Scoprirsi Ambra 8

di
genere
dominazione

Come Ambra scese, Osvaldo ripartì, per andare a prendere l’ospite di Corsi in hotel.
«Dottore…» lo salutò la donna, sempre intimidita da lui che, dentro di sé, sorrise: la trovava deliziosa, così timidina e modesta con lui e coi suoi ospiti, finché non le scattava quel magico interruttorino nella testa -così facile da far scattare con qualche carezza, un bacio, una palpatina- e diventava allora una fantastica femmina da sesso.
E adesso doveva giusto preparare quell’interruttorino a scattare, ancora più facilmente del solito, anche se in situazione più critica di quanto fino ad allora capitato: «Ciao Ambra… Stai benissimo con quell’abito! Ho fatto davvero bene a mandartelo!»
Lei sorrise, sia per il complimento che per il dono ricevuto e stava per replicare, quando Corsi continuò: «Sediamoci un pochino qui fuori, a quel tavolino… Il mio cliente non è ancora arrivato e mentre lo aspettiamo, facciamo due chiacchiere…»
«Come desidera, dottore» rispose lei, con un sorriso che cercava di apparire più sicuro di quanto lei fosse, al cospetto del principale.
Scambiarono banalità finché il cameriere non servì loro le bevande ordinate da Corsi senza neanche consultarla -come suo solito!- ma poi cominciò a dirle le cose che doveva farle sapere: «Sono molto, molto contento di come stai affrontando questo nuovo, particolare incarico che ti ho assegnato... -lei annuì sorridendo, compiaciuta dell’apprezzamento- ...e noto che hai fatto tesoro dei suggerimenti che le persone a cui ti ho affidata ti hanno dato: adesso sei una bella donna, raffinata nel vestire, con un bel portamento, padrona dell’arte di truccarsi secondo occasioni e necessità… oltre alle altre abilità che hai acquisito»
Le strizzò l’occhio in modo complice e lei fece un timido sorrisino, pur arrossendo.
«Il mio cliente di stasera è un cliente molto, molto, molto importante per la nostra società e se le trattative andranno bene, come spero che vadano… anche grazie alla tua fattiva collaborazione -in fondo era facile: bastava farla sentire responsabile!- allora per la nostra azienda si aprirebbero anche importanti canali in estremo oriente, cosa che ci porterebbe a fare un notevole salto di qualità, a doverci perciò ingrandire ed ad avere bisogno di assumere parecchie altre persone… -un po’ di responsabilità sociale, sapeva che poteva aiutarlo ad ottenere più facilmente ciò di cui aveva bisogno, dalle persone come Ambra, che non aveva ancora dimenticato cosa voleva dire non trovare occupazione!- ...quindi ti raccomando il dottor Akito Masu: è un giapponese, uomo di cultura diversissima dalla nostra e potrebbe, quando rimarrete soli, farti delle richieste che magari, al loro paese sono normalissime, per quanto stravaganti possano sembrarci.
Qualunque cosa lui possa chiederti, tu dovrai farla, senza alcuna esitazione… Non dimenticare che loro sono abituati alle gheishe che, come ben saprai, fanno qualunque cosa con gioia, per compiacere l’uomo.
So che, se vuoi, sarai perfettamente all’altezza della situazione…»
La guardò con un’espressione severa, vagamente preoccupata, come se in realtà dubitasse di quanto aveva appena affermato e la donna cadde nella piccola trappola psicologica, raddrizzando le spalle e guardandolo con sguardo deciso.
Non le diede tempo di replicare e concluse: «Posso far conto sulla tua collaborazione e sul tuo totale spirito di servizio?»
Lei, che si sentiva ormai consacrata a quella missione, affermò semplicemente: «Farò del mio meglio, dottore»
«Brava» le diede una plateale manata sul ginocchio, sorridendole «Sapevo di poter contare sulla nostra magica Ambra!»
