Il racconto dei racconti
di
thomas andersen
genere
etero
È un lunedì mattina di Marzo, Martina sta guidando per recarsi in ufficio, è una coach aziendale, in agenda ha due call con imprenditori che han perso le redini delle proprie aziende.
Stranamente è in anticipo, perciò guida rilassata, evitando la superstrada, optando per il percorso che attraversa i paesi. Questa situazione fa sì che, nel centro del paesino di Sant’Ilario, con la coda dell’occhio, si accorga che è comparsa una nuova pasticceria.
Il caso vuole che un comodo parcheggio libero la convinca a fermarsi. Un’occhiata al retrovisore per verificare il trucco leggero e che nessuna ciocca dei lunghi capelli castani sia troppo fuori posto. Non è una tipa sofisticata, la sua particolarità è proprio la spontaneità, la curiosità innata la porta a vivere la quotidianità esprimendo le piccole emozioni, senza inibirsi ma anche senza esagerare, per non attirare troppo l’attenzione. Preferisce il contatto umano e al lavoro ancora non si è abituata a quel moderno modo di interagire in webcam.
Scende dall’auto, chiude i bottoni del cappotto, afferra la borsetta e si avvicina alla porta d’ingresso del locale. Appena varcata la porta, viene raggiunta dall’onda calda del profumo di brioche, si guarda attorno, clienti ai tavolini, un anziano dal viso assonnato legge un giornale, due signore chiacchierano davanti ad una tisana, dietro al bancone nessuno.
Martina si avvicina alla zona cornetti per sbirciare e scegliere con calma. Nota che una moltitudine di prodotti di pasticceria è disposta in modo ordinato e geometrico, mentre un’unica pasta è da parte, in solitudine; è più elaborata, riposta elegantemente in una carta fine. Ha la forma di una ciambella, ma dall’aspetto croccante, divisa su due strati per contenere una crema che sembra di nocciole.
“È una Paris-Brest, l’hai mai assaggiata? Da come la sta scrutando, sembrerebbe di no.”
Una voce maschile risveglia Martina dalla contemplazione. Resta sorpresa nel trovare un pasticciere con la classica divisa bianca doppio petto e il colletto simil coreano. Il cappello, anch’esso candido, poggiato sul viso di un uomo alto, dalle spalle larghe, ma senza le rotondità stereotipate dei cuochi. Una corta barba curata e gli occhi più scuri che lei avesse mai visto.
Quel tipo avrà qualche anno più di lei, quindi sulla quarantina e l’accento suggerisce che non sia del posto.
“Ne avevo sentito parlare ma non l’avevo mai vista dal vivo, e come mai l’ha messa qui in disparte?”
“Le altre sono prodotte e surgelate all’ingrosso, questa l’ho preparata personalmente, con le mie mani; ogni mattina, all’alba, scelgo di fare un dolcetto, uno solo, ogni giorno diverso, perché io sono un pasticciere. Devo mettere me stesso in quel che faccio, almeno una volta al dì. Lo faccio perché mi fa star bene, perché mi appaga pensare che anche solo una persona avrà vissuto un viaggio sensoriale nel gusto grazie a me. Penso sia come uno scrittore, che trae soddisfazione dal fatto che qualcuno si sarà calato nella dimensione della sua storia. Non l’ho mai vista qui, non so se tornerà, ma mi farebbe piacere che quella di oggi la prendesse lei, la prima la offro io.”
“La ringrazio, mi ha spiazzato questa cosa, accetto la sua proposta, però, se per lei non è un problema, la porterei con me, per mangiarla in solitudine, mi imbarazzerebbe addentarla qui, dopo la sua prefazione, può capirmi vero? Prometto che tornerò per darle un riscontro.”
“Certamente, saggia decisione, ma le chiedo solo una cosa: non la mangi. Gusti, assapori, centellini, ma non la mangi solamente.”
Con una pinza ripone la pasta in un sacchetto e lo consegna alla cliente. Le persone in quel momento smettono di ciaccolare, di sorseggiare, tutto si ferma mentre Martina, disorientata, afferra l’involucro contenente la sua colazione, ringrazia, saluta con un arrivederci ed esce.
Percorre i restanti chilometri un po’ turbata dal particolare incontro, qualcosa di quel tipo l’ha affascinata, forse il modo di fare, forse la voce con la quale le aveva parlato, forse soltanto lo sguardo o un’attrazione a pelle.
