Il Secondo lavoro (parte 9)

di
genere
dominazione

Lei rise, con una piacevole risata cristallina: «Non sia formale! Fuori dallo stabilimento anche Lorella va bene!» Mi valutò un attimo. «Vedo che è da solo: se non aspetta nessuno, perché non viene a sedersi qui?
Giuro -disse, con una risatina ed alzando la mano destra- che non parleremo di lavoro!»
Accettai di buon grado e mi sedetti, mentre la cameriera trasferiva a quel tavolo il mio coperto.
«Anzi -riprese lei- fuori dallo stabilimento mi urta usare il lei… sopratutto coi miei... commensali» disse, con un sorriso malizioso.
Annuii, con un cortese sorriso: «Va bene, come preferisci»
Notai che aveva solo sbocconcellato un panino, ma che ancora non aveva cominciato a cenare e ne fui assurdamente contento: sarebbe stato… imbarazzante essere spiato mentre cenavo da qualcuno che che -magari- avrebbe giocherellato con la tazzina ed il cucchiaino e che avrebbe voluto, in realtà, alzarsi ed andarsene.
La cameriera ci portò i primi praticamente insieme e cominciammo a cenare chiacchierando di lievi banalità e ridendo.
Lorella però, aveva mandato indietro il quartino di rosso-della-casa che le avevano portato ed aveva ordinato una bottiglia di Rossese, stupendosi -per giunta- nel sapere che, pur non avendo nulla contro il vino egli alcolici in genere, normalmente pasteggiavo ad acqua; mi riempì il bicchiere dell’ottimo vino, facemmo un piccolo brindisi e cominciammo a bere.
Alla pasta seguì il secondo, col contorno ed al primo bicchiere ne seguirono altri ed anche una nuova bottiglia ed all’iniziale chiacchiericcio allegro e banale, mentre i tavoli intorno a noi si vuotavano, seguirono discorsi sempre più complessi, intimi ed al momento della pannacotta mi resi conto che Lorella era, come avevo istintivamente intuito, un durissimo pugno di ferro in un guanto di affascinante velluto.
Dopo il caffè ed il whisky che aveva preteso che bevessimo, nel nostro angolino, mi costrinse -praticamente!- a confidarle che Angela andava con altri (anche se riuscii a non entrare in imbarazzanti dettagli sulle modalità!) e lei, invece di usare le solite, banali frasi di conforto, mi guardò fisso negli occhi e mi sibilò: «Tu sei un debole, un succube!»
Riflettei un attimo: non era una domanda, era un’affermazione e, quasi automaticamente, annuii a testa bassa.
Rialzai lo sguardo su di lei ed il suo sorriso lupesco mi spaventò un poco.
La sua espressione trionfante svanì subito, tanto che ebbi il sospetto di averla solo immaginata e mantenne un sorriso cordiale, leggermente girata verso di me, che sedevo alla sua sinistra.
Però notai che quel suo sorriso si... cristallizzava, che evaporava dai suoi occhi e le rimaneva solo sulle labbra, come un rictus.
Subito dopo, le cadde il tovagliolo -anzi: ho idea che l’abbia deliberatamente lasciato cadere, con un gesto leggermente plateale- e per naturale istinto cortese mi chinai a raccoglierlo, anche se, stranamente, non lo trovai accanto a lei -come sarebbe stato logico- ma in mezzo ai suoi piedi; senza pensarci, mi intrufolai sotto il tavolo, ma mentre ero lì, la sua voce, pur tenuta bassa e tornando al formale ‘Lei’ e con un tono imperioso, mi disse, chiamandomi formalmente per cognome, come sul lavoro: «Già che è lì, per favore, mi baci anche un piedino» alzando il destro all’altezza del mio viso.
Non so cosa mi prese, in quel momento, ma DOVEVO onorare quel delizioso piedino snello ed abbronzato, calzato da un sandaletto con sottili strisce di cuoio dorato e con un acuminato tacco alto almeno sette centimetri e perciò appoggiai morbidamente le labbra sull’arco delicato dl suo piede.