Finirono i loro drink, mentre Corsi le spiegava alcuni piccoli dettagli per essere gradita fin dal primo momento al suo ospite che, tempo dieci minuti, arrivò portato dall’irreprensibile Osvaldo.
I due uomini si salutarono con una certa affabilità, poi Corsi presentò Ambra come sua assistente particolare, che fece un piccolo, garbato inchino molto apprezzato dal dottor Masu, un ometto paffuto, sulla sessantina, quasi calvo e non troppo alto; a contraddire l’aspetto pacioso ed innocuo, lo sguardo tagliente, come d’acciaio e la voce precisa, sicura, che fecero capire ad Ambra quanto il dottor Masu potesse essere un uomo da non contraddire.
La cena si svolse normalmente, con Corsi che a volte, discutendo con lo straniero, si rivolgeva a lei chiedendole dettagli o precisazioni, che lei era perfettamente in grado di fornire.
Corsi usava questo giochino di coinvolgerla per far capire al suo ospite che la donna non era una semplice escort prezzolata, ma bensì una sua vera collaboratrice e questo semplice espediente aiutava a far sentire più… importanti sia l’ospite che la donna.
Alla fine della cena, quando stavano ormai uscendo dal ristorante, il dottor Corsi pregò l’ospite di perdonarlo, ma che purtroppo non si sentiva granché bene e preferiva andare a casa; però avrebbe lasciato la sua auto e la sua assistente per far finire la serata dell’onorevolissimo dottor Masu nella migliore maniera.
I due uomini allora si scostarono da lei di un paio di passi e scambiarono poche brevi frasi; poi Corsi annuì, sorrise, diede la mano a Masu ed andò a dare brevi istruzioni all’autista, che annuì a sua volta, facendo un piccolo inchino.
Quando Masu ed Ambra arrivarono all’auto, Osvaldo aprì loro le portiere e, dopo che si furono accomodati sul divano posteriore, partì senza bisogno di avere indicazioni da loro.
Durante il tragitto, il dottor Masu appoggiò familiarmente la mano sulla coscia di Ambra e cominciò ad accarezzarla, approfittando dello spacco anteriore dell’abitino e risalendo, ad ogni passata, sempre più in alto, verso il fulcro della sua femminilità.
Intanto spiegava -in inglese, lingua che la donna padroneggiava senza alcun problema- le sue idee per il prosequio della serata: «Sono molto dispiaciuto che il tuo eccellentissimo principale non sia potuto restare a farci compagnia, ma sono certo che passerò lo stesso una magnifica serata: il dottori Corsi mi ha assicurato che sei una donna molto gentile e devota!» concluse, guardandola fissa negli occhi, col suo sguardo inquietantemente affilato e lei provò un piccolo, profondo brivido, terrorizzata dalle conseguenze nel caso lo avesse deluso.
Dopo una breve pausa ad effetto, l’uomo riprese a parlare: «Amo i locali da ballo ed amo portarci le mie accompagnatrici… -la donna fece un breve sorriso, ricambiato con un rapidissimo lampo dei denti del giapponese-… e stasera voglio fare un piccolo esperimento, col tuo aiuto»
La scrutò e lei annuì, con un piccolo sorriso acquiescente e restando in cortese attesa dei dettagli e difatti: «Io non amo ballare, ma tu dovrai invece ballare per me; probabilmente, vedendoti accanto ad un uomo anziano come me, verranno ad invitarti a ballare e tu accetterai sempre, senza alcuna esitazione…» Concetta era un po’ perplessa, ma Ambra annuì con fare sicuro.
«...E se loro vorranno prendersi delle libertà, li lascerai fare… qualunque cosa loro decidano di fare! Ti è ben chiaro?»
Lei, intimidita, annuì e poi mormorò un «Sì, mi è ben chiaro, dottore»
Il dottor Masu annuì, soddisfatto sia dell’assenso della donna, sia del sentire la sua natura -alla quale la sua mano era ormai lentamente arrivata- rovente e decisamente umida per l’eccitazione.
