La caccia è la preda

di
genere
prime esperienze

Angelo, un predatore esperto, adocchia
Gaia, una vergine ingenua, in una
discoteca. La loro attrazione porta a un
incontro appassionato che cambia tutto.
La notte era calda e appiccicosa, come solo le serate d’estate nella bassa Comasca sapevano essere. L’aria
pesava di umidità, profumo di sudore misto a colonia economica e alcol a buon mercato, mentre le luci
stroboscopiche della discoteca Blue Moon tagliavano l’oscurità come lame affilate. Angelo, con i suoi
sessant’anni portati con una classe che solo chi ha vissuto senza rimorsi può permettersi, si appoggiò al bancone
del bar, un bicchiere di whisky in mano, gli occhi che scrutavano la pista con la calma predatoria di un lupo che
sa già quale agnello scegliere.
Non era lì per ballare. Non era lì per ubriacarsi. Era lì per cacciare.
E poi l’aveva vista.
Gaia aveva diciotto anni, ma ne dimostrava almeno ventuno, con quel corpo sinuoso avvolto in un abito nero
attillato che le aderiva alle curve come una seconda pelle. I capelli scuri, lisci e lucidi, le cadevano sulle spalle in
onde morbide, incorniciando un viso da madonna con labbra carnose, dipinte di un rosso scuro che sembravano
fatte per essere morsicate. Le gambe, lunghe e snelle, terminavano in un paio di stivaletti con il tacco che
facevano sembrare ogni suo passo una promessa. Ma erano gli occhi a tradirla: grandi, scuri, un misto di curiosità
e timidezza che gridava vergine anche a dieci metri di distanza.
Angelo sorseggiò il suo drink, sentendo il liquido bruciare lungo la gola mentre la osservava muoversi a ritmo di
musica, i fianchi che ondeggiavano con una naturalezza che lo fece indurire all’istante. Non era la prima volta che
si godeva una preda così giovane, ma c’era qualcosa in lei che lo attirava più del solito. Forse era quel mix di
innocenza e voglia di peccare che trasudava da ogni suo gesto, o forse era semplicemente il modo in cui le sue
labbra si mordevano quando incrociava il suo sguardo.
Non resistette.
Si staccò dal bancone e si diresse verso di lei, attraversando la folla con la sicurezza di chi sa che il mondo si
sposterà per fargli spazio. Quando fu abbastanza vicino da sentirne il profumo – un mix di vaniglia e qualcosa di
più selvatico, forse il suo stesso eccitamento – si chinò verso il suo orecchio, la voce bassa e roca.
«Sei qui da sola, piccola?»
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Gaia si voltò di scatto, come se fosse stata colpita da una scarica elettrica. I loro corpi quasi si sfiorarono, e
Angelo sentì il calore che emanava da lei, il respiro che le si faceva più corto. «N-no… cioè, sì. Le mie amiche
sono… da qualche parte.» La sua voce era un sussurro tremulo, ma i suoi occhi non si abbassarono. Lo sfidavano,
anche se non ne era consapevole.
Angelo sorrise, un ghigno lento e pericoloso. «Allora lascia che ti offra qualcosa da bere. Non si sa mai quali
pericoli si nascondano in posti come questo.» Le porse la mano, e dopo un attimo di esitazione, lei gliela strinse.
La sua pelle era morbida, quasi vellutata, e quando le loro dita si intrecciarono, Angelo sentì un brivido
percorrergli la schiena. Dio, questa ragazza sarà la mia rovina.
La condusse verso un separé in fondo alla sala, lontano dagli sguardi indiscreti, dove il divanetto di velluto rosso
era abbastanza largo da accogliere entrambi. E altre cose. Gaia si sedette con cautela, le cosce strette l’una
contro l’altra, come se volesse nascondere il tremito che le percorreva. Angelo si accomodò accanto a lei, così
vicino che poteva sentire il battito accelerato del suo cuore.