Rimuginando, arriva nel parcheggio del luogo di lavoro. Apre la carta e chiude gli occhi, esegue il rituale chiesto da quell’uomo, lascia che il profumo incanti il suo olfatto, avvicina quell’opera d’arte dolciaria alle labbra leggermente aperte e la infila delicatamente.
La stringe con gli incisivi, la crema all’interno si sparge sulle papille gustative, e una sensazione intensa, avvolgente, la rapisce.
Accade qualcosa. Improvvisamente è come se lui fosse lì, seduto nei sedili posteriori, che si sia appena gustato visivamente l’estasi di quel peccaminoso assaggio. Lei non riapre gli occhi, le mani di lui la avvolgono, abbracciandola da dietro. Il sedile è interposto fra la schiena di Martina e quel tentatore diabolico; le sue mani la toccano, una le accarezza la pelle ai lati della bocca, verso il mento, mentre lei si appresta a masticare lentamente. L’altra scende, stacca la cintura di sicurezza, la molla del dispositivo richiama il gancio verso la portiera, già quel rapido sibilo la fa sentire quasi spogliata.
La mano scorre, va oltre l’abito che termina quasi al ginocchio, accarezza l’interno coscia, debolmente protetto da un collant scuro e spesso. Chissà perché sa che la starà sicuramente sporcando di zucchero a velo, ma non le importa, deglutisce il boccone, si contorce sul sedile, si inarca mentre due dita di lui le entrano piano nella bocca, le succhia, sanno di mandorle, oppure è il retrogusto del dolce.
Nello stesso istante altre due dita salgono verso la sua intimità, lei prova vergogna perché sa che la troveranno scandalosamente bagnata. E ciò accade, il palmo aperto preme esternamente, le due dita squarciano chirurgicamente il collant, frugano lente, scostano la mutandina, entrano, ad uncino, arpionano ogni desiderio e rendono vana ogni speranza.
I vetri dell’automobile iniziano ad appannarsi, il peccato di gola le cade dalla mano, per lasciar spazio a quello della carne. Lui le respira vicino all’orecchio, lo bacia e la lingua entra appena, poi si sporge e arriva a baciarla in bocca. Un velato gusto di burro, con note caramellate, aromi e profumi che le ricordano la Francia. Non può contenersi nel ricambiare quell’intreccio di respiri, mentre le mani di lui non accennano a smettere di impadronirsi di lei, finché la macchina ondeggia;
un passante giurerebbe di aver notato la vettura scuotersi, almeno tre volte, prima di riassestarsi.
Le due dita le tornano in bocca e assorbono il gemito soffocato, le altre vengono ricoperte di glassa.
Si sfila gradualmente da lei.
A Martina sembra di udire il rumore della portiera posteriore chiudersi. Riapre gli occhi, frastornata, col respiro compromesso. Si volta, non c’è nessuno. Scende dall’auto, si guarda attorno, spettinata, sconvolta, nessuno.
È certa di averlo immaginato, che quella pasta contenesse sostanze allucinogene? Oppure lui l’ha seguita, infilandosi in macchina e palpandola davvero? Il collant è strappato, gli umori non lasciano dubbi sul piacere, che sia stata lei a toccarsi? Quella visione è stata così reale..
Passa la giornata inebetita e smaniosa di tornare l’indomani in quella pasticceria. Ma cosa avrebbe detto all’uomo?
La notte è insonne, tra il desiderio di un'altra brioche e pensieri razionali che cercano di riprendere possesso della sua mente.
Arriva il mattino, Martina inizia a prepararsi almeno un’ora prima. Gira la chiave dell’autovettura e prende la direzione del paesino. Arriva di fronte alla pasticceria e si accinge ad entrare, quando trova un foglio sulla vetrata: “Chiuso per cessata attività”.
Cerca di guardare dentro, nella penombra, aiutandosi con la mano per attenuare i riflessi nel vetro. C’è solo il mobilio, nessuna persona, nessun pasticcino. È la cosa più assurda che le sia capitata.
Intravede un anziano, seduto su una panchina. Si avvicina a lui: ”Scusi, questa pasticceria ieri era aperta e in piena attività, mi sa dire come mai oggi è chiusa? “
“Mi han detto che il gestore è un tipo un po’ instabile, un vagabondo benestante che apre attività per passatempo, non è rimasto qui nemmeno due mesi. Si è offeso perché nessuno sembrava apprezzare le sue creazioni. Ha comunicato che andava ad aprire una libreria in uno sperduto paese di montagna chiamato Casaselvatica, sarà un fallimento anche là, altro non le saprei dire.”