«Qualunque cosa! Sarai acquiescente e disponibile a qualunque cosa loro vorranno fare….» ribadì l’orientale mentre già la vettura stava rallentando e lei guardò, blandamente incuriosita, fuori dal finestrino: stavano fermandosi in una strada di periferia, davanti ad un locale abbastanza sgangherato e decisamente popolare, intorno al quale si aggiravano persone principalmente di provenienza apparentemente est-europea, alcuni già evidentemente alticci.
Concetta valutò che, lì dentro, quella ciurmaglia l’avrebbe… sbranata, ma Ambra aveva un preciso incarico e quindi sorrise blandamente, curiosa di sottoporsi anche a quel tipo di prova.
L’entrata della improbabile coppia venne notata da molti dei presenti: lì non era facile vedere un anziano orientale entrare a braccetto di una bella donna elegante; quello era più un posto da muratori, camionisti, badanti e gente -uomini e donne- con attività spesso a cavallo sul confine della legalità.
Riuscirono a trovare un traballante tavolino abbastanza vicino alla pista da ballo ed un cameriere con lo sguardo da faina prese l’ordinazione per due whisky.
Mentre osservavano la gente ballare, Masu si chinò verso la donna e le bisbigliò: «Assumi un atteggiamento come di chi non vede l’ora di ballare!»
Lei annuì e quasi subito si girò verso la pista, con le gambe accavallate ed il piede sospeso che dondolava a tempo di musica, mentre l’orientale aveva intrecciato le mani sull’ampio ventre e sembrava quasi un Budda incravattato.
Quasi subito, un tipo dalle spalle larghe, l’aria brutale, i capelli biondi tagliati quasi alla militare ed una bocca di brutti denti venne ad invitarla, con un modo molto sbrigativo: «Vieni!»
Lei guardò il dottore, che annuì paciosamente e la osservò mentre veniva quasi strappata via dalla poltroncina dallo strattone che l’uomo diede alla mano della donna.
Come entrarono sulla pista, la piccola magia del particolare abito di Ambra si attivò, sotto le luci stroboscopiche, diventando praticamente trasparente; per contro, le cuciture dell’intimo diventarono vagamente luminescenti, sottolineando il profilo del suo pube, la parte alta delle sue natiche ed incorniciandole i seni.
Masu fece un sorrisetto quasi maligno, mentre la coppia cominciava a ballare, ignara della trasparenza, ma attirando subito le voraci occhiate di molti maschi presenti in sala.
Nei pochi minuti successivi, parecchi uomini si accalcarono attorno alla coppia e solo dopo poco la donna si rese conto di apparire ancor più che nuda.
Il dottore si godette lo spettacolo delle prime mani puntare al culo della sua accompagnatrice ed altre che preferivano invece i seni.
Lei, memore delle raccomandazioni, continuò imperterrita a ballare sorridendo disponibile, mentre i maschi, notando la sua arrendevolezza, diventavano sempre più arditi, alzandole il tubino fino alla vita e scoprendole i seni.
Il tipo che l’aveva invitata a ballare, appena capì perché così tanti uomini si accalcassero attorno alla sua ‘dama’, decise di sancire i suoi diritti di precedenza, per cui le infilò un dito nel perizoma, diede un brusco strattone e, dopo averlo stracciato, lo lasciò a penzolare intorno ad una coscia e le infilò bruscamente due grosse dita nella vagina, di colpo.
La possente mossa dello slavo quasi sollevò Ambra da terra, che si stupì nel sentire che il suo corpo, pur così brutalmente oltraggiato, reagiva in modo inaspettato, visto anche il contesto di ebbri sconosciuti che si assiepavano attorno a loro, eccitandosi.
Si sentiva un lago e via via che altre mani la toccavano, accarezzandole le cosce, palpandole le natiche o strizzandole i seni e torcendole i capezzoli, sentiva man mano salire la sua eccitazione, tanto che non rifiutò il bacio del suo ballerino, ma anzi lo corrispose lascivamente.
