Weekend al mare

di
genere
trio

Il tramonto a Cala dell’Ombra Bianca si scioglieva. Colava sull’acqua come miele dorato, avvolgendo i corpi di Tommaso, Marco e Giulia in una luce che proiettava lunghe ombre. Camminavano lungo la riva, i piedi affondati nella sabbia tiepida. Tommaso indossava un costume largo che gli pendeva dai fianchi.
L’aria era calda, impregnata di salsedine. Giulia avanzava con la canotta bagnata incollata al torace, i capezzoli turgidi che disegnavano promesse sotto il cotone sottile. Camminava come se ogni passo fosse una carezza all’aria. Marco, invece, marciava davanti. Spalle larghe, schiena nuda lucida, il costume basso a rivelare la curva dei glutei tesi, levigati come marmo.

Tornati all'accampamento, lei si chinò a raccogliere il telo svolazzante. Il tessuto si arrese tra le sue dita con un fruscio morbido. Tommaso fissò senza volerlo il triangolo scuro che si intravedeva sotto il costume, che sembrava aspettarlo da sempre. Il respiro gli si accorciò. Sentì il sangue affluire al basso ventre, un’onda calda che gli irrigidì i muscoli e gli fece pulsare le tempie.
Dietro di loro, Marco. Tommaso lo sentì sulla nuca come un tocco fantasma.

Verso le otto, dopo una cena consumata in fretta tra le risate, montarono le tende vicino alle dune. Giulia si rese conto che la sua tenda era rotta e non avrebbe potuto usarla. Il fuoco crepitava, lingue dorate che leccavano l’aria tiepida, proiettando ombre tremolanti sui corpi ancora caldi di sole. Negli occhi di ognuno brillava più del riflesso delle fiamme: lucidi, carichi di sottintesi che nessuno osava ancora nominare. Tommaso teneva le ginocchia strette al petto, le dita affondate nella stoffa dei pantaloncini, come a trattenersi. Marco, disteso su un fianco, giocherellava con un rametto, ma lo sguardo non abbandonava mai Giulia.
Poi lei parlò. Con un’alzata di spalle e un sorriso: «La mia tenda è strappata. Vengo da voi. Dormiremo stretti.»
Tommaso deglutì. Marco rise.
«Stretti? Con te, Giulia, è sempre pericoloso.»
Lei si voltò appena. Gli occhi verdi, accesi come fosforo nell’oscurità, lo fissarono con una luce che non chiedeva permesso.
«Pericoloso… per chi?»
Il vento sollevò un lembo della sua canotta, rivelando un tratto di pelle liscia, ancora umida. Tommaso inspirò, come se qualcosa dentro di lui avesse già cominciato a muoversi senza il suo consenso. Marco si alzò in un gesto fluido, i muscoli della schiena che si tendevano sotto la luce tremolante.

Nella tenda, la torcia tremolava appoggiata al picchetto centrale, proiettando ombre che si contorcevano sul tessuto come corpi in movimento, avvinghiati e già in preda a un desiderio che non aveva ancora nome. Marco abbassò i pantaloncini, li lasciò cadere ai suoi piedi senza fretta. «Troppo caldo» disse, la voce bassa, come se il calore non venisse dall’aria ma da dentro. Restò in slip, il pacco teso come un arco carico, pronto a scoccare. La stoffa sottile aderiva a un volume impossibile da ignorare: lungo, spesso, pulsante. Un profilo che bruciava nell’oscurità. Le vene affioravano sotto il tessuto, e il glande, già gonfio, disegnava una punta netta, quasi minacciosa.
Tommaso distolse lo sguardo.
Giulia, accovacciata vicino all’imboccatura della tenda, si voltò. Non disse nulla. Si limitò a sfilarsi la canotta umida. Poi con un movimento fluido, slacciò il reggiseno e lo lasciò cadere sul telo rivelando i seni piccoli, i capezzoli scuri e duri come chicchi di caffè. Oscillarono appena, pesanti come frutti maturi pronti a essere colti e il chiarore della torcia li accarezzò con una luce liquida, dorata. Il suo sguardo incontrò quello di Tommaso per invitarlo a guardare.