«Allora, Gaia» – aveva chiesto il suo nome mentre ordinava due vodka tonic – «cosa fa una ragazza come te in
un posto come questo?»
Lei arrossì, ma non distolse lo sguardo. «Potrei chiederti la stessa cosa.»
Angelo rise, una risata profonda che sembrò vibrarle tra le gambe. «Io sono qui per prendere quello che voglio.»
Le passò un dito lungo il braccio, dalla spalla al polso, osservando come la sua pelle si ricopriva di brividi. «E
stasera, voglio te.»
Gaia deglutì. «Io… io non l’ho mai fatto.» Le parole le sfuggirono prima che potesse fermarle, ma invece di
spaventarlo, sembrarono eccitarlo ancora di più.
Angelo si avvicinò, le labbra quasi a sfiorarle l’orecchio. «Lo so, piccola. Si vede.» La sua mano scivolò sulla sua
coscia, risalendo piano sotto l’orlo dell’abito. «Si vede da come ti muovi, da come respiri. Da come stringi le
gambe quando ti guardo.» Le dita trovarono il bordo delle sue mutandine, umide e strette contro la sua carne.
«Sei bagnata solo perché ti parlo, vero?»
Gaia gemette, un suono soffocato, le unghie che si conficcavano nel velluto del divano. «Non… non so cosa mi
stai facendo.»
«Ti sto mostrando cosa vuoi davvero.» Con un movimento fluido, Angelo la spinse all’indietro, facendola
adagiare sul divanetto mentre si posizionava tra le sue gambe. L’abito le si sollevò fino alla vita, rivelando un
perizoma nero così sottile che sembrava quasi inesistente. «Dio, guardati.» Le passò le mani sulle cosce,
aprendole con fermezza. «Sei perfetta. E tutta mia.»
Non le diede il tempo di protestare. Si chinò, la bocca calda che si chiuse sulle sue mutandine, la lingua che
tracciava il contorno della sua figa attraverso il tessuto bagnato. Gaia sobbalzò, un grido strozzato che si perse
nella musica assordante. «Angelo, c-cosa…?»
«Sssh.» Lui le afferrò i fianchi, tenendola ferma mentre iniziava a leccarla con lungimiranza, la punta della lingua
che premeva contro il clitoride gonfio. «Lasciati andare, piccola. Ti farò vedere il paradiso.»
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Gaia non aveva mai sentito nulla di simile. Ogni colpo di lingua era una scarica di piacere puro, che le faceva
contrarre i muscoli e inarcare la schiena. Le sue mani afferrarono i capelli di Angelo, tenendolo contro di sé
mentre i fianchi iniziavano a muoversi da soli, cercando qualcosa di più, qualcosa che non riusciva nemmeno a
immaginare. «Per favore…» supplicò, senza sapere cosa stesse chiedendo.
Angelo sollevò la testa appena abbastanza per guardarla, gli occhi scuri e lucidi di desiderio. «Vuoi che ti scopi,
Gaia? Vuoi che ti riempia questa figa stretta con il mio cazzo?»
Lei annuì, le labbra dischiuse, il respiro affannoso. «Sì. Ti prego, sì.»
Non ci fu bisogno di altre parole.
Angelo si alzò appena, sfilandosi la cintura con un movimento fluido mentre Gaia lo osservava con occhi sgranati.
Quando abbassò la zip dei pantaloni, il suo cazzo saltò fuori, grosso e duro, le vene pulsanti che lo percorrevano
dalla base alla punta lucida di pre-sperma. Gaia lo fissò, ipnotizzata e terrorizzata allo stesso tempo. «È… è
enorme.»
«È tutto per te, piccola.» Angelo si abbassò di nuovo, afferrandole le mutandine con i denti e strappandole via
con un gesto animalesco. Poi, senza preavviso, spinse due dita dentro di lei.
Gaia urlò.
Era stretta. Dio, era stretta da far male. Le sue pareti si chiusero attorno alle sue dita come una morsa, bagnate e
calde, e quando Angelo iniziò a muoverle, curvandole per strofinarle contro quel punto interno che la fece
impazzire, lei iniziò a dimenarsi, i fianchi che si sollevavano dal divano. «Angelo, per favore, ti prego, ho bisogno
di… non so…» Le parole si persero in un gemito quando lui aggiunse un terzo dito, allargandola con lentezza
sadica, preparandola.
«Shhh, piccola. Ora ti do quello che ti serve.» Si posizionò tra le sue gambe, la punta del cazzo che premeva
contro la sua entrata. «Respira. E lasciati prendere.»
Poi, con un’unica spinta decisa, la penetrò.
Il grido di Gaia fu soffocato dalla bocca di Angelo che si chiuse sulla sua, ingurgitando le sue urla mentre la sua
verginità si spezzava sotto di lui. Era stretta, troppo stretta, le pareti della sua figa che si contraevano attorno al
suo cazzo come se volessero strozzarlo, e per un momento Angelo dovette fermarsi, i muscoli tesi per il
controllo, mentre lei piangeva contro le sue labbra, le unghie che gli graffiavano le spalle.
«Cazzo, Gaia…» ansimò, la voce rotta. «Sei… perfetta.»
Poi iniziò a muoversi.
All’inizio furono spinte lente, misurate, per permetterle di abituarsi alla sua grandezza, ma presto il ritmo
divenne più insistente, i fianchi di Angelo che si scontrarono contro i suoi con colpi secchi e profondi. Ogni
affondo la faceva gemere, i seni che rimbalzavano ad ogni spinta, i capezzoli duri come sassi sotto il tessuto
dell’abito. «Dio, sì… così, Angelo, così…»
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«Sei mia» ringhiò lui, afferrandole i fianchi con forza, lasciandole i segni delle dita sulla pelle. «Questa figa è mia.
Questo culo è mio. Tu. Sei. Mia.»
Gaia non rispose a parole. Invece, le sue gambe si avvolsero attorno alla sua vita, i talloni che gli premevano
contro il culo, spingendolo più a fondo, come se volesse che lui la squarciasse in due. «Di più… ti prego, di più…»
Angelo non aveva bisogno di altri incoraggiamenti.
La prese con foga, il divanetto che scricchiolava sotto di loro, i loro corpi che si scontrarono in un ritmo
selvaggio. Ogni volta che la penetrava, Gaia sentiva il suo cazzo sfregare contro quel punto dentro di lei che la
faceva vedere le stelle, e quando lui abbassò una mano tra di loro, le dita che le strofinavano il clitoride con
precisione, sentì qualcosa dentro di sé spezzarsi.
«Sto per… sto per…» Le parole si persero in un grido quando l’orgasmo la travolse, le pareti della sua figa che si
contraevano attorno al cazzo di Angelo, strizzandolo, milkandolo, mentre lui continuava a fotterla senza pietà, i
muscoli delle braccia tesi per lo sforzo di trattenersi.
«Cazzo, Gaia, sto per venire…»
Le afferrò i capelli, tirandole indietro la testa mentre si spingeva dentro di lei un’ultima volta, così a fondo che lei
sentì le sue palle premere contro il suo culo. Poi, con un ruggito, venne, il suo sperma che le riempiva la figa a
fiotti caldi e densi, marcandola, reclamandola.
Gaia collassò contro il divano, il corpo tremante, le gambe ancora avvolte attorno a lui, mentre Angelo si lasciava
cadere sopra di lei, il respiro affannoso contro il suo collo. «Sei mia ora» mormorò, le labbra che le sfioravano la
pelle sudata. «E non ti lascerò andare mai più.»
Fu in quel momento, mentre il suo cazzo ancora pulsava dentro di lei, che Gaia capì una cosa: non era solo sesso.
Era l’inizio di qualcosa di molto, molto più granDi
scritto il
2026-02-06
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