lasciano andare a una passione sfrenata
dopo l'orario di lavoro. Tra desideri
inconfessabili e gesti audaci, la tensione
sessuale raggiunge il culmine in un incontro
indimenticabile.
L’ufficio della banca era immerso in quel silenzio ovattato che precede la chiusura, quando le luci al neon
proiettano ombre allungate sui documenti sparsi e il ronzio dei computer si fonde con il respiro affannoso di chi
non vede l’ora di andare via. Michela era china sulla scrivania, le dita che scorrevano veloci sulla tastiera mentre
sistemava gli ultimi dettagli di un rapporto finanziario. La gonna attillata di lana grigia le aderiva alle cosce come
una seconda pelle, e ogni volta che si spostava sulla sedia di cuoio nero, il tessuto si tendeva appena sopra il
ginocchio, lasciando intravedere un lampo di pelle abbronzata. La camicetta bianca, sbottonata di due bottoni in
più del necessario, oscillava a ogni movimento, rivelando la scollatura profonda dove il reggiseno di pizzo nero
faticava a contenere i seni pieni. Non portava le mutandine. Era una sua piccola trasgressione, un segreto che la
faceva sentire viva in mezzo a quella routine asettica.
Angelo entrò senza bussare, come faceva sempre. La porta si richiuse alle sue spalle con un click secco, e Michela
alzò lo sguardo, le labbra già socchiuse in un sorrisetto malizioso. Lui era alto, con le spalle larghe che riempivano
la giacca scura del completo sartoriale, i capelli castani pettinati all’indietro con gel, qualche ciocca ribelle che gli
cadeva sulla fronte. Gli occhi, verdi e penetranti, la scrutavano con un’intensità che le faceva stringere le cosce
sotto la scrivania. Portava sempre le mani in tasca, un gesto che allungava la giacca e metteva in evidenza il
rigonfiamento dei pantaloni, dove il contorno del suo cazzo, spesso già semi-duro, si disegnava chiaramente sul
tessuto fine.
«Ancora qui, Michela?» La voce di Angelo era bassa, vellutata, con quel tono leggermente roco che le faceva
venire la pelle d’oca. Si avvicinò alla scrivania, appoggiando i palmi sul bordo di legno lucido, le nocche che
sbiancavano per la pressione. «Potrei giurare che a quest’ora l’ufficio fosse vuoto.»
Lei si appoggiò allo schienale, incrociando le braccia sotto il seno in un gesto che lo sollevò appena, facendo sì
che la stoffa della camicetta si tendesse sui capezzoli già duri. «E invece no. Qualcuno deve pur chiudere i conti,
no?» Rise, un suono basso e sensuale, mentre con la punta della scarpa a tacco alto disegnava piccoli cerchi sul
pavimento. «Ma dimmi, Angelo, cosa ci fai qui a quest’ora? Non hai una fidanzata che ti aspetta a casa?»
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Lui scosse la testa, un sorrisetto furbo che gli incurvava le labbra carnose. «La fidanzata è l’ultimo dei miei
problemi quando ci sei tu.» Fece il giro della scrivania, lento, predatorio, fino a fermarsi dietro di lei. Michela
sentì il suo profumo, legnoso e speziato, mescolarsi all’odore di inchiostro e carta dell’ufficio. Poi, le dita di
Angelo le sfiorarono la spalla, scendendo lungo il braccio con una lentezza madornale, come se volesse
memorizzare ogni centimetro della sua pelle. «Sai benissimo perché sono qui.»
Lei chiuse gli occhi per un istante, assaporando quel tocco. «Dimmelo lo stesso.»
Angelo si chinò, le labbra vicino al suo orecchio, il fiato caldo che le solleticava il collo. «Voglio farti godere con la
mia bocca, la mia foga e il mio culo in un modo che non hai mai provato.» La mano di lui scivolò giù, lungo il suo
fianco, fino a posarsi sulla coscia, proprio dove la gonna si era sollevata. Le dita si insinuarono sotto il tessuto,
accarezzando la pelle nuda. «Voglio leccarti fino a farti urlare, poi voglio che mi scopi il culo mentre ti succhio le
tette. E quando sarai così bagnata che mi bagnerai le dita solo sfiorandoti, voglio che mi cavi gli occhi dalla testa
a forza di venire.»