Marco si avvicinò a lei, le mani sui fianchi stretti, il respiro che si faceva più profondo. «Non hai freddo?» le chiese. Era un pretesto per toccarla. Lei scosse la testa. «Mai con te vicino.»
E quando Marco le sfiorò un capezzolo con il pollice, Giulia emise un sospiro appena udibile…
Marco non si mosse, ma il suo sguardo scese lungo il corpo di Giulia con la precisione di una carezza. Poi, con un gesto quasi casuale, allungò una mano e le sfiorò la curva dell’anca. Lei non si ritrasse. Anzi, inclinò appena il bacino verso di lui, come un invito muto.
«Sei bagnata?» le chiese, la voce bassa.
Giulia sorrise, senza rispondere.
Si voltò verso Tommaso, che era rimasto immobile, le ginocchia piegate, le mani strette intorno alle caviglie. «E tu?» gli domandò dolce. «Hai paura di guardare?»
Tommaso deglutì. Il cuore gli martellava nelle tempie e il calore tra le gambe montava, inarrestabile, come un fuoco acceso da mani che non erano le sue. Il rigonfiamento nei pantaloncini era ormai evidente, impossibile da nascondere. Arrossì, ma non distolse lo sguardo.
«Tu tremi» disse, dolce, quasi materna. «Perché tremi?»
E in quel momento, Tommaso capì che non sarebbe più riuscito a fingere. Non con lei. Non con loro. Non con quel calore che gli divorava le viscere, implacabile, ineluttabile. La diga stava per cedere. E lui non voleva più trattenerla.
Poi Giulia parlò, voce bassa, quasi un soffio che sfiorava l’orecchio: «Marco… ce l’hai davvero così grosso come sembra?»
Lui rise, ma questa volta la risata era una lama che tagliava il silenzio. Si passò una mano lungo il fianco, lento, deliberato, prima di rispondere: «Te lo mostro se vuoi.»

Il cazzo di Marco si drizzò senza chiedere il permesso, la cappella già fuori dall’elastico degli slip, gonfia, scura, lucida d’umore, come se avesse fiutato l’aria carica di desiderio prima ancora che i pensieri si formassero. Le vene serpeggiavano lungo il fusto, tese come corde, e il prepuzio si era ritratto appena, rivelando la punta umida.
Anche il cazzo di Tommaso s’indurì, il glande teso e pulsante come un cuore, battente al ritmo di un’urgenza che non poteva più ignorare. Il tessuto dei pantaloncini gli segava la pelle, troppo stretto per contenere quel rigonfiamento. Arrossì, le guance in fiamme, e pregò che l’oscurità lo nascondesse… ma sapeva, nel profondo, che ormai non c’era più niente da nascondere, né a loro, né a se stesso.
Giulia non distolse lo sguardo. Anzi, fece un passo avanti, i seni nudi che oscillavano appena, i capezzoli scuri e turgidi come se avessero sentito il calore dei due corpi tesi intorno a lei. Si inginocchiò lentamente. La sua mano sfiorò prima la coscia di Marco, poi scese, fermandosi a un soffio dal suo cazzo. Marco trattenne il fiato. Lei sorrise.
Poi, con un gesto fluido, allungò l’altra mano verso Tommaso. Le dita gli sfiorarono il rigonfiamento nei pantaloncini. Lui sussultò, il respiro spezzato in gola. Non si mosse. Non osò. Sentì il calore della mano di lei che premeva appena, abbastanza da farlo pulsare ancora di più, abbastanza da farlo gemere in silenzio. Il profumo di vaniglia lo avvolse, inebriante.

