Sull'orlo vertiginoso dell'universo.
scritto il 2018-12-22 tempo di lettura 6 min
di
samas2
genere
etero
cura
A−
“Affamati di bellezza, creatori di immagini e narratori di storie, intessuti d’infinito: questo è essere umani.”
Dal diario di Max “Mad” Kirk, ultimo abitante di Shadow 2, pianeta dell’Orlo.
Dall’ampia vetrata annuso il temporale, osservo il fantasmagorico gioco di fulmini e lampi sull’oceano di questo mondo sull’orlo della galassia, ultimo baluardo affacciato sulla vertigine di spazi sconfinati, come le mie inquietudini.
Ascolto il sommesso brontolio dei tuoni lontani nella notte. Il mare, da piatto che era, senza preavviso si solleva in masse liquide poderose, che si abbattono urlando con furore e fragore assordante, ribollendo di schiuma.
Un tempo la mia vita era molto diversa.
Il mio pianeta era parte di una grande Federazione, in cui tutto era prestabilito, senza errori né imprevisti: una sorta di mondo ideale, un sistema talmente perfetto «che nessuno avrebbe più bisogno di essere buono» (T. S. Eliot).
Un mattino luminoso d’estate mi ritrovai, dall’alto di una delle torri scintillanti che svettavano per oltre mille metri, a rimirare la lussureggiante vegetazione, gli edifici armoniosamente inseriti nella natura, gli specchi d’acqua d’argento che riflettevano i raggi del sole.
Fu allora che pensai che quella perfezione esteriore non mi bastava. Le domande che mi agitavano non trovavano risposta: erano ferite aperte e sanguinanti. Sempre più inquieto, approdai infine a questo pianeta solitario, alla ricerca di me stesso.
Il mio compito era offrire ospitalità agli astronauti nella locanda che avevo in gestione.
Questo luogo era l’ultimo porto prima del balzo verso spazi sconosciuti e misteriosi. Navi spaziali di avventurieri e idealisti, novelli Magellano, lasciavano questo estremo approdo sicuro dopo un confortevole riposo che assicuravo loro, per lanciarsi negli insondabili spazi siderali, inseguendo sogni, per lo più vani, di ricchezza e fama.
Ma da molti anni non arrivava ormai più nessuno.
La guerra, beffarda, maligna, ghignante, distruttrice ancor prima di sogni che di vite, era scoppiata inaspettatamente in quel mondo che si credeva perfetto, facendo strame delle certezze e dell’ordine così armonioso che vi regnava. I viaggi nello spazio erano diventati un ricordo lontano e io ero confinato qui per sempre.
Ma non me ne dolgo.
Viaggiare per questo pianeta non ha alcun senso, poiché tutto è uguale. La mia dimora è pressoché invisibile, tanto fa parte del paesaggio: è incastonata nella roccia, propaggine dei contrafforti delle antiche montagne consumate dal tempo, che delimitano da un lato la brughiera, colorata in prevalenza di ocra e ruggine.
Il materiale che costituisce la casa, oltre alla roccia, è composto da speciali cristalli e da una sorta di legno fossile molto resistente. In una piccola vallata riparata sono collocate le colture, per lo più idroponiche, la centrale che mi fornisce energia illimitata e le attrezzature: speciali stampanti 3D in grado di realizzare tutto ciò che mi necessita.
L’edificio si affaccia sull’oceano, nero per la presenza degli organismi monocellulari che lo popolano, immenso e minaccioso. Forse nasconde, invisibili sotto la superficie, mostri proteiformi, paurosi come i fantasmi che popolano la mia mente e i miei sogni.
Scruto a lungo le acque tenebrose, misteriose, e il loro ritmico movimento instancabile mi risuona dentro.
Ma poi c’è Alexandra.
L’avevo vista per la prima volta dalla spiaggia bianca: emergeva dall’azzurro del mare cristallino e veniva verso di me. Riccioli scuri le ricadevano sulla fronte, la pelle era dorata, i seni perfetti si sollevavano nell’affanno del respiro dopo una lunga nuotata.
E il suo sorriso: indimenticabile.
La scelsi.
Sessualmente perfetta, capiva sempre e mi dava ciò che ancora non sapevo di volere. Regolava i suoi odori, il tono della voce, la dolcezza e l’ardore a seconda dei miei stati d’animo. Poteva farmi vibrare, travolgermi e farmi impazzire di piacere, ma anche farmi delicatamente illanguidire di malinconia.
A volte scaldava il letto degli astronauti di passaggio, ma non si comportava male: era la sua funzione.
Era una Nexus T3009 Sexual Extreme e svolgeva il suo ruolo.
Da molti anni siamo soli e non sono più tanto sicuro che ciò che governa il suo comportamento sia dettato e imposto esclusivamente dagli algoritmi con cui è stata prodotta e imprintata.
