Feste etero, Roma di notte e uomini irraggiungibili pt1
di
GreenFag
genere
gay
“La primavera si fa aspettare a lungo quest'anno, eh?”
Sospira divertito un ragazzo poco più in là, in piedi, poggiato con la spalla sul muro di pietre rozze e squadrate.
Il marciapiede è freddo, ci sono seduto da ormai venti minuti, inizio a sentire le gambe Intorpidite. Chi diamine ha deciso che a vent'anni le feste si fanno sui marciapiedi accanto alla Piramide Cestia?
Sorseggio il mio drink annacquato, sono stanco, vorrei starmene a casa a guardare una serie tv, o del porno, addormentarmi con la mano nelle mutande fantasticando su uomini irraggiungibili e bellissimi. E invece no. Sono qui con una mia amica, a questa noiosa festa etero, su un marciapiede gelido a bere gin fizz sbilanciati ed annacquati in bicchieri di plastica, con la cannuccia di carta.
In questo momento riesco solo a lamentarmi, non vedo nulla di positivo nemmeno nel salvare le tartarughe marine da morti tremende, finché:
“La primavera si fa aspettare a lungo quest'anno, eh?” quando mi giro per sentire da dove viene questo luogo comune pronunciato con tanta allegria, vengo fulminato.
Un Bono. Non so come altro descriverlo se non: un Bono, B maiuscola, come quelle spalle che potrebbero tranquillamente sollevarmi, maiuscole come quelle braccia che… devo darmi un contegno.
Magari in faccia non è il mio tipo e posso tornare al mio malcontento rimuginio.
Alzo lo sguardo e mi tirerei uno schiaffo: è bellissimo. Ha un sorriso stampato sul volto che potrebbe tranquillamente essere quello di un attore. Ha un sorriso idiota, i denti leggermente storti, con gli incisivi superiori che si scontrano tra loro. Il naso è grande e anch'esso non convenzionalmente dritto, alla greca, leggermente appuntito. I capelli scuri e lunghi ricadono in una frangetta disordinata sulla fronte e sugli occhi, che non riesco bene a determinare di che colore siano da questa distanza.
Mi pare chiaro che DEVO portarmelo a letto.
D’un tratto la festa etero, non sembra poi così eteronoiosaefredda, anzi, il marciapiede mi scalda, le mie gambe riprendono vita, potrei quasi alzarmi e… e cosa? Cosa si dice ad un dio sceso in terra, come faccio? Chinarmi a baciare la terra sulla quale cammina mi sembra esagerato, oddio, forse nemmeno troppo. “ciao” (????) “hey” (ugh) “Maledetta primavera” (cantando???)
No. Ritegno. Chiudi la cazzo di bocca, succhia tutto il gin fizz rimasto (l'acqua che vagamente ricorda del gin), non guardarlo. Ora guardalo. NON STROZZARTI CON L'ACQUA, per dio!!
Si sta avvicinando, smetti di tossire, alzati, è una buona idea, no? Erigi il tuo metro e sessanta (.5 con le scarpe di oggi) e poi? Lo saluto?
“tutto ok?” la sua voce sembra divertita e preoccupata al contempo, pensa che sono un cretino, è evidente.
“no, sì, scusa” ottimo, sempre più intelligente.
“e di cosa?” sorride.
“beh, sono scemo”
“mica devi chiedere scusa per esserlo” ribatte sogghignando.
“hai ragione, piacere, Alessandro” non so da dove ho preso il coraggio, ma se va, mi scopo un bono, sennò, non rivedrò mai più un (bellissimo) uomo etero.
“Piacere mio, Gregorio”
La risata mi sfugge spontanea: “Gregorio?!”
Lui non perde il suo carismatico sorriso: “esattamente”.
“Diamine, ma quanti anni hai, 80?”
“Ventisei, ma come preferisci, ti piacciono gli ottantenni?” Chiede con cipiglio serio.
“No, io…” Sono scemo sono scemo sono scemo.
“Io…” cerco le parole ma sembrano essere sfuggite tutte, come un gregge impazzito che non ne vuol sapere di dare retta al pastore.
MA CI STA PROVANDO CON ME? È l'unico pensiero che mi passa per la testa e faccio di tutto per non esternarlo.
“Ti sto prendendo in giro, tranquillo” indica con lo sguardo verso terra, il mio bicchiere vuoto con la cannuccia mangiucchiata, “vuoi bere qualcos'altro?”
Non posso altro se non: “sì”.
Passiamo ben tre ore a bere e chiacchierare, i discorsi volano tanto velocemente che non riesco ad acchiapparne uno, ma li abbraccio tutti insieme, come se lui mi stesse tra le braccia, con le sue mille parole.
I momenti salienti di queste tre ore sono stati:
La festeggiata che vomita su una macchina della polizia,
Un gatto che viene a chiedere le coccole,
Il veloce cambio di location (lontano dalla macchina della polizia)
E poi, i suoi occhi.
Non li avevo visti da lontano, ma adesso che siamo l'uno di fronte l'altro potrei impazzire: sono marroni, con il bordo verde scuro, attraversati da pagliuzze dorate, sono occhi che a primo sguardo non ti fanno nessuna impressione precisa, ma poi, quando ti ci soffermi, ti ci perderesti.
La festa sembra star finendo, la festeggiata ha ben tre proposte di passaggi a casa, la mia amica si è volatilizzata.
“Hey, Gregorio?”
Suvvia, coraggio.
“Sì, dimmi”
“Hai da fare? Ti va una passeggiata?”
È notte, l'ombra di una serena primavera era solo un'illusione passeggera, fa un freddo assurdo.
“Sì, passeggiamo” Gregorio ride nuovamente, e, come prima, è bellissimo.
Camminiamo per un bel po’, Roma si comporta da perfetta ospite: la luce segue i nostri passi incerti e nervosi, gli uccelli pigolano piano nei momenti di silenzio ma tacciono quando le conversazioni diventano sussurri, non ci sono tante persone in giro, e quelle che ci sono sono talmente tanto pittoresche da far parte dello sfondo un po’ grottesco di Roma notturna.
Quando siamo a piazza Venezia, lo bacio. Sotto ai cantieri. Lo bacio e mi sembra che i cantieri stiano cantando in giubilo.
Camminiamo ancora, i baci che interrompono i passi, le mani che inciampano sicure sui nostri corpi caldi, giovani, pronti.
Siamo pronti, sì, ma a cosa?
Via del corso corre sotto le nostre suole, i discorsi, sempre più spezzati, arrivano ad avere un solo tema: Cosa facciamo? Cosa ti piace a letto? Lo stiamo per fare? Cosa vuoi fare?
Cosa voglio fare? Beh, mio caro bellissimo Gregorio, voglio distruggerti.
Via del corso sembra svanire alle nostre spalle quando sbuchiamo a Piazzale Flaminio, saliamo al Volo su un nMA, che sfreccia dentro Villa Borghese.
Le sue labbra sono una calamita, il suo pacco sembra star per esplodere. “Dov'è che abiti?” Chiedo ansimando. “Proprio accanto all'Happio, Furio Camillo”.
Inizio a contare le fermate, mentre la mia lingua impazzita gioca con il suo piercing (sì! Ha un diamine di piercing sulla lingua)
A Termini l'autobus si riempie, ma noi, noncuranti, siamo dietro, negli ultimi sedili, a toccarci quanto permesso dalla pubblica decenza, o forse leggermente di più.
Ho bisogno di essere dentro questo ragazzo. Ho bisogno di distruggerlo, marchiarlo, graffiarlo, inondarlo.
Arriviamo a Furio Camillo ed iniziamo a correre, senza ritegno: il portone, le scale, la porta.
Quando finalmente siamo nel buio del suo appartamento lo guardo negli occhi: “ti voglio” gemono le mie labbra indecenti. “Ti voglio anche io”.
Mi bastano queste parole per spingerlo sul divanetto dell'ingresso, senza badare nemmeno al toglierci le scarpe. La giacca vola a terra, con le chiavi di casa che tintinnano rumorosamente, il portafoglio nella tasca interna che fa un tonfo sordo.
Sotto ha un maglione, sembra color porpora, bello, certo, ma non ci penso due volte prima di lanciare anch'esso sul pavimento.
Solo la camicia (al buio sembra bianco perla) mi separa da quel corpo, quel collo, quelle spalle che… Dio!!
Devo darmi una calmata.
Lui ride, eccitato.
“Che ne dici di toglierci le scarpe ed andare di là?”
Quando cadiamo sul letto la sua camicia (rosa antico?) è sbottonata per metà.
Si intravede un capezzolo rosa scuro, turgido, che fa capolino dalla camicia mezza aperta, mi fiondo sul suo petto, animale. Dio che buon odore. Lo mordo, lo lecco e lui geme, inerme.
Gli salto letteralmente addosso, con i jeans ancora abbottonati ma il cazzo così duro da far male.
Gli sfilo la camicia e continuo a baciarlo, leccarlo, morderlo.
Lui mi toglie la felpa nera, facendola passare sopra alla mia testa, che è bollente di pensieri 18+.
Resto con il croptop, che recita: “look like a bottom, destroy like a top”.
Lui ride e me lo sfila, “quindi mi distruggi?” chiede con uno sguardo così porco che gli ficcherei il cazzo in gola istantaneamente.
“Taci” Sussurro poggiando una mano sulle sue labbra, così morbide che… Diamine.
Lui si dimena, appena, il giusto da portarmi fuori di testa, non vuole liberarsi, vuole eccitarmi. Ed io mi eccito.
Gli sbottono i jeans blu scuro, leggermente attillati, a zampa. Lui si aggrappa gemendo ai miei capelli biondo sporco. Tolgo i jeans ed insieme ad essi anche i boxer. Davanti mi ritrovo un'opera d'arte: un cazzo enorme e duro, dritto ma leggermente pendente a sinistra, grosso quasi quanto un pugno, lungo almeno una spanna abbondante. Sulla punta, lucida, una goccia di umori scivola lenta. Non resisto. Lecco via quella goccia e poi inizio a giocarci. Scivolo su e giù con la lingua, facendogli inarcare la schiena. Poi passo alla punta che succhio senza remore, provo a prenderlo tutto in gola e soffocando su questo cazzo meraviglioso mi arrapo sempre di più.
Lui geme e si dimena, ansima e soffoca le grida, mordendosi il labbro inferiore.
Quasi viene, dopo qualche minuto di lingua famelica e della mia bocca arrapata che succhia e lecca e morde e bacia e ancora succhia e lecca.
Mi ferma: “non adesso, non così”
Mi ritrovo straiato accanto a lui sul letto e lui, caldo e sudato, che mi sale sopra, correndo con le dita sul bordo dei miei jeans, che mi stanno stretti, che tirano sul pacco pieno e turgido. Quando li sbottona sospiro.
Quando li abbassa ansimo sempre più forte. Quando poi mi tocca gemo senza remore.
Io non ho un pene bello e grande quanto il suo, è abbastanza nella media, ma lui si comporta come davanti ad una meraviglia mai vista, succhia il dannato, succhia, e succhiando sbava ed emette dei piccoli gemiti che mi mandano al creatore. Lo prende completamente in gola, al che gli afferro i capelli e spingo, spingo senza freni, ritmicamente, afferrando i suoi capelli corvini come un manubrio. Per minuti interi non smette di succhiare e sbavare, per minuti interi resta con il mio cazzo giù nella gola. Questo, cazzo, mi fa impazzire.
Lo stacco a forza dal mio pene, ha la faccia rossa e la bocca che gocciola saliva densa e bianca. “Tu ora ti fai scopare” esordisco in un fiato. Lui, come un animale domato, si accuccia su quattro zampe e davanti ai miei occhi si apre il suo culo, tondo, muscoloso, perfetto. L'ano è di un rosa scuro, invitante e stretto. Mi ci fiondo con la lingua, mentre lui ancora geme, accarezzo nel mentre il suo cazzo, rimasto durissimo.
Non sono mai stato amante del rimming, ma davanti alla bellezza di quest'uomo anche il rimming mi sembra paradisiaco.
Lo penetro con la lingua e continuo a leccare e spingere. Una mano poggiata sul suo culo scultoreo, che trema dal piacere, l'altra sul suo pene che non fa altro che pulsare e colare slime trasparente sulle lenzuola.
Non resisto.
Mi metto in ginocchio ed ammiro la sua schiena, muscolosa, morbida, ma contemporaneamente rigida sotto le mie carezze, con i muscoli che guizzano vispi.
“Hai del lubrificante?”
Lui mi indica il comodino, apro il primo cassetto ed in mezzo a vari dildo e toys di più generi, trovo una bottiglietta di lube.
Ne applico un po’ sulla punta del mio membro, per poi poggiarmi sulla sua apertura.
Sospira divertito un ragazzo poco più in là, in piedi, poggiato con la spalla sul muro di pietre rozze e squadrate.
Il marciapiede è freddo, ci sono seduto da ormai venti minuti, inizio a sentire le gambe Intorpidite. Chi diamine ha deciso che a vent'anni le feste si fanno sui marciapiedi accanto alla Piramide Cestia?
Sorseggio il mio drink annacquato, sono stanco, vorrei starmene a casa a guardare una serie tv, o del porno, addormentarmi con la mano nelle mutande fantasticando su uomini irraggiungibili e bellissimi. E invece no. Sono qui con una mia amica, a questa noiosa festa etero, su un marciapiede gelido a bere gin fizz sbilanciati ed annacquati in bicchieri di plastica, con la cannuccia di carta.
In questo momento riesco solo a lamentarmi, non vedo nulla di positivo nemmeno nel salvare le tartarughe marine da morti tremende, finché:
“La primavera si fa aspettare a lungo quest'anno, eh?” quando mi giro per sentire da dove viene questo luogo comune pronunciato con tanta allegria, vengo fulminato.
Un Bono. Non so come altro descriverlo se non: un Bono, B maiuscola, come quelle spalle che potrebbero tranquillamente sollevarmi, maiuscole come quelle braccia che… devo darmi un contegno.
Magari in faccia non è il mio tipo e posso tornare al mio malcontento rimuginio.
Alzo lo sguardo e mi tirerei uno schiaffo: è bellissimo. Ha un sorriso stampato sul volto che potrebbe tranquillamente essere quello di un attore. Ha un sorriso idiota, i denti leggermente storti, con gli incisivi superiori che si scontrano tra loro. Il naso è grande e anch'esso non convenzionalmente dritto, alla greca, leggermente appuntito. I capelli scuri e lunghi ricadono in una frangetta disordinata sulla fronte e sugli occhi, che non riesco bene a determinare di che colore siano da questa distanza.
Mi pare chiaro che DEVO portarmelo a letto.
D’un tratto la festa etero, non sembra poi così eteronoiosaefredda, anzi, il marciapiede mi scalda, le mie gambe riprendono vita, potrei quasi alzarmi e… e cosa? Cosa si dice ad un dio sceso in terra, come faccio? Chinarmi a baciare la terra sulla quale cammina mi sembra esagerato, oddio, forse nemmeno troppo. “ciao” (????) “hey” (ugh) “Maledetta primavera” (cantando???)
No. Ritegno. Chiudi la cazzo di bocca, succhia tutto il gin fizz rimasto (l'acqua che vagamente ricorda del gin), non guardarlo. Ora guardalo. NON STROZZARTI CON L'ACQUA, per dio!!
Si sta avvicinando, smetti di tossire, alzati, è una buona idea, no? Erigi il tuo metro e sessanta (.5 con le scarpe di oggi) e poi? Lo saluto?
“tutto ok?” la sua voce sembra divertita e preoccupata al contempo, pensa che sono un cretino, è evidente.
“no, sì, scusa” ottimo, sempre più intelligente.
“e di cosa?” sorride.
“beh, sono scemo”
“mica devi chiedere scusa per esserlo” ribatte sogghignando.
“hai ragione, piacere, Alessandro” non so da dove ho preso il coraggio, ma se va, mi scopo un bono, sennò, non rivedrò mai più un (bellissimo) uomo etero.
“Piacere mio, Gregorio”
La risata mi sfugge spontanea: “Gregorio?!”
Lui non perde il suo carismatico sorriso: “esattamente”.
“Diamine, ma quanti anni hai, 80?”
“Ventisei, ma come preferisci, ti piacciono gli ottantenni?” Chiede con cipiglio serio.
“No, io…” Sono scemo sono scemo sono scemo.
“Io…” cerco le parole ma sembrano essere sfuggite tutte, come un gregge impazzito che non ne vuol sapere di dare retta al pastore.
MA CI STA PROVANDO CON ME? È l'unico pensiero che mi passa per la testa e faccio di tutto per non esternarlo.
“Ti sto prendendo in giro, tranquillo” indica con lo sguardo verso terra, il mio bicchiere vuoto con la cannuccia mangiucchiata, “vuoi bere qualcos'altro?”
