Amo il mio padrone

di
genere
dominazione

Sto per rispondere quando la sua mano calda mi sculaccia su una natica. Fa uno schiocco. E brucia. Il suono di una sculacciata e le sensazioni che mi provoca sono tra le cose che amo di più. In assoluto. Non me ne frega niente di fruste, cinghie o qualsiasi altro oggetto che si anteponga tra me e il mio padrone, quando posso ricevere una bella sculacciata. C’è più intimità se un colpo viene inferto con la mano. Il contatto è diretto, più puro, e richiede un maggiore coinvolgimento al mio padrone. Deve venire allo scoperto, e sentire sulla sua pelle cosa sta facendo alla mia.
“Di questa cosa ne dici?” Ha la voce profonda.
“Ti ringrazio, padrone.”
“Ne vuoi ancora?”
“Sì, padrone.”
La sua mano si abbatte di nuovo, questa volta sull’altra natica, e il bruciore si diffonde come un fuoco liquido tra le mie cosce. Gemo, un suono basso e animalesco, mentre il mio corpo si inarca involontariamente verso di lui. Sono in ginocchio sul letto, le mani legate dietro la schiena con una corda ruvida che mi morde i polsi, e le gambe divaricate quel tanto che basta per esporre la mia figa bagnata all’aria fresca della stanza. Lui è dietro di me, il suo cazzo duro che preme contro il mio culo attraverso i pantaloni, e so che sta godendo di questo spettacolo. Il mio padrone, con le sue mani grandi e callose, sa esattamente come farmi impazzire.
“Brava puttana,” ringhia, e la sua voce mi fa fremere. “Ti piace quando ti sculaccio il culo, vero? Quando ti faccio diventare rossa come una troia in calore.”
“Sì, padrone,” ansimo, la faccia schiacciata contro il materasso. “Mi piace da morire. Sculacciami più forte, ti prego.”
Un altro schiaffo, più violento, e sento la pelle che pulsa, il dolore che si mescola al piacere in un cocktail che mi fa colare succhi dalla figa. Non resisto, muovo i fianchi, strusciandomi contro di lui come una gatta in calore. Ricordo come sia iniziato tutto questo, qualche mese fa, in quel club sotterraneo dove le luci rosse illuminavano corpi nudi e sudati, e l’aria puzzava di sesso e sudore. Ero lì per curiosità, una ragazza normale con un lavoro noioso e una vita sessuale vaniglia, ma quando l’ho visto – alto, muscoloso, con occhi che ti trapassano l’anima – ho capito che ero fottuta.
Mi ha avvicinata al bar, con un ghigno da predatore. “Sembri persa, piccola. Vuoi che ti mostri come si gioca davvero?”
Ho annuito, stupida ed eccitata, e da quella notte è diventato il mio padrone. Mi ha insegnato a sottomettermi, a implorare per il suo tocco, a leccargli i piedi se necessario. E io? Io ci sono cascata con tutte le scarpe, diventando la sua schiava personale, la sua puttana da scopare quando e come vuole.
Ora, in questa stanza d’albergo anonima, con le tende tirate e il mondo fuori che non esiste, lui mi sta punendo per aver osato guardarlo negli occhi senza permesso. “Regola numero uno,” mi ha detto all’inizio, “non mi fissi a meno che non te lo ordino io.”
Ma io l’ho fatto, durante la cena, e ora pago il prezzo. Un altro schiaffo, e urlo, le lacrime che mi rigano il viso. “Padrone, fa male!”
“Bene,” risponde lui, ridendo. “Le troie come te devono imparare a soffrire per il mio piacere.” La sua mano scivola tra le mie gambe, sfiorando la figa fradicia. “Ma guarda un po’, sei bagnata come una fontana. Ti eccita essere trattata da schifo, eh?”
“Sì,” ammetto, vergognandomi e godendo allo stesso tempo. Le sue dita entrano dentro di me, due alla volta, rude e senza preavviso. Pompa forte, facendomi guaire come una cagna. “Oh cazzo, padrone... scopami con le dita, ti prego!”
Lui ride di nuovo, un suono crudele. “Non ancora, puttana. Prima devi guadagnartelo.” Mi tira i capelli, costringendomi a girare la testa. Il suo cazzo è fuori dai pantaloni ora, grosso e venoso, con la cappella viola che gocciola pre-eiaculazione. “Succhia, e succhia bene.”
Obbedisco, aprendo la bocca e prendendolo tutto. È enorme, mi riempie la gola fino a farmi venire i conati, ma lo ingoio lo stesso, leccando e succhiando come una professionista. Lui mi scopa la bocca, spingendo i fianchi avanti, e io gemo intorno al suo uccello, sentendo il sapore salato della sua pelle.
“Brava, succhiami il cazzo come si deve,” grugnisce. “Sei nata per questo, per essere la mia bocca da scopare.”