Subito dopo, mi sentii umiliato e vergognoso, di quel gesto così intimo e perciò, confuso, mi rialzai precipitosamente, porgendole imbarazzatissimo il tovagliolo.
Lei mi osservava sorridendo, con un’espressione soave: «Grazie, caro: sei davvero un gentiluomo, cortesissimo»
La ringraziai dell’apprezzamento con un sorriso confuso, disorientato da questo suo dualismo: ero indubbiamente turbato.
Lei giocherellò con un pezzetto di pane avanzato e, sempre guardandolo, cominciò a parlare: «Vedi... mi piace la tua maniera di essere a capo di una unità produttiva e sono tentata dall'idea di farti salire, nella gerarchia dello stabilimento e poi, chissà?, magari anche del gruppo»
La ascoltavo con estrema attenzione, gratificato dall’apprezzamento, felicemente confuso dalle prospettive che mi si schiudevano, ma anche molto perplesso dalla piega che la conoscenza stava prendendo.
«Voglio circondarmi di persone toste, capaci e -possibilmente!- devote...
Ma... ma per te mi sta venendo in mente un ruolo particolare»
Mi guardò negli occhi, con uno sguardo diretto, severo, che mi scavava dentro.
«Però, in cambio, da te pretendo la massima devozione... -mi sorrise, divertita-... “E quando ti dirò: SALTA!, l'unica domanda che potrai farmi sarà: quanto alto, signora?” per citare il sergente di ‘Ufficiale e gentiluomo’» e concluse con la sua risata cristallina.
Risi anch’io.
«Allora, accetti?»
Ci riflettei per meno di cinque secondi: «Accetto... SIGNORA!!!» dissi, riproducendo il tono della battuta del film.
Lei rise a sua volta, ma poi strinse gli occhi e mi guardò con determinazione, abbassando la voce: «Allora, affare fatto, ma ti avverto: Ingannami e te ne pentirai... molto amaramente!
Ah: un’ultima cosa: a qualunque mia domanda, e sottolineo qualunque!, tu risponderai subito e sempre con la massima sincerità; d’accordo?»
Mi porse la mano, da sopra il tavolo ed io la strinsi annuendo, siglando così l’accordo.
Mi sembrò rilassarsi, allora e mi fece un sorriso sereno, da bella donna e ben conscia di esserlo.
Fece un risolino tra sé, poi appoggiò il mento sulle mani intrecciate sostenute dai gomiti puntati sul tavolo: «‘Cominciando con le domande... quando ti sei chinato per raccogliermi il tovagliolo... sì, insomma... lo hai fatto per guardarmi... le gambe?»
«Mannò!... -protestai decisamente-... Era solo un gesto di normale cortesia... L’ho fatto automaticamente, io son stato educato così»
«Quindi... -aggiunse in tono soave-... non hai visto il colore delle mie mutandine?»
«No, assolutamente!» Risposi, mentre un leggero velo di sudore cominciava a velarmi la fronte.
«Uhmmm... E dimmi: secondo te, di che colore sono?» mi chiese, guardandomi con finta indifferenza.
«Mah, non so... -farfugliai, prendendo tempo-... potrebbero essere di qualunque colore»
Lei mi incitava a rispondere con un gesto della mano, godendosi visibilmente il mio imbarazzo.
Azzardai: «Considerando il tuo abitino bianco, mi sembrerebbe logico che siano bianche... oppure di un colore pastello molto chiaro»
In realtà non l’avevo neanche vista in piedi, quella sera e quindi non avevo proprio idea di cosa diavolo indossasse, sotto l’abitino estivo.
Lei rise, divertita: «Beh, se non altro usi la logica... Vuoi vedere se avevi ragione?»
Credo di essere violentemente arrossito: avrei voluto, fosse stato per me, non solo sapere il colore delle sue mutande, ma anche strappargliele via, in un letto, appena prima di scoparla in tutti i modi... Ma mi limitai ad annuire.
«Affacciati un attimo, che ti faccio vedere» mi sussurrò; io gettai un’occhiata circolare nella trattoria e solo allora mi resi conto che eravamo gli unici clienti rimasti: ad un tavolo, accanto alla cucina, stava cenando il personale del locale.