Una seconda giornata quasi in catalessi, con addirittura i clienti che si accorgono nelle call del suo “non esserci”.
Come era possibile che si fosse ossessionata per una persona con la quale aveva scambiato solo qualche battuta, non lo aveva nemmeno memorizzato fisicamente, non avrebbe potuto tracciare un identikit. Lei, una coach, una persona che insegnava a gestire le emozioni, in preda ad un chiodo fisso ingiustificato. Era folle. Nella notte Martina prende una decisione.
All’alba annulla ogni appuntamento e parte per quello sperduto paesello. Chilometri di curve e di pini, case sempre più rade, vegetazione sempre più fitta. Il navigatore del cellulare perde addirittura il segnale, ma manca poco.
Arriva a Casaselvatica, un paesino antico, quasi deserto, quattro case, una chiesa e una libreria.
Resta qualche minuto in auto a fissare la porta d’ingresso in legno, poi trova il coraggio di scendere. Si avvicina, bussa, nessuna risposta, apre la porta chiedendo “c’è nessuno?”
Nella penombra, tra una piccola quantità di librerie piene, intravede un uomo di spalle, seduto ad una scrivania.
“E così ha mantenuto la promessa, è tornata a darmi un parere sulla mia pasta.”
Così dicendo si volta e si alza in piedi, avvicinandosi, con un piccolo libro tra le mani.
“Non dica nulla. Il fatto che sia venuta fin qui significa che ha colto la mia essenza, quella che avevo infuso nella Paris Brest; speravo ne restasse coinvolta, dal primo istante in cui l’ho vista entrare. La pasticceria, quel mattino, aveva raggiunto il suo scopo: permettermi di trovarla e darle la possibilità di riconoscermi.
Tenga, questo è il mio racconto, l’ho scritto per Noi.
Inizia con “E’ un Lunedì mattina di marzo..” Stavolta non legga da sola, scelga di sfogliarne le pagine insieme a me, scoprendo dove ci condurranno.”
Martina guarda la copertina e scopre il nome di lui,
inciso su quel cartone rigido,
per poterlo pronunciare,
nell’istante prima di baciarlo.
Stranamente è in anticipo, perciò guida rilassata, evitando la superstrada, optando per il percorso che attraversa i paesi. Questa situazione fa sì che, nel centro del paesino di Sant’Ilario, con la coda dell’occhio, si accorga che è comparsa una nuova pasticceria.
Il caso vuole che un comodo parcheggio libero la convinca a fermarsi. Un’occhiata al retrovisore per verificare il trucco leggero e che nessuna ciocca dei lunghi capelli castani sia troppo fuori posto. Non è una tipa sofisticata, la sua particolarità è proprio la spontaneità, la curiosità innata la porta a vivere la quotidianità esprimendo le piccole emozioni, senza inibirsi ma anche senza esagerare, per non attirare troppo l’attenzione. Preferisce il contatto umano e al lavoro ancora non si è abituata a quel moderno modo di interagire in webcam.
Scende dall’auto, chiude i bottoni del cappotto, afferra la borsetta e si avvicina alla porta d’ingresso del locale. Appena varcata la porta, viene raggiunta dall’onda calda del profumo di brioche, si guarda attorno, clienti ai tavolini, un anziano dal viso assonnato legge un giornale, due signore chiacchierano davanti ad una tisana, dietro al bancone nessuno.
Martina si avvicina alla zona cornetti per sbirciare e scegliere con calma. Nota che una moltitudine di prodotti di pasticceria è disposta in modo ordinato e geometrico, mentre un’unica pasta è da parte, in solitudine; è più elaborata, riposta elegantemente in una carta fine. Ha la forma di una ciambella, ma dall’aspetto croccante, divisa su due strati per contenere una crema che sembra di nocciole.
“È una Paris-Brest, l’hai mai assaggiata? Da come la sta scrutando, sembrerebbe di no.”
Una voce maschile risveglia Martina dalla contemplazione. Resta sorpresa nel trovare un pasticciere con la classica divisa bianca doppio petto e il colletto simil coreano. Il cappello, anch’esso candido, poggiato sul viso di un uomo alto, dalle spalle larghe, ma senza le rotondità stereotipate dei cuochi. Una corta barba curata e gli occhi più scuri che lei avesse mai visto.
