Incontro sotto la pioggia

di
genere
etero

La ragazza sembrava uscita da un acquerello sbiadito, con le ossa dei polsi sottili come steli di lavanda che spuntavano dalle maniche troppo larghe. Seduta allo sgabello del bar, il locale vuoto risuonava delle sue parole sporche, una litania volgare che strideva con la fragilità del suo profilo. "Non so dove cazzo dormire stasera," sibilò, fissando il fondo di un bicchiere di grappa. La sua voce era roca, come carta vetrata su legno tenero.

Io, che ero entrato solo per sfuggire alla pioggia, sentii la proposta formarsi sulle labbra prima ancora di pensarla: "Ho un divano. E del ragù sul fuoco." Lei alzò gli occhi – color tortora, cerchiati di stanchezza – e un sorriso improvviso le illuminò il viso. "Accetto. E ti scoperò come un forsennato," aggiunse, naturale come se stesse parlando del meteo.

Sulla strada verso casa, sotto la pioggia battente che sembrava lavare il marciapiede, il suo braccio leggero si appoggiò al mio. "Sai," sussurrò, mentre i lampioni proiettavano ombre danzanti sull'asfalto lucido, "quando mi eccito... ho bisogno di essere riempita. Ovunque. Sempre." La confessione non era provocatoria, ma clinica, come l'elenco di sintomi a un dottore. "Tre uomini a volte non bastano."

La notte fu un turbine di lenzuola strappate, unghiate sulla schiena, denti che cercavano carne. Lei rideva – un suono acuto e disperato – mentre mi cavalcava all'alba, i capelli bagnati di sudore che le incollavano le tempie scavate. Quando il mattino bussò alla finestra, lei era già in piedi, vestita con i suoi stessi abiti sgualciti, la valigia di cartone in mano. "Grazie per l'ospitalità," disse, la voce di nuovo opaca.

"Puoi restare," dissi, indicando la cucina dove il caffè fumava. "Finché vuoi." I suoi occhi si allargarono, poi si strinsero in uno sguardo di pura diffidenza, come un animale braccato che fiuta una trappola troppo bella per essere vera. "Perché?" mormorò, le dita che stringevano il manico della valigia fino a sbiancare. "Cosa pretendi in cambio?" Si scostò una ciocca di capelli dalla fronte, e in quel gesto c'era tutta la fatica di chi ha imparato a non credere alle porte aperte.
scritto il
2026-03-15
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