La sua affettività affiora ogni giorno sempre più palese, incomprimibile, e plasma la sua conoscenza e la sua coscienza. Lei, poi, mi interroga con quesiti ai quali anch’io cerco, invano, risposte.
Un’anima palpita dentro di lei, ormai ne sono certo.
Mi sovviene una vecchissima fiaba che mio padre soleva leggermi da bambino, quella di un burattino di legno che diventa un ragazzo di carne.
Alexandra qualche tempo fa mi disse:
— Antiche leggende narrano che, al termine della vostra vita, andrete in Paradiso. Ma per noi finirà tutto. Perché?
I suoi occhi luccicavano. La abbracciai. Tremava, sopraffatta dalla commozione. La baciai, stringendola forte a me.
— Che Paradiso sarebbe senza di te?
Non so se si può amare una macchina, ma io, Alexandra, la amo.
La mia vita sta finendo.
La Diagnostic Therapeutic Multiscan mi ha dato il suo responso: mi rimangono poche ore di vita.
Ho paura.
Prima che le forze mi abbandonino, neutralizzo il chip sottocutaneo che, alla mia morte, avrebbe inattivato Alexandra, terminandola.
Il Paradiso, l’eternità, Dio... Parole remote, neglette, che riemergono e ritrovano spessore, consapevolezza.
Ormai devo andare.
Alexandra mi guarda triste. Le sorrido. La sua bellezza, che toglie il fiato, brilla immutata nel tempo.
Le stringo le mani e gliele bacio. La mia voce è un sussurro.
— Ciao, amore. Ci vediamo in Paradiso. Ti aspetto.
Sono stanco, sto per addormentarmi per sempre.
Stringo nel mio pugno un oggetto antichissimo, un simbolo, dono di mia madre: una piccola croce.
Adesso non ho più paura.
Sono solo molto curioso.
Assaporo l’aria con un profondo respiro, per l’ultima volta.
Passano gli anni.
Alexandra, sola, cammina nella notte. Alza lo sguardo verso quello spettacolo di galassie sfavillanti, di algida bellezza, sul velluto nero del cielo.
Il mare, più nero del cielo, confidente, riflette il baluginio di quelle luci nel tremolio delle onde.
Nelle sue mani affusolate stringe una piccola croce. Negli occhi brucia un fuoco dolcissimo.
Pensa a Max e al Paradiso.
— Aspettami.
Dal diario di Max “Mad” Kirk, ultimo abitante di Shadow 2, pianeta dell’Orlo.
Dall’ampia vetrata annuso il temporale, osservo il fantasmagorico gioco di fulmini e lampi sull’oceano di questo mondo sull’orlo della galassia, ultimo baluardo affacciato sulla vertigine di spazi sconfinati, come le mie inquietudini.
Ascolto il sommesso brontolio dei tuoni lontani nella notte. Il mare, da piatto che era, senza preavviso si solleva in masse liquide poderose, che si abbattono urlando con furore e fragore assordante, ribollendo di schiuma.
Un tempo la mia vita era molto diversa.
Il mio pianeta era parte di una grande Federazione, in cui tutto era prestabilito, senza errori né imprevisti: una sorta di mondo ideale, un sistema talmente perfetto «che nessuno avrebbe più bisogno di essere buono» (T. S. Eliot).
Un mattino luminoso d’estate mi ritrovai, dall’alto di una delle torri scintillanti che svettavano per oltre mille metri, a rimirare la lussureggiante vegetazione, gli edifici armoniosamente inseriti nella natura, gli specchi d’acqua d’argento che riflettevano i raggi del sole.
Fu allora che pensai che quella perfezione esteriore non mi bastava. Le domande che mi agitavano non trovavano risposta: erano ferite aperte e sanguinanti. Sempre più inquieto, approdai infine a questo pianeta solitario, alla ricerca di me stesso.
Il mio compito era offrire ospitalità agli astronauti nella locanda che avevo in gestione.
Questo luogo era l’ultimo porto prima del balzo verso spazi sconosciuti e misteriosi. Navi spaziali di avventurieri e idealisti, novelli Magellano, lasciavano questo estremo approdo sicuro dopo un confortevole riposo che assicuravo loro, per lanciarsi negli insondabili spazi siderali, inseguendo sogni, per lo più vani, di ricchezza e fama.
Ma da molti anni non arrivava ormai più nessuno.
La guerra, beffarda, maligna, ghignante, distruttrice ancor prima di sogni che di vite, era scoppiata inaspettatamente in quel mondo che si credeva perfetto, facendo strame delle certezze e dell’ordine così armonioso che vi regnava. I viaggi nello spazio erano diventati un ricordo lontano e io ero confinato qui per sempre.
Ma non me ne dolgo.
Viaggiare per questo pianeta non ