Mia cugina: Parte 51 (Epilogo)

di
genere
incesti

Il giorno dopo, mi sveglio all'una di pomeriggio. Mi sono addormentato all'alba. E non ho dormito per niente. Non so nemmeno se ho sognato. So soltanto che mi sono svegliato di continuo. Per tutta la notte, ho fissato il soffitto della camera da letto con un nodo in gola e una fitta allo stomaco. Lo stesso stomaco che ora sento pesante come un macigno. Mi sembra di aver mangiato troppo. Ma non ho mangiato niente da quando ho vomitato.
Mi alzo, mi faccio un'altra doccia e mi affaccio al balcone. In strada, poca gente. Qualche auto. Il cielo è di un azzurro quasi etereo e la luce del sole sembra pallida. Rimango così per un po', mentre un leggero venticello gelido mi morde le mani, il viso e il collo.
Il cellulare squilla sul divano.
Vado a prenderlo, guardo lo schermo. È Ilaria. Me lo porto all'orecchio. — Sì?
— Ti ho chiamato diverse volte. Dove sei?
— A casa. Perché?
— Come a casa? Oggi abbiamo il pranzo dell'ufficio. Te ne sei dimenticato?
Sì, perché ho la merda nel cervello. — Ah, già... Me ne sono dimenticato. Sarà per la prossima volta.
— Vieni qui. Manchi solo tu. — Fa una pausa. — È un ordine.
Faccio per rispondere, ma riaggancia. È stata stranamente calma. Mi aspettavo una sfuriata o qualcosa del genere. Invece niente.
Raggiungo la camera da letto e indosso una completato nero, senza cravatta. Mi sistemo un po' di lato i capelli ricci, mi spruzzo dell'acqua di colonia e vado via.


Venti minuti dopo, entro nella trattoria. Non so perché Ilaria abbia scelto questo posto tra tanti, ma credo perché suo nonno è il proprietario. E poi qui si mangia molto meglio che in molti ristoranti stellati e non.
In sala, seduti ai tavoli, c'è tutto il personale dell'ufficio. Parlano, ridono, scherzano. L'atmosfera è festosa, allegra.
Ma quando passo tra di loro, le voci si abbassano. Partono occhiate, bisbigli. Tutti stanno parlando di me, di quel video, di mia cugina e del naso incerottato. Non credo sappiano che è mia cugina, ma non me ne frega niente, ormai.
Ilaria si alza dal tavolo riservato ai dirigenti e mi fa segno di seguirla. Le vado dietro. Usciamo dalla sala e si ferma nel corridoio che porta ai bagni.
Mi guarda, preoccupata. — Che hai fatto al naso?
— Niente.
— Niente? Non mi sembra niente.
— Dai, lascia stare. Che volevi dirmi?
Non risponde subito, gli occhi nei miei. — Hai combinato proprio un bel casino.
Mi acciglio, confuso. — Se intendi quel video...
— No, parlo con tua madre. Mi ha chiamata.
— Ti ha chiamata?! — rispondo, sorpreso, ansioso. — In che senso?
— Ha detto un sacco di cose. Delirava. Parlava a raffica. Non la smetteva più.
— Ma che ha detto?
— Puoi immaginarlo.
Un breve silenzio.
Abbasso gli occhi. — Che ti ha detto?
— In parole povere? Che ti sei scopato tua cugina. — Fa una smorfia. — Hai fatto proprio un bel lavoro.
— Ha detto solo questo?
Ilaria incrocia le braccia sui seni. — Tua zia voleva denunciarti, ma tua madre glielo ha impedito. Hanno litigato, da quanto ho capito.
Mi porto una mano sulla testa, lo sguardo ancora basso. — È tutta colpa mia...
— Già, come sempre. Ma sapevo che avresti finito per incasinare tutto.
Sollevo lo sguardo su di lei. — Ti ha detto altro? Qualcosa su di me?
— No. Niente.
Mi giro, le do le spalle. — Non so cosa fare. Ho rovinato tutto. Ora... — Sospiro, afflitto. — Cosa posso fare?
— Niente — dice Ilaria, la voce piatta, secca. — Non puoi fare proprio niente. Hai mandato tutto in malora. Hai fatto litigare tua madre con tua zia e...
— Lo so, non ho bisogno di un riepilogo.
— Inoltre, non mi hai detto che non ti importa niente di loro? Di tuo padre e tua madre, intendo? Che sono immaturi e via dicendo?
Mi volto verso di lei. — Non ho mai detto che non mi importa di loro.
— Ma che siano immaturi, sì.
Non rispondo subito. — Questo cosa c'entra con ciò che è successo?
— Niente — dice di getto.
— Allora perché me l'hai detto?
Batte un dito sulla mia fronte con un sorrisetto storto. — Pensi troppo. Non ti fa bene.
Corrugo la fronte, turbato. — Ma mi stai ascoltando?
Mi fissa negli occhi per un attimo. — Ora cosa farai? Non parlerei più con nessuno di loro?
— Già.
— Nemmeno con Sarah?
— Abbiamo litigato, ricordi? E poi dopo quello che è successo... Voglio dire, sicuramente ora sa tutto. Immagino, che sua madre l'abbia chiamata per...
Due colleghe sbucano nel corridoio per andare in bagno, ma si fermano a guardarci. Smettono di parlare.
Ilaria sorride loro e si allontana. Le due mi guardano. Accenno un sorriso, ma ricambiano con occhiate giudicanti. Torno in sala.
L'atmosfera cala di nuovo. Tutti gli occhi sono puntati su di me. Ilaria si siede al tavolo riservato ai dirigenti. Non mi guarda nemmeno una volta. L'unico posto libero è quello a capotavola, dove sarebbe stato seduto suo nonno, ancora malato, immagino.
Io mi dirigo verso l'unica sedia vuota. Quando ci arrivo, Paula è seduta accanto. La sua borsetta è sulla sedia. La toglie con un sorriso e la mette sullo schienale della sua sedia. Mi sorride.
Mi siedo, gli occhi piantati sul piatto vuoto. Mi sento così a disagio che vorrei fuggire seduta stante. Ma non posso. Ormai sono qui. E Ilaria mi ha ordinato di esserci. Dovevo evitare di rispondere alla telefonata. Avrei evitato tutte queste occhiatacce.
Al mio tavolo, oltre me e Paula, ci sono tre donne. Le conosco solo di vista. Evitano di guardarmi, sebbene lo facciano di nascosto.
Paula batte una mano sulla mia coscia mentre mi guarda il naso incerottato. Sorride. Un sorriso che parla da sé, che mi dice "con te non ci si annoia mai".
Già, mai. E se dovessero sapere che la donna nel video è mia cugina, sarei caput. Mi taglierebbero fuori del tutto. E forse la dirigenza presserebbe Ilaria per farmi licenziare.
Arrivano i camerieri con le prime portate e le servono ai tavoli. A occuparsi del mio tavolo, come se la vita mi volesse sbeffeggiare, c'è il cameriere tamarro. Le mie tre colleghe ci buttano subito l'occhio. Una in maniera molto evidente. Lui lo capisce. Sorride loro e si allontana.
Cominciamo a mangiare.
In sala, un lieve brusio. Rumori di forchette su piatti. Una sieda gratta sul pavimento. Una risata. Tutto e tutti sembrano ignorarmi. Finalmente.
Il pranzo continua con altre due portate e finisce con un dolce. Non so nemmeno cosa diamine ho mangiato. Non sentivo né il gusto né la consistenza del cibo. Masticavo e ingoiavo come un automa. Anche se ero lì, mentalmente ero altrove.
Dalla console, una deejay fa partite della musica dance remixata. Molti si alzano per ballare. Anche le tre colleghe sedute al mio tavolo. Corpi in movimento. Risate.
— Hai fatto a pugni? — chiede Paula, la voce scherzosa.
— Con lo specchio.
Alza un sopracciglio. — Con lo specchio? È stata Ilaria?
— No.
— Allora chi?
— Te l'ho detto. Lo specchio.
Sbuffa, annoiata. — Comunque, in un ufficio non si fa che parlare di te. All'inizio, lo ammetto, era divertente. Ma adesso è noioso.
— Non me ne ero accorto — rispondo, sarcastico.
— Se sapessero che quella lì è...
— Ma non lo sanno. Meglio così.
Un momento di silenzio.
Osservo gli altri ballare, divertirsi. Sono tutti così felici, così spensierati. Nessuno sta vivendo il mio inferno. Ma so che tutti ne hanno uno personale. Cambia solamente l'intensità delle fiamme. Le mie mi stanno consumando a una velocità inimmaginabile.
— Vuoi sapere un fatto curioso? — domanda Paula, il viso da chi la sa più lunga degli altri.
Non rispondo. Non mi interessa. Voglio solo che tutto questo finisca al più presto.
— Ho sentito alcuni pezzi grossi parlare di promuoverti.
Volto la testa versi di lei. Non parlo.
— Hai fatto fare enormi profitti alla compagnia con Caterina Savona. Sembra che sia stato il presidente in persona a richiederlo. Quel tipo anziano che non si fa vedere mai. Hai presente?
Certo. Lo conosco da quando andavo al liceo. È il nonno di Ilaria. Non lo sai? Mi limito ad annuire.
— Buon per te, no? — dice lei con un lieve sorriso. — Ora sarai il mio capo. Peccato che non possiamo più fare quelle sveltine all'ora di pranzo. Mi ci ero... affezionata.
— Immagino che con Ettore vada tutte bene — rispondo.
— Ogni tanto mi fa incazzare, ma sì. Tutto bene. E poi ha letto si trasforma. Mi prosciuga completamente, se hai capito.
— Non hai proprio peli sulla lingua, eh?
Paula fa un sorrisetto, furbo. — Comunque è tornato qui solo per vendere la casa dei nonni. Ritornerà in spagna. A inizio anno.
— Lo seguirai?
— No — dice, secca.
— Pensavo...
— Che avrei detto di sì? — Scuote la testa. — Qui ho un buon lavoro. Anzi, un ottimo lavoro. Non mi licenzierei mai. Sono innamorata, non scema.
La guardo, corrucciato, per un momento. — Non è che ti ha detto di non licenziarti?
Fa una smorfia, divertita. — Ma che dici?! E se anche fosse, non...
— Quindi è così?
Sbuffa, le braccia incrociate sul petto. — Mamma mia quanto sei palloso.
— Stavolta ti ho letto io come un libro aperto.
Si acciglia, perplessa. — Libro aperto? Ma che stai dicendo?
Non rispondo. Sul volto, un leggero sorriso di trionfo.
I miei colleghi continua a ballare. Ilaria è ancora seduta al suo posto e parla con un dirigente anziano.


Alle cinque del pomeriggio, sono seduto in macchina, le mani sul manubrio, gli occhi persi nel vuoto. Sono qui dalle quattro o le tre. Non me lo ricordo. So solo che sono salito a bordo e ci sono rimasto. Immagino che i miei colleghi mi hanno visto mentre andavano alle loro macchine per andare via. Ora avranno un altro argomento di cui parlare.
Bussano su finestrino.
Paula mi sorride dietro il vetro. — Ti sei addormentato?
Abbasso il finestrino. — Qualcosa del genere.
— Pensavo fossi andato via già da un pezzo.
— Lo pensavo anch'io.
Corruga la fronte, confusa. — In che senso?
— Niente.
— Beh, io vado. Stasera vado al cinema con Ettore.
— Divertiti.
Abbozza un sorrisetto, cattivo. — Ti direi lo stesso, ma sei palloso. Il divertimento ha paura di te.
— Sì, sì, certo.
— Aur revoir!
— Sì, ciao.
Si allontana verso lo spiazzo puntellato da poche auto. Sculetta. Forse sa che le sto guardando il sedere. La osservo entrare nella macchina attraverso lo specchietto retrovisore esterno, mettere in moto e passarmi accanto. Suona il clacson per salutarmi e si avvia lungo la strada sterrata, fiancheggiata da ulivi e sterpaglie.
Resto immobile ancora per un po'. Sospiro, sbuffo e vado via.
Guido fino in città. O meglio, è il mio corpo a guidare fino a qui, il mio pilota automatico. Non so nemmeno come ci sia arrivato. Avevo e ho la testa da tutt'altra parte. Mia zia. Mia madre. Mia cugina. Che casino, cazzo. Un vero casino.
Fermo l'auto sotto il condominio, ma non esco. Rimango dentro. Accendo la radio e chiudo gli occhi. Ascolto una canzone di Lana del Rey. Poi le notizie, seguita da due tizie che parlano a lungo di gossip. Non la smettono più. Spengo ed esco dall'auto. Mi dirigo verso il portone dell'edificio. Qualsiasi cosa faccio, non riesco a scacciare il volto di mia zia da davanti agli occhi. Sento ancora i suoi schiaffi bruciarmi la pelle, i suoi occhi divorarmi l'anima.


Alle dieci di sera, raggiungo i miei amici al Destiny. Il locale è strapieno. Urla, risate. Odore di alcol, di acqua di colonia, di sudore. La musica house progressive a palla. Non si riesce a passare. Tutti i tavoli sono occupati. Durante le feste è sempre così. Anche l'anno scorso.
Sgomito tra la folla e mi fermo all'ultimo tavolo, in fondo al bar. I miei amici ci sono tutti. Anche il mio amico e la sua ragazza, che lo tradisce con il suo amico d'infanzia. Tutti loro sono già ubriachi e biascicano.
Quando mi vedono, mi puntano il dito verso il naso. Mi chiedono cosa è successo. Rispondo come ho risposto a Paula. "Ho litigato con lo specchio." Quelli ridono. Alcuni lasciano perdere e altri vogliono sapere davvero cosa mi è successo. Così insisto con la storia dello specchio finché mi mandano a fare in culo.
Ma siedo accanto a Ilaria. Lei non mi calcola. Beve e continua a parlare con una nostra amica. Ordino una birra e la bevo in silenzio. Non so nemmeno perché sono qui. Forse per far smettere al cervello di rimuginare, di farmi vedere continuamente il volto di mia zia. Ma è tutto inutile. Ce l'ho sempre davanti agli occhi. Non importa dove vada, quanta gente ci sia o quanta sia alta la musica. Non posso scappare da me stesso, da ciò che ho fatto, dallo schifo che sono.
Continuo a bere. Un birra dopo l'altra. Arrivo alla quinta. I miei pensieri si sfocano, la mia mente si libera. Ma l'eco c'è sempre. Sottile, in sinuoso. Non mi lascia andare.
Verso l'una, saluto i quattro amici rimasti e mi dirigo all'uscita. Il bar si è svuotato. La musica si è abbassata un po'. Esco, guardo il marciapiede poco affollato e barcollo verso la mia macchina. Quando ci arrivo, non entro. Mi appoggio al tettuccio. Sono troppo ubriaco per guidare. Ma ancora troppo lucido da pensare al casino che ho combinato. Ci sto rimuginando così tanto che mi sta infastidendo.
Apro la portiera e salgo a bordo. Chiudo gli occhi. Fuori, ovattato, giunge il brusio della gente. Ma non mi dà fastidio. Anzi, mi tranquillizza. È come ascoltare il mare di notte. Le onde ti cullano. E ti ricordano che non sei l'unico stronzo della città. O forse sì?
Resto con gli occhi chiusi a lungo. Cerco di addormentarmi, ma il sonno non mi prende. Troppi pensieri.
Bussano sul finestrino.
So già chi è. Riconosco il rumore delle sue nocche, il suo modo di battere. Apro gli occhi.
Ilaria mi guarda dietro il vetro. Non dice nulla. Fa il giro della macchina e sale a bordo. Mi guarda. — Ti sei ripreso?
Chiudo gli occhi. Non rispondo, la testa poggiata sul poggiatesta.
La sua voce è calma, controllata. — Hai bevuto parecchio, stasera.
Silenzio.
— Suppongo che tu abbia molto da pensare.
— Sai già che è così.
— Hai parlato con tua madre?
Apro gli occhi e la fisso. — Perché dovrei? Per lei sono morto. Sicuro.
— Se non le parli, non puoi saperlo.
Sposto lo sguardo fuori dal finestrino. — Non ha senso.
— Quindi non vuoi parlarle più?
— Perché dovrei? Sai già cosa è successo.
— Ma ciò che è fatto è fatto.
Faccio una smorfia. — È facile parlare per te. Non sei tu quella che ha combinato un macello.
— Tua madre... — dice lei. — Mi ha chiamata di nuovo. Poco fa. Mi ha chiesto di te.
Non rispondo.
— Le ho detto che stai bene. E lei mi ha chiesto di tenerti d'occhio.
Mi volto a guardarla. — Nel caso in cui mi scopi di nuovo mia cugina? Beh, non c'è questo rischio. Lei non è qui.
Ilaria mi fissa. Fa per dire qualcosa, ma si ferma. Sbuffa. — Lo sai che non è così. È solo preoccupata per te.
— Se lo fosse, — dico, la voce un magma di rabbia — avrebbe chiamato me. Non te. E non l'ha fatto. Nemmeno una volta. Perciò...
— Devi capire che...
— Che c'è da capire!? Se tuo padre o tua madre chiamasse me e non te... Come ti sentiresti?
— Ma io li odio. Tu no.
Sorrido, nervoso. — Visto? Non capisci. Non sei nella mia situazione.
Un breve silenzio.
— Comunque, — dice lei, la voce dura — puzzi di alcol.
— Allora, vattene.
— Ti accompagno.
— Non né ho bisogno.
— Hai bevuto troppo per...
— Non guido. Rimango qui.
— Vuoi dormire in macchina? — chiede, perplessa.
— Non sarebbe la prima volta.
— Dai, andiamo. Ti accompagno.
La guardo. — Vai.
Mi fissa per un attimo. Poi si volta, le braccia incrociate sui seni, lo sguardo in avanti. — Resterò qui per un po'.
— Non cambierò idea.
— Non importa.
— Fai come vuoi.
— Infatti. Faccio come voglio.
Scuoto la testa con uno sbuffo, irritato. Chiudo gli occhi.
Restiamo in silenzio per un pezzo. Forse un'ora. Sento il suo respiro, il suo profumo. L'abitacolo sembra immerso nel suo odore. Non so perché, ma il mio pene si fa duro. E non sono nemmeno eccitato. Penso sia la sua presenza a eccitare il mio corpo.
Il camion dei netturbini passa accanto alla mia auto. Riconosco il motore, il suo dei bip bip quando va in retromarcia. E poi il vociare duro dei netturbini mentre raccolgono e gettano la spazzatura nel camion. Poi il veicolo si allontana, si fa sempre più distante.
— Sono le tre — dice Ilaria, la voce un po' impastata dal sonno.
Apro gli occhi e la guardo. Ha gli occhi assonnati. Sembra che abbia dormito. — Le tre?
— Già, le tre.
Sono passate due ore? Anzi, sono volate senza che facessi niente. Senza che pensassi a niente. Mi acciglio, turbato.
— Che c'è? — domanda lei.
Abbasso lo sguardo, pensieroso, ma lo rialzo subito. — Non vai a casa?
— Ho sonno. Dormirò qui.
— Dai, vai a casa.
Mi ignora. Chiude gli occhi, le braccia ancora conserte sul petto. Ha il viso pallido. E sembra che stia tremando leggermente.
Alzo di più il riscaldamento, mi tolgo il giubbotto e glielo metto sopra.
Lei riapre gli occhi. Guarda il giubbotto, poi me. Me lo butta sopra. — Non mi serve.
Faccio per rimetterglielo, ma mi spinge via. Mi fissa. Non fiata.
Distolgo lo sguardo. — Ok, ho capito. — Lascio il giubbotto sulle mie ginocchia.
Un momento di silenzio.
— Sbaglio o ce l'hai duro? — domanda di getto.
Già, proprio così. E poi perché mi ha guardato proprio là? — Ma che dici? Perché dovrei avercelo duro?
— Non lo so. Dimmelo tu.
— Non ce l'ho duro.
— Non sono cieca. L'ho visto quando ti sei esposto verso di me.
— Hai visto male.
Non risponde.
Chiudi gli occhi, le orecchie drizzate. Perché ho l'impressione che mi salterà sopra? Perché riduco sempre e tutto al sesso? Che cazzo ho che non va?
Aspetto.
Mi addormento.


Mi sveglio di colpo e sobbalzo.
Qualcuno bussa sul finestrino. Dietro il vetro, il volto di mio cugino. Mi giro verso Ilaria. Ma non c'è. Il sedile è vuoto. Dove diavolo è andata? Pensavo mi sarebbe saltata addosso ieri sera. Come ha sempre fatto.
Spengo il riscaldamento, indosso il giubbotto ed esco dal veicolo. L'aria gelida mi brucia il viso e le mani. Le metto nelle tasche del giubbotto mentre tremo un po'. Il cielo, una distesa plumbea.
— Mi ha chiamato Ilaria — dice Dario mentre mi fissa il naso incerottato. Non fa domande. — Mi ha detto di venire a prenderti. Non voleva che tu morissi assiderato.
— Beh...
— Mia madre vuole parlarti.
Il cuore mi si ferma nel petto. Deglutisco a vuoto. — Parlarmi? Perché?
— Lo sai perché.
Devio il suo sguardo. Non rispondo. Diverse persone ci passano accanto. Nell'aria, odore di benzina, di smog, di terrore. Il mio.
— Tua madre è con lei — dice mio cugino.
— Anche lei vuole...
— Già. Anche lei.
Mi passo una mano in faccia per l'ansia. — Ilaria... Dov'è?
Mio cugino si acciglia, confuso. — Era con te?
Annuisco. — Non sai dov'è?
— No, non lo so. Non mi ha detto niente. E poi non sapevo che fosse con te.
— Ma ti ha chiamato, no?
— Ma solo per dirmi di venirti a prendere. — Fa una pausa, i suoi occhi mi scrutano. — Tu e lei...
— Non ce l'hai con me? — domando di getto. Non voglio che sappia di me. Anche se lo sa già, mi pare. Non mi ricordo. E non voglio saperlo.
— Con te?
— Io e Sarah... Sai...
— Ah... — risponde, il tono pacato. — No, non ce l'ho con te. E poi avevo intuito che c'era qualcosa tra voi.
— Però...
— Seguimi con la tua macchina. Andiamo.
— Ma...
Si allontana.
Lo guardo salire in auto. Poi entro nella mia. Dovrebbe essere arrabbiato con me. Anzi, dovrebbe prendermi a pugni. Mi sono fatto Sarah, sua sorella. E siamo cugini. Dovrebbe odiarmi come mia zia e mia madre. E non rispondermi come se non gliene fregasse poi tanto.


Venti minuti dopo, parcheggio davanti casa di mia zia. Alle mie spalle, c'è l'auto di mio padre. I miei sono qui. Faccio un lungo sospiro mentre stringo fortissimo il manubrio e scendo dalla macchina.
Mio cugino attraversa la strada e si ferma sulla porta di casa. Mi guarda. Lo raggiungo, la testa bassa, da colpevole. Entriamo dentro.
L'aria calda mi sferza il viso. La pelle inizia a prudermi. L'intero corpo mi pizzica. Voglio spogliarmi, grattarmi ovunque. E andare via.
Mio cugino va in cucina. Lo seguo.
Nell'aria, un intenso odore di legna bruciata. Il camino è accesso. Lo sento scoppiettare. Varchiamo la soglia della cucina. Mi pietrifico.
Sono tutti lì. Mia madre, mia zia, mio padre e mio zio. Manca solo Sarah. Sono seduti attorno al tavolo, le tazzine di caffè poggiate sopra. I loro sguardi, grevi, mi penetrano nelle ossa. Quelli di mia zia e mia madre ribollono di un'intensità ancestrale. Impossibili da decifrare, ma pregni di odio e rabbia.
Mia madre scatta in piedi e si precipita verso di me. Mi tocca la faccia mentre mi fissa il naso incerottato. — Cosa è successo? Stai bene?!
Sai benissimo cosa è successo. Siete state tu e mia zia a rompermi il naso. — Non è niente.
— Come non è niente? Hai...
La supero e mi siedo, accanto a mio padre.
Mio cugino resta in piedi. Mia madre torna al suo posto. Mio zio e mio padre mi fissano, severi. Mia zia non mi toglie gli occhi di dosso. Vorrebbe alzarsi e prendermi a schiaffi. Ne sono più che sicuro. Ma si trattiene.
Nella cucina, cala un silenzio ancora più opprimente. Non si sente niente. Nemmeno il rumore della strada. Niente.
Tengo gli occhi sul tavolo. Non riesco ad alzarli. Mi sento uno schifo. Un traditore. Una merda.
— Perché? — chiede mia zia, la voce controllata che tradisce un moto di rabbia. — Perché?! Tu e mia figlia... Perché?!
— La amo — rispondo, gli occhi bassi.
Silenzio.
Non oso alzare lo sguardo. Non ho il fegato di farlo. So già che mia zia mi sta uccidendo con gli occhi. E non è l'unica.
— La ami? — domanda mia zia, incredula. — È tua cugina! Come puoi amarla!?
— È così... La amo.
Mia zia picchia un pugno sul tavolo, che trema sotto il suo colpo. — Non puoi!
Sobbalzo. Sollevo gli occhi su di lei. Ha il volto arrossato, gli occhi lucidi e iniettati di sangue. E mi fissa come se volesse farmi a pezzi. Abbasso lo sguardo. Non rispondo.
— Capito!? Non puoi! Sei suo cugino! Siete cugini! Tu... Brutto bastardo...
— Ehi! — grida mia madre, la voce scorbutica, irritata — Non insultare mio figlio.
— Tuo figlio?! Tuo figlio ha stuprato mia...
Scatto in piedi, la sedia cade alle mie spalle con tonfo. — Basta!
Tutti loro mi guardano malissimo. Mia cugino è l'unico che non sembra minimamente toccato da tutto ciò. O forse è solo bravo a nasconderlo.
Poso le mani sul tavolo. — Io la amo. Amo Sarah. Noi ci... — stringo le mani a pugno, gli occhi lucidi — noi ci amiamo!
Mia zia si alza dalla sedia, sconvolta. — Vi amate?! Come potete amarvi?! Siete cugini! Non...
— Lo so! — urlo, il viso rosso per la rabbia. Le mani cominciano a tremarmi per il nervoso, la bocca secca. — Lo so che siamo cugini. Noi... noi lo sappiamo. Per questo... per questo non possiamo stare insieme...
Mia zia fa una smorfia. — Ma resta il fatto che hai toccato la mia bambina! Le hai fatto...
— Non le ho fatto nulla che non voleva. Niente. Noi ci amiamo. E io... — faccio una pausa — e io voglio stare con lei.
Mia zia mi fissa in cagnesco per un attimo. La cucina sembra essere precipitata negli inferi. Si dirige verso di me a passo veloce, gli occhi velati da una ira cieca. Appena fa per tirarmi un ceffone, mio zio le blocca il polso con uno sguardo, greve. Lei si volta confusa verso di lui. — Ma che stai...
Un ceffone mi colpisce in pieno viso. Non l'ho visto nemmeno arrivare. Un colpo forte, preciso, violento. L'impatto mi brucia la pelle, mi stordisce. Indietreggio un po', la mano sulla guancia, la vista punteggiata da puntini bianchi.
Mio padre è in piedi davanti a me. Il suo sguardo severo mi fa sentire una nullità. — Siediti.
Non mi muovo. È rimasto in silenzio per tutto il tempo e le prima cosa che ha fatto è darmi un ceffone. La mia mente mi riporta all'istante a quando ero piccolo. A quando mi picchiava perché non volevo andare al dopo scuola, gestito dagli assistenti sociali. A quando mi picchiava per un non nulla. A quando mi impediva di uscire di casa solo perché quel giorno non volevo andare a scuola, alle medie.
Mio padre mi mette una mano sulla spalla per farmi sedere, ma la scaccio via in modo brusco. Lui mi spalanca leggermente gli occhi, incredulo. Mia madre mi fissa, turbata, minacciosa.
— Non toccarmi — dico, la voce piatta. Il mio cervello sta ribollendo di rabbia. L'intera faccia mi formicola. Le labbra si seccano.
— Cosa hai detto?! — domanda mio padre.
Lo fisso negli occhi. Non rispondo.
Il suo sguardo si apre, pregno di ira. Fa per tirarmi un altro ceffone, ma lo spingo sulla sedia. Ci resta seduto.
— Tommaso! — urla mia madre mentre scatta in piedi dalla sedia.
Mia zia e mio zio mi guardano, confusi. Mio cugino, le braccia conserte, accenna un sorriso.
— Ti ho detto di non toccarmi! — urlo quasi a squarciagola.
Mio padre mi fissa turbato per un attimo. Si guarda intorno e incrocia gli sguardi di tutti loro. Solo il volto di mio cugino è indifferente. Mio padre si alza dalla sedia. — Come osi mettere le mani addosso a tuo padre!
Mia madre si frappone tra me e lui. — Smettetela!
— Vieni qua... — dice mio padre. — Vieni qua!
Mia madre cerca di allontanarlo da me. — Dai, non ti arrabbiare. Non ti...
Mio padre la spinge via con violenza. Mia madre cade a terra, sul fianco. Lui le punta il dito. — Non intrometterti! O te le do anche a te!
Mia madre abbassa gli occhi. Resta ferma. Dov'è finita la donna combattiva? Quella che gliene dà quanto ne riceve? Se non ci fosse mia zia, adesso sarebbe scattata in piedi e avrebbe menato mio padre. Se le sarebbero date di santa ragione.
Mio padre sposta gli occhi irati su di me. — Non solo mi hai fatto perdere la faccia con tutti loro, ma hai anche osato... — Solleva una mano per colpirmi.
Lo spingo via. Di nuovo. Bruscamente. Lui indietreggia di poco. Il viso s'infiamma. Si lancia contro di me e mi sbatte contro il muro, le mani strette sul mio giubbotto. Fa per colpirmi, ma lo spintono. Lo faccio così forte che rovina a terra e sbatte la testa. Faccio un passo in avanti per tirargli un calcio, ma mi pietrifico. Sto tremando. Ho il fiatone e il viso rigato di lacrime, la bocca secca.
Ci fissiamo.
Mia madre si precipita verso di lui. — Stai bene?
Mio padre si mette seduto sul pavimento. Si tocca dietro la testa e si guarda le dita. Poi mi fissa malissimo. Mia zia e mio zio lo raggiungono. Lei mi guarda con la stessa intensità maligna di mio padre.
Mi accorgo solo adesso di stare piangendo. Ho le labbra ricoperte di muco. Cola lungo il mento e poi cade sul giubbotto. Indietreggio, mi volto e vado via.
Ho il petto in fiamme e il cuore che mi martella senza sosta. Mi fa male. Troppo.
Apro la porta e l'aria fredda mi gela il viso. Tremo. E mi sento così tremendamente solo.