Non posso altro se non: “sì”.
Passiamo ben tre ore a bere e chiacchierare, i discorsi volano tanto velocemente che non riesco ad acchiapparne uno, ma li abbraccio tutti insieme, come se lui mi stesse tra le braccia, con le sue mille parole.
I momenti salienti di queste tre ore sono stati:
La festeggiata che vomita su una macchina della polizia,
Un gatto che viene a chiedere le coccole,
Il veloce cambio di location (lontano dalla macchina della polizia)
E poi, i suoi occhi.
Non li avevo visti da lontano, ma adesso che siamo l'uno di fronte l'altro potrei impazzire: sono marroni, con il bordo verde scuro, attraversati da pagliuzze dorate, sono occhi che a primo sguardo non ti fanno nessuna impressione precisa, ma poi, quando ti ci soffermi, ti ci perderesti.
La festa sembra star finendo, la festeggiata ha ben tre proposte di passaggi a casa, la mia amica si è volatilizzata.
“Hey, Gregorio?”
Suvvia, coraggio.
“Sì, dimmi”
“Hai da fare? Ti va una passeggiata?”
È notte, l'ombra di una serena primavera era solo un'illusione passeggera, fa un freddo assurdo.
“Sì, passeggiamo” Gregorio ride nuovamente, e, come prima, è bellissimo.
Camminiamo per un bel po’, Roma si comporta da perfetta ospite: la luce segue i nostri passi incerti e nervosi, gli uccelli pigolano piano nei momenti di silenzio ma tacciono quando le conversazioni diventano sussurri, non ci sono tante persone in giro, e quelle che ci sono sono talmente tanto pittoresche da far parte dello sfondo un po’ grottesco di Roma notturna.
Quando siamo a piazza Venezia, lo bacio. Sotto ai cantieri. Lo bacio e mi sembra che i cantieri stiano cantando in giubilo.
Camminiamo ancora, i baci che interrompono i passi, le mani che inciampano sicure sui nostri corpi caldi, giovani, pronti.
Siamo pronti, sì, ma a cosa?
Via del corso corre sotto le nostre suole, i discorsi, sempre più spezzati, arrivano ad avere un solo tema: Cosa facciamo? Cosa ti piace a letto? Lo stiamo per fare? Cosa vuoi fare?
Cosa voglio fare? Beh, mio caro bellissimo Gregorio, voglio distruggerti.
Via del corso sembra svanire alle nostre spalle quando sbuchiamo a Piazzale Flaminio, saliamo al Volo su un nMA, che sfreccia dentro Villa Borghese.
Le sue labbra sono una calamita, il suo pacco sembra star per esplodere. “Dov'è che abiti?” Chiedo ansimando. “Proprio accanto all'Happio, Furio Camillo”.
Inizio a contare le fermate, mentre la mia lingua impazzita gioca con il suo piercing (sì! Ha un diamine di piercing sulla lingua)
A Termini l'autobus si riempie, ma noi, noncuranti, siamo dietro, negli ultimi sedili, a toccarci quanto permesso dalla pubblica decenza, o forse leggermente di più.
Ho bisogno di essere dentro questo ragazzo. Ho bisogno di distruggerlo, marchiarlo, graffiarlo, inondarlo.
Arriviamo a Furio Camillo ed iniziamo a correre, senza ritegno: il portone, le scale, la porta.
Quando finalmente siamo nel buio del suo appartamento lo guardo negli occhi: “ti voglio” gemono le mie labbra indecenti. “Ti voglio anche io”.
Mi bastano queste parole per spingerlo sul divanetto dell'ingresso, senza badare nemmeno al toglierci le scarpe. La giacca vola a terra, con le chiavi di casa che tintinnano rumorosamente, il portafoglio nella tasca interna che fa un tonfo sordo.
Sotto ha un maglione, sembra color porpora, bello, certo, ma non ci penso due volte prima di lanciare anch'esso sul pavimento.
Solo la camicia (al buio sembra bianco perla) mi separa da quel corpo, quel collo, quelle spalle che… Dio!!
Devo darmi una calmata.
Lui ride, eccitato.
“Che ne dici di toglierci le scarpe ed andare di là?”
Quando cadiamo sul letto la sua camicia (rosa antico?) è sbottonata per metà.
