Sessione estrema
di
Marcela1979
genere
sadomaso
Mi chiamo Marcela. Ho ventisette anni. Capelli neri lunghissimi che mi scivolano fino al culo come seta sporca, tette pesanti che pesano, ballano e sbattono dolorosamente a ogni movimento forzato, e una fica che ormai non mi appartiene più: traditrice, gonfia, sempre bagnata, sempre pronta a cedere.
Entro nella stanza e l’aria stessa mi sembra densa di violenza in attesa. Le luci al neon fredde mi trafiggono la pelle nuda come lame. Quattro uomini mascherati, immobili. Silenzio assoluto. Solo il ronzio basso di qualcosa di elettrico da qualche parte e il mio respiro che già trema.
Mi afferrano senza una parola. Mi sbattono di schiena contro il muro gelido. Braccia tirate violentemente sopra la testa, polsi schiacciati in cinghie di cuoio spesso che subito mordono fino a far uscire piccole gocce di sangue. Gambe spalancate al limite estremo del tendine, caviglie bloccate a staffe d’acciaio piantate nel pavimento. La fica spalancata, le grandi labbra già tumefatte e lucide, il clitoride che sporge fuori dal cappuccio come se implorasse di essere massacrato. Sono esposta. Sono carne da lavoro. Sono un bersaglio vivo.
Il primo impugna il tubo. Lama d’acqua industriale. Diametro del getto minuscolo, pressione da 200 bar. Sembra un ago d’acciaio liquido.
Prima il viso. Il getto mi colpisce le labbra semiaperte, le schiude a forza, mi entra in bocca come uno stupro d’acqua gelida. Mi riempie la gola, mi soffoca, mi fa tossire e sputare mentre l’acqua continua a spingere. Non riesco a chiudere la bocca. Gli angoli delle labbra si spaccano leggermente.
Poi i capezzoli. Li centra uno alla volta con precisione chirurgica. Ogni colpo è un’esplosione di dolore bianco. Diventano subito viola scuro, gonfi, duri come sassi rotti. Ogni impatto mi strappa un urlo che si perde nel rumore assordante dell’acqua. Le tette ballano selvagge, sbattono l’una contro l’altra, il dolore si irradia fino alla spina dorsale.
E poi arriva alla fica. Il getto centra il clitoride scoperto come un proiettile di precisione. Non lo accarezza. Lo trafigge. Penetra tra le labbra, forza l’ingresso, scava dentro le pareti interne con una violenza inimmaginabile. È come se qualcuno mi stesse scopando l’utero con un getto di fuoco gelido.
Le cosce tremano incontrollabili. Il bacino si contrae a scatti. Sento l’orgasmo arrivare inesorabile, violento, animalesco. Il primo squirting esplode dopo nemmeno dieci secondi: un fiotto caldo e potente che schizza in avanti per quasi due metri, colpisce il pavimento con rumore di pioggia sporca.
«Già così bagnata, troia del cazzo» ringhia uno dietro la maschera.
Non staccano il getto. Mentre l’acqua continua a martoriarmi il clitoride ormai viola e ipersensibile, un altro mi preme un bullet vibrante direttamente sulla punta nuda del nervo. Lo schiaccia con forza brutale, immobile, senza pietà. Le vibrazioni ad altissima frequenza si scontrano con il getto d’acqua in una guerra dentro di me.
Il terzo arriva con l’arma finale: Il massaggiatore nero più grosso che abbia mai visto. Spesso come un polso, venature in rilievo, superficie quasi aggressiva. Me lo infila dentro senza una goccia di lubrificante. La fica si apre con uno schiocco bagnato osceno, le pareti urlano mentre vengono costrette ad allargarsi oltre ogni limite ragionevole. Lo accende direttamente al massimo.
Vibrazioni brutali + getto d’acqua ad alta pressione + bullet sul clitoride. Tre forze che si odiano e si moltiplicano dentro il mio corpo.