Guido senza meta per la città. Passo un paio di volte dalle stesse strade. Mi fermo agli stessi semafori. Incrocio le stesse auto, la stessa gente. Non so cosa sto facendo. Non so nemmeno perché sto guidando. Non lo so. Forse voglio solo scappare. Ma dove? Girando in tondo?
Dopo un po', mi fermo davanti alla villa di Ilaria. Non so come sia arrivato qui. Non so cosa sto facendo. Fisso il suo cancello pedonale mentre le dita stringono il volante, le nocche bianche per lo sforzo. Mollo la presa e chiudo gli occhi. Ricomincio a piangere. Solo che ora ne sono consapevole. Non è il mio corpo a reagire, ma io. Io, quel bambino che è riemerso dai miei abissi. Quel bambino dimenticato, inascoltato, incompreso. Quel bambino che doveva starsene zitto e buono al suo posto. Lui è qui. Lui sono io. E si è ribellato.
Continuo a piangere per non so quanto tempo. Non riesco a smettere. Ho consumato tutte le lacrime, ma non riesco a smettere. È come se qualcosa dentro di me stesse sgorgando fuori senza controllo. E non so cosa sia. Rabbia? Rancore? Odio? Aspettative? Delusioni? Che cazzo è?
Apro gli occhi ed esco dalla macchina. Mi dirigo al cancello pedonale di Ilaria. Citofono. A lungo. Il mio dito non si stacca finché non sento il cancello vibrare. Lei sai già che sono io. Mi ha visto dal videocitofono. Ma non in faccia. Sono stato attento a non farla entrare nell'inquadratura. Sicuramente avrà visto solo un pezzo della mia spalla sinistra e mi ha riconosciuto da questo.
Varco il cancello e attraverso il vialetto, costeggiato di alberi e cespugli. La porta d'ingresso è aperta. Da dietro i muri di vetro, Ilaria cammina verso la cucina.
Entro in casa e mi butto a peso morto sul divano. Ci affondo dentro di faccia, sebbene mi faccia un po' male il naso. La sua acqua di colonia pregna il tessuto. Resto così per un momento mentre gli occhi mi bruciano.
— Sei ubriaco? — chiede Ilaria alle mie spalle.
Non rispondo.
Scaccia i miei piedi per farsi posto e si siede accanto a me. Mi molla un schiaffo sul culo.
— Ahia! — grido, la mano sul sedere. Mi volto verso di lei. — Che cazzo ti prende?
Il suo sguardo si fa pensieroso. — Hai pianto?
— Ti pare che pianga?
— O hai pianto o ti sei fumato qualcosa.
— È solo... allergia.
— Certo, come no.
— È così.
— Non sei allergico a niente.
— Beh, ora sì.
Sbuffa leggermente. — Hai pianto. Perché?
Roteo gli occhi in aria con un lungo sospiro, irritato. — Pensala come voi.
— E poi perché sei qui?
— Non mi vuoi?
— Non ho detto questo.
— A me sembra così.
Non risponde subito. — È successo qualcosa, vero? O non saresti qui.
Mi stravacco sul divano, gli occhi sul soffitto. Non rispondo. In TV, mutata, la pubblicità di una carta igienica. Il rotolo rotola lungo una strada asfaltata, inseguito da due mostriciattoli.
— Hai parlato con tua madre, alla fine? — domanda lei.
— Perché hai chiamato mio cugino?
Corruga la fronte, confusa. — Come perché? Ero preoccupata che tu...
— Certo, preoccupata. Dimmi la verità.
— Quale verità? Non c'è nessuna...
— Mia madre ti ha chiamata, vero?
Non risponde.
— Come pensavo — dico con un mezzo sorriso, nervoso. — Quando mio cugino mi ha detto che sua madre voleva parlarmi...
— Mi ha pregata di farlo — risponde Ilaria, la voce misurata. — Mi ha chiamato mentre dormivamo. Alle sette e mezza. Tu dormivi profondamente. Stavi pure russando. — Si zittisce per un attimo. — Mi ha... mi ha pregata di... di farti parlare con lei e tua zia. Mi ha detto che si sarebbe sistemato tutto e che...
— Si è sistemato proprio tutto, guarda... — dico con una smorfia.
— Che vuoi dire?
— Perché hai chiamato mio cugino? Perché non me l'hai detto tu?
Distoglie lo sguardo verso la TV. Sullo schermo, una donna giovane mostra il meteo di domani. — Se te l'avessi detto io, tu non ci saresti andato.
— Già. Forse sarebbe stato meglio così.
— Quindi... quindi è successo qualcosa?
— Toglimi una curiosità, — dico, la voce dura, decisa — da quando tu e mia madre vi parlate? Non eravate amiche né avete mai avuto un rapporto stretto. Non così.
— È lei che mi ha tartassato di chiamate. Che dovevo fare? Ignorarla?
— Sì — rispondo, secco. — Dovevi ignorarla. Rifiutare le sue chiamate.
Si volta a guardarmi. — Ma è tua madre! Non potevo rifiu...
— Non dovevi rispondere! Punto!
Un breve silenzio. Intenso. Pesante.
Mi fissa, torva. — Perché sei qui? E non cambiare discorso.
— Non lo so.
— Non lo sai?
— Già. Non lo sono. Sono qui.
— Quindi?
Alzo di nuovo gli occhi sul soffitto. — Quindi sono qui e basta.
— Hai pianto e sei qui. Immagino che tu...
— Qualsiasi cosa tu stia immaginando è sbagliata. Completamente.
— Non credo — dice, convinta. — Hai litigato con tua madre, vero?
Credo sia palese. E lei lo benissimo. — Senti, se continui a parlare. Me ne vado.
— E vattene, allora — risponde lei, fredda. — Nessuno ti sta trattenendo, qui. La porta è quella.
Abbasso gli occhi su di lei. Smorzo un sorriso. Mi alzo e mi dirigo verso l'ingresso. Quando arrivo davanti alla porta, mi volto verso di lei.
Ilaria sta guardando la TV. Mi ignora.
— Non sai fingere — dico. — Il volume della TV è su muto. Non la stai nemmeno guardando.
Alza il volume della tv. Non risponde.
— Mi hai sentito?
Alza ancora il volume.
Sorrido. — Non mi prendi in giro.
Sposta lo sguardo su di me. — Sei ancora qua?
La fisso per un attimo. — Quindi è così? Ti sei messa in testa di ignorarmi, perché vuoi che ti scelga?
Ilaria corruccia le sopracciglia, perplessa. — Di cosa stai parlando?
— Non fingere. Sei stata tu a dirmi che non mi cercherai più.
— Quindi? — domanda, la voce annoiata, distante. Gira lo sguardo sulla TV.
— Continua a fingere.
Alza una mano per salutarmi. — Certo.
Serro gli occhi, irritato. Mi giro e metto una mano sulla maniglia della porta. Non la apro. Il mio corpo si rifiuta di muoversi. Perché? Cosa mi prende?
— Che aspetti ad andartene? — chiede Ilaria.
Mi volto a guardarla per un momento.
— Che c'è? — domanda. — Devi dirmi qualcosa?
Mi dirigo verso di lei e mi fermo. La fisso negli occhi.
Ilaria sostiene il mio sguardo. — Allora?
Mi chino e la bacio. Un bacio passionale, sessuale.
Lei mi spinge via con fare brusco. — Ma che fai!?
Già, che cazzo sto facendo? Perché l'ho baciata? Perché sono tornato indietro?
Ilaria mi guarda, stranita. Non fiata.
Mi chino di nuovo su di lei e la bacio. La spingo col corpo sul divano, mi metto sopra di lei.
Sposta le labbra. — Togliti!
Cerco le sue labbra, ma non le trovo.
— Ti ho detto di...
La bacio, infilo la mia lingua nella sua bocca. Il mio corpo preme contro il suo, non le dà spazio.
Lei si dimena sotto di me, le sue labbra calde e bagnate si muovono sulle mie. Il suo corpo non mente. I nostri corpi non mentono. Ci vogliamo.
Lei mi tira un pugno sul costato.
Grido dal dolore e scivolo sul pavimento, la mano sul parte dolorante. — Ma sei impazzita...?
— Tu sei impazzito, brutto stronzo! — urla mentre mi molla un calcio sulla gamba. Un colpo debole, leggero, scontato. — Cosa volevi fare?
— Non...
— Non lo sai?! Non dirmi che non lo sai, perché, in realtà, lo sai benissimo cosa volevi fare!
Mi alzo da terra e la guardo, la mano sul costato. Sbuffo. Mi siedo.
— Che fai, ora? — chiede, stizzita. — Non te ne vai?
— No. Voglio restare qui.
— E io non ti voglio qui. Vattene!
— No.
Mi prende per il giubbotto. — Ti ho detto di...
Mi butto su di lei e la bacio mentre la spingo col corpo sul divano. La mia lingua cerca la sua. Entrambe si cercano. Ilaria si dibatte sotto di me, ma non ci mette forza. Le sue labbra mi divorano.
Ci baciamo per un pezzo, senza toccarci. Ho le labbra tutte sbavate e mi fa male un po' il naso. Lo sento pulsare assieme al pene.
Ilaria appoggia una mano sul mio sedere e l'altra sul mio uccello dietro i pantaloni. Lo strizza un po' mentre la sua lingua si muove nella mia bocca. Poi mi abbassa i pantaloni. Faccio lo stesso con i suoi leggings. Il mio pene preme contro i boxer. Li abbasso. Lei mi chiude le braccia attorno al mio collo, le gambe serrate attorno al mio fondoschiena. Il suo profumo mi sta facendo impazzire.
Il mio pene preme contro le sue mutandine. Ce l'ha bagnate. Sento l'umidità lungo l'asta. Sposto un lembo delle mutandine e faccio scivolare il mio pene nella sua vagina gonfia. È caldissima, fradicia.
Geme mentre mi bacia con più foga.
Inizio a martellarla con colpi lenti, dolci. Poi aumento l'intensità. Lei si attacca a me, senza smettere di baciarmi. Il soggiorno si riempie di rumori vischiosi, acquosi, coperti dal nostro ansimare.
Le vengo dentro. Un casino.
Mi accascio su di lei, esausto. Ho sonno. Troppo sonno. E il naso, non so perché, mi pulsa ancora più doloroso.
Ilaria non parla. Mi respira sull'orecchio mentre le sue mani sono ancora chiuse dietro il mio collo.
Restiamo immobili per non so quanto tempo.
Mi spinge via. — Togliti. Sei pesante.
Mi metto seduto e guardo la TV, il pene ancora turgido. Stanno trasmettendo una commedia romantica di natale.
Sbuffa, irritata. — Hai sporcato tutto il divano.
Sposto lo sguardo sulla zona macchiata. C'è una bella macchia. E altro liquido cola dalla sua vagina dalle grandi labbra scure e gonfie. Devio il suo sguardo verso la TV.
Si toglie del tutto i leggings, li prende e va verso il bagno. Le fisso il sedere finché chiude la porta. Mi tiro su pantaloni e boxer e guardo di nuovo la TV.
Ho la mente svuotata. Anche se mi sforzo, non riesco a pensare a niente. Fare l'amore con Ilaria ha alleviato il casino che avevo in testa. E ora mi sento un po' in colpa. L'ho usata per sfogarmi. Per eliminare l'immagine di mio padre che mi guarda con odio. E quelle di mia zia e mia madre. I loro occhi irati, schifati.
Sospiro e alzo gli occhi al soffitto.
Per loro sono morto. E loro lo sono per me.
Mezz'ora dopo, Ilaria esce dal bagno e si siede accanto a me. Profuma. Si è fatta una doccia. Ha i capelli che odorano di balsamo e si è messa anche il deodorante. Indossa un altro leggings grigio e un maglione blu scuro. L'aria è pregna del suo odore. Guardiamo la TV. Non ci parliamo.
L'aria è pesante, almeno per me. Volevo solo trovare una valvola di sfogo e lei lo sa. Come sa perché sono venuto qui di mia iniziativa e perché ho fatto il primo passo per fare l'amore.
Il film finisce. Dopo i titoli di coda, una serie di pubblicità natalizie.
Rimaniamo in silenzio. Non ci guardiamo neanche. Io mi sento in difetto. E forse lei sa che mi sento così ed evita di parlarmi. Eppure, dovrebbe essere arrabbiata con me. L'ho usata. E lei lo sa.
L'indomani, mi sveglio sul suo divano. Ho preso sonno e non mi ricordo nemmeno quando. Guardo la coperta di lana su di me e la metto su lato. Abbozzo un lieve sorriso. Me l'ha messa per non farmi sentire freddo. Ma qui in casa fa molto caldo. Sembra di essere nel deserto del Sahara. Sbadiglio e mi alzo mentre mi guardo in giro.
Ilaria esce dal bagno con una cesta del bucato. Dentro, i suoi vestiti di ieri. Mi lancia un'occhiata mentre cammina e sale le scale al primo piano.
Mi rimetto seduto sul divano, lo sguardo fuori dall'ampia finestra. Il cielo, oltre la volta degli alberi, è di un azzurro intenso. Mette allegria.
Ilaria scende le scale e si ferma davanti a me. La guardo. Lei mi fissa, fredda. — Andiamo a fare colazione.
Mi alzo. — Prima vado a casa a farmi una doccia. Poi ti vengo a prendere.
— Vengo con te.

