Una Storia Proibita: Il Segreto di Famiglia

di
genere
incesti


Mi chiamo Marina, e ho sempre pensato che la mia famiglia fosse come tutte le altre: un po’ disfunzionale, ma niente di straordinario. Vivevamo in una vecchia casa in campagna, io, mia madre Amelia, mio fratello Luca e mio zio Marco, che si era trasferito da noi dopo aver perso il lavoro in città. Ero una giovane donna di vent’anni, curiosa del mondo, ma intrappolata in quella routine noiosa. Non potevo immaginare che tutto sarebbe cambiato in una notte d’estate, quando il desiderio represso iniziò a insinuarsi piano, esplodendo poi in qualcosa di oscuro e irresistibile.
Era una serata calda, l’aria pesante di umidità. Mio fratello Luca, di ventitré anni, era sempre stato protettivo nei miei confronti, forse troppo. Quella sera, mentre mia madre e lo zio – che agiva come una figura paterna – erano fuori per una cena, Luca entrò nella mia stanza con una bottiglia di vino rubata dalla cantina. “Festeggiamo la tua libertà, sorellina,” disse con un sorriso malizioso. Iniziammo a bere, ridendo delle sue battute stupide. All’inizio era innocente, un modo per rilassarci, ma man mano che il vino scaldava il sangue, le sue mani iniziarono a sfiorarmi le spalle, poi le braccia. Sentii un brivido strano, un misto di disagio e curiosità. Provai a spingere via, dicendomi che era solo un gioco, ma il suo bacio fu improvviso, possessivo. “Sei così bella, Marina,” mormorò, e il mio cuore accelerò, diviso tra shock e un calore inaspettato che si diffondeva nel mio corpo.
Non fu gentile, ma non fu nemmeno immediato. Luca mi spinse sul letto con urgenza crescente, le sue mani che afferravano i miei fianchi mentre entrava in me piano, dandomi il tempo di abituarmi al dolore – ero vergine, o quasi – che si mescolava a una strana eccitazione. All’inizio resistetti nei miei pensieri, dicendomi che era sbagliato, che dovevo fermarlo, ma i suoi movimenti ritmici iniziarono a erodere la mia volontà, trasformando il dolore in ondate di piacere confuso. Stavo per urlare quando sentii la porta aprirsi. Era lo zio Marco, tornato prima del previsto. Invece di fermarci, i suoi occhi si accesero di un fuoco che non avevo mai visto. “Cosa state facendo?” ringhiò, ma la sua voce tremava non solo di rabbia – c’era qualcos’altro, un desiderio represso che riconobbi istintivamente. Luca non si fermò; continuò a spingere dentro di me, tenendomi ferma, e io, paralizzata, non dissi nulla.
Marco esitò, il suo sguardo che passava da Luca a me, il respiro affannoso. Potevo vedere il conflitto nei suoi occhi: lo shock iniziale, poi la tentazione che cresceva. “Unisciti a noi, zio,” disse Luca con un ghigno, rallentando i movimenti per dargli tempo. “Sai che l’hai sempre voluta.” Marco rimase immobile per un momento che sembrò eterno, la sua mano che sfiorava la cintura come se stesse lottando contro se stesso. Poi, con un sospiro roco, si avvicinò, slacciandosi i pantaloni. Mi girò il viso verso di lui, e io, confusa e sopraffatta, aprii la bocca per accoglierlo, il mio corpo che reagiva prima della mente. Era più grosso di Luca, e il suo sapore salato mi riempì la gola mentre mio fratello riprendeva a muoversi. Gemetti intorno al suo membro, le lacrime che mi rigavano il viso, ma il mio corpo tradiva la mia mente – stavo venendo, ondate di piacere che mi travolgevano piano, costruendosi strato su strato.
Loro due si alternarono con una lentezza deliberata, Marco che mi penetrava con forza crescente mentre Luca mi baciava il collo, sussurrando quanto fossi perfetta per loro. All’inizio provai vergogna, un nodo allo stomaco che mi diceva di scappare, ma ogni carezza, ogni spinta, erodeva quel nodo, sostituendolo con un’estasi colpevole. Durò ore, i loro corpi sudati contro il mio, fino a quando crollammo esausti sul letto, il silenzio rotto solo dai nostri respiri affannati.
Il mattino dopo, pensavo fosse finita lì, un segreto sporco da seppellire. Ma mia madre Amelia tornò a casa prima del previsto e ci trovò nudi, intrecciati tra le lenzuola. I suoi occhi si spalancarono per l’orrore. “Cosa… cosa avete fatto?” balbettò, indietreggiando verso la porta, il viso pallido come se avesse visto un fantasma. Luca e Marco si alzarono, nudi e imponenti, bloccandole la via d’uscita. “Mamma, non è come pensi,” dissi io, coprendomi con il lenzuolo, il cuore che batteva forte per la paura e la colpa. Ma Luca rise piano, avvicinandosi a lei. “È esattamente come pensi, e ora… verrai con noi.”
