Mi chiamo Jasmine
di
Marcela1979
genere
fisting
Mi chiamo Jasmine, ho trentaquattro anni, marocchina trapiantata in questa città che non dorme mai, sposata con Ismail che passa la vita a inseguire petrolio e stress. Due figli maschi, dieci e nove anni, scuola americana, vite perfette in superficie. Sotto, io brucio. Brucio sempre. La figa mi pulsa anche quando sto stirando le loro camicie, anche quando preparo la tajine per cena. Ismail ha un cazzo che potrebbe spaccarmi, ma è raro che gli si alzi senza aiuto chimico, e quando succede è una scopata stanca, di routine, come pagare una bolletta.
Per questo esco di mattina, due o tre volte a settimana, e vado da lui. Il mio amante senza nome, single, disponibile, che non mi chiede niente se non di spalancare le gambe e lasciarmi usare. È l’accordo perfetto: io arrivo con la figa già bagnata, lui mi prende rude, mi domina quanto basta, mi fa spruzzare come una fontana e poi mi manda via. Niente messaggi, niente gelosie. Solo sesso crudo che mi tiene buona, che mi evita di mandare all’aria il matrimonio con qualche cazzata sentimentale.
Ma ultimamente l’idea di quel ragazzo di colore non mi lasciava in pace. Lui me ne aveva parlato settimane fa, mentre mi inculava piano e io mi spingevamo indietro per sentirlo tutto: «La colf dice che il suo fidanzato ha una mazza larga come il mio polso, nera, venosa. La ragazza riesce a prenderne sì e no la cappella prima di piangere». Io avevo gemuto più forte, la figa che si contraeva intorno alla mia stessa mano, e gli avevo detto: «Voglio provarlo». Lui aveva riso, mi aveva schiaffeggiato una chiappa e aveva risposto: «Ci organizziamo».
E l’ha fatto.
Una mattina di quelle grigie, busso alla solita porta. Lui apre, mi tira dentro per i capelli, mi bacia mordendomi la lingua. Ma c’è qualcosa di diverso: nell’aria un altro odore, maschile, più pesante. Giro la testa e lo vedo. Seduto sul divano, in tuta, un ragazzo alto, pelle scurissima, muscoli tesi sotto la maglietta. Mi guarda con un sorriso lento, come se già sapesse tutto di me. Il mio amante mi spinge verso il centro della stanza e dice solo: «Jasmine, lui è Malik. Malik, lei è la troia marocchina di cui ti parlavo».
Non dico una parola. Il cuore mi batte nelle tempie, la figa si bagna all’istante, sento il calore che cola già lungo l’interno coscia. Malik si alza, viene vicino. È più alto di quanto pensassi, torreggia su di me. Mi passa una mano sul viso, poi scende sul collo, mi stringe piano la gola. «Allora è vero», dice con una voce profonda, «vuoi farti sfondare da un cazzo nero grosso».
Annuisco. Lui ride, mi gira, mi abbassa i leggings e le mutandine in un gesto secco. Il mio amante è già dietro di me, mi spalanca le chiappe, sputa sulla figa. «Guardala, Malik. Guarda quanto è larga questa puttana».
Malik si inginocchia, mi apre con due dita grosse come salsicce. «Cazzo, è vero. Qui dentro ci passa un camion». Infila tre dita senza sforzo, poi quattro. Io gemo, mi appoggio al muro. Il mio amante mi tiene per i fianchi, mi infila due dita nel culo per tenermi aperta anche lì. Malik aggiunge il pollice, ruota la mano, e in pochi secondi ha il pugno dentro. Non fa male, solo quella pressione piena, totale, che mi fa tremare le ginocchia. Comincia a pompare piano, il braccio che entra ed esce fino al polso. Io ansimo, già vicina a venire.
«Falla spruzzare», dice il mio amante. Malik accelera, con l’altra mano mi pizzica il clitoride gonfio. Basta poco: vengo con un urlo, schizzo sul suo braccio, sul pavimento, getti caldi che colano ovunque. Lui tira fuori la mano lentamente, coperta dei miei umori, se la lecca guardando me. «Sa di troia affamata».
Mi prendono in mezzo. Il mio amante mi butta sul letto, a pancia in giù. Malik si spoglia. Quando vedo il cazzo, mi manca il fiato. È mostruoso: lungo, ma soprattutto largo, venoso, nero lucido, con una cappella larga come una arancia. Penzola pesante tra le sue gambe. Mi sale un brivido di paura e voglia insieme.
Il mio amante mi apre le gambe, mi lecca la figa ancora gocciolante, poi si mette in ginocchio dietro di me e mi infila il cazzo nel culo senza preavviso. Lo conosco, so come prenderlo: mi rilasso, spingo indietro, lo ingoio tutto. Malik invece si mette davanti, mi afferra per i capelli, mi ficca la cappella in bocca. Riesco a malapena ad aprirla tanto è grossa. Mi soffoca, mi spinge in gola, ma non troppo: sa che non ce la faccio tutta. Io succhio, lecco, sbavo, mentre dietro vengo inculata con colpi secchi.
