Scoprirsi Ambra 1

di
genere
corna

Un mio vecchio racconto del 2013 che vi ripropongo

Concetta cercava lavoro.
Il periodo non era dei migliori per farlo, lo sapeva bene!, ma la loro figlioletta Maria quell’anno aveva cominciato ad andare alle elementari e le aumentate necessità della famigliola non potevano continuare a gravare sulle esili spalle di Luigi, col suo barcollante lavoro in una grossa agenzia assicurativa.
Ormai poteva tornare a lavorare, ora che Maria era abbastanza grande da poter stare a scuola e doposcuola, in modo da poter contribuire al magro bilancio familiare.
Perciò passava un bel pò di tempo, ogni giorno, a studiare le inserzioni del quotidiano locale ed a valutare ogni proposta le capitasse a tiro.
Un giorno, lesse l’inserzione di un grosso studio di commercialisti, che cercava una persona che si occupasse di contabilità, anche part time; nonostante la sua bassa autostima, per qualche istante sognò di fare quel lavoro, proprio quello per cui aveva studiato e che aveva fatto in modo ben apprezzato, prima di licenziarsi per la gravidanza.
Telefonò al numero indicato ed una indifferente telefonista le fissò un appuntamento per la mattina dopo, alle dieci in punto, un’ora comodissima per lei, che avrebbe avuto modo di portare Maria a scuola, prima di preparasi per recarsi al colloquio; per giunta, la ditta era in una strada a quindici minuti a piedi da lì ed a lei sembrò, anche questo, un benigno segno del destino.
Telefonò a Luigi, ma lo sentì così abbattuto, dopo un ennesimo cazziatone del suo principale, che decise di non dirgli nulla, per evitargli la probabile disillusione l’indomani.