Fuori il vento soffiava tra le dune. Dentro il tempo si era fermato. E quando Giulia finalmente chiuse le dita intorno al cazzo di Marco, Tommaso capì che non voleva più tornare indietro.
Fu allora che Giulia si alzò. Lentamente. Con la schiena curva e i fianchi che ondeggiavano appena, si sfilò gli slip con un movimento sinuoso, quasi una danza nello spazio stretto della tenda. Il tessuto scivolò via con un lieve fruscio, rivelando un monte di Venere perfettamente curato e le grandi labbra già gonfie, lucide di umori sotto la luce tremolante della torcia.
Con il culo sfiorò Marco. Lui reagì d’istinto: una spinta leggera, ma ferma, contro le natiche, come a reclamare ciò che già gli apparteneva. Lei perse l’equilibrio, e le tette, morbide e pesanti, oscillarono in un arco perfetto prima di sbatterle dritte in faccia a Tommaso. Il contatto fu caldo e inebriante: capezzoli turgidi come pietra premevano contro la sua guancia, mentre il profumo di vaniglia gli invase le narici.
Tommaso non si mosse. Non poté. Il cuore martellava contro le costole, e tra le gambe il membro pulsava come un cuore, già disperato.
Giulia non si ritrasse. Anzi, premette appena il seno contro di lui, facendo scivolare un capezzolo lungo la linea della mascella. Poi, con un sospiro roco, mormorò: «Non hai mai toccato una donna?»
Tommaso, ancora con le tette di Giulia premute sul viso, non resistette. Leccò, poi succhiò un capezzolo scuro tra le labbra, sentendolo indurirsi come pietra viva. Le dita dell’altra mano strinsero l’altro seno, lo strinsero con tenerezza, quasi a chiedere scusa per il desiderio che non riusciva più a trattenere.