Si intravede un capezzolo rosa scuro, turgido, che fa capolino dalla camicia mezza aperta, mi fiondo sul suo petto, animale. Dio che buon odore. Lo mordo, lo lecco e lui geme, inerme.
Gli salto letteralmente addosso, con i jeans ancora abbottonati ma il cazzo così duro da far male.
Gli sfilo la camicia e continuo a baciarlo, leccarlo, morderlo.
Lui mi toglie la felpa nera, facendola passare sopra alla mia testa, che è bollente di pensieri 18+.
Resto con il croptop, che recita: “look like a bottom, destroy like a top”.
Lui ride e me lo sfila, “quindi mi distruggi?” chiede con uno sguardo così porco che gli ficcherei il cazzo in gola istantaneamente.
“Taci” Sussurro poggiando una mano sulle sue labbra, così morbide che… Diamine.
Lui si dimena, appena, il giusto da portarmi fuori di testa, non vuole liberarsi, vuole eccitarmi. Ed io mi eccito.
Gli sbottono i jeans blu scuro, leggermente attillati, a zampa. Lui si aggrappa gemendo ai miei capelli biondo sporco. Tolgo i jeans ed insieme ad essi anche i boxer. Davanti mi ritrovo un'opera d'arte: un cazzo enorme e duro, dritto ma leggermente pendente a sinistra, grosso quasi quanto un pugno, lungo almeno una spanna abbondante. Sulla punta, lucida, una goccia di umori scivola lenta. Non resisto. Lecco via quella goccia e poi inizio a giocarci. Scivolo su e giù con la lingua, facendogli inarcare la schiena. Poi passo alla punta che succhio senza remore, provo a prenderlo tutto in gola e soffocando su questo cazzo meraviglioso mi arrapo sempre di più.
Lui geme e si dimena, ansima e soffoca le grida, mordendosi il labbro inferiore.
Quasi viene, dopo qualche minuto di lingua famelica e della mia bocca arrapata che succhia e lecca e morde e bacia e ancora succhia e lecca.
Mi ferma: “non adesso, non così”
Mi ritrovo straiato accanto a lui sul letto e lui, caldo e sudato, che mi sale sopra, correndo con le dita sul bordo dei miei jeans, che mi stanno stretti, che tirano sul pacco pieno e turgido. Quando li sbottona sospiro.
Quando li abbassa ansimo sempre più forte. Quando poi mi tocca gemo senza remore.
Io non ho un pene bello e grande quanto il suo, è abbastanza nella media, ma lui si comporta come davanti ad una meraviglia mai vista, succhia il dannato, succhia, e succhiando sbava ed emette dei piccoli gemiti che mi mandano al creatore. Lo prende completamente in gola, al che gli afferro i capelli e spingo, spingo senza freni, ritmicamente, afferrando i suoi capelli corvini come un manubrio. Per minuti interi non smette di succhiare e sbavare, per minuti interi resta con il mio cazzo giù nella gola. Questo, cazzo, mi fa impazzire.
Lo stacco a forza dal mio pene, ha la faccia rossa e la bocca che gocciola saliva densa e bianca. “Tu ora ti fai scopare” esordisco in un fiato. Lui, come un animale domato, si accuccia su quattro zampe e davanti ai miei occhi si apre il suo culo, tondo, muscoloso, perfetto. L'ano è di un rosa scuro, invitante e stretto. Mi ci fiondo con la lingua, mentre lui ancora geme, accarezzo nel mentre il suo cazzo, rimasto durissimo.
Non sono mai stato amante del rimming, ma davanti alla bellezza di quest'uomo anche il rimming mi sembra paradisiaco.
Lo penetro con la lingua e continuo a leccare e spingere. Una mano poggiata sul suo culo scultoreo, che trema dal piacere, l'altra sul suo pene che non fa altro che pulsare e colare slime trasparente sulle lenzuola.
Non resisto.
Mi metto in ginocchio ed ammiro la sua schiena, muscolosa, morbida, ma contemporaneamente rigida sotto le mie carezze, con i muscoli che guizzano vispi.
“Hai del lubrificante?”
Lui mi indica il comodino, apro il primo cassetto ed in mezzo a vari dildo e toys di più generi, trovo una bottiglietta di lube.
Ne applico un po’ sulla punta del mio membro, per poi poggiarmi sulla sua apertura.
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