Continuo, le mani legate che mi impediscono di toccarmi, e la frustrazione mi fa impazzire. Voglio sfregarmi la figa, venire mentre lui mi usa, ma non posso. È il suo gioco, le sue regole.
Dopo minuti che sembrano ore, si ritira, il cazzo lucido di saliva. “Basta. Ora ti scoperò il culo, troia.”
Il cuore mi batte forte. L’anal è la mia debolezza, mi fa sentire vulnerabile, esposta, ma lo amo. Lui mi slega le mani solo per legarmi le caviglie al letto, divaricandomi le gambe al massimo. Sputa sul mio buco del culo, lo massaggia con un dito, poi due.
“Rilassati, puttana,” ordina. “Altrimenti farà male di più.”
Ma io non mi rilasso, e quando spinge il cazzo dentro, urlo per il dolore. È grosso, mi allarga senza pietà, e le lacrime scorrono libere. “Cazzo, padrone... è troppo!”
“Zitta e prendilo,” ringhia, affondando fino in fondo. Inizia a pompare, lento all’inizio, poi sempre più veloce, le palle che sbattono contro la mia figa. Il dolore si trasforma in piacere, un’onda che mi travolge, e comincio a muovermi con lui, implorando di più.
“Scopami il culo, padrone! Fammelo sentire tutto!”
Lui ride, mi sculaccia mentre mi incula, e io vengo, un orgasmo violento che mi fa tremare il corpo intero. Succhi schizzano dalla figa, bagnando le lenzuola, e lui continua, martellandomi senza sosta.
“Vieni di nuovo, troia,” ordina, e io obbedisco, venendo ancora mentre lui mi riempie il culo di sborra calda.
Crollo sul letto, esausta, ma lui non ha finito. Mi gira, mi lega di nuovo, e inizia a leccarmi la figa, succhiando il clitoride fino a farmi urlare. “Ora tocca a te soffrire per me,” dice, e infila la lingua dentro, facendomi impazzire.
La notte è lunga, piena di dolore e piacere intrecciati. Mi usa in ogni modo: mi scopa la bocca, la figa, il culo; mi fa pisciare in un bicchiere e berlo; mi lega al soffitto e mi frusta leggermente, solo per vedere la mia pelle arrossarsi. E io amo ogni secondo, perché sono la sua puttana, la sua schiava, e non voglio essere altro.
Ma non è sempre stato così. Prima di lui, la mia vita era noiosa, un susseguirsi di scopate mediocri con ragazzi che non sapevano cosa fare con una donna. Ricordo il mio primo ragazzo, un tipo timido che mi scopava alla missionaria e finiva in due minuti. “Scusa,” diceva sempre, e io fingevo di venire per non ferirlo.
Poi c’è stato Marco, che almeno ci provava, ma era vaniglia puro. “Ti va di provare qualcosa di nuovo?” gli avevo chiesto una volta, mostrandogli un video BDSM. Lui aveva sgranato gli occhi. “Ma sei matta? Quella roba è per i pazzi.”
E io? Io ero la pazza, con fantasie di essere dominata, umiliata, usata come un oggetto. Leggevo racconti online, mi masturbavo immaginando mani forti che mi legavano, cazzi che mi riempivano ogni buco. Ma non avevo il coraggio di agire.
Fino a quella notte al club. Il “Dark Desire”, un posto nascosto in un vicolo di Milano, con password all’ingresso e maschere per l’anonimato. Ero andata sola, vestita con un abito nero attillato che lasciava poco all’immaginazione, i capezzoli duri per l’eccitazione e la paura.
Dentro, l’aria era elettrica: coppie che scopavano sui divani, donne legate a croci di Sant’Andrea, uomini che frustavano sottomesse in ginocchio. Mi ero seduta al bar, ordinando un drink per calmare i nervi, quando lui si era avvicinato.
“Prima volta?” aveva chiesto, la voce bassa e ipnotica.
“Sì,” avevo risposto, arrossendo.
“Ti mostro io come funziona.” Mi aveva preso per mano, portandomi in una stanza privata. Lì, mi aveva ordinato di spogliarmi, e io l’avevo fatto, tremando. Nuda davanti a uno sconosciuto, la figa già bagnata.
“Brava ragazza,” aveva detto, legandomi i polsi con una sciarpa. Poi mi aveva baciata, rude, mordendomi le labbra, e le sue mani avevano esplorato il mio corpo, pizzicando i capezzoli fino a farmi gemere.
Quella notte mi aveva scopata per ore, alternando tenerezza e violenza. Mi aveva sculacciata per la prima volta, e io ero venuta solo con quello, senza nemmeno toccarmi. “Sei una puttana nata,” aveva commentato, e quelle parole mi avevano eccitata da morire.
Da allora, siamo inseparabili. Lui è il mio padrone, io la sua schiava. Viviamo una doppia vita: di giorno, professionisti rispettabili; di notte, animali in calore.