Michela gemette, un suono strozzato, mentre la mano di Angelo risaliva, le dita che si avvicinavano
pericolosamente all’inguine. Non portava le mutandine, e lui lo sapeva. Lo aveva sempre saputo. «Sei un porco,
Angelo.»
«Il tuo porco.» La voce di lui era un ringhio, mentre due dita si infilarano tra le sue labbra bagnate, spingendo
dentro senza preavviso. Michela sobbalzò, le unghie che affondavano nei braccioli della sedia. «Dio, sei già
fradicia.»
«È colpa tua» ansimò lei, mentre le dita di lui cominciavano a muoversi dentro di lei, lente, circolari, il pollice che
premeva sul clitoride gonfio. «Sei qui da due minuti e già mi stai facendo impazzire.»
Angelo rise, un suono oscuro, mentre con l’altra mano le slacciava i bottoni della camicetta, uno dopo l’altro,
fino a scoprirle il reggiseno. «E questo è solo l’inizio.» Si abbassò, le labbra che si chiudevano intorno a un
capezzolo attraverso il pizzo, la lingua che lo tormentava fino a farlo indurire ancora di più. Michela inarcò la
schiena, spingendo il seno contro la sua bocca, mentre le dita dentro di lei acceleravano il ritmo, il pollice che
sfregava senza pietà.
«Angelo, cazzo…» gemette, le mani che si aggrappavano ai suoi capelli, tirandogli la testa contro di sé. «Se
continui così, verrò prima che tu possa anche solo tirarti giù i pantaloni.»
Lui si staccò appena, gli occhi che brillavano di lussuria. «Allora vieni.» Le sue dita si curvarono dentro di lei,
premendo contro quel punto sensibile che la faceva vedere le stelle. «Vieni sulla mia mano, puttana. Inonda
queste dita. Fammi sentire quanto sei una troia bagnata.»
Michela non ebbe scampo. L’orgasmo la travolse come un’onda, violento, bruciante, le pareti della sua figa che si
stringevano attorno alle dita di lui mentre un grido le sfuggiva dalle labbra. Angelo non smise di leccarle i seni,
non smise di muovere le dita dentro di lei, prolungando il piacere fino a farle tremare le gambe. Solo quando lei
si accasciò sulla sedia, ansimante, lui si raddrizzò, le labbra lucide, gli occhi fissi sui suoi.
«Adesso tocca a me.» Si slacciò la cintola con un gesto secco, il suono metallico che echeggiava nell’ufficio
vuoto. I pantaloni scivolarono giù, rivelando il cazzo duro, grosso, con la punta già lucida di pre-sperma. Angelo
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se lo strinse alla base, pompando una volta, due, mentre Michela si leccava le labbra, gli occhi incollati a quel
membro pulsante.
«Vieni qui» ordinò lui, la voce roca. «In ginocchio.»
Michela non esitò. Scivolò giù dalla sedia, le ginocchia che affondavano nel tappeto spesso, le mani che si
posavano sulle cosce muscolose di lui. Angelo le afferrò i capelli, tirandole la testa indietro con forza. «Apri
quella bocca.»
Lei obbedì, la lingua che fuoriesce tra le labbra rosse, pronta. Angelo le spinse la testa in avanti, il cazzo che
scivolava tra le sue labbra, riempiendole la bocca fino a farle lacrimare gli occhi. «Così, brava puttana. Prendilo
tutto.» Cominciò a muoversi, affondando dentro di lei con colpi lunghi e profondi, la mano che le teneva la testa
ferma mentre lei soffocava attorno al suo membro. La saliva le colava dagli angoli della bocca, gocciolando sul
suo cazzo lucido, mentre le sue labbra si stringevano attorno alla base, massaggiandogli le palle con una mano.
«Cazzo, sì» ringhiò Angelo, i fianchi che cominciavano a muoversi più veloci, i testicoli che si stringevano.
«Succhiamelo come se fosse l’ultima volta. Voglio sentirti ingolarmi fino in fondo.»
Michela gemette attorno al suo membro, la gola che si contraeva mentre cercava di prendere tutto, le unghie
che affondavano nelle natiche di lui. Angelo emise un verso gutturale, poi la tirò via con uno strattone, il cazzo
che schizzava fuori dalla sua bocca con un pop umido. «Alzati.»