Urlo fino a perdere la voce. La gola si chiude, si riapre, si richiude. Squirting dopo squirting, fiotti violenti, interminabili. Bagnano le gambe degli uomini, il pavimento, i loro cazzi già duri che spingono contro i pantaloni. Perdo il controllo della vescica. Piscio mescolando tutto. Un lago caldo, sporco, umiliante sotto di me. Le lacrime nere di mascara mi rigano il viso fino al mento. Il corpo è un relitto che trema, si contrae, esplode, implora e odia allo stesso tempo.
Mi staccano dal muro solo quando i miei urli diventano singhiozzi rotti, quando le gambe non mi reggono più e il corpo pende dalle cinghie come carne morta.
Mi buttano a terra. A quattro zampe su un materassino di plastica sporco e appiccicoso. Polsi e caviglie incatenati corti, impossibilitata a muovermi di un centimetro. Culo spinto in alto, schiena spezzata in un arco innaturale, fica e buco del culo spalancati, colanti, pulsanti, rotti.
Uno mi afferra i capelli alla radice. Tira indietro con violenza. Il suo cazzo entra in gola senza preparazione, senza pietà. Fino alle palle in un colpo solo. La gola si dilata brutalmente, i conati arrivano a ondate, saliva densa cola in fili dal mento, lacrime bruciano gli occhi. Mi scopa la faccia come se volesse rompermi la mandibola.
Contemporaneamente gli altri due entrano. Uno nella fica fradicia e aperta, fino in fondo con un colpo secco che mi fa vedere bianco. L’altro nel culo, a secco, senza preavviso, senza preparazione. Sento le pareti posteriori strapparsi leggermente, il bruciore mi fa inarcare ancora di più.
Tre cazzi che mi riempiono ogni buco contemporaneamente. Ogni spinta sincronizzata mi fa sobbalzare come una bambola di pezza rotta. Le tette sbattono violentemente sotto di me. Vengo ancora. Svengo per qualche secondo con il cazzo ancora in gola fino alle palle, corpo percorso da spasmi violenti. Quando mi riprendo il dolore è già estasi pura, il limite è già stato sfondato da un pezzo.
Mi slegano e mi trascinano al centro del materasso lurido. Quattro cazzi duri, gonfi, pulsanti, lucidi di saliva e umori.
Il primo mi sfonda il culo fino alle palle con un colpo solo. Il secondo si sdraia sotto di me. Due cazzi insieme. Mi stirano. Sento le pareti bruciare, lacerarsi, allargarsi in modo osceno. La fica continua a colare, a pulsare, a stringere avida.
Il terzo mi afferra la testa con entrambe le mani e mi scopa la gola senza ritegno, soffocandomi fino al punto in cui vedo nero ai lati del campo visivo.
Il quarto mi tortura il clitoride con due dita mentre gli altri tre mi usano come un unico buco multiplo da riempire e distruggere.
Vengono uno dopo l’altro.
Quello che mi trapana il culo esce e si infila anche lui nella fica. I due vengono insieme, pompando sperma denso e caldo dentro di me fino a far traboccare tutto, rivoli bianchi densi che mi colano lungo le cosce in quantità indecenti. Quello che ha il suo cazzo nella mia gola mi tiene la testa inchiodata e scarica direttamente nello stomaco. Tossisco, ingoio a fatica, tossisco ancora, sperma che mi esce dal naso.
Crollo. Il corpo è un campo di battaglia. Tremori residui, orgasmi fantasma che mi attraversano ogni 20-30 secondi. La fica pulsa vuota e piena allo stesso tempo, distrutta. Il culo brucia come se ci avessero infilato un ferro rovente. La gola è carta vetrata. Sperma ovunque: sul viso, nei capelli lunghissimi appiccicati, tra le tette pesanti, dentro ogni buco, sulle cosce, sul pavimento.
Sorrido. Un sorriso spezzato, gonfio, bagnato di sperma e lacrime, completamente estatico.
Non sono più Marcela. Sono un orifizio. Sono piacere liquefatto. Sono la loro puttana perfetta, rotta e ricostruita per volere solo questo.