Dopo cinque minuti, durante i quali era stata anche piegata a dare velocissime succhiate ad un numero imprecisato di membri virili e mentre intorno a lei sentiva scambi di brevi frasi in qualche lingua vagamente slava, sentì le mani di qualcuno che le risistemarono sommariamente l’abito e poi il suo ballerino la prese per un polso, facendola trottare giù dalla pista e dirigendosi di buon passo verso i bagni, seguiti da diversi altri uomini.
Il dottor Masu occhieggiò l’orologio, calcolando quanto tempo era passato dal momento in cui la sua accompagnatrice era salita sulla pedana col tipo e sorrise, soddisfatto.
Poi si alzò e, con passo tranquillo, si diresse verso i servizi.
Varcò la porta con l’omino stilizzato e subito vide la sua accompagnatrice che, afferrata per i capelli, era piegata a succhiare un cazzo, col tubino ammucchiato attorno alla vita ed i brandelli del perizoma che le penzolavano tristemente attorno alla coscia, mentre il suo ballerino, da dietro, la fotteva con violenti colpi e altri che erano attorno a palpugnarla ovunque, a tirarle i capezzoli, ad insultarla in italiano ed ad incitare il ballerino nella sua lingua, con grandi risate.
Il massiccio slavo vide il dottore entrare nel locale e lo sfidò con lo sguardo, ma lui sorrise mitemente e si appoggiò al muro piastrellato, in un angolino per non essere d’intralcio.
L’uomo allora capì la situazione ed aumentò la frequenza degli affondi e cominciò ad insultare ancor più pesantemente Ambra, facendola spostare in modo che potesse essere ben osservata, di profilo, durante la monta dall’accompagnatore al quale, in contrasto con la postura rilassata, brillavano gli occhi di un insano divertimento.
Poi estrasse il membro dalla fica di lei -un notevole attrezzo, valutò il dottor Masu- e lo appoggiò contro l’orifizio anale di lei; un attimo di concentrazione e poi, con una unica spinta inesorabile, forzò lo sfintere palpitante e sprofondò dentro di lei fino ai grossi testicoli, facendola sussultare.
Pochi colpi ancora e lo slavo afferrò la donna per i fianchi e la tenne ben infissa sul suo cazzo, mentre le si svuotava nel retto grugnendo.
Poi si sfilò e, ancora col cazzo penzoloni mezzo moscio, andò con passo arrogante verso Masu; gli si fermò col viso feroce a dieci centimetri da quello mite del dottore e gli bisbigliò: «Già che ti piace vedere la tua troia fottuta da veri uomini e che voglio guadagnare soldi, adesso tu mi dai cinquanta euri per guardare e io ti lascio vedere come la fottono, pagando me!»
Il giapponese aveva capito appena il senso del discorso, ma annuì sorridendo pacificamente ed estrasse una banconota verdolina da cento dalla tasca dei calzoni.
«Questi vanno bene, nonnetto!» esclamò lo slavo, strappandogliela di mano.
Poi si girò verso gli altri ed abbaiò imperiosamente alcune secche frasi nella loro lingua; il tipo che prima glie lo aveva piantato in gola e che stava per possederla -sempre piegata a novanta gradi, con i piedi divaricati e le mani che appoggiavano sul bordo del lavabo- smise di tenerla per i fianchi, si raddrizzò e prese di tasca alcune banconote, che al dottore sembrò formassero la cifra di cinquanta euro, dandole poi allo slavo, che la intascò con un sorrisetto ed biascicando una parola.
Qualcuno dei presenti fece una domanda e il ballerino rispose divertito, tra risatine di tutti gli altri che, comunque, consegnarono all’uomo i loro cinquanta euro e cominciarono a fare i loro comodi con Ambra, impegnandole la bocca a turno, in attesa di passare alla fica od al culo, dove si sarebbero scaricati.