Amelia provò a scappare, le lacrime che le rigavano il viso, ma Marco la afferrò per le braccia con gentilezza forzata, trascinandola sul letto. “Non dirai niente a nessuno,” ringhiò, ma la sua voce aveva una nota di supplica, come se stesse convincendo se stesso tanto quanto lei. Lei lottò, piangendo sommessamente, le sue mani che spingevano contro il petto di Marco. “Smettetela! Sono vostra madre!” gridò, la voce rotta dal panico e dal disgusto iniziale. Dentro di sé, Amelia combatteva una tempesta: il ruolo di madre che aveva sempre protetto i suoi figli, ora infranto da questa visione oscena; il senso di tradimento verso se stessa, verso il defunto marito che aveva amato, e verso la famiglia che aveva costruito con sacrifici. Eppure, in quel caos, affiorava un ricordo represso – notti solitarie in cui aveva fantasticato su Marco, il fratello del marito, vedendolo come un sostituto proibito – e questo la terrorizzava più di ogni altra cosa.
Le sue proteste si affievolirono man mano che Luca le strappava la camicetta con movimenti lenti, esitanti, dandole il tempo di processare. All’inizio, Amelia si irrigidì, il corpo teso come una corda, i pensieri che urlavano “No, questo è mostruoso, devo fermarli per il loro bene”. Ma quando Luca infilò le dita dentro di lei con delicatezza esplorativa, un brivido involontario la percorse, e i suoi gemiti di protesta si trasformarono in respiri affannosi. Il conflitto la dilaniava: da un lato, il dovere materno la spingeva a resistere, a gridare per aiuto, a fuggire e denunciare tutto; dall’altro, il corpo traditore rispondeva a tocchi che non provava da anni, risvegliando un desiderio sopito che la faceva sentire colpevole, sporca, ma viva. “Perché sto cedendo? Sono io la responsabile, dovrei proteggerli da questo,” si ripeteva mentalmente, mentre lacrime silenziose le bagnavano le guance.
Io guardavo, paralizzata, il mio corpo ancora dolorante dalla notte precedente, divisa tra orrore e una curiosità perversa che mi spaventava. Marco la baciò con violenza iniziale che si ammorbidì in qualcosa di più possessivo, le sue mani che le stringevano i seni mentre il suo corpo si muoveva ritmicamente sopra di lei. Amelia chiuse gli occhi, mordendosi le labbra, lottando contro il piacere che saliva piano, tradendola. “Non posso, è incesto, è distruzione,” pensava, ma il calore crescente tra le gambe la faceva dubitare, mescolando vergogna con un’estasi proibita che le ricordava la giovinezza perduta. Presto, il suo respiro si fece irregolare, il corpo che si inarcava leggermente contro il suo volere, e lei si odiava per ogni gemito che sfuggiva.
Luca mi tirò a sé, facendomi partecipare: “Leccala, Marina. Falla venire.” Esitai, il mio stomaco che si rivoltava, ma obbedii con movimenti lenti, la mia lingua che sfiorava il clitoride di mia madre mentre lo zio la scopava. Amelia tremò, un orgasmo che la travolse contro la sua volontà, costruendosi gradualmente fino a spezzarla. In quel momento, i suoi conflitti esplosero: il piacere fisico la sopraffaceva, ma la mente urlava di rimorso – per aver fallito come madre, per desiderare ciò che la società condannava, per temere che questo segreto l’avrebbe legata per sempre in una prigione di desiderio e colpa.
Poi fu il turno di Luca, che la girò e la prese da dietro con spinte misurate, mentre Marco mi costringeva a succhiare il suo cazzo ancora umido di lei. Amelia, inizialmente rigida, iniziò a cedere: i suoi gemiti si fecero più profondi, le mani che afferravano le lenzuola non più per resistere, ma per ancorarsi al piacere proibito che la consumava. Eppure, anche nel culmine, i suoi pensieri erano un turbine – “Devo fermare questo prima che ci distrugga tutti, ma… non riesco a smettere” – un misto di resa e disperazione che la lasciava esausta e spezzata.
Quella notte, la nostra famiglia si trasformò in qualcosa di perverso, ma non di colpo – fu un processo lento, fatto di notti successive in cui Amelia, inizialmente riluttante, lottava con se stessa: piangeva ore dopo ogni sessione, giurando a se stessa di porre fine a tutto, ma il richiamo del piacere e il timore di perdere la famiglia la riportavano indietro. I suoi conflitti si approfondivano ogni volta – il senso di colpa materno che la tormentava di giorno, contrastato dal desiderio notturno che la faceva sentire desiderata dopo anni di solitudine; la paura di essere scoperta, mista a un perverso senso di unione familiare che la legava a noi in modi inimmaginabili. Io, la giovane narratrice di questa follia, scoprii un lato di me che non sapevo esistesse – un misto di vergogna e estasi che cresceva piano, notte dopo notte. E da allora, ogni sera, quando le luci si spegnevano, ripetevamo il rituale, legati da un segreto che ci consumava tutti, un passo alla volta.
scritto il
2026-01-04
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