Marco, intanto, aveva allungato una mano e ora le accarezzava l’interno coscia, risalendo piano verso il pube. Le dita sfiorarono le labbra gonfie, umide, e Giulia emise un gemito basso, quasi animale.
La mano di Marco affondò leggermente, due dita che si insinuarono nella fessura con una lentezza crudele.
Con un gesto goffo, Tommaso abbassò i pantaloncini. Il cazzo, già rigido e pulsante, scattò fuori come liberato da una morsa. Giulia sorrise.
Fu allora che tutto esplose.
Marco le allargò le natiche con le mani e affondò la lingua nella sua fessura, calda come il mare a mezzanotte, salata e viva, già lucida di umori. La lingua si insinuò tra le grandi labbra gonfie, risalì fino al clitoride turgido e lo succhiò con una pressione che strappò a Giulia un gemito soffocato, che le morì in gola.
Le anche di lei si mossero, spingendo indietro, cercando di più, sempre di più.
Tommaso non riusciva a distogliere lo sguardo. Il cazzo gli pulsava, duro come pietra, il glande teso.
Giulia intanto si voltò, gli occhi verdi lucidi di desiderio, e gli tese una mano. «Vieni qui» disse, la voce bassa, roca, quasi un ordine.
Lui esitò un istante poi si alzò in piedi, le gambe malferme. Marco non smise di leccarla. Anzi, infilò due dita nella sua vagina, bagnata e calda, e le mosse con un ritmo lento, deliberato, mentre la lingua continuava a tormentare il clitoride. Giulia inarcò la schiena, un brivido le percorse la pelle.
Tommaso si inginocchiò accanto a lei. La mano di Giulia gli afferrò il polso, lo guidò tra le sue cosce. «Tocca» gli sussurrò all’orecchio, il fiato caldo che gli accarezzava il lobo.
Le sue dita sfiorarono la fessura umida, scivolando sulle labbra gonfie, sul clitoride pulsante. Il contatto fu elettrico.
Giulia afferrò con mano sicura il cazzo di Tommaso e cominciò a masturbarlo con furia silenziosa, poi lo guidò verso il suo seno. Il glande sfiorò un capezzolo e lui emise un suono gutturale, quasi un lamento.
Giulia se ne accorse. Si abbassò senza una parola. Aprì la bocca e inghiottì il cazzo di Tommaso fino in fondo. La gola si arrese, cedette accogliendolo come se lo avesse sempre saputo fare. La lingua gli sfiorò il frenulo, mentre una mano gli stringeva i testicoli con delicatezza.
Dietro di lei, Marco non si mosse, ma il suo respiro era cambiato. Le dita sfiorarono la schiena nuda di Giulia, tracciando una linea dal collo fino al solco tra le natiche. Lei spinse il bacino indietro, offrendosi.
Tommaso sentì la bocca di Giulia che lo succhiava con dedizione, il profumo di vaniglia che gli invadeva le narici, il calore del corpo di lei che lo avvolgeva come una seconda pelle. Il cazzo pulsava, gonfio. Ogni colpo era un passo verso un abisso da cui non voleva tornare.
Marco abbassò la voce, vicino al suo orecchio: «Vuoi che ti scopi?»
Lei non rispose. Si limitò a inarcare la schiena.
A gattoni, Giulia ansimava ad ogni respiro, spezzato dal cazzo di Marco che la riempiva fino all’utero, come un’onda che non vuole ritirarsi. Il suo corpo si tendeva a ogni affondo, le natiche tonde che fremevano sotto le mani di lui, le cosce tremanti per lo sforzo di restare ferma mentre veniva montata con una precisione crudele.
Nello stesso istante, il cazzo di Tommaso le martellava la gola, duro e ritmato, costringendola a gemere in un soffio strozzato. La bocca, calda e avida, lo accoglieva fino alla radice, le labbra strette intorno all’asta pulsante, il mento lucido di saliva.
Marco le appoggiò il pollice sul buchetto del culo, liscio, stretto, e cominciò a massaggiarlo con pressione costante. Poco a poco, la carne cedette. Si aprì. Quanto bastava per far capire che poteva prenderne di più… e che lo voleva.
Tommaso, con una mano, le afferrò i capelli per guidarla, per sentirla respirare intorno al suo cazzo, per vederla arrendersi senza parole. Lei non oppose resistenza. Anzi, spinse indietro il bacino verso Marco e, nello stesso movimento, ingoiò più a fondo Tommaso, fino a sentire i peli pubici contro le labbra.
Il calore era ovunque: il sudore che le imperlava la schiena, il sapore salato del cazzo in bocca, il profumo acre del sesso che si mescolava alla vaniglia del suo olio sulla pelle.
Lui sputò sul pollice, lo premette di nuovo, questa volta con decisione. Lo sfintere cedette con un sospiro, un piccolo cedimento di carne che lo accolse fino alla nocca. Giulia emise un verso strozzato, le dita che si conficcavano nella stoffa del telo sotto di lei.
Tommaso rallentò il ritmo, osservando. Il cazzo pulsava nella sua bocca.
Proseguirono a lungo, un balletto senza musica, fatto di respiri spezzati, carne che scivola su carne, spinte che si rispondono come onde.

Poi Giulia venne.
Un fiotto caldo e denso le sgorgò tra le cosce, inzuppando i materassini sotto di lei come un lago. Il corpo si arcuò all’improvviso, teso come un arco al massimo della tensione, prima di crollare esausta, aperta, ancora scossa da brividi che le risalivano lungo la schiena fino alla nuca.
Marco non smise. Anzi, affondò con più decisione, le mani strette sui suoi fianchi, il pene che scavava in profondità come a voler raggiungere qualcosa oltre l’utero. Giulia gemette, un suono strozzato, quasi un lamento, e allungò una mano indietro per afferrargli il polso.
Tommaso non aveva smesso di accarezzarle i seni, le dita che pizzicavano i capezzoli turgidi, ormai lucidi di sudore. Poi, con un gesto lento, fece scivolare la mano lungo il ventre di lei, fino a sfiorare il clitoride ancora pulsante. Giulia sussultò.
«Ancora…» mormorò, la voce rotta, gli occhi chiusi.
Marco grugnì, le morse la spalla abbastanza da farla gridare. Tommaso, allora, le infilò due dita nella vagina, calda e bagnata, e cominciò a muoverle in cerchi lenti, mentre con il pollice premeva sul clitoride gonfio.
Lei venne di nuovo.
Questa volta con un urlo sordo, le unghie che affondavano nel tessuto, le cosce che tremavano intorno alle dita di Tommaso e al cazzo di Marco. Il secondo orgasmo la travolse come un’onda improvvisa, più violento, più profondo, e le strappò ogni parvenza di controllo.