L’indomani, puntualissima!, si presentò alla reception della ditta; mentre aspettava che la receptionist si rivolgesse a lei, si vide riflessa in una superficie lucidissima e si valutò amaramente, confrontandosi con la spumeggiante addetta al banco: era così piccolina col suo metro e cinquantacinque, in confronto alla stangona; era contenta di non essere oltre i cinquanta chili, nonostante la gravidanza (tutte le sue parenti a Palermo, di dov’era originaria, dopo il primo figlio erano diventate dei vagoni!) e che il suo sederino era ancora sodo; meno contenta del seno ‘ una quarta misura- che cominciava ad accusare il peso degli anni. Ma comunque, rifletté, l’importante è che lei piacesse sempre all’unico uomo della sua vita, il suo Luigi! Gli altri uomini, non li considerava proprio, non li vedeva neanche.
Sapeva che gli uomini cercano… le bottane e lei non era così, non faceva certe cose! Ogni tanto, accettava di fare l’amore col suo Luigi (ma senza cose strane: che schiaffo che aveva dato a Luigi, la volta che aveva osato appoggiarle un dito lì dietro! Ed anche baciarglielo, poi… ma che schifo! Non parliamo della disgustosa cremina che spruzza poi: che schifezza, così biancastra, densa!
Se proprio il suo Luigi voleva fare stramberie, gli concedeva di giocare coi suoi seni o col suo bottoncino (mmhhh…) e di spingerle perfino due dita dentro che erano appena più voluminose della mascolinità del suo uomo. Poi, quando sentiva ribollirle il sangue, andava sopra al suo sposo e (che vergogna!) lasciava che glie lo facesse scivolare dentro!
Per fortuna finiva subito e lei correva in bagno a lavarsi via tutta quella sbobba vischiosa, vergognandosi profondamente del piacere che provava a fare quelle cose così sporche!
-Ma che pensieri sto facendo???- si chiese, con scandalizzato stupore!
I suoi occhi colsero, sulla superficie tirata a specchio, i tratti del suo viso dolce e timido, con belle sopracciglia arcuate su due occhi castani leggermente infossati, un bel nasino dritto e due belle labbra, il tutto incorniciato da un caschetto di capelli castano scuro.
Quando era -raramente!- a suo agio, le riconoscevano anche un bel sorriso di denti bianchissimi, ma la imbarazzavano un po’, questi complimenti.
Controllò che il suo abbigliamento fosse consono: una camicetta bianca abbottonata fino al collo sotto una leggera giacchina di lana ed una gonna scura, fino appena sotto le ginocchia.
Aveva deciso di indossare i collant scuri che amava tanto e le scarpine con un tacco basso e solido la facevano quasi sentire a suo agio.
Finalmente la sgargiante addetta (taglio di capelli -tinti- alla moda, camicetta coloratissima slacciata fino quasi in mezzo alle mammelle e poi una gonnellina corta, con volant… da bottana!) poté occuparsi di lei e le venne spiegato che i colloqui erano svolti dal proprietario e da due altri incaricati, che chiamavano gli aspiranti all’impiego man mano che si liberavano, chiamando il numeretto che era stato dato anche a lei.
Sedette, tesa ed intimorita, in una sala d’aspetto con altri sei candidati, due uomini e quattro donne -sgargianti come farfalle!- pensando remissivamente di trascorrerci il resto della mattinata.
Invece, inaspettatamente, dopo solo una ventina di minuti venne chiamato il suo numero, anche se si rese conto che quattro dei presenti erano arrivati prima di lei.
Le venne indicata la porta con la targhetta ‘Direttore’ e lei si avventurò timidamente sulla folta moquette dell’ufficio fino alla porta, alla quale bussò educatamente.
‘Avanti!!!’ Sentì quasi abbaiare, dall’altra parte del pannello e quindi si azzardò ad entrare nell’ufficio ampio, lussuosamente arredato, sempre più intimidita.
Stava cominciando a pensare che era stata una pessima idea, presentarsi a quel colloquio.
Un omone massiccio, con una testata leonina di capelli brizzolati ed un’abbronzatura che sapeva di barche in navigazione nei Caraibi, la accolse in piedi, porgendole da stringere una manona enorme e pelosa e poi la sua voce tonante le disse di sedersi, indicandole una poltroncina davanti all’ampia scrivania che li divideva.
Lei, quasi terrorizzata, si sedette proprio in punta alla lussuosa e comoda poltrona, appoggiando la borsetta sulle cosce unite ed aggrappandosi disperatamente alla sua chiusura a tagliola in alto.
Si presentarono ed il dottor Corsi le fece tutta una serie di domande, dai dati anagrafici al curriculum di studio e lavorativo col suo vocione tonante, mentre lei sembrava rattrappirsi sempre più sul bordo della poltrona.
Corsi sparava a raffica le domande e lei doveva rispondere rapidamente, senza neanche avere il tempo di pensare.
Via via che l’interrogatorio andava avanti, Concetta era sempre più frastornata e si rendeva a fatica conto che l’omone le aveva fatto domande anche molto personali e che lei mai avrebbe immaginato di sentirsi rivolgere in un colloquio di lavoro, compresa la taglia di reggiseno e di mutandine (la terza).
Alla fine Corsi si ritenne soddisfatto.
Si alzò in piedi e cominciò a camminare nella stanza, proprio come un leone in gabbia, spiegando ad Concetta cosa faceva l’azienda, in che inquadramento e con quale retribuzione l’avrebbero assunta (Concetta strabiliò: la cifra iniziale era una volta e mezza la retribuzione di suo marito, che aveva pur sempre quindici anni di anzianità!), che in quell’azienda c’era possibilità di fare una rapida carriera, con relative conseguenze economiche, a condizione che si dimostrasse una dedizione ‘Assoluta!’ (come sembrò latrare Corsi!) alla ditta.
‘Allora, è interessata, signora?’ si sentì abbaiare addosso.
‘Sì, sì, certo….’ rispose timidamente lei.
Corsi andò alla scrivania, afferrò il telefono e schiacciò due tasti: ‘Barbara, cacciali tutti via: abbiamo trovato la persona per quel posto!’
Poi digitò qualcosa sul computer per neanche un minuto e subito una stampante cominciò a ronzare;
in un lampo, Corsi prese i fogli e li diede ad Ambra: ‘Leggi e se ti va bene, firmali!’ gli ingiunse.
Concetta li lesse incredula: era un contratto d’assunzione, il SUO contratto d’assunzione, appena lo avesse firmato!
Era così incredula e felicemente stupita che registrò appena il fatto che Corsi fosse passato al tu.
Li firmò subito, con precisione, mentre lacrime di gioia le sgorgavano inarrestabili dagli occhi.
Poi li porse a Corsi e lo ringraziò con voce malferma: ‘Gra… sniff… grazie dottore…’
‘Non mi devi ringraziare, Ambra: vedrai che te li guadagnerai tutti… ed anche molti di più se solo mi ubbidirai!’
Lei annuì in silenzio, sorridendo timidamente; notò appena che lui aveva sbagliato il suo nome, ma avrebbe accettato qualunque cosa, per la gioia che provava in quel momento!
‘Non mi piace come ti vesti, per cominciare!’ Lei sentì come schiaffeggiata da quella critica.
‘Noi qui vogliamo dare un’idea di ottimismo, di dinamismo e guardati… hai trentacinque anni e sembri una vecchia di cinquanta!!!’
Si vergognò molto, di essersi attirata quella critica, ma del resto lei, educata ad i buoni sentimenti cattolici, non era quel tipo di donna: scollacciate, che sembravano sempre offrirsi a chiunque… No: lei era una brava ragazza ed una buona madre di famiglia!
Anche Luigi, a volte, gli aveva mosso garbati rimproveri: l’avrebbe voluta più… più vistosa, ecco: con abiti colorati, le gonne sopra il ginocchio, le camicette slacciate… ed avrebbe voluto ‘lei lo aveva capito- che facesse ‘quelle cose’ con maggior entusiasmo… ma lei non era quel tipo di donna!
scritto il
2026-01-12
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