E dentro la testa, una sola cosa pulsa più forte di tutto il dolore:
Voglio ancora. Voglio di più. Voglio che mi spezzino fino a non esistere più. Fino all’ultima stilla di dignità, fino all’ultima fibra di resistenza.
Ancora. Sempre. Fino alla fine.
Entro nella stanza e l’aria stessa mi sembra densa di violenza in attesa. Le luci al neon fredde mi trafiggono la pelle nuda come lame. Quattro uomini mascherati, immobili. Silenzio assoluto. Solo il ronzio basso di qualcosa di elettrico da qualche parte e il mio respiro che già trema.
Mi afferrano senza una parola. Mi sbattono di schiena contro il muro gelido. Braccia tirate violentemente sopra la testa, polsi schiacciati in cinghie di cuoio spesso che subito mordono fino a far uscire piccole gocce di sangue. Gambe spalancate al limite estremo del tendine, caviglie bloccate a staffe d’acciaio piantate nel pavimento. La fica spalancata, le grandi labbra già tumefatte e lucide, il clitoride che sporge fuori dal cappuccio come se implorasse di essere massacrato. Sono esposta. Sono carne da lavoro. Sono un bersaglio vivo.
Il primo impugna il tubo. Lama d’acqua industriale. Diametro del getto minuscolo, pressione da 200 bar. Sembra un ago d’acciaio liquido.
Prima il viso. Il getto mi colpisce le labbra semiaperte, le schiude a forza, mi entra in bocca come uno stupro d’acqua gelida. Mi riempie la gola, mi soffoca, mi fa tossire e sputare mentre l’acqua continua a spingere. Non riesco a chiudere la bocca. Gli angoli delle labbra si spaccano leggermente.
Poi i capezzoli. Li centra uno alla volta con precisione chirurgica. Ogni colpo è un’esplosione di dolore bianco. Diventano subito viola scuro, gonfi, duri come sassi rotti. Ogni impatto mi strappa un urlo che si perde nel rumore assordante dell’acqua. Le tette ballano selvagge, sbattono l’una contro l’altra, il dolore si irradia fino alla spina dorsale.
E poi arriva alla fica. Il getto centra il clitoride scoperto come un proiettile di precisione. Non lo accarezza. Lo trafigge. Penetra tra le labbra, forza l’ingresso, scava dentro le pareti interne con una violenza inimmaginabile. È come se qualcuno mi stesse scopando l’utero con un getto di fuoco gelido.
Le cosce tremano incontrollabili. Il bacino si contrae a scatti. Sento l’orgasmo arrivare inesorabile, violento, animalesco. Il primo squirting esplode dopo nemmeno dieci secondi: un fiotto caldo e potente che schizza in avanti per quasi due metri, colpisce il pavimento con rumore di pioggia sporca.
«Già così bagnata, troia del cazzo» ringhia uno dietro la maschera.
Non staccano il getto. Mentre l’acqua continua a martoriarmi il clitoride ormai viola e ipersensibile, un altro mi preme un bullet vibrante direttamente sulla punta nuda del nervo. Lo schiaccia con forza brutale, immobile, senza pietà. Le vibrazioni ad altissima frequenza si scontrano con il getto d’acqua in una guerra dentro di me.
Il terzo arriva con l’arma finale: Il massaggiatore nero più grosso che abbia mai visto. Spesso come un polso, venature in rilievo, superficie quasi aggressiva. Me lo infila dentro senza una goccia di lubrificante. La fica si apre con uno schiocco bagnato osceno, le pareti urlano mentre vengono costrette ad allargarsi oltre ogni limite ragionevole. Lo accende direttamente al massimo.
Vibrazioni brutali + getto d’acqua ad alta pressione + bullet sul clitoride. Tre forze che si odiano e si moltiplicano dentro il mio corpo.
Urlo fino a perdere la voce. La gola si chiude, si riapre, si richiude. Squirting dopo squirting, fiotti violenti, interminabili. Bagnano le gambe degli uomini, il pavimento, i loro cazzi già duri che spingono contro i pantaloni. Perdo il controllo della vescica. Piscio mescolando tutto. Un lago caldo, sporco, umiliante sotto di me. Le lacrime nere di mascara mi rigano il viso fino al mento. Il corpo è un relitto che trema, si contrae, esplode, implora e odia allo stesso tempo.