Tornando alla stanza d’albergo, dopo l’ennesimo orgasmo, lui mi slega e mi tiene tra le braccia. “Brava, piccola,” mormora, baciandomi la fronte. È il momento tenero, quello in cui mi coccola, mi dice quanto sono speciale.
Ma so che non durerà. Domani, o stasera stessa, riprenderà il gioco. Magari mi ordinerà di succhiargli il cazzo sotto il tavolo al ristorante, o di masturbarmi in pubblico. E io obbedirò, perché lo amo, e amo essere la sua troia.
La mattina dopo, ci svegliamo con il sole che filtra dalle tende. Lui è già duro, il cazzo che preme contro il mio culo. “Buongiorno, puttana,” dice, ridendo.
“Buongiorno, padrone.” Mi giro, lo bacio, e scendo tra le sue gambe. Inizio a leccargli le palle, succhiandole piano, poi salgo sul cazzo, prendendolo in bocca. Lo succhio con devozione, sentendo il suo sapore muschiato, e lui mi accarezza i capelli.
“Continua così, e ti premio,” promette.
Vengo premiata con una scopata mattutina: mi mette a pecorina, mi incula di nuovo, mentre con una mano mi sfrega il clitoride. Vengo urlando, e lui mi riempie il culo di sborra.
Poi, doccia insieme. Mi lava, insaponandomi la figa e il culo, infilando dita ovunque. “Sei pulita ora, troia?” chiede.
“Sì, padrone.”
Usciamo per colazione, ma sotto il tavolo, la sua mano sale tra le mie gambe. Indosso una gonna corta, senza mutande, come mi ha ordinato. Mi accarezza la figa, facendomi bagnare mentre ordino il caffè.
“Non venire,” sussurra. “O ti punisco.”
Trattengo l’orgasmo a fatica, mordendomi le labbra. Tornati in stanza, mi punisce lo stesso: mi lega alla sedia, mi vibra la figa con un dildo fino a farmi implorare pietà.
“Padrone, ti prego, fammi venire!”
“No,” dice, spegnendo il vibratore. “Le puttane cattive non vengono.”
Piango per la frustrazione, ma alla fine cede, scopandomi fino all’oblio.
Il pomeriggio lo passiamo a esplorare la città, ma con un twist: mi ha infilato un plug anale, e ogni tanto lo attiva con il telecomando, facendomi gemere in pubblico. “Controllati, troia,” mi dice, divertito.
A cena, in un ristorante elegante, mi ordina di andare in bagno e masturbarmi, mandandogli una foto. Obbedisco, sfregandomi la figa fino quasi a venire, ma mi fermo come da istruzioni.
Tornati in albergo, la notte è selvaggia. Mi lega al letto a stella, mi benda, e invita un amico. Non lo vedo, ma sento due paia di mani su di me, due cazzi che mi scopano alternati.
“Prendili tutti e due, puttana,” ordina il padrone.
Uno in bocca, uno in figa, poi cambiano. Vengo infinite volte, urlando oscenità. “Scopatemi più forte, cazzo! Riempitemi di sborra!”
L’amico se ne va, e resto sola con lui. “Ti è piaciuto?” chiede.
“Sì, padrone. Ma preferisco te.”
Mi coccola, e dormiamo abbracciati.
Il giorno dopo, torniamo a casa. La routine riprende, ma con incontri segreti: mi scopa in ufficio durante la pausa pranzo, mi fa pisciare nelle mutande per punizione.
Una sera, mi porta al club di nuovo. Lì, mi esibisce: mi lega a una croce, e lascia che altri mi tocchino, mi sculaccino, sotto il suo sguardo.
“Guardate la mia troia,” dice orgoglioso.
Mi scopano in gruppo, cazzi ovunque, e io godo come mai. Sborra in faccia, in bocca, dentro. Sono coperta, umiliata, felice.
Ma alla fine, è sempre lui: il mio padrone, l’unico che mi possiede davvero.
Passano i mesi, e la nostra relazione si approfondisce. Non è solo sesso: parliamo, ridiamo, ci amiamo. Ma il BDSM è il nostro collante, il fuoco che ci tiene vivi.
Una notte, mi propone di sposarlo. “Sarai la mia schiava per sempre,” dice, mettendomi un collare al collo invece di un anello.
“Sì, padrone,” rispondo, piangendo di gioia.
Il matrimonio è privato, con amici del club. La luna di miele? Una settimana in un resort BDSM, dove mi usa 24/7.
Mi lega alla spiaggia, mi scopa sotto le stelle, mi fa bere la sua piscia al mattino.
“Ti amo, puttana,” dice.
“Ti amo, padrone.”
E così continua la nostra storia: dolore, piacere, sottomissione eterna.

scritto il
2026-01-07
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