Mezz'ora dopo, siamo nel mio appartamento. Ilaria si siede sul divano e accendo la TV. Io tiro in camera, prendo il ricambio dal mio armadio e vado in bagno. Mi spoglio e mi faccio una lunghissima doccia calda. Quasi caldissima. Il calore mi rilassa le spalle e mi toglie di dosso il gelo che ho dentro. Il vapore si innalza fino al soffitto, l'intera stanza si annebbia.
Penso a Ilaria. Ora sta guardando la TV di là. Ma durante il tragitto non ci siamo parlati per niente. Anzi, non mi ha neanche guardato. Sembrava mentalmente altrove mentre guardava fuori dal finestrino. E io mi sentivo un verme. Non solo ho fatto schifo in famiglia, ma ho usato Ilaria per sfogarmi. Che razza di uomo sono? Forse non mi possono nemmeno definire tale.
Esco dalla doccia e mi asciugo. Indosso una tuta nera ed esco dal bagno. La raggiungo.
Lei mi lancia un'occhiata. — Devi andare a rapinare i benzinai?
Sorrido per finta. — Divertente.
Spegne la TV con il telecomando e si alza. — Andiamo.
La seguo fuori dal mio appartamento e usciamo dall'edificio. Rabbrividisco. Fa più freddo di prima. Metto le mani nella tasca del giubbotto e raggiungo la mia macchina.


Venti minuti dopo, varchiamo l'ingresso del bar. È un locale spazioso e molto in voga. Nell'aria, un intenso odore di caffè, cornetti e dolciumi. Una musica d'ambiente suona a basso volume e accompagna il brusio della gente seduta ai tavoli. Perlopiù famiglie e coppiette.
Ci sediamo davanti all'ampia vetrata. Una cameriera giovane prende le nostre ordinazioni e va via.
Ilaria guarda fuori dall'ampia finestra. Sembra persa nei suoi pensieri. Non so perché, ma lo trovo strano. Forse mi sono abituata alla Ilaria morbosa, che dà di matto. Questa qui mi sembra un'estranea. Eppure, è la vera Ilaria. Fredda, distaccata, gelida.
Prendo il cellulare dalla tasca del giubbotto e guardo lo schermo. Nessun messaggio. Nessuna chiamata. Mi pare logico. A nessuno frega un cazzo di me. E mia madre non è da meno.
La cameriera arriva, ci serve e si allontana. La guardo di sfuggita il sedere per un attimo.
Ilaria intercetta il mio sguardo. Mi lancia un'occhiata, apatica. Beve un sorso del suo cappuccino. Non dice nulla. Ma so già cosa vorrebbe dirmi.
Giro il cucchiaio nel caffè latte e ci soffio dentro. — Ce l'hai con me?
Non risponde.
Bevo un sorso. — Mi dispiace... per ieri.
Altro silenzio.
Intorno, il chiacchiericcio della gente diventa quasi insopportabile. C'è davvero troppa gente.
— Lo rifarai — dice Ilaria, la voce piatta.
— Cosa?
Beve un sorso di cappuccino. — Venire da me. Lo rifarai.
Già, lo rifarò. Potrei dirle di no, ma mentirei. Non rispondo.
Guarda fuori dall'ampia vetrata. — Dopo che hai litigato con tua madre, sei venuto dritto da me, vero?
Bevo il caffè latte. Non parlo.
— Suppongo sia andata così.
— Mi sono ritrovato da... — Mi zittisco. — Niente. Lascia stare.
— Ti sei ritrovato da me. Poi?
La guardo. Lei non lo fa. Abbasso gli occhi sulla tazza di caffè latte. — Poi... Beh, sono venuto da te. È la prima cosa che... Insomma, mi sono ritrovato lì.
— Perlomeno non mi sei saltato addosso appena sei entrato in casa.
— Scusa...
Sposta gli occhi su di me. — Per cosa? Per essere uno stronzo?
— Per tutto.
— Ho perso il conto per quante volte ti sei scusato.
— Già...
Un breve silenzio.
Una coppietta si alza e se ne va. La cameriera si mette a pulire il tavolo vuoto.
Finisco il mio caffè latte e mi asciugo le labbra con un fazzoletto di carta. — Sei... sei stata la prima persona... La prima... La prima a cui ho pensato. Io...
Fa una smorfia, agrodolce. — La prima persona? Immagino che dovrei esserne felice, no? Sono la prima, dopotutto. — Il suo volto muta in un sorriso infastidito, il tono diventa grave, rabbioso. — La prima e la sola persona che hai in città. La prima e la sola che è qui con te, nonostante tutto. — Fa una pausa mentre mi fissa. — Non hai nessun altro oltre me. Se non ci fossi io, dove saresti andato? Ah, già, che stupida. Da tua cugina. Ma lei non c'è. — Fa una smorfia, amara. — Quindi dove sei andato? Indovina un po'? Dritto da me. Dalla sottoscritta. Dalla cretina.
— Ehi, non sei una cretina — rispondo, gli occhi bassi sul tavolo. — Anzi, sei...
— Risparmia il fiato. Non m'interessa. Qualsiasi cosa tu dica mi farà incazzare solo di più.
Sospiro, appena. Non parlo.
Restiamo in silenzio. A lungo.
La gente entra ed esce. I tavoli cambiano occupanti. Le due cameriere passano e spassano. Fuori, i raggi del sole entrano nel locale e illuminano metà viso di Ilaria. Il suo sguardo vaga in strada.
La porta d'ingresso si apre, la campanella suona.
Qualcuno mi tocca una spalla. Mi volto. — Paula.
Lei mi guarda con un sorriso. Accanto, l'indecifrabile Ettore. Adesso riesco a guardarlo meglio in viso. È proprio bello. Una bellezza sciatta, strana, dannata. Non lo saprei definire. Ma c'è qualcosa di particolare nel suo sguardo.
Ilaria si volta verso di loro e li scruta. Non parla.
— Che ci fate qui? — chiede Paula, divertita. — Fate colazione dopo una notte di fuoco?
Scuoto la testa, rassegnato. Pensa sempre e solo al sesso.
— Tu che ci fai qui? — domanda Ilaria. Guarda Ettore, poi lei.
Paula mette una mano sulla spalla di lui. — Ah, lui è Ettore. Ettore, Ilaria. Ilaria, Ettore. Tommaso, il cavaliere delle donzelle in pericolo, lo conosci già.
Ilaria gli allunga una mano. Lui la stringe con una presa decisa, ferma.
— Possiamo unirci? — chiede Paula, allegra.
— No — risponde Ilaria, secca.
— Dai, facciamoci compagnia.
Ilaria sbuffa. Non risponde.
Paula mi guarda. — Alzati. Siediti con lei. Io e Ettore ci sediamo qui.
Mi alzo e mi siedo accanto a Ilaria. Loro di fronte a noi. Ci guardiamo. Che disagio.
Ettore sembra più apatico di Ilaria. E Ilaria torna a guardare fuori dall'ampia finestra. Paula ci guarda con un sorriso infantile. Non l'ho mai vista così radiosa. Sembra proprio un'altra. Ettore ha davvero una grande influenza su di lei. E non so come diavolo faccia. Forse è solo la sua presenza.
— Beh, — dice Paula, il mento poggiato sulle mani — cosa mi dite?
Ilaria non risponde.
Paula guarda me e accenna a Ilaria con gli occhi. Un sorrisetto si dipinge sulle labbra. Ettore è l'apatia fatta persona.
— Niente di che — rispondo.
— Niente? — risponde Paula, delusa. — Mi aspettavo qualcosa di più... piccante.
Ilaria si volta a guardarla. — Piccante? Che vuoi dire?
Fa un sorrisetto, dolce. — Tu e Tommaso... non siete molto intimi?
Ilaria sposta di colpo gli occhi su di me. Evito il suo sguardo. Poi guarda Paula. — Ti ricordo che sono il tuo capo.
— Ma siamo anche amiche.
— Non siamo amiche.
Un breve silenzio.
Paula smorza una risatina. — Ma dai, lo siamo dal liceo. Non scherzare.
Ilaria non risponde.
Paula arriccia le labbra. — Certo che vuoi due siete proprio pallosi. Una noia...
Faccio per rispondere, ma la cameriera si affianca al tavolo. Prende le loro ordinazioni e va via. Ettore non ha parlato. Ci ha pensato Paula per entrambi.
— Tra un'ora andiamo al centro commerciale — dice lei. — Volete venire? Immagino di no.
— Immagini bene — risponde Ilaria, il tono quasi acido.
Ma che ha? Perché è così scorbutica?
Paula la ignora. — Non ci vado da un po'. Suppongo che ci sarà molta gente. Ma ci sono i saldi, quindi...
— I saldi iniziano dopo la befana — risponde Ilaria mentre osserva la strada dall'ampia finestra.
— Quest'anno iniziano prima.
— Ti sbagli.
— L'ho visto. Non mi sbaglio.
Ilaria incrocia le braccia, il viso arrossato. Sta perdendo la pazienza. Ma perché? Al lavoro non mi è mai sembrata così con lei. Certo, in passato mi ha detto che la odia. Ma perché ora fa così? Per me? Perché ci facevo l'amore? Forse la odia e basta.
La cameriera torna con gli ordini. Li serve e si allontana verso un altro tavolo, dove si è appena seduta una coppia di mezz'età.
Ettore ha preso una cioccolata calda. Paula un cappuccino e un cornetto alla crema.
— Sai, — dice Paula — non rinnoverò il contratto.
Ilaria scatta gli occhi su di lei. Non risponde.
— Andrò in Spagna. Con Ettore. Staremo insieme.
Ilaria gli lancia un'occhiata. Lui soffia sulla cioccolata calda come se fosse da tutt'altra parte.
Non so se sia molto timido o se non abbia alcun interesse a parlare. Penso la seconda.
Paula beve un sorso di cappuccino. — Non preoccuparti. Mi sono trovata bene nella tua compagnia, ma... è ora che prenda una decisione. E restare qui non mi renderà felice.
— Andare in Spagna sì? — chiede Ilaria di getto.
Come mai le interessa? Fino ad ora sembrava che fosse a un passo dal strangolarla. E poi Paula non mi ha detto che non si sarebbe mai licenziata? Quindi avevo ragione. Ettore le stava impedendo di licenziarsi, ma ha perso la battaglia.
— Per stare con il mio Ettore — risponde Paula con sorriso dolce. — Lui vive e lavora in Spagna. Cercherò qualcosa lì.
Silenzio.
Quindi andrà via definitivamente? Beh, sono contento per lei. Con lui sembra molto felice. Forse lei non è come appare di fronte a me. Anzi, è così. Se non ricordo male, avevano un bella intensa.
— Ettore è venuto qui per vendere la casa dei nonni — dice Paula. — La sua famiglia viveva qui, anni fa. Poi i suoi nonni si sono trasferiti in Spagna. E lui li ha seguiti per occuparsi di loro. — Stringe il suo braccio mentre ci appoggia la testa. — Non è dolce? Occuparsi dei suoi nonnini.
Ilaria lo guarda per un attimo. Non dice nulla.
— Lavorerai sempre nel campo finanziario? — domando.
Lei beve due sorsi di cappuccino. — Non lo so. Vorrei fare altro. Come sai, i soldi non mi mancano. Magari mi aprirò un negozio di abbigliamento. Qualcosa di stiloso. Con marche importanti. È sempre stato... — Smorza una risatina, divertita. — Voglio dire, non è il mio sogno, però mi intriga.
— Capisco.
— E tu e Ilaria quando vi metterete finalmente insieme?
Per un momento, cala un silenzio pesante.
Ilaria si volta verso l'ampia vetrata.
— In che senso? — rispondo. Fingo di non sapere, di non aver mai sentito quella domanda uscire dalla sua bocca.
— Ma dai, — dice Paula, divertita — voi due state bene insieme. Te l'ho anche detto, ricordi? Siete fatti l'uno per l'altro. Due pazzi fuori di testa.
Ilaria si gira verso di me, mi guarda male.
Abbozzo un sorriso, nervoso. Evito di guardarla. — Ma che stai dicendo...?
— Ilaria — dice Paula. Lei la guarda. Paula da un morso al cornetto alla crema. — Non vorresti stare con Tommaso? Fin dal liceo non facevi che andargli sempre dietro. E ricordo anche che ti arrabbiavi parecchio quando era con me o con altre. O te lo sei dimenticata?
Gli occhi di Ilaria si serrano, minacciosi. Non parla.
Perché Paula si sta comportando così? Perché la sta stuzzicando? Per togliersi uno sfizio?
— Non è così? — chiede Paula, il cornetto in mano. — Non vorresti stare con Tommaso? Non lo vorresti tutto per te? Oppure...
Ilaria sbatte un pugno suo tavolo.
Sobbalzo. Paula appena. Ettore nessuna reazione.
Ilaria la fissa in malo modo. — Smettila.
— Perché dovrei? So già che ti piace. È anche tanto.
— Ti ho detto di...
— Che c'è di male? Anzi, che sto dicendo di male?
Ilaria sbuffa, irritata. — Vuoi che ti licenzi in tronco?
Paula alza un angolo della bocca in un sorriso. — Perché la fai così tragica? So già tutto di voi. Non ha senso negare.
Ilaria sposta lo sguardo arcigno su di me. Non la guardo. Mi dà un calcio sul piede. — Cosa le hai detto?
— Niente. Che dovrei dirle?
— Ha ragione — risponde Paula. — Non mi ha detto niente. L'ho intuito da sola. Tutto quanto. È poi... è cosi evidente.
— Cosa sai? — domanda Ilaria.
— Tutto. Il sesso. Le litigate e... — fa una pausa volutamente drammatica — sua cugina.
— Sua... — Ilaria mi guarda, turbata — sua cugina?
— Già, sua cugina. Avete proprio un bel rapporto incasinato. Non vi invidio per niente.
Ilaria mi afferra per il braccio. — Perché glielo hai detto?
La guardo. — Non le ho detto niente. Ha capito tutto da sola, non hai sentito?
Ilaria volta la testa su di lei. — Da quanto lo sai?
— Da quando è venuto in azienda. Si capiva che tra voi due c'era qualcosa. E poi in quel periodo te la facevi con il tuo ex... sulla terrazza. Tommaso ci è rimasto davvero male, sai.
Le dita di Ilaria si serrano forti attorno al mio braccio, il viso rosso per la tensione. — Tu... tu lo sei scopato! E non solo una volta!
La gente non si volta. Nel locale ci sono molte persone e il chiacchiericcio sovrasta quasi del tutto le nostre parole.
Guardo Ettore. Mi aspetto che salti sopra al tavolo e mi colpisca, ma non succede. Anzi, beve la sua cioccolata caldo, apatico. Non reagisce. Che lo sappia già? Che lei gli abbia raccontato tutto?
Paula ingoia l'ultimo pezzo del cornetto. — È vero. È così. Io e Tommaso abbiamo avuto una relazione puramente sessuale. Non c'è mai stato altro. È un peccato, per caso? È vietato?
Ilaria guarda sia lei, che lui. Forse è sorpresa quanto me che Ettore non abbia alcuna reazione. Pianta gli occhi su Paula. — Perché proprio lui? Perché non un altro?
— Perché lo conoscevo dal liceo e mi chiedevo come sarebbe stato andare con lui. E poi volevo già farlo da allora. Inoltre, in ufficio siamo tutte donne. E i pochi uomini sono dei morti di figa. Lo devi ammettere anche tu, Tommaso spicca tra loro. Anzi, si può dire che non c'entri quasi niente. È logico che io sia andato da lui e l'abbia... stuzzicato.
Ettore non reagisce. Ma perché? La sua ragazza, o almeno credo lo sia, sta parlando di me, del fatto che abbiamo fatto sesso. E lui non fa niente.
Il volto di Ilaria è una maschera di rabbia pronta a esplodere. — Sapevi chi era. Eppure, tu... tu... ci sei andata lo stesso. Anche sapendo cosa c'era tra noi.
— E quindi? — chiedo Paula, disinvolta. — Tu ti sbattevi il tuo ex e lui — fa un espressione triste — era tanto, ma tanto triste. Sembrava un cucciolo abbandonato e tradito dal suo padroncino.
Ilaria stringe le mani a pugno sul tavolo. Non fiata.
— Ok, basta così — dico. — Non ha senso parlarne. Anzi, non ha senso tutto questo.
— Certi che lo ha — risponde Paula. — Mettetevi insieme e piantatela di fare i ragazzini problematici. Siete adulti.
— Ma che c'entra questa con tutto ciò che hai detto?
— Volevo dire ciò che pensavo. Tu lo sapevi già, — guarda Ilaria — ma lei no.
Ilaria la fissa, torva. — Ti piace mettere il dito nella piaga, non è vero? Sei sempre stata così. Ti piace creare casini.
Alza le mani in aria in segno di resa. — Lo ammetto. Mi piace. Ma ora sai che io so.
Non riesco a seguire la logica contorta del suo ragionamento. Che senso ha dire tutto questo?
Restiamo in silenzio per un po'.
Attorno, il brusio della gente non accenna a diminuire. Anzi, è aumentato. Un rumore continuo, insopportabile. Ogni tanto un bambino strilla o piange.
Guardo Ettore. — A te ti sta bene? — chiedo di getto.
Lui non risponde subito. Non perché ci sta pensando. I suoi occhi sono un'enigma. La sua voce è bassa, calma. — Perché non dovrebbe?
— Io e Paula...
— Mi ha già detto tutto.
— Quindi ti sta bene.
— Sono qui, no?
— Non sei...
— Geloso? Sì, lo sono. È anche molto.
— Allora perché non hai detto niente?
— Perché dovrei dire qualcosa? — risponde, apatico. — Ciò che è successo tra voi è capitato prima del mio ritorno. E so che non ricapiterà più. Non finché sarò qui e staremo insieme.
Mi acciglio, perplesso. Non rispondo. Da dove arriva tutta questa sicurezza? È inquietante, ma anche affascinante.
— Paula è una donna fedele quando tiene a qualcuno — dice lui. — Tu sei stato solo un passatempo. Nulla di più. Perché dovrei preoccuparmi?
Abbasso lo sguardo a disagio. Non riesco a rispondergli.
Paula gli si stringe al braccio, la testa posata sopra. — È proprio dolce, vero? Un orsacchiotto carino carino.
Ma che cazzo succede, oggi?
Ilaria si alza e se ne va.
— Ha resistito più di quanto avrei detto — dice Paula, il tono piatto. — Non la segui?
— Forse è meglio di no — rispondo.
— Perché? È incazzata con me, non con te.
— Allora non lo conosci affatto.
— Faresti meglio a seguirla.
Non rispondo.
— Vai — dice Paula, seria.
Mi alzo, pago il conto per tutti ed esco dal bar. Non mi volto a guardare Paula e Ettore. Tiro dritto. Non penso che li rivedrò più.
Fuori, si gela. Incasso la testa nella spalle e mi guardo in giro. Ilaria è ferma vicino al semaforo verde, in mezzo ad altre persone. I veicoli passano sulla strada. La raggiungo a passo svelto. — Ehi.
Non si volta.
— Ti accompagno. Andiamo.
— Non mi serve il tuo passaggio.
— Dai, andiamo. Fa freddo.
Sposta gli occhi glaciali su di me. — Vattene.
Scuoto la testa, le braccia incrociate sul petto. Non rispondo.
Lei sbuffa, seccata. Guarda in avanti.
Il semaforo diventa rosso. Le auto si fermano. I passanti attraversano la strada.
Quando fa per farlo anche lei, le blocco un braccio e la faccio girare verso di me. — Certo che sei cocciuta.
Lei si libera dalla mia presa in modo brusco. — Non toccarmi.
— Perché non vuoi venire? Che ho fatto?
— Niente.
— Faccio sempre qualcosa che ti fa incazzare. È sempre così.
— No.
Le prendo di nuovo il braccio, ma ancora una volta si libera. Pianto le mani sui fianchi, la testa bassa. — Ok, vuoi fartela a piedi? Allora fattela a piedi. — Mi giro e mi allontano verso la mia macchina.
Non mi volto. Continuo dritto, spedito. Arrivo davanti alla mia auto e guardo il mio riflesso sul finestrino. Vorrei prendermi a pugni, pestarmi a sangue. Ma sospiro. È tutto quello che so fare.
Apro la portiera e salgo in macchina. Appena metto in moto, Ilaria entra e si siede. Non mi guarda. Si mette la cintura e incrocia le braccia sul petto mentre monta il broncio.
Ingrano la prima e parto.
Non ci parliamo per tutto il tragitto. Il silenzio è più assordante di ogni rumore fuori dall'abitacolo. Ogni tanto la guardo di sfuggita. Ma lei resta con gli occhi piantati fuori dal finestrino.
Poco dopo, fermo l'auto davanti al cancello della sua villa e aspetto. Cosa? Non lo so nemmeno io. Forse che esca? Che mi prenda a schiaffi? Che mi insulti? Non lo so.
Ilaria si toglie la cintura. Lentamente. Mi guarda. — Come fa a sapere tutto?
— Paula? Non lo so.
— Davvero è solo intuizione?
— Sì. Ha capito tutto da sola. Forse perché sapeva che tra di noi c'era già qualcosa al liceo.
Un breve silenzio.
— Non ti ha dato fastidio? — chiede lei.
— Un po'. All'inizio. Poi ho lasciato perdere. È troppo perspicace. Non le sfugge nulla.
Ilaria sposta gli occhi fuori dal finestrino. — Sapeva anche di tua cugina. Sono sorpresa che non l'abbia spifferato in giro, specialmente dopo il video della scenata davanti alla mia compagnia.
Altro silenzio. Più lungo.
— Sei arrabbiata con me? — domando.
— Mi userai di nuovo? — chiede, secca.
— Non lo so.
— Almeno non menti.
— Mi... mi dispiace per ieri.
Sbuffa. Scende dalla macchina e si dirige verso il cancello pedonale. Non si guarda indietro. Lo varca e lo chiude dietro di sé.
Resto fermo per un pezzo, il motore acceso. Poi vado via. Anche oggi ho fatto un altro passo verso il baratro.