Mi staccano dal muro solo quando i miei urli diventano singhiozzi rotti, quando le gambe non mi reggono più e il corpo pende dalle cinghie come carne morta.
Mi buttano a terra. A quattro zampe su un materassino di plastica sporco e appiccicoso. Polsi e caviglie incatenati corti, impossibilitata a muovermi di un centimetro. Culo spinto in alto, schiena spezzata in un arco innaturale, fica e buco del culo spalancati, colanti, pulsanti, rotti.
Uno mi afferra i capelli alla radice. Tira indietro con violenza. Il suo cazzo entra in gola senza preparazione, senza pietà. Fino alle palle in un colpo solo. La gola si dilata brutalmente, i conati arrivano a ondate, saliva densa cola in fili dal mento, lacrime bruciano gli occhi. Mi scopa la faccia come se volesse rompermi la mandibola.
Contemporaneamente gli altri due entrano. Uno nella fica fradicia e aperta, fino in fondo con un colpo secco che mi fa vedere bianco. L’altro nel culo, a secco, senza preavviso, senza preparazione. Sento le pareti posteriori strapparsi leggermente, il bruciore mi fa inarcare ancora di più.
Tre cazzi che mi riempiono ogni buco contemporaneamente. Ogni spinta sincronizzata mi fa sobbalzare come una bambola di pezza rotta. Le tette sbattono violentemente sotto di me. Vengo ancora. Svengo per qualche secondo con il cazzo ancora in gola fino alle palle, corpo percorso da spasmi violenti. Quando mi riprendo il dolore è già estasi pura, il limite è già stato sfondato da un pezzo.
Mi slegano e mi trascinano al centro del materasso lurido. Quattro cazzi duri, gonfi, pulsanti, lucidi di saliva e umori.
Il primo mi sfonda il culo fino alle palle con un colpo solo. Il secondo si sdraia sotto di me. Due cazzi insieme. Mi stirano. Sento le pareti bruciare, lacerarsi, allargarsi in modo osceno. La fica continua a colare, a pulsare, a stringere avida.
Il terzo mi afferra la testa con entrambe le mani e mi scopa la gola senza ritegno, soffocandomi fino al punto in cui vedo nero ai lati del campo visivo.
Il quarto mi tortura il clitoride con due dita mentre gli altri tre mi usano come un unico buco multiplo da riempire e distruggere.
Vengono uno dopo l’altro.
Quello che mi trapana il culo esce e si infila anche lui nella fica. I due vengono insieme, pompando sperma denso e caldo dentro di me fino a far traboccare tutto, rivoli bianchi densi che mi colano lungo le cosce in quantità indecenti. Quello che ha il suo cazzo nella mia gola mi tiene la testa inchiodata e scarica direttamente nello stomaco. Tossisco, ingoio a fatica, tossisco ancora, sperma che mi esce dal naso.
Crollo. Il corpo è un campo di battaglia. Tremori residui, orgasmi fantasma che mi attraversano ogni 20-30 secondi. La fica pulsa vuota e piena allo stesso tempo, distrutta. Il culo brucia come se ci avessero infilato un ferro rovente. La gola è carta vetrata. Sperma ovunque: sul viso, nei capelli lunghissimi appiccicati, tra le tette pesanti, dentro ogni buco, sulle cosce, sul pavimento.
Sorrido. Un sorriso spezzato, gonfio, bagnato di sperma e lacrime, completamente estatico.
Non sono più Marcela. Sono un orifizio. Sono piacere liquefatto. Sono la loro puttana perfetta, rotta e ricostruita per volere solo questo.
E dentro la testa, una sola cosa pulsa più forte di tutto il dolore:
Voglio ancora. Voglio di più. Voglio che mi spezzino fino a non esistere più. Fino all’ultima stilla di dignità, fino all’ultima fibra di resistenza.
Ancora. Sempre. Fino alla fine.
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