Si rannicchiò un attimo, ansimante, il petto che si alzava e abbassava come dopo una corsa. Poi si voltò. Gli occhi lucidi di soddisfazione fissarono i due uomini con una luce che non ammetteva repliche.
«Inginocchiatevi. L’uno accanto all’altro.»
Tommaso obbedì subito, le ginocchia che affondavano nel telo umido, ancora caldo dei loro corpi. Marco esitò un istante prima di avere quel sorriso che sapeva di sfida e complicità. Si inginocchiò al suo fianco. I loro corpi sudati si sfiorarono appena; i respiri, sincopati, si mescolarono nell’aria densa della tenda, carica di sale e desiderio.
«Segatevi. L’uno il cazzo dell’altro. Forza!»
La mano di Tommaso scattò verso il membro di Marco, lungo, venoso, pulsante come un motore acceso. Lo strinse. Lo masturbò con lentezza, con curiosità, con una tenerezza che non sapeva di possedere… e che lo sorprese più del desiderio stesso.
Marco emise un verso gutturale, la testa rovesciata all’indietro, tesa come una corda pronta a spezzarsi. Poi fu il suo turno. La sua mano grande, calda, avvolse il cazzo di Tommaso, lo strinse con decisione, ogni vena che rispondeva al tocco con un fremito visibile.
Giulia si avvicinò in silenzio. Si mise di fronte a loro, le cosce aperte, il monte di Venere liscio e lucido di umori. Si chinò appena, afferrò i polsi di entrambi e guidò le loro mani, sincronizzando il ritmo. «Più forte» sussurrò, la voce roca di piacere.
Tommaso sentì il cazzo di Marco gonfiarsi nella sua stretta, duro come pietra, caldo come il sole al tramonto. Il suo, a sua volta, rispose al tocco di Marco con un’urgenza che non poteva più trattenere. Il respiro gli si spezzò in gola. Il cuore che martellava.
Quando vennero, il seme caldo di entrambi schizzò in un arco simultaneo, atterrando sulle tette di Giulia. Lei non si mosse. Li guardava, immobile, con un sorriso da predatrice sazia, gli occhi verdi accesi come braci nell’oscurità.
Tommaso ansimò, il corpo scosso da un tremito che partiva dalle viscere. Marco emise un grugnito basso, quasi animale, e lasciò ricadere la fronte sul petto di Tommaso, il respiro bollente sulla sua pelle.

Dormirono abbracciati, il respiro sincronizzato come onde che accarezzano la sabbia. Le mani si intrecciavano senza bisogno di parole; il calore dei corpi si fondeva con il respiro del mare, lento e costante oltre la tenda. Fuori, le stelle brillavano fredde, distanti. Dentro, tutto era caldo. Vivo.
Tommaso chiuse gli occhi. Non era più il ragazzo che arrossiva se qualcuno gli sfiorava il polso.
E sapeva che non sarebbe finita lì. Giulia lo sapeva. Marco lo sapeva. E lui… lo voleva.

Il vento riprese a soffiare tra le dune, sollevando un lembo della tenda e facendo tremolare la torcia.
Nessuno parlò. Non ce n’era bisogno. Le parole erano state consumate nel fuoco della notte, bruciate nei gemiti e nelle spinte.
Giulia sollevò una gamba e la posò su quella di Tommaso, il piede che cercava istintivamente il calore del suo polpaccio.
E mentre il mare continuava a respirare fuori, e le stelle osservavano in silenzio, Tommaso capì che non era più uno spettatore. Era parte di qualcosa di più grande di quanto avesse mai immaginato. E non aveva alcuna intenzione di lasciarlo andare.

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scritto il
2026-02-07
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