Passa qualche giorno. Arriva il 30 dicembre.
Entro nel supermercato e vedo mia madre vicino a uno scaffale per prodotti di casa. Sta osservando un detersivo. Lo stesso che usa da più di un decennio. Accanto, non c'è mio padre. Di solito sono sempre insieme quando fanno la spesa. Hanno litigato? Probabile. Durante le feste litigano sempre. Lui si ubriaca tutti i giorni e lei gli grida dietro, perché non fa niente tutto il giorno. E poi mettiamoci pure il macello che ho combinato e la certezza si fa quasi matematica.
La ignoro e spingo il carrello verso la corsia affianco. Le passo quasi accanto, ma non mi nota. Tutt'attorno, attraverso le casse, risuona una dolce e allegra musichetta di natale. C'è molta gente. Perlopiù famiglie. I bambini si rincorrono e strillano. Le madri li vanno dietro.
Un bambino piange davanti a uno scaffale pieno di giocattoli. Un altro fissa nella mano la copertina di un videogioco. E un altro ancora sta leggendo un manga su One Piece assieme a una bambina. Forse sua sorella. Si assomigliano.
Comincio a fare la spesa. Due detersivi. Una candeggina. Un pacco di biscotti. Una testa di insalata. Quattro pacchi di wurstel. Un maxi confezione di carta igienica. Due deodoranti. Un profumo. Due cartoni di latte. Tre pacchi di penne e due di spaghetti. Tre bottiglie di passata di pomodoro.
Poi vado al banco salumi e mi scontro quasi con il carrello di mia madre. Ci guardiamo per un attimo. Un attimo che sembra eterno. Abbasso lo sguardo, il cuore in gola. Le mie dita si serrano sul manico del carrello. Stringo così forte da farmi diventare le nocche bianche.
Le passo accanto e mi posiziono all'estremità del banco. Ci sono troppe persone. Mi tocca aspettare un bel po'. Attendo mentre evito di guardare mia madre. Ma so che lei mi sta fissando. Sento i suoi occhi su di me.
Dopo venti minuti, arriva il mio turno. Ordino. Il salumiere mi consegna cinque euro di affettato misto e mi allontano. Non guardo mia madre. Per me non esiste più. Arrivo alla cassa. Metto ciò che ho comprato sul nastro trasportatore e pago. Vado via.
Fuori, si gela. Come sempre.
Raggiungo la mia macchina con le busta della spesa e le appoggio nel portabagagli. Chiudo la portiera. Non mi muovo. Alzo gli occhi verso il cielo terso. Lo osservo per un momento. Perché mi sento strano, vuoto? Perché all'improvviso vorrei piangere?
Non ha senso.
Sospiro e salgo a bordo. Accendo il motore e la radio. Poi esco dal parcheggio e mi avvio verso il mio appartamento mentre ascolto un po' di musica.
Le strade sono quasi intasate. Anche le secondarie. Si fatica a guidare. Sui marciapiedi, parecchio movimento. Le luci di natale brillano sulle facciate dei negozi. Alcune si accendono e si spengono. Altre sono fisse. L'aria stessa sembra essere diventata di colpo gioviale. Ma è pura funzione. Un modo per dire agli altri, "Ehi, guarda. Sono più felice di te". Può darsi che lo siano. Ma non tutti. La maggioranza finge. Finge di stare bene. Finge di amare la propria moglie o il proprio marito, la propria fidanzata o il proprio fidanzato. Finge che vada tutto bene mentre dentro sono divorati dal proprio demone. Tutti fingono, in un modo o nell'altro. E chi non finge, chi ammette di stare male, non ha paura degli altri ed è ritenuto pazzo.
Per loro, natale e capodanno, significa solitudine.


Verso le dieci di sera, sono al Destiny. Il locale è così pieno che non si può passare senza sgomitare qua e là. I tavoli sono tutti pieni e davanti all'ingresso c'è altra gente. La musica house progressive a palla non riesce a sovrastare le grida, le risate e il chiacchiericcio generale. C'è davvero troppo casino. A stento riesco a capire cosa si dicono i miei amici. Non che mi interessi. Sono venuto qui per non bere da solo. Solo per questo. Se iniziassi a farlo, sarebbe la fine. Sarebbe come scavarsi la propria fossa con le mani. Non se ne esce più. Si muore.
Ilaria è seduta accanto a me. Beve anche lei mentre parla di non so cosa. Parlano e ridono a lungo. I loro volti arrossati sono come dei fermo immagini. Non li vedo chiaramente, non in movimento. La terza pinta da un litro sta facendo effetto. Ho la mente quasi annebbiate. E bere a stomaco vuoto non aiuta.
Dopo un po', appoggio la testa sul muro e alzo gli occhi al soffitto. L'intero locale sembrare girare tutto attorno. Sento la musica, ma non la sento. Vedo le facce dei miei amici, ma non le vedo. Chiudo gli occhi. È una bella sensazione. Ti stordisce. Non ti fa capire niente. Tutti i problemi sembrano quasi sparire. Eppure, ne sento l'eco distorto. Un richiamo verso l'auto distruzione.
Non so per quanto tempo resto così. Forse mi sono anche addormentato. Non m'importa. Quando riapro gli occhi, il locale si è svuotato della metà. Ma i tavoli sono ancora pieni. E i miei amici sono ancora tutti qui. Anche il mio amico e la sua ragazza che gli fa le corna come se non ci fosse un domani.
Sposto lo sguardo su Ilaria. Sta ancora parlando, le guance rosse. È ubriaca. Più che parlare, biascica e grida. Ma la musica alta attutisce tutto. La guardo per un po'. Non so per quanto.
Mi addormento.
Sogno di essere in riva a un fiume. Le acque sono placide, cristalline. Dall'altra parte, mia cugina Sarah e Ilaria. Sono nude. E mi fissano. Alle loro spalle, la trattoria illuminata da catene di luci gialle che scendono dal tetto.
Le acque ribollono e diventano marrone scuro. Flebili fumi neri si innalzano dalla superficie fino a oscurare il cielo bianco.
Guardo entrambe. — Tornate a casa! Il fiume vuole me! Non voi!
Sarah allarga il braccio destro in linea retta. — Siamo qui per vederti affogare, non per salvarti.
— Lo so! Ma è pericoloso!
Ilaria allarga il braccio sinistro in linea retta. Le sue dita sfiorano quelle di Sarah. — Perché non muori?
— Non lo so!
Le acque ribollono ancora di più. Il fumo nero diventa denso e copre ogni cosa.
Non vedo più niente. — Sarah! Ilaria!
Silenzio.
Delle mani mi afferrano da dietro, mi tirano. Altre si serrano attorno al mio collo. Stringono. Le dita affondano nella mia carne. Non riesco a respirare. Ma non cerco di liberarmi. Non mi muovo.
Il volto di Ilaria appare davanti ai miei occhi. È illuminato da uno luce spettrale. Ha il viso gonfio, il collo violaceo, gli occhi rossi e i capillari rotti sotto gli occhi e intorno al naso. Ha la stessa faccia di quando l'ho soffocata quasi a morte.
— Ilaria...
— Perché non muori?
Mi sveglio di soprassalto. Il viso di Ilaria è davanti al mio. Dice qualcosa, ma non la capisco. Ha le mani strette attorno al mio collo. Poi mi vomita addosso. Non mi muovo. Anzi, scoppio a ridere. Non so cosa diavolo stia succedendo, ma è divertente. Ilaria mi vomita una seconda volta.
Le mie amiche la allontanano. I miei amici dicono qualcosa, ma mi limito a fissarli mentre rido. Non riesco a smettere. Sto ancora sognando? Non lo so.
Mi guardo i pantaloni. Sono sporchi di vomito. Pure la felpa. Pezzettini di cibo puntellano i miei tessuti. E continuo a ridere. Lo faccio così forte che inizia a farmi male il fianco.
Mi alzo, barcollo e cado a terra. Delle mani mi afferrano e mi aiutano ad alzarmi mentre non smetto di ridere. Mi appoggio a un tavolo vuoto e mi stendo sopra in pancia in giù.
— Quanto ha bevuto? — dice una voce.
— Non lo so — risponde un'altra.
— Qualcuno lo accompagni a casa. Non si regge in piedi.
— Fallo tu, no?
— Non so dove abita.
— Nemmeno io.
— Qualcuno sa dove abita?
— Siete suoi amici e non sapete nemmeno dove abita? — dice una terza voce.
— Tu lo sai? — chiede la prima voce. — E poi chi sei?
Alzo un braccio. — Io lo so! So dove abita! L'accompagno io... — Il braccio mi casca giù.
— È proprio andato — dice la seconda voce.
— Me ne occupo io — risponde la terza voce.
— Aspetta — dice la prima voce. — Come lo conosci?
— È una lunga storia.
Qualcuno mi prende da dietro e si mette il mio braccio sulla spalla per sostenermi. Proseguiamo verso l'uscita mentre ridacchio. Poi non ricordo più nulla.