Poi il primo di loro venne, con una sorta di gemito animale; lasciò il posto ad un altro, si risistemò, scambiò un sorriso complice con lo slavo ed uscì dai bagni; cominciarono poi ad arrivare altri maschi e alcuni, prima di gettarsi su di lei, diedero il loro obolo allo slavo.
Molti erano arrivati solo per utilizzare i servizi o semplicemente per lustrarsi gli occhi, ma vennero o spediti rapidamente nei cubicoli o cacciati senza tante storie dal ballerino.
Dopo circa tre quarti d’ora, lo slavo si considerò soddisfatto ed inoltre vide che la donna era davvero esausta; attese che l’ultimo si svuotasse sulle reni della sua occasionale puttana (dopo i primi tre o quattro, aveva acconsentito che i maschi si svuotassero dove preferivano ed ora Ambra aveva il viso, i capelli ed il corpo segnato da densi schizzi colanti); si avvicinò al viso della donna abbassandosi la zip dei jeans sdruciti e lei, intontita dagli abusi, già si preparava passivamente all’ennesimo pompino, magari anche questo con ingoio -come diversi altri fino ad allora- ma l’uomo impugnò il suo membro flaccido e, dopo averla afferrata per i capelli ormai luridi, cominciò ad orinarle sul viso, i capelli, le spalle, i seni penduli.
Quando si fu infine alleggerito, la tirò su e la sospinse, ancora gocciolante, verso il dottor Masu: «Puoi portare via la tua baldracca… Ah! E grazie, eh!» concluse ghignante.
L’orientale ringraziò, con un cortese sorriso ed un leggero inchino, poi prese Ambra sotto braccio ed, in breve, uscirono dalla balera e si diressero verso la berlina dove Osvaldo, avvertito da uno dei discreti uomini della sicurezza delle condizioni della donna, aveva già recuperato dal bagagliaio un telo che teneva piegato sul sedile accanto a lui, pronto per evitare di lordare le pregiate sellerie della vettura.
Lei apprezzava il sostegno che il dottore le dava, mentre lasciavano il sordido ambiente, dopo che le aveva sommariamente risistemato addosso il tubino, che faceva intuire i recenti accadimenti con vistose macchie; si sentiva malferma sulle gambe e le bruciava sia davanti che dietro per il ripetuto abuso.
Anche la mascella le doleva e sentiva un fastidio in fondo alla gola; sapeva di puzzare -sia per l’afrore dell’orina dello slavo che aveva sentito subito, mentre lui le dirigeva incurante il getto anche sul naso e nella bocca socchiusa, sia per tutto lo sperma che le era stato schizzato addosso o riversato dentro e che adesso, lentamente, le colava fuori lungo le cosce- e sentiva la pelle tirare man mano che la sborra le si seccava addosso e le cosce appiccicose per le luride colature che non riusciva ad impedire.
Il dottor Masu le sorrise brevemente, esprimendo la sua soddisfazione ed il suo cuore fece una piccola capriola di gioia: aveva felicemente compiuto quanto chiestole dal dottor Corsi!
Rifletté che all’inizio aveva avuto paura… ma poi la determinazione a compiacere il dottor Masu, e quindi a soddisfare i desideri del dottor Corsi, aveva preso il sopravvento e si era, come si suol dire, gettata in pasto al branco!
Le mani, tutte quelle mani di quegli assatanati addosso, l’avevano dapprima intimidita, ma poi una strana nuvola di piacere l’aveva avvolta e si era completamente lasciata andare eccitandosi inaspettatamente, affidandosi ai rudi voleri di quegli stranieri ed assecondando le loro turpi volontà, già sulla pedana da ballo; le due rapide occhiate che riuscì a tirare al dottor Masu la tranquillizzarono: l’uomo assisteva, con un placido sorrisetto sul viso altrimenti impassibile, agli assalti che lei subiva.
Poi venne forzata a piegarsi e si trovò a baciare alcune cappelle, la cui igiene lasciava molto a desiderare; però lei, coinvolta dal suo incarico e ormai assalita da un’inesplicabile eccitazione, si prestò di buon grado a quella umiliante, pubblica prestazione.