Quel tipo avrà qualche anno più di lei, quindi sulla quarantina e l’accento suggerisce che non sia del posto.
“Ne avevo sentito parlare ma non l’avevo mai vista dal vivo, e come mai l’ha messa qui in disparte?”
“Le altre sono prodotte e surgelate all’ingrosso, questa l’ho preparata personalmente, con le mie mani; ogni mattina, all’alba, scelgo di fare un dolcetto, uno solo, ogni giorno diverso, perché io sono un pasticciere. Devo mettere me stesso in quel che faccio, almeno una volta al dì. Lo faccio perché mi fa star bene, perché mi appaga pensare che anche solo una persona avrà vissuto un viaggio sensoriale nel gusto grazie a me. Penso sia come uno scrittore, che trae soddisfazione dal fatto che qualcuno si sarà calato nella dimensione della sua storia. Non l’ho mai vista qui, non so se tornerà, ma mi farebbe piacere che quella di oggi la prendesse lei, la prima la offro io.”
“La ringrazio, mi ha spiazzato questa cosa, accetto la sua proposta, però, se per lei non è un problema, la porterei con me, per mangiarla in solitudine, mi imbarazzerebbe addentarla qui, dopo la sua prefazione, può capirmi vero? Prometto che tornerò per darle un riscontro.”
“Certamente, saggia decisione, ma le chiedo solo una cosa: non la mangi. Gusti, assapori, centellini, ma non la mangi solamente.”
Con una pinza ripone la pasta in un sacchetto e lo consegna alla cliente. Le persone in quel momento smettono di ciaccolare, di sorseggiare, tutto si ferma mentre Martina, disorientata, afferra l’involucro contenente la sua colazione, ringrazia, saluta con un arrivederci ed esce.
Percorre i restanti chilometri un po’ turbata dal particolare incontro, qualcosa di quel tipo l’ha affascinata, forse il modo di fare, forse la voce con la quale le aveva parlato, forse soltanto lo sguardo o un’attrazione a pelle.
Rimuginando, arriva nel parcheggio del luogo di lavoro. Apre la carta e chiude gli occhi, esegue il rituale chiesto da quell’uomo, lascia che il profumo incanti il suo olfatto, avvicina quell’opera d’arte dolciaria alle labbra leggermente aperte e la infila delicatamente.
La stringe con gli incisivi, la crema all’interno si sparge sulle papille gustative, e una sensazione intensa, avvolgente, la rapisce.
Accade qualcosa. Improvvisamente è come se lui fosse lì, seduto nei sedili posteriori, che si sia appena gustato visivamente l’estasi di quel peccaminoso assaggio. Lei non riapre gli occhi, le mani di lui la avvolgono, abbracciandola da dietro. Il sedile è interposto fra la schiena di Martina e quel tentatore diabolico; le sue mani la toccano, una le accarezza la pelle ai lati della bocca, verso il mento, mentre lei si appresta a masticare lentamente. L’altra scende, stacca la cintura di sicurezza, la molla del dispositivo richiama il gancio verso la portiera, già quel rapido sibilo la fa sentire quasi spogliata.
La mano scorre, va oltre l’abito che termina quasi al ginocchio, accarezza l’interno coscia, debolmente protetto da un collant scuro e spesso. Chissà perché sa che la starà sicuramente sporcando di zucchero a velo, ma non le importa, deglutisce il boccone, si contorce sul sedile, si inarca mentre due dita di lui le entrano piano nella bocca, le succhia, sanno di mandorle, oppure è il retrogusto del dolce.
Nello stesso istante altre due dita salgono verso la sua intimità, lei prova vergogna perché sa che la troveranno scandalosamente bagnata. E ciò accade, il palmo aperto preme esternamente, le due dita squarciano chirurgicamente il collant, frugano lente, scostano la mutandina, entrano, ad uncino, arpionano ogni desiderio e rendono vana ogni speranza.
I vetri dell’automobile iniziano ad appannarsi, il peccato di gola le cade dalla mano, per lasciar spazio a quello della carne. Lui le respira vicino all’orecchio, lo bacia e la lingua entra appena, poi si sporge e arriva a baciarla in bocca. Un velato gusto di burro, con note caramellate, aromi e profumi che le ricordano la Francia. Non può contenersi nel ricambiare quell’intreccio di respiri, mentre le mani di lui non accennano a smettere di impadronirsi di lei, finché la macchina ondeggia;
un passante giurerebbe di aver notato la vettura scuotersi, almeno tre volte, prima di riassestarsi.