Lei si rialzò in piedi, barcollando leggermente, mentre lui la spingeva contro la scrivania, facendola sdraiare sulla
superficie fredda. I documenti volarono via, le penne rotolarono sul pavimento, mentre Angelo le divaricava le
gambe con forza, la gonna che si sollevava fino alla vita. «Guardati.» Le afferrò una caviglia, sollevandogliela fino
a farle posare il tallone sul bordo della scrivania, esponendola completamente. «Sei una visione, Michela. Tutta
bagnata, tutta aperta per me.»
Poi si chinò, la lingua che leccava lungo tutta la fessura, dalla figa al culo, prima di soffermarsi sul clitoride,
succhiandolo tra le labbra con un’intensità che la fece sobbalzare. «Angelo, per l’amor di Dio—»
«Zitta.» La voce di lui era un comando, mentre due dita affondavano dentro di lei, curvandosi per strofinare quel
punto che la faceva impazzire. La lingua continuava a lavorarle il clitoride, veloce, implacabile, mentre l’altra
mano le massaggiava un seno, pizzicandole il capezzolo fino a farle male. «Vieni di nuovo. Vieni sulla mia lingua.»
Michela non poté resistere. L’orgasmo la colpì come un treno, le cosce che tremavano, le dita che si
aggrappavano al bordo della scrivania mentre urlava il suo nome. Angelo non si fermò, leccando ogni goccia di
lei, bevendo il suo piacere come se fosse l’acqua della vita. Solo quando i suoi tremiti cominciarono a placarsi, lui
si rialzò, il mento lucido, gli occhi che bruciavano di desiderio.
«Adesso» disse, la voce roca, mentre si voltava, appoggiando le mani sulla scrivania, il culo offerto a lei.
«Scopami il culo mentre ti lecco la figa. Voglio sentire la tua lingua sulla mia schiena mentre ti faccio venire con
la bocca.»
Michela non ebbe bisogno di altre istruzioni. Si alzò, le gambe ancora tremanti, e si posizionò dietro di lui. Con le
dita tremanti, spalancò le natiche di Angelo, rivelando il buco rosato, già lubrificato dal suo stesso desiderio. Si
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chinò, la lingua che tracciava un percorso dal suo scroto fino all’ano, circolando intorno prima di spingere
dentro, lentamente, sentendolo gemere.
«Cazzo, sì… così, Michela» ansimò lui, mentre lei cominciava a lavorargli il buco con la lingua, preparandolo. Poi,
con un gesto rapido, afferrò il suo cazzo, guidandolo verso l’ingresso stretto. Angelo si spinse indietro, gemendo
mentre la punta affondava dentro di lui, centimetro dopo centimetro, fino a quando non fu completamente
impalato.
«Muoviti» ordinò lui, la voce strozzata. «Scopami come la puttana che sei.»
Michela cominciò a muoversi, i fianchi che si abbassavano e si sollevavano in un ritmo costante, sentendo il culo
di Angelo stringersi attorno al suo cazzo a ogni affondo. Nel frattempo, Angelo aveva ripreso a leccarla, la lingua
che si insinuava tra le sue labbra bagnate, succhiandole il clitoride con una precisione che la faceva vedere le
stelle.
«Dio, Angelo… sto per venire» ansimò lei, le unghie che affondavano nelle sue natiche mentre aumentava il
ritmo, il cazzo che martellava dentro di lui senza pietà.
«Allora vieni» ringhiò lui, la voce soffocata contro la sua figa. «Vieni mentre mi scopi il culo. Voglio sentirti
urlare.»
E Michela obbedì. L’orgasmo la travolse, violento, bruciante, mentre continuava a pompare dentro di lui,
sentendo il suo culo contrarsi attorno al suo membro. Angelo gemette contro di lei, il corpo che si irrigidiva
mentre anche lui veniva, il seme che schizzava sulla scrivania, caldo e appiccicoso.
Per un lungo momento, rimasero così, ansimanti, sudati, i corpi ancora uniti. Poi Angelo si staccò, voltandosi
verso di lei con un sorrisetto compiaciuto. «Domani stesso ora?» chiese, mentre si sistemava i pantaloni.
Michela rise, ancora senza fiato, mentre si aggiustava la gonna. «Solo se prometti di rifarlo ancora più sporco.»
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