Si preoccupò un poco quando il suo improvvisato compagno la risistemò sommariamente (Non mi vuole più? Ho sbagliato qualcosa? Adesso il dottor Masu cosa penserà? Si arrabbierà?) per poi trascinarla via.
Appena prima di varcare la soglia dei servizi, si girò allarmata, ma si tranquillizzò subito vedendo che il suo illustre accompagnatore si era alzato e li stava placidamente seguendo, evidentemente per poter verificare gli esiti del suo ‘esperimento’.
Poi, nei bagni, l’abuso non aveva più avuto alcun limite e lei, eccitata dall’essere per la prima volta usata -letteralmente!- come una puttana (tanto che lo slavo si era fatto pagare da tutti per lasciarla usare) ed inoltre tranquillizzata dalla presenza, evidentemente compiacente e… divertita (?) del giapponese, si era prestata ad ogni turpitudine ed aveva perso il conto dei membri che le erano stati forzati fino in gola o le avevano forzato gli altri orifizi, scaricandosi disordinatamente ovunque… e le strette dolorose alle cosce ed ai seni, i pizzicotti e gli strattoni ai capezzoli, le manate su cosce e natiche, poi!
Alla fine era esausta, ma orgogliosa di sé, oltre che oscuramente eccitata per tutto ciò che aveva lasciato fare al suo corpo ed aveva accolto quasi con gioia che il tipo mandasse via gli altri; il disgusto provato per l’aspro, salmastro, bruciante getto che l’uomo le aveva diretto sul viso, in bocca ed addosso, lo considerò un prezzo ragionevole per la fine di quel frenetico tour de force.
Una strana sorta di tenera eccitazione, la colse pensando all’espressione estatica di suo marito Luigi, quando avrebbe avuto modo di raccontargli gli sconvolgenti sviluppi di quella incredibile notte… Mentre la vettura attraversava le vie ormai quasi deserte della città, diretta all’albergo dove il dottor Masu soggiornava, le venne in mente come un fotogramma degli accadimenti nei bagni della balera: aveva l’impressione che in quella marea di facce anonime, una in particolare le ricordasse invece qualcuno, come se guardando la foto di un gruppo di sconosciuti, risaltasse -quasi in rilievo!- una faccia nota, lì in mezzo.
Cercò di mettere a fuoco quel viso, tra le immagini che la sua mente aveva registrato poco prima, ma venne distratta dall’arrivo all’albergo, uno dei più lussuosi della città.
Si trovò ad entrare nell’elegante hall a braccetto dell’inappuntabile giapponese: lui così composto, misurato e lei invece con evidenti tracce di sperma ormai essicato sull’abito ed i capelli, il trucco sfatto, le calze avvitate sulle gambe e smagliate, anche se coperta cn uno spolverino che l'efficente osvaldo le aveva appoggiato sulle spalle quando erano scesi; il concierge fece un sorriso professionale e diede con apparente noncuranza la buonanotte al pregiato ospite dell’hotel, decidendo di ignorare completamente la stazzonata presenza femminile al suo braccio.
Una volta giunti in camera, Masu le fece togliere le raffinate scarpe, insozzate anch’esse da qualche goccia ormai raggrumata, lasciandola con l’abito e le calze.
L’uomo allora estrasse dei rotoli di corda da un piccolo trolley e le disse di restare in piedi, davanti a lui, dandogli le spalle.
Le prese delicatamente le mani e glie le fece accostare, appoggiandone i dorsi sulle natiche.
Lei sentì che il dottore le legava i polsi, con una morbida corda che doveva essere di canapa o cotone, e poi man mano incrociando la fune, sentì che con diversi passaggi che percepiva lungo gli avambracci, era arrivato fino ai gomiti, che ora erano quindi quasi affiancati, costringendola ad una postura con le spalle indietro, che le faceva perciò puntare bene in avanti i seni.