Mi sveglio con un mal di testa allucinante. Mi giro e casco a terra dal divano. Mi guardo attorno, frastornato. La luce del sole entra dalle finestre. Mi volto dall'altra parte, gli occhi doloranti come un vampiro che rifugge dalla luce. Sono nel mio appartamento. Come ci sono arrivato? Non me lo ricordo.
Mi alzo, vado in bagno e mi sciacquo la faccia. Mi guardo alle specchio del lavabo. Ho la faccia sfattissima. Felpa e pantaloni vomitati. Faccio pipì, scarico e mi spoglio. Mi faccio una doccia. Indosso un maglione e un paio di pantaloni di cotone e torno in soggiorno. Sobbalzo. — Che ci... ci fai tu qui?
Dario mi guarda seduto sulla poltrona. — Hai bevuto parecchio ieri, eh?
Mi avvicino, confuso, una mano sulla testa. — Non ricordo niente.
— Ti ho portato a casa.
— Sei stato tu?
— Vedi qualcuno altro?
Mi siedo sul divano, la testa tra le mani. — Che ci facevi lì?
— Quello che facevi tu.
Non rispondo subito. — Quindi... frequenti il Destiny? Non lo sapevo.
— Non lo frequento. Ci vado solo quando c'è una festa o qualcosa del genere.
— Non ti ho mai visto là.
— Senti, i tuoi amici come fanno a non sapere dove vivi?
Gli lancio un'occhiata. Ha deviato la domanda. Forse era lì per controllarmi. Ma non ha senso. — Non l'ho mai detto. Comunque, hai dormito qui?
— Già. Mi sono addormentato subito sulla poltrona. Alcol e sonno arretrato... Un bel mix.
Smorzo un gemito di dolore. — Mi sta scoppiando la testa.
— Non hai niente per il dopo sbornia?
— Di solito non ho il dopo sbornia.
— Ieri hai bevuto parecchio.
— Ma non mi dire.
Mio cugino si alza. — Beh, io devo andare. Oggi è l'ultimo giorno dell'anno e devo andare fuori città.
Lo guardo con gli occhi socchiusi. La luce che entra dalla finestra mi sta dando ancora più fastidio. — A fare che?
— Secondo te?
— Il tuo ragazzo è qui?
— È un amico. Non il mio ragazzo.
Scaccio l'aria con una mano come a dire che tanto è lo stesso.
— Sai, ieri tua madre mi fa chiesto di te.
Quindi era al Destiny per assicurarsi che non muoia? — Di me? Che ha detto?
— Se stavi bene. Se sapevo qualcosa.
— Cioè?
Solleva le spalle. — Non lo so. Era vaga. Voleva solo sapere se stessi bene.
— Ieri l'ho vista al supermercato.
— Ah, ora si spiega tutto.
Un breve silenzio.
— Beh, io vado — dice Dario.
— Sì, ok. Grazie per... per avermi riportato qui.
Annuisce e va via.
Resto fermo sul divano mentre le tempie mi pulsano dal dolore. Chiudo gli occhi e provo un leggero sollievo. Voglio buio. Oscurità. Voglio dormire. Mi copro gli occhi con le mani e sospiro. Un lungo sospiro.


Verso le sei di pomeriggio, bussano alla porta mentre esco dal bagno con addosso solo l'asciugamano alla vita. Vado all'ingresso e sbircio dallo spioncino. Apro la porta. L'aria fredda si attacca alla pelle, mi fa rabbrividire.
Ilaria mi squadra da capo a piede. — Era ora. — Entra dentro e si siede sul divano. — Ho citofonato per tipo mezz'ora.
Chiudo la porta e la raggiungo. Di nuovo caldo. — Perché non sei andata via?
— Perché ho sentito che eri dentro.
— Mi sono fatto una doccia. Sento addosso ancora la puzza di vomito.
Distoglie lo sguardo. Non risponde. Sa che mi ha vomitato addosso dopo avermi soffocato nel sonno?
— Perché sei qui?
Accende la TV con il telecomando. — Stasera c'è la festa di Capodanno. Alla trattoria. L'ha organizzata Paula. Ci sarà tutto l'ufficio e amici di amici.
— Quindi?
— Sai già perché sono qui.
— Non vengo — rispondo, secco. — Ho mal di testa.
Mi fissa, torva. — Anch'io ho mal di testa, ma ci vado lo stesso.
Un flash. Ilaria che mi stringe il collo e mi vomita sui vestiti. Io che rido. Mi acciglio. Perché mi turba? — Senti, non vado matto per le feste. Oggi voglio starmene da solo.
— Non fare l'asociale. E vieni.
Sbuffo, irritato. Vado in cucina. Apro il frigo e bevo l'acqua dalla bottiglia. Un lungo sorso.
— Vuoi sapere una cosa? — domanda Ilaria dal soggiorno.
Metto la bottiglia nel frigo. Non rispondo.
— Si dice che se passi il capodanno con una persona, allora passerete insieme anche tutto il nuovo anno.
— È una cazzata.
Non risponde.
Mi dirigo nel soggiorno e guarda Ilaria ancora seduta. Solo adesso mi accorgo che indossa un corto vestitino nero a gonna che le arriva poco sotto il sedere. I seni sembrano scoppiare sotto il reggiseno. E ha i capelli raccolti in un chignon. E non parliamo delle cosce sode.
Mi guarda. — Non ci credi?
Sposto lo sguardo altrove. — È una puttanata.
— Ma se fosse vero?
Faccio una smorfia e vado in camera da letto. Indosso di nuovo lo stesso maglione e gli stessi pantaloni di stamattina. Poi mi sistemo i capelli ricci allo specchio. Un'idea folle mi pervade la mente. Forse li dovrei rasare a zero. Torno in soggiorno.
Ilaria si è sdraiata, le scarpe bianche ai piedi del divano. Dentro, i calzini neri. Scorgo le mutandine nere in mezzo alle cosce e un po' di sedere. Mi siedo accanto, dalla parte delle gambe.
Alza un piede davanti al mio viso. Le mutandine sono ancora più visibili. Riesco a vedere la forma della sua vagina dietro il tessuto. Mi fa un cenno al suo piede.
— Per chi mi hai preso? — chiedo, irritato. — Per il tuo massaggiatore?
— Dai, un piccolo messaggino.
— Scordatelo.
Mi mette il piede in faccia. — Dai.
Lo sposto. — Piantala.
Continua a spostare il piede sulla mia faccia mentre ridacchia. — Solo un po'.
Scaccio il piede e mi alzo. Ho il pene duro che preme sotto i pantaloni. Mi giro subito dall'altra parte.
Ilaria mi tira un calcio sul culo. — Siediti.
Mi volto. — Ma sei scema?
Rannicchia le gambe, una mano poggiata sopra. Il viso è teso, quasi provato. — Stavo solo scherzando.
Il mio occhio cade sulle sue cosce. Mi siedo e prendo un suo piede. Lo massaggio. Lentamente.
Mi sorride. — Dovresti fare il massaggiatore. Faresti un sacco di soldi.
— Certo.
— Non mi credi? Se lo facessi alle signore ricche e annoiate che conosco, lo diventeresti, credimi.
Non rispondo.
Ilaria toglie il piede dalle mie mani e mette l'altro. — È così.
Riprendo a massaggiare. — Allora comincia a pagarmi tu. E forse potrei prendere in considerazione la cosa.
Poggia il piede libero sul mio pene turgido. Sorride, maliziosa. — Pagamenti in natura, sono ben accetti?
Lo sposto. Continuo a massaggiare. — Finiscila.
— Sono seria.
— Pure io.
Un breve silenzio
In TV, l'ennesimo film di natale.
— Hai voglia, vero? — domanda.
— No.
— Io sì.
— Fattela passare.
Mi mette entrambe i piedi sulle spalle e sposta un lembo delle mutandine con due dita. Ha la vagina gonfia e bagnata. Si massaggia il clitoride mentre mi fissa negli occhi.
La osservo mentre si masturba. Non riesco a distogliere lo sguardo. Il mio pene pulsa così forte che vorrei tirarlo fuori e scoparmela. Ma non lo faccio.
Ilaria si infila due dita dentro e le muove mentre fa uscire i seni dal reggiseno. Mi sta provocando. Vuole che le salti addosso, che la prenda con foga. Come piace a lei.
Volto la testa dall'altra parte. — Quindi sei per questo? Non per convincermi a venire alla festa.
Incrocia i piedi dietro il mio collo e mi tira su di sé con forza. La mia faccia urta contro la sua vagina gonfia e il mio naso contro il suo clitoride. Reprimo un gemito di dolore. Le sue cosce si chiudono attorno alla mia testa e mi mette una mano tra i capelli. Profuma di sapone neutro alla menta. Ma proprio tanto.
Fisso la sua vagina fradicia, le sue grandi labbra aperte e gonfie. Alzo gli occhi su di lei. Ci guardiamo per un momento. Il suo viso è eccitato, gli occhi socchiusi. Stringe i miei capelli e mi mette le labbra sulla vagina. Inizio a leccare. In automatico. Non me ne accorgo nemmeno. Lecco il suo clitoride e scendo attorno ai bordi. Risalgo. Le sue cosce si chiudono così tanto attorno alla mia testa che mi tappano i timpani. E poi sono tremendamente calde e lisce. E quel profumo di menta, ora, ce l'ho in bocca.
Continuo a leccare per un po'. Ilaria si irrigidisce, le cosce si serrano attorno alla mia testa. Sento la pressione sul cranio. Me lo sta spappolando. Ma che forza ha nelle gambe? È bestiale. E non so perché, mi eccita un casino.
Mi alzo sulle ginocchia e cadiamo dal divano. Lei su di me. Urto il retro della testa contro il pavimento e ci metto una mano sulla zona dolorante. In TV, la pubblicità di un giocattolo.
Ilaria scoppia a ridere e si affloscia su di me. Mi bacia il viso. — Questa volta ti userò io.
La allontano un po' con le mani. — Ti stai vendicando di...
— Già — risponde con un sorriso. — Ti dà fastidio?
No, non mi dà fastidio. Anzi, voglio scoparti a sangue. — È stato un errore... Ho sbagliato.
— Certo, un errore. Volevi solo un corpo su cui sfogarti e io ero a portata di mano. Volevi possedermi.
È così. — Ti sbagli...
— Su di te non mi sbaglio mai.
Ha ragione. Non rispondo.
Mi fissa per un attimo. Intensamente. Poi torna a baciarmi il viso. — Ora sono io a volermi sfogare su di te e tu me lo lascerei fare.
Non fiato, il viso di pietra.
Mi bacia il collo, la mascella, le labbra. Il bacio diventa passionale, affettuoso. Infila la lingua mentre mi abbassa i pantaloni insieme ai boxer. Poi si stacca dal bacio e mi guarda. — Voglio anche ricambiare qualcos'altro.
Mi acciglio, confuso. Non rispondo.
Mi mette le mani attorno al collo e stringe. Con forza. Con tutta la forza. I suoi occhi si serrano, inquietanti. Le sue labbra si arricciano per lo sforzo.
La sua presa è troppo debole e il mio collo troppo grosso. Le sue manine non riescono a circondarlo del tutto. Mi manca un po' di aria, ma è più un fastidio. È come quando si respira col naso tappato. Ci entra a mala pena un po' di aria dalla narice libera.
Ilaria toglie una mano, afferra il mio pene e lo guida dentro la sua vagina. È caldissima, oltre che fradicia. Geme e rimette la mano sul mio collo. Stringe, ansima e si muove su di me. Dolcemente. La sua presa comincia a darmi fastidio. Ma non mi muovo. Sostengo il suo sguardo.
Lei si china a baciarmi. Un bacio spinto, quasi violento. Le sue dita si allentano un po' dal mio collo. Ma la pressione c'è sempre. Poi mi tira un ceffone in faccia. Un colpo improvviso. Un suono secco. L'impatto è forte, furibondo.
Il naso comincia a farmi male, gli occhi mi diventano lucidi dal dolore. — Ma che cazzo fai!?
Mi tira un altro schiaffo, ma le blocco il polso. Mi colpisce con la mano sinistra. Il colpo è debole. Ma urta contro il naso.
Grido dal dolore mentre mi volto dall'altra parte. La spingo via con violenza e mi porto le mani sul naso incerottato. Lei rovina a terra come una tigre pronta a salutarmi di nuovo addosso. E lo fa. Si mette di nuovo su di me e ci si aggrappa mentre mi stringe la testa tra le braccia e mi bacia la fronte e il naso dolorante. Il mio pene scivola di nuovo dentro la sua vagina.
Sebbene il naso mi faccia malissimo, non la spingo via. Non ci penso nemmeno. Lei si muove su di me. La sento piangere accanto al mio orecchio. Solleva la testa per guardarmi, gli occhi rossi. Due lacrime mi cadono sulla faccia. Una nell'occhio.
Smorzo un urlo. Mi brucia un casino. Strizzo l'occhio, lo sfrego. Ma il bruciore continua mentre lei non smette di muoversi di me. Si abbassa e mi abbraccia la testa. La bacia. Si sofferma sul naso.
Tendo il bacino e vengo. Tanto.
I fianchi di Ilaria diminuiscono il ritmo fino a fermarsi quasi del tutto. Si irrigidisce e comincia a fremere per un momento.
Restiamo fermi sul pavimento per un pezzo. Non ci parliamo. Respiriamo soltanto, l'uno accanto all'orecchio dell'altra. Ho la spalla ghiacciata, ma non mi importa. È il naso a preoccuparmi. Mi fa male. Ma non credo sia di nuovo rotto o altro.
Ilaria mi mette una mano attorno al collo. Non stringe. Lo accarezza. — Ora siamo pari.
Non rispondo.
In TV, la pubblicità di un caffè. Poi quella di un farmaco per il mal di gola.
Lei solleva la testa e mi guarda negli occhi. — Status quo. Torniamo a prima.
— A prima?
— Non ti cercherò o altro.
— Ma l'hai appena fatto.
— Ho solo pareggiato i conti.
Non rispondo.
Ilaria si alza e si mette una mano sulla vagina da cui cola il mio sperma e i suoi liquidi. Va in bagno. Sento il rumore dell'acqua del soffione.
Mi alzo e mi rimetto pantaloni e boxer. Ho la schiena ghiacciata, sebbene faccia caldo nel mio appartamento. Mi siedo, gli occhi sulla TV. Il film di poco fa non è ancora finito. Lo guardo. Non so che altro fare.
Venti minuti dopo, Ilaria esce dal bagno e mi raggiunge. Ha la faccia sfattissima. Gli occhi gonfi e un po' rossi. Profumo come il mio bagno schiuma al pino. — Io vado.
— Ok.
Mi guarda. — Ci vediamo alla festa.
Non rispondo.
Mi fissa per un momento. Si gira e se ne va.
Appena la porta si chiude, spengo la TV e mi stendo sul divano. Ho il naso che pulsa dal dolore. Ma molto meno rispetto a diversi minuti fa. Chiudo gli occhi mentre dall'appartamento a fianco le due bambine cominciano a strillare. Poi giungono anche canzoni natalizie. Sembra come se il natale cercasse di entrare nel mio appartamento, ma non trovasse la strada. E forse non l'avrebbe mai trovata. O non è mai esistita, una strada.