Mi affacciai così oltre il bordo del tavolo e Lorella, con una lentezza snervante, fece lentamente risalire l’orlo dell’abitino, mentre divaricava le cosce, fino a scoprire il pube’ sul quale vidi solo una strisciolina di peli accuratamente regolati.
Strabuzzai gli occhi: l’ingegner Spadavecchia aveva decisamente aspetti inaspettati, ma che valevano però la pena di conoscere... più a fondo.
Rialzai lo sguardo e cercai i suoi occhi: lei mi guardava con sicurezza: «Guarda, guardala bene, tutta» mi disse a mezzavoce, mentre con due dita si schiudeva le labbrine della fica fino a mostrare il tenero rosa, luccicante di umori, della parte più interna ed il canale vaginale che si schiudeva appena più sotto.
Poi, di scatto, tolse la mano, serrò le ginocchia e riabbassò l’abitino fino a metà coscia: «Hai visto bene? Te ne sei fatto una nitida idea? L’hai ben memorizzata?»
Annuii, con un sorrisino.
«Levati quel sorriso idiota dalla faccia: l’hai vista stasera... diremo come contentino, ma adesso non la vedrai più per un pezzo! Qualcosa in contrario???»
«No, no, tranquilla» la rassicurai.
«Io sono tranquillissima, ma questo non cambia le cose.
Magari, con l’andar del tempo, ti chiederò di fare qualcosa per la MIA soddisfazione sessuale, ma comunque levati dalla testa che tu possa avere altro piacere che non sia quello di aver fatto contenta la tua PADRONA! Sono stata chiara???»
Ero psicologicamente travolto: ‘Sì, signora”
«Bene, è importante mettere subito in chiaro le cose… -fece un feroce sorriso da squalo-... e adesso spiegami: come mai sei qui a cenare da solo, senza la tua compagna? E’ con un altro?»
Ormai ero asservito alla sua volontà: anzi, forse VOLEVO che lei mi straziasse l’anima, mi facesse a brandelli la dignità,mi calpestasse…
«No, Lorella…’» «Lorella mi chiamano gli amici -mi interruppe, algida- per gli altri sono l’ingegner Spadavecchia o il Direttore… per te, in questi ruoli, Signora e dandomi del rispettoso Lei, andrà più che bene…
Ho grandi progetti, per te, ma mi dovrai cieca ubbidienza: dammi SEMPRE del Lei; sarò io a dirti quando potrai usare, volta per volta, ad un più colloquiale Tu»
Mi sentii mancare il respiro, come se fossi precipitato in una piscina d’acqua gelata, ma ormai ero in ballo: «No, signora: è… -o meglio, era- al lavoro…»
«E che lavoro fa?» chiese, inquisitoria.
«E’ cassiera in un cinema… -il suo sguardo gelido mi faceva capire che la risposta così sintetica non la soddisfaceva-... in un cinema porno…» e dissi il nome della sala.
Lei mi guardò alzando un sopracciglio, perplessa: «E non si fa... sifonare dal padrone, suppongo…» disse, con acre sarcasmo.
«No, il titolare è un amico… ma… -di nuovo quello sguardo diaccio da inquisitore!-... beh, sembra che lei a volte lasci il gabbiotto della cassa e vada… sì, vada in sala…»
Mi guardava con occhietti malevolmente divertiti e la sua voce sibilava, sarcastica: «Già… gli amici non si sifonano mai le donne degli amici… quasi mai, insomma!
Ma la signora va in sala perché è un’appassionata del genere, suppongo…
Immagino che nessuno la disturbi, visto che sicuramente sarà in sala vestita con burqa…»
Capivo che queste sue apparenti affermazioni, in realtà erano domande a cui DOVEVO rispondere: «No, non credo che il padrone abbia… sifonato Angela»
Colsi un suo sguardo sarcastico a questa affermazione, ma proseguii a farmi calpestare, fino alla fine: «E non va in sala con burqa, ma vestita succintamente e.. per farsi… molestare dagli spettatori»
La vidi sgranare gli occhi, indubbiamente stupita.

scritto il
2024-06-17
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