Le due dita le tornano in bocca e assorbono il gemito soffocato, le altre vengono ricoperte di glassa.
Si sfila gradualmente da lei.
A Martina sembra di udire il rumore della portiera posteriore chiudersi. Riapre gli occhi, frastornata, col respiro compromesso. Si volta, non c’è nessuno. Scende dall’auto, si guarda attorno, spettinata, sconvolta, nessuno.
È certa di averlo immaginato, che quella pasta contenesse sostanze allucinogene? Oppure lui l’ha seguita, infilandosi in macchina e palpandola davvero? Il collant è strappato, gli umori non lasciano dubbi sul piacere, che sia stata lei a toccarsi? Quella visione è stata così reale..
Passa la giornata inebetita e smaniosa di tornare l’indomani in quella pasticceria. Ma cosa avrebbe detto all’uomo?
La notte è insonne, tra il desiderio di un'altra brioche e pensieri razionali che cercano di riprendere possesso della sua mente.
Arriva il mattino, Martina inizia a prepararsi almeno un’ora prima. Gira la chiave dell’autovettura e prende la direzione del paesino. Arriva di fronte alla pasticceria e si accinge ad entrare, quando trova un foglio sulla vetrata: “Chiuso per cessata attività”.
Cerca di guardare dentro, nella penombra, aiutandosi con la mano per attenuare i riflessi nel vetro. C’è solo il mobilio, nessuna persona, nessun pasticcino. È la cosa più assurda che le sia capitata.
Intravede un anziano, seduto su una panchina. Si avvicina a lui: ”Scusi, questa pasticceria ieri era aperta e in piena attività, mi sa dire come mai oggi è chiusa? “
“Mi han detto che il gestore è un tipo un po’ instabile, un vagabondo benestante che apre attività per passatempo, non è rimasto qui nemmeno due mesi. Si è offeso perché nessuno sembrava apprezzare le sue creazioni. Ha comunicato che andava ad aprire una libreria in uno sperduto paese di montagna chiamato Casaselvatica, sarà un fallimento anche là, altro non le saprei dire.”
Una seconda giornata quasi in catalessi, con addirittura i clienti che si accorgono nelle call del suo “non esserci”.
Come era possibile che si fosse ossessionata per una persona con la quale aveva scambiato solo qualche battuta, non lo aveva nemmeno memorizzato fisicamente, non avrebbe potuto tracciare un identikit. Lei, una coach, una persona che insegnava a gestire le emozioni, in preda ad un chiodo fisso ingiustificato. Era folle. Nella notte Martina prende una decisione.
All’alba annulla ogni appuntamento e parte per quello sperduto paesello. Chilometri di curve e di pini, case sempre più rade, vegetazione sempre più fitta. Il navigatore del cellulare perde addirittura il segnale, ma manca poco.
Arriva a Casaselvatica, un paesino antico, quasi deserto, quattro case, una chiesa e una libreria.
Resta qualche minuto in auto a fissare la porta d’ingresso in legno, poi trova il coraggio di scendere. Si avvicina, bussa, nessuna risposta, apre la porta chiedendo “c’è nessuno?”
Nella penombra, tra una piccola quantità di librerie piene, intravede un uomo di spalle, seduto ad una scrivania.
“E così ha mantenuto la promessa, è tornata a darmi un parere sulla mia pasta.”
Così dicendo si volta e si alza in piedi, avvicinandosi, con un piccolo libro tra le mani.
“Non dica nulla. Il fatto che sia venuta fin qui significa che ha colto la mia essenza, quella che avevo infuso nella Paris Brest; speravo ne restasse coinvolta, dal primo istante in cui l’ho vista entrare. La pasticceria, quel mattino, aveva raggiunto il suo scopo: permettermi di trovarla e darle la possibilità di riconoscermi.
Tenga, questo è il mio racconto, l’ho scritto per Noi.
Inizia con “E’ un Lunedì mattina di marzo..” Stavolta non legga da sola, scelga di sfogliarne le pagine insieme a me, scoprendo dove ci condurranno.”
Martina guarda la copertina e scopre il nome di lui,
inciso su quel cartone rigido,
per poterlo pronunciare,
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