Verso le nove di sera, salgo in macchina e accendo il motore. Non parto. Resto a fissare il manubrio, le dita serrate attorno. Mi sono vestito per andare alla festa, ma non sono convinto. Perché ci sto andando? In realtà, non mi va. L'anno scorso ci sono andato. È la stessa festa. Ma non so se l'aveva organizzata Paula, non che mi importi adesso. So solo che c'era anche Ilaria e il suo ex o uno dei tanti. Non mi ricordo. O forse non voglio ricordare.
Ingrano la prima e schiaccio l'acceleratore. Le strade sono sommerse da auto e passanti. Nell'aria, una canzone di natale. Non so da dove arriva. Forse dagli altoparlanti di un chiesa. È una delle canzoni che sento verso le sette del mattino. Ma anche di sera verso a quest'ora. Anche nell'appartamento accanto le due bambine ascoltano questa canzone.
Mi fermo dietro una berlina nera. Il semaforo è rosso. Aspetto mentre batto le dita sul volante. Perché ci sto andando? Non faccio che ripeterlo.
Scatto il verde. Parto.
Guido lentamente. Le strade si fanno più intasate. Svolto a destra e taglio per una strada secondaria. Anche qui la situazione non cambia. Sono costretto a procedere quasi a passo di lumaca mentre la gente cavalca i marciapiedi indaffarata o sorridente. Famiglie. Coppie. Gente depressa. Il natale ti fa vedere chiaramente i volti tutti. Maschere comprese.
Osservo alcuni negozi dalle facciate decorate e pieni di luci. Passo vicino al Destiny. L'ingresso è un ammasso di persone. Non immagino l'interno. Poi ristoranti, bar, negozi di abbigliamento, di giocattoli, paninoteche. Tutto brilla e luccica. Tutto è così finto.
Poco dopo, esco dalla città e mi avvio verso l'azienda vinicola. Le campagne sono buie, il cielo stellato. Ogni tanto scorgo qualche macchina in strada o qualche finestra accesa. Le case sono tutte recintate. C'è uno strano silenzio. Una tranquillità che mi cheta l'anima.
Svolto a destra e seguo una stradina che conduce all'azienda vinicola. Ci passo di fronte. Il grande edificio di cemento è illuminato dai lampioni, ma i parcheggi sono vuoti. C'è un'atmosfera tetra, da film dell'orrore. Mi aspetto che da un momento all'altro, oltre la ricezione di pietra, spuntino degli zombie o qualcosa di mostruoso. Scuoto la testa con un sorriso. Ho troppa fantasia.
Proseguo lungo la stradina fiancheggiata di ulivi e da muretti a secco sui cui cresce la sterpaglia e scorgo la trattoria. Anzi, prima ancora di scorgerla sento le voci. Un brusio continuo. Lo spiazzo è pieno di auto e davanti all'ingresso c'è un muro di gente. Giro diverse volte per trovare parcheggio. Passo dal retro dell'edificio e lascio l'auto accanto ai filari d'uva. Anche qui ci sono altre macchine.
Scendo e mi dirigo verso l'ingresso di servizio. Sui gradini, un paio di persone. Parlano e ridono. Mesi fa, su quegli stessi gradini, c'eravamo io e mia cugina. Due anime perse che hanno cercato conforto nel sesso, in un amore distruttivo.
Abbozzo un sorriso, agrodolce. Salgo gli scalini ed entro.
L'aria calda mi si appiccica in faccia. Il naso mi prude, ma non mi posso grattare. Il vociare è più concitato qui. Attraverso il corridoio puntellato di gente e vado in sala. Troppe persone. Davvero troppe. Sono quasi tutti attaccati l'uno all'altro. Le spalle si sfiorano e si fa fatica a girarsi o spostarsi. E poi c'è una musica dance che dovrebbe essere a palla, ma si sente a mala pena. Il brusio è troppo alto. E noto solo adesso che hanno messo via tutti i tavoli, ma hanno lasciato quelli in fondo. Sopra, vari cibi e bevande.
Sgomito tra la gente e arrivo davanti a uno dei tavoli. Prendo un bicchiere di plastica da un litro, lo metto sotto il rubinetto della cassa e lo riempio di birra. Poi bevo una lunga sorsata e mi sposto davanti alla finestra aperta. Guardo fuori, i gomiti appoggiati sopra. Che ci faccio qui? Le feste non fanno per me. Non mi piacciono. Forse dovrei andarmene e basta. E poi dove sono i colleghi dell'ufficio? Non ne ho visto neanche uno.
Resto a rimuginare per non so quanto tempo. Non sto nemmeno bevendo. La birra è ancora intatta, lo sguardo perso nel vuoto.
Una mano si appoggia sulla mia spalla e mi fa voltare. È Ilaria. In mano, un sandwich. — Sei venuto.
— Mmh.
Un breve silenzio.
— Pensavo saresti rimasto a casa — dice. — Di solito non fai mai ciò che dico.
C'è troppa frastuono. Mi avvicino per sentirla meglio. — Sì.
— Sì cosa?
— Niente.
Si acciglia, confusa. — Anche l'anno scorso sei venuto.
Sta parlando giusto per. — Sì, anche tu.
— Già.
— Quest'anno c'è più gente.
— Lo vedo.
— A mala pena si sente la musica.
— Sì.
Altro silenzio.
Prende il bicchiere dalla mia mano e beve tre lunghi sorsi. — È buona.
La guardo un po' interdetto. Annuisco.
— È birra artigianale — dice Ilaria.
Faccio per riprendere il bicchiere, ma se lo scola tutto. Me lo ridà, la schiuma sul fondo. — Ne prendo due, ok?
— Due cose?
— Due birre.
— Ah, non c'è bisogno.
Mi molla uno spintone leggero, affettuoso. — Ma dai. Oggi è capodanno. Dobbiamo ubriacarci. Magari non come ieri.
Ho come l'impressione che le sia successo qualcosa. Ha uno sguardo strano. Troppo acceso. E non ha bevuto, a parte la mia birra. Me ne accorgerei. — Non dirmi che stai pensando ancora a quella cosa? Sul passare il capodanno insieme.
Sorride. Un sorriso tirato, forzato. — Ma no. Ma che dici.
Sì, le è capitato qualcosa. Ora ne sono più che sicuro. Non rispondo.
— Aspetta qui — dice. E si allontana verso i tavoli.
Scorgo la sua testa emergere ogni tanto dietro la fiumana di gente. Poi guardo fuori dalla finestra e mi passo una mano sulla faccia. Sospiro.
Un bicchiere di birra si posa sotto il mio naso. Lo afferro e mi volto. Ilaria batte il suo bicchiere contro il mio per un brindisi e comincia a bere mentre mi guarda.
La guardo anch'io.
Beviamo in silenzio finché lei non finisce. Posa il bicchiere vuoto accanto al mio primo bicchiere e appoggia i gomiti sulla finestra. Vorrebbe parlare, ma non lo fa. Mi lancia un'occhiata e si gira.
Mi appoggio accanto a lei. — Devi dirmi qualcosa?
— No — risponde di getto.
— Sicura?
— Tu devi dirmi qualcosa?
— No.
— Bene.
Un lungo silenzio.
Nell'aria, un miscuglio di odori e di profumi. Un leggero venticello gelido trasporta quello di erba e di canna. È molto forte e mi fa prudere il naso. Non lo gratto, ma reprimo uno starnuto. Se lo facessi, mi farebbe troppo male.
Ilaria posa una mano sulla mia. Mi guarda di sfuggita. — Andiamo?
La guardo. — Dove?
— Ovunque.
— Perché?
— Così.
Non rispondo subito. — Mi hai fatto venire qui e ora vuoi andartene?
Annuisce. — Andiamo?
Ritraggo la mano. — È successo qualcosa?
— No. Cosa dovrebbe succedere?
Sta mentendo. — Hai detto che non avresti fatto più nulla, che non mi avresti cercato.
— Quindi?
— Cosa è successo?
— Niente.
— Non ti credo.
Sbuffa mentre guarda fuori. Non risponde.
— Non credo sia per quella cosa del capodanno — dico. — Quindi cosa è successo?
Sposta gli occhi, torvi, su di me. — Vuoi litigare?
— No.
— Allora smettila. Non c'è niente.
Bevo un lungo sorso di birra e metto il bicchiere vuoto dentro a quello di Ilaria. Non rispondo.
Restiamo in silenzio per un pezzo.
Attorno, la gente balla e si diverte. Grida, risate, schiamazzi. Non si capisce niente.
— Ok, — dico. — non vuoi dirmelo.
Alza gli occhi in aria con uno sbuffo. — Piantala.
Mi allontano e sgomito tra la folla. Un muro di corpi. Non riesco a passare facilmente e sono costretto a spingere. Sono tutti ubriachi. I loro visi arrossati non fanno caso a me. Ballano, si muovono e parlano ad alta voce. Nell'aria, un forte odore di alcool ed erba.
Esco dalla folla e attraverso il corridoio che porta sul retro. Quando lo varco, mi pietrifico. Sarah sta salendo i gradini. Si blocca. Mi fissa il naso incerottato. Poi i nostri sguardi si incrociano per un momento che sembra infinito. Il tempo stesso sembra essersi congelato.
Che ci fa qui? Quando è tornata? Non era in Grecia?
Abbassa lo sguardo, sale i gradini e mi supera. Le vado dietro e la fermo per un polso. Lei mi fissa, torva. Si libera dalla presa e ritorna a camminare.
Le blocco il polso. Di nuovo. — Aspetta.
Mi spinge via. — Non toccarmi!
— Voglio solo parlare.
Si incammina verso la sala con passo pesante.
Rimango interdetto per un attimo. Poi un pensiero si fa largo nella mente. Ilaria. Sapeva che Sarah era qui? Per questo era strana e voleva andare altrove?
Le vado dietro ed entro nella sala. La perdo di vista. Ci sono troppe persone. È come cercare un ago nel pagliaio. Sono così agitato che non sento nemmeno il fracasso e la musica. E sto iniziando a sudare senza motivo.
Torno fuori e mi siedo sui gradini. Accanto, un gruppetto di ragazze. Una è ubriaca fradicia e sproloquia tra risate e strilli. Le altre fanno lo stesso, ma non urlano. Parlano tutti insieme. Non so come diavolo facciano a capirsi. Mi metto una mano sul viso. Mia cugina è qui. Perché? Perché è tornata?
Continuo a rimuginarci per un pezzo. Non riesco a smettere. Come non riesco a smettere di pensare al suo viso, ai suoi occhi. Era felice di vedermi? O era arrabbiata? Non lo so. Non riesco a capirlo. Sono troppo confuso e agitato.
Mi alzo e vado verso la mia auto. Sarah è entrata dal retro. Forse ha lasciato la sua macchina qui. Controllo i veicoli parcheggiati lungo i filari d'uva finché la vedo. È la penultima. È parcheggiata quattro posti avanti alla mia. Mi siedo sul muretto secco e incrocio le braccia, il viso puntato verso la porta di servizio della trattoria. Sugli scalini, ancora il gruppetto delle ragazze. Sebbene siano lontane quasi cento metri, le loro risate arrivano fino a qui. Anche gli strilli di quella ubriaca.
Sospiro e alzo gli occhi al cielo. Stelle ovunque. Le osservo brillare per un pezzo. E inizio a tremare per freddo. Soffio nelle mani e le sfrego sulle braccia per riscaldarmi. Ma serve a ben poco. Gli occhi e le labbra si stanno congelando. Soffio di nuovo tra le mani e le metto sotto le ascelle, il busto chinato un po' in avanti. Aspetto. Non posso fare altro. Certo, potrei aspettare in macchina, ma voglio sentire il gelo sulla pelle. Me lo merito. Mi ricorda che faccio schifo, che ho combinato un casino. Merito di peggio che un po' di freddo.
Passa quasi mezz'ora. Sono un cubetto di ghiaccio. Non sento più la faccia. E le mani, seppur sotto le ascelle, sono gelate. Fatico a muovere le dita. Fatico persino a muovermi.
Poi un rumore di passi sulla brecciolina. Si avvicinano. Sollevo lo sguardo in quella direzione.
Mia cugina si ferma davanti a me. Sotto il braccio, delle cartelle di documenti. Mi fissa. Non parla.
Cerco di abbozzare un sorriso, ma non ci riesco. Ho le labbra paralizzate per il freddo.
Scuote la testa. — Sei proprio un cretino... — Raggiunge la portiera del guidatore della sua macchina e mi guarda. — Entra dentro. — Apre la portiera e sale a bordo.
Mi alzo a fatica e mi dirigo verso il veicolo. Ho il culo congelato e le gambe ancora peggio. Sembrano volersi rompere in mille pezzi da un momento all'altro. Metto una mano sulla maniglia della portiera, ma le dita non si muovono. Sono troppo intorpidite. Guardo Sarah attraverso il finestrino. Faccio sorridere, ma pure la faccia è paralizzata.
Lei si piega verso la portiera, la apre e si appoggia al suo schienale con uno sbuffo. Mi siedo sul sedile e chiudo la portiera con fatica. L'aria calda del riscaldamento mi avvolge il viso e le mani. Sospiro, sollevato. Lei mi guarda. Non parla.
Abbasso lo sguardo mentre mi sfrego le mani ghiacciate. — Scusa...
Non risponde.
— Per tutto — continuo, le labbra si muovono appena.
— Tutto? — risponde Sarah, risentita. — Cosa sarebbe questo "tutto?" Mia madre? Il fatto che le hai detto che mi ami? Ma sei impazzito?! — urla, incazzata. — Che diamine hai nel cervello!? Perché glielo hai detto!? Perché!?
— Io...
Si sistema i capelli per l'ansia. — Quella sera mi ha chiamata! Mi ha insultata... Mi ha chiamata troia, puttana e... — Si mette le mani sulla faccia. Singhiozza. Le spalle iniziano a sussultare. — Perché glielo hai detto...? Perché...?
— Lei... La zia... Tua madre... Io... Insomma, mi ha sentito. Lei... mi ha sentito mentre ne parlavo con tuo fratello...
Si volta dall'altra parte per non farsi vedere mentre piange. Non fiata.
Comincio a muovere di nuovo il viso e le dita. — Mi ha tirato uno schiaffo dietro la testa e...
Scatta gli occhi verso di me. Gonfi, arrossati, lucidi. — Lo so! Dario mi ha detto tutto! Tutto quanto...
Un breve silenzio.
— Mia madre non vuole più parlarmi... — dice lei, la voce smorzata.
Non rispondo. Non so cosa dire.
— E mio padre... Lui capisce.
Mi acciglio, confuso. Capisce? In che senso? Non parlo.
Si asciuga il viso bagnato con la manica della giacca. — Mi ha detto... mi ha detto che può capitare, che prima o poi la mamma lo capirà.
Non credo che capirà. Anzi, non credo che capirà mai. Non rispondo.
— Mio padre mi ha detto che... da piccoli... Noi... Ci davano spesso baci sulle labbra.
Davvero? Non me lo ricordo.
— Mia madre spesso litigava con tua madre. Credeva che fossi tu a darmeli... — Si zittisce per un attimo. — Mio padre... Mio padre e tuo padre sapevano che noi... Insomma, non ora. Voglio dire... sapevano che noi due eravamo troppo legati da piccoli e pensavano che noi... Lui, ecco... Mio padre temeva che una volta cresciuti... Noi...
— Capisco — rispondo.
— Ed è successo — dice Sarah con un filo di voce. — Quello che temeva... è successo. L'abbiamo fatto e ci siamo innamorati. Lui... lo sapeva che sarebbe finita così... — Mi guarda, gli occhi un mosaico di disperazione e sensi di colpa. — Se lo sentiva, capisci? Lui... — Si copre il viso con le mani e scoppia in un pianto sommesso.
Allungo una mano per metterla sulla spalla, per consolarla. La ritraggo. Se suo padre sapeva, allora perché non me ne sono accorto? Non mi ha mai dato questa impressione, nemmeno quando mi sono dichiarato davanti a tutti. Forse era troppo ubriaco per capirci qualcosa? Lui e mio padre avevano bevuto parecchio vino. Ma la seconda volta che li ho visti non erano ubriachi. Ma se andiamo a ritroso, anche quando veniva a mangiare alla trattoria, non mi ha mai dato l'impressione che sapesse. Corrugo la fronte, pensieroso. Non riesco a venirne a capo. Non ha senso. Se fosse così, me ne sarei accorto.
Sarah prende un fazzoletto da un pacchetto aperto nel portaoggetti e ci soffia il naso. Il viso le diventa rosso. Si pulisce il naso e lascia il fazzoletto bagnato sul cruscotto. — Gli ho detto... gli ho detto che se sapeva, perché... perché non mi ha detto niente. Lui... lui ha risposto che non pensava davvero che... noi due... Insomma, che noi saremmo finiti insieme da grandi. Avevamo le nostre vite e non ci parlavamo più da prima delle medie.
— Quindi... — dico — quindi tuo padre non sapeva di noi due? Era solo una paura di quando eravamo piccoli? Una supposizione?
— Sì... Forse... Non lo so... Non ci capisco niente.
Neanche io. — Penso che tuo padre un po' se lo aspettava, ma non del tutto. Però... ci parli ancora con lui?
Annuisce.
— Anche la zia mi ha... Anche tua madre mi ha chiamata — dice, gli occhi bassi. Si tormenta le dita.
Sgrano gli occhi, il cuore in gola. Non so perché mi spaventa ancora. Ormai sa tutto. Forse mi inquieta ciò che le ha potuto dire. — Sì? Ti ha chiamata?
Solleva lo sguardo afflitto su di me. — Voleva... voleva sapere se fosse... se fosse vero.
— E tu che le hai risposto?
Si limita a guardarmi. Non ha bisogno di parole. I suoi confermano tutto.
— E cosa ha detto? — chiedo.
— Mi ha... mi ha chiuso in faccia.
Ci guardiamo per un momento.
Distolgo lo sguardo. — Non ti ha detto nulla?
— No, nulla. Ha solo... ascoltato... Quando le ho chiesto scusa, ha riagganciato...
Non l'ha insultata. Mia madre non lo farebbe mai, ma so cosa pensa. E quei pensieri sono tutti insulti. E anche pesanti. — È tutta colpa mia.
Non risponde.
— Ti ho messa io nei casini... Ti ho fatto litigare con tua madre e...
— Ormai... è andata così.
Silenzio.
Fuori, la musica dance e il brusio ovattato della gente giungono come echi da un altro mondo.
Non so cosa dire. Sembra che ci siamo detti tutto e niente. Oltre a scusarmi, non so cosa fare. Ma non voglio andarmene. Voglio restare qui. Voglio restare con lei.
Mia cugina prende un altro fazzoletto dal pacchetto aperto e ci soffia il naso. Poi lo mette accanto a quello usato. Abbasso lo sguardo.
— Tornerai in Grecia? — domando, piano.
Non risponde subito. — Sì.
— Perché sei... sei qui?
Volta la testa verso di me. — Per quelli — indica con gli occhi i documenti sul cruscotto.
— Capisco.
— Non penso di tornare tanto presto. Non dopo ciò che è successo... Voglio... Ho bisogno di allontanarmi...
Smorzo un sospiro. Non rispondo. Cosa le dovrei dire? Ho la mente del tutto annebbiata. Vorrei che restasse qui con me, ma non oso farlo. Non posso. Sono io la causa di tutti i suoi casini.
— Ho incontrato Ilaria, prima... — dice Sarah. — Abbiamo parlato un po'.
Quindi era strana per questo? Temeva che incontrassi Sarah? — Sì? Di cosa avete parlato?
— Un po' di tutto.
— Cioè?
— Niente di importante.
— Le hai detto di...
— L'ho detto. Di te. Di mia madre e... tutto quanto.
Non rispondo subito. — E tu... cosa le hai risposto?
— Le stesse cose che ho detto a te.
Un breve silenzio.
Non riesco proprio a parlarci. Mi sembra di stare rimandando l'inevitabile. Ma non riesco ad andare via.
La portiera posteriore si apre.
Ci voltiamo di scatto. Mi acciglio, turbato.
Ilaria si siede e chiude la portiera. Ci guarda, il viso una maschera di ghiaccio. — Sapevo che vi avrei trovato insieme.
— Che ci fai qui? — chiedo, confuso. — Come sai che eravamo qui?
— Questa storia mi ha stufata. Dobbiamo darci in taglio. Ora!
So di cosa parla. E so che questa volta sarà per sempre. — Che vuoi dire?
— Non fingere di non capire.
— Ma...
— Quale sarebbe questo taglio? — domanda Sarah.
Guardo entrambe. Non oso parlare.
Ilaria si sporge un po' verso di noi. — Deve scegliere con chi stare? Me o te? — Mi guarda. — Decidi. Me o lei. Stavolta, sarà definitivo. Niente giochetti! Niente ambiguità!
Distolgo lo sguardo. Non rispondo.
— Non deciderà mai — dice Sarah.
Ilaria smorza un sorrisetto, nervoso. — Eppure, settimane fa mi è sembrato che abbia scelto te. Poi... è successo quel casino.
— Non ha mai scelto.
— Invece sì.
— Ti sbagli.
— Vorrei che fosse così, ma...
— Non sceglierà mai — dice Sarah, seria. — Non lo farà mai. Vuole entrambe. Ancora non l'hai capito? Mesi fa mi hai trascinata da lui per proporgli di stare tutti e tre insieme. Te lo sei scordata?
Ilaria la ignora e mi guarda per un attimo. — Ha già scelto te... da tempo. Quindi, voglio che me lo dica in faccia. Solo così... solo così capirò.
Mi guardano. Mi sento un verme. Uno schifo. Sarah ha ragione. Le voglio entrambe. Non posso sceglierne una. Quando penso di poterlo fare, poi voglio l'altra. Perché sono così incasinato? Perché sono così egoista?
Sarah incrocia le braccia sui seni e inarca un sopracciglio. — Visto? Non lo farà mai.
Ilaria appoggia le mani sugli schienali dei sedili anteriori e mi fissa negli occhi. — Deciditi!
Abbasso lo sguardo a disagio. — Non... non riesco. Io...
— Rifiutami! Che aspetti!? Sarah è qui. Rifiutami! Dimmi di andare via! Dimmi che non mi ami! Avanti! Dillo!
— No! — rispondo, secco.
Nell'abitacolo cala una silenzio strano. Non pesante o oppressivo. Ma indecifrabile.
Faccio un lungo sospiro. Un sospiro che giunge dai miei abissi più oscuri. Le guardo entrambe. — Non sarò io a scegliere, ma voi.
Si scambiano uno sguardo, perplesso. Non parlano.
— Se scendete da questa macchina, io non vi cercherò più. Non farò più niente. Vi lascerò in pace. — Faccio una pausa. — Lo giuro. Non farò più nulla.
Le due si scambiano un altro sguardo. Non rispondono.
Sposto lo sguardo fuori dal finestrino mentre il cuore mi martella nel petto. Ho lo stomaco in subbuglio e la bocca secca. Le mani mi tremano. Sono tesissimo. Non so perché, ma voglio fumare un sigaretta. E io non fumo.
So già che usciranno entrambe dalla macchina. Le ho fatte soffrire troppo. Le ho usate e amate troppo. Ma è amore il mio? Oppure è solo puro egoismo? Si possono amare due persone allo stesso tempo e allo stesso modo? È possibile? Oppure dovrei essere io quello a lasciare l'auto? Andarmene e non tornare mai più. Lasciarle libere. Non è questo amore? Oppure il mio è mero vittimismo?
Aspetto.
Nessuno si muove.
Passano cinque minuti.
Niente.
Aspetto ancora.
Nulla.
Mi volto verso di loro. Ci guardiamo per un po'. Nessuna delle due sembra voler andare via. Non fiatano. O forse è tutto nella mia mente? Forse vogliono che me ne vada io?
Il silenzio si fa intenso, quasi intimo, sessuale. C'è qualcosa di strano nell'aria. Mi sento a disagio. Inizio a sentire caldo. La faccia mi pizzica. Anche il corpo. Non riesco a stare qui. Non ci riesco. Apro la portiera. Scendo.
Mi allontano dalla macchina a passo svelto, lo sguardo basso. La faccia mi si gela quasi subito per il freddo. Comincio a tremare.
Poi un rumore alle mie spalle. Scarpe sulla brecciolina. Si avvicinano. Velocemente. Qualcosa mi travolge da dietro quasi di peso. Sono due corpi. Quattro braccia. Mi stringono, le teste appoggiate sulle mie spalle. Mi volto e incrocio i loro occhi.
Perché sono qui? Perché mi stanno abbracciando? Mi hanno scelto entrambe? O mi stanno salutando? Cosa significa tutto questo?
Poi un fischio. I fuochi d'artificio dipingono il cielo notturno di mille colori. Esplodono con un gran fracasso mentre fisso Sarah e Ilaria negli occhi. E in quegli stessi occhi mi ci vedo riflesso. Le dita si intrecciano con le loro. Calde, affettuose. Ho passato il giorno di capodanno con loro. Significa che ci passerò anche il resto dell'anno nuovo? E quello successivo? Proprio come ha detto Ilaria?
Mentre i fuochi continuano a esplodere nel firmamento, abbraccio le due donne che amo con gli occhi lucidi e il cuore in subbuglio. Chiudo gli occhi e le stringo ancora più a me.
Le amo.
È tutto ciò che so.


NOTA: Grazie a tutti quelli che hanno commentato e seguito la storia. Sebbene la trama sia sentimentale e psicologica più che incestuosa (questo può aver fatto storcere il naso a qualcuno), l'ho messa nel genere incesti perché c'erano amplessi sessuali di sangue. Tuttavia, sono stati mesi molto intensi. È stata la prima volta che ho scritto un romanzo così lungo. A ogni modo, vi saluto! Grazie ancora!
scritto il
2025-11-28
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