A quel punto l’orientale le venne davanti, brandendo un paio di forbici; con indice e pollice della sinistra le pizzicò un capezzolo, facendolo subito inturgidire ed al contempo avvicinò le forbici con le lame minacciosamente aperte. Lei si sentì gelare dalla paura, mentre sentiva che il suo capezzolino scivolava dalla stretta del dottore, che adesso stringeva solo il tessuto del vestito, tirandolo molto.
Le lame delle forbici si avventarono e poi morsero implacabili, tagliando con un segno netto il tessuto che subito tornò ad aderire al seno e lasciando scoperta l’areola al centro del quale, tesissimo, si ergeva il capezzolo eccitato anche dalla paura.
L’uomo si dilettò così, tirando il tessuto in determinati punti per poi tagliarlo e lasciare oscene finestre che sottolineavano le sue varie attrattive muliebri -come i fianchi, la scollatura, l’inguine, le natiche, le ginocchia le cosce- trasformando l’abito e le calze di lei in un mucchietto di coriandoli di tessuto, sinché lei non fu completamente nuda.
Poi il dottore orientale la pilotò fino a farla inginocchiare sul letto, guidandola e pronto a sostenerla, tenendola per un braccio ed in capo a dieci minuti, lei si trovò con una legatura appena sopra e sotto a ciascun ginocchio e che quindi la costringevano a tenere i polpacci contro le cosce; anche le caviglie vennero legate all’attaccatura delle cosce e da lì partirono altre due morbide funi che le strinsero i seni alla radice, congestionandoli rapidamente e facendola anche sentire con il busto avviluppato dal morbido ma fermo abbraccio delle funi e che la obbligavano ad una postura col sedere ben più alto della testa, che si trovava all’altezza delle ginocchia divaricate, con la fune che, pur senza stringerla sgradevolmente, la costringeva comunque in quella posa molto indifesa.
Le capitò di riflettere, in un lampo, che quelle funi, quei nodi la bloccarono sì in una determinata posizione, ma che però la facevano anche sentire come... tutelata, avvolta, come stretta in un abbraccio rassicurante, al quale abbandonarsi: era turbata da queste impreviste sensazioni!
Finito di legarla, il dottor Masu tirò fuori dal trolley una sorta di bastone telescopico, con l’impugnatura all’estremità dritta, mentre a quella ricurva fissò due grossi simulacri di membro in gel trasparente, che poi le fece entrare nei suoi martoriati pertugi.
Nonostante vedendoli Concetta fosse preoccupata per le loro notevoli dimensioni, le entrarono dentro con una inaspettata facilità, scivolando facilmente sulla patina di sperma che ancora le ricopriva le ninfe e lo sfintere, anche esternamente ed approfittando dei tessuti stirati e forzati della notevoli ed abbondanti penetrazioni di un’oretta prima.
Infine, estrasse ancora dal suo trolley un paio di morsetti a molla, che lasciò lentamente serrare sui capezzoli di lei, già ipersensibili per la legatura di ciascun seno, facendola torcere dalle fitte e resistendo, pur lacrimando, alla necessità di lamentarsi.
Una volta preparata così, il dottore si mise davanti a lei e, da sopra la sua testa, impugnò il manico, che le passava sotto i gomiti ed i polsi contro la schiena, per fotterla coi due cazzi finti nella fica e nel culo e dandole, per finire, da succhiare il cazzo, di ragguardevoli dimensioni. Subendo tutte queste inaspettate stimolazioni e malgrado il dolore che si irradiava dai seni, dalla scomodità della posizione e dal bruciore che i due voluminosi ‘oggetti’ scatenavano nei suoi maltrattati buchini, Ambra venne travolta -nonostante la stanchezza ed i recenti abusi- da una potente ondata di torbido piacere, che la portò a raggiungere un orgasmo assolutamente inaspettato, proprio nel momento in cui il giapponese le si scaricava in gola, grugnendo soddisfatto.
scritto il
2026-01-16
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