Poi cambiano. Malik si sdraia sul letto, il cazzo ritto come un palo. Il mio amante mi solleva, mi posiziona sopra di lui. «Siediti, puttana. Fatti sfondare».
Appoggio la figa sulla cappella. È enorme. Spingo giù piano, sento le pareti che si tendono al massimo, un bruciore buono, pieno. Scendo centimetro dopo centimetro, lui mi tiene per i fianchi e spinge su. Quando arrivo a metà, sono già piena come mai prima. Gemo forte, le lacrime agli occhi, ma non voglio fermarmi. Il mio amante dietro mi sputa sul culo, mi infila di nuovo il cazzo lì, lentamente. Ora ho Malik che mi spacca la figa e l’amante che mi incula. Due cazzi che si muovono separati solo da un velo sottile.
Cominciano a scoparmi in ritmo alternato: uno entra, l’altro esce. Io sono persa, urlo, mi contorco, le tette che sbattono. Malik mi stringe i capezzoli, li torce. L’amante mi schiaffeggia il culo. Sento l’orgasmo che sale veloce, violento. «Sto venendo», rantolo. Malik spinge più forte, affonda altri due centimetri. È troppo: esplodo, spruzzo intorno al suo cazzo, umori che schizzano fuori a ogni spinta, bagno lui, il letto, tutto.
Non si fermano. Continuano a fottermi mentre vengo, prolungando l’orgasmo fino a farmi tremare tutta. Poi Malik grugnisce, mi afferra i fianchi e viene dentro la figa, fiotti caldi, densi, che mi riempiono fino a traboccare. Il mio amante sente le contrazioni del mio culo, mi stringe forte e viene anche lui, sborrandomi nell’intestino.
Crolliamo. Io in mezzo, sudata, tremante, con la figa e il culo che pulsano, pieni di sborra che cola lenta. Malik mi accarezza una coscia, ride piano: «Cazzo, regge più di quanto pensassi». Il mio amante mi bacia la nuca: «Te l’avevo detto che questa troia è fatta apposta».
Resto lì un minuto, poi mi alzo, le gambe molli. Vado in bagno, mi sciacquo alla meglio, la sborra che ancora cola. Mi rivesto, li guardo. «Grazie», dico solo. Loro ridono. Esco, torno a casa. Preparo il pranzo per i figli, sorrido a Ismail quando rientra la sera. Nessuno sa niente.
Dentro, però, lo sento ancora: quel vuoto riempito come mai prima, quel bruciore buono che mi accompagna tutto il giorno. So che vorrò riprovarci. So che la prossima volta vorrò di più. Perché io sono Jasmine, e la mia fame non si ferma mai.
Per questo esco di mattina, due o tre volte a settimana, e vado da lui. Il mio amante senza nome, single, disponibile, che non mi chiede niente se non di spalancare le gambe e lasciarmi usare. È l’accordo perfetto: io arrivo con la figa già bagnata, lui mi prende rude, mi domina quanto basta, mi fa spruzzare come una fontana e poi mi manda via. Niente messaggi, niente gelosie. Solo sesso crudo che mi tiene buona, che mi evita di mandare all’aria il matrimonio con qualche cazzata sentimentale.
Ma ultimamente l’idea di quel ragazzo di colore non mi lasciava in pace. Lui me ne aveva parlato settimane fa, mentre mi inculava piano e io mi spingevamo indietro per sentirlo tutto: «La colf dice che il suo fidanzato ha una mazza larga come il mio polso, nera, venosa. La ragazza riesce a prenderne sì e no la cappella prima di piangere». Io avevo gemuto più forte, la figa che si contraeva intorno alla mia stessa mano, e gli avevo detto: «Voglio provarlo». Lui aveva riso, mi aveva schiaffeggiato una chiappa e aveva risposto: «Ci organizziamo».
E l’ha fatto.
Una mattina di quelle grigie, busso alla solita porta. Lui apre, mi tira dentro per i capelli, mi bacia mordendomi la lingua. Ma c’è qualcosa di diverso: nell’aria un altro odore, maschile, più pesante. Giro la testa e lo vedo. Seduto sul divano, in tuta, un ragazzo alto, pelle scurissima, muscoli tesi sotto la maglietta. Mi guarda con un sorriso lento, come se già sapesse tutto di me. Il mio amante mi spinge verso il centro della stanza e dice solo: «Jasmine, lui è Malik. Malik, lei è la troia marocchina di cui ti parlavo».
Non dico una parola. Il cuore mi batte nelle tempie, la figa si bagna all’istante, sento il calore che cola già lungo l’interno coscia. Malik si alza, viene vicino. È più alto di quanto pensassi, torreggia su di me. Mi passa una mano sul viso, poi scende sul collo, mi stringe piano la gola. «Allora è vero», dice con una voce profonda, «vuoi farti sfondare da un cazzo nero grosso».
Annuisco. Lui ride, mi gira, mi abbassa i leggings e le mutandine in un gesto secco. Il mio amante è già dietro di me, mi spalanca le chiappe, sputa sulla figa. «Guardala, Malik. Guarda quanto è larga questa puttana».
Malik si inginocchia, mi apre con due dita grosse come salsicce. «Cazzo, è vero. Qui dentro ci passa un camion». Infila tre dita senza sforzo, poi quattro. Io gemo, mi appoggio al muro. Il mio amante mi tiene per i fianchi, mi infila due dita nel culo per tenermi aperta anche lì. Malik aggiunge il pollice, ruota la mano, e in pochi secondi ha il pugno dentro. Non fa male, solo quella pressione piena, totale, che mi fa tremare le ginocchia. Comincia a pompare piano, il braccio che entra ed esce fino al polso. Io ansimo, già vicina a venire.
«Falla spruzzare», dice il mio amante. Malik accelera, con l’altra mano mi pizzica il clitoride gonfio. Basta poco: vengo con un urlo, schizzo sul suo braccio, sul pavimento, getti caldi che colano ovunque. Lui tira fuori la mano lentamente, coperta dei miei umori, se la lecca guardando me. «Sa di troia affamata».
Mi prendono in mezzo. Il mio amante mi butta sul letto, a pancia in giù. Malik si spoglia. Quando vedo il cazzo, mi manca il fiato. È mostruoso: lungo, ma soprattutto largo, venoso, nero lucido, con una cappella larga come una arancia. Penzola pesante tra le sue gambe. Mi sale un brivido di paura e voglia insieme.
Il mio amante mi apre le gambe, mi lecca la figa ancora gocciolante, poi si mette in ginocchio dietro di me e mi infila il cazzo nel culo senza preavviso. Lo conosco, so come prenderlo: mi rilasso, spingo indietro, lo ingoio tutto. Malik invece si mette davanti, mi afferra per i capelli, mi ficca la cappella in bocca. Riesco a malapena ad aprirla tanto è grossa. Mi soffoca, mi spinge in gola, ma non troppo: sa che non ce la faccio tutta. Io succhio, lecco, sbavo, mentre dietro vengo inculata con colpi secchi.
Poi cambiano. Malik si sdraia sul letto, il cazzo ritto come un palo. Il mio amante mi solleva, mi posiziona sopra di lui. «Siediti, puttana. Fatti sfondare».
Appoggio la figa sulla cappella. È enorme. Spingo giù piano, sento le pareti che si tendono al massimo, un bruciore buono, pieno. Scendo centimetro dopo centimetro, lui mi tiene per i fianchi e spinge su. Quando arrivo a metà, sono già piena come mai prima. Gemo forte, le lacrime agli occhi, ma non voglio fermarmi. Il mio amante dietro mi sputa sul culo, mi infila di nuovo il cazzo lì, lentamente. Ora ho Malik che mi spacca la figa e l’amante che mi incula. Due cazzi che si muovono separati solo da un velo sottile.
Cominciano a scoparmi in ritmo alternato: uno entra, l’altro esce. Io sono persa, urlo, mi contorco, le tette che sbattono. Malik mi stringe i capezzoli, li torce. L’amante mi schiaffeggia il culo. Sento l’orgasmo che sale veloce, violento. «Sto venendo», rantolo. Malik spinge più forte, affonda altri due centimetri. È troppo: esplodo, spruzzo intorno al suo cazzo, umori che schizzano fuori a ogni spinta, bagno lui, il letto, tutto.
Non si fermano. Continuano a fottermi mentre vengo, prolungando l’orgasmo fino a farmi tremare tutta. Poi Malik grugnisce, mi afferra i fianchi e viene dentro la figa, fiotti caldi, densi, che mi riempiono fino a traboccare. Il mio amante sente le contrazioni del mio culo, mi stringe forte e viene anche lui, sborrandomi nell’intestino.
Crolliamo. Io in mezzo, sudata, tremante, con la figa e il culo che pulsano, pieni di sborra che cola lenta. Malik mi accarezza una coscia, ride piano: «Cazzo, regge più di quanto pensassi». Il mio amante mi bacia la nuca: «Te l’avevo detto che questa troia è fatta apposta».
Resto lì un minuto, poi mi alzo, le gambe molli. Vado in bagno, mi sciacquo alla meglio, la sborra che ancora cola. Mi rivesto, li guardo. «Grazie», dico solo. Loro ridono. Esco, torno a casa. Preparo il pranzo per i figli, sorrido a Ismail quando rientra la sera. Nessuno sa niente.
Dentro, però, lo sento ancora: quel vuoto riempito come mai prima, quel bruciore buono che mi accompagna tutto il giorno. So che vorrò riprovarci. So che la prossima volta vorrò di più. Perché io sono Jasmine, e la mia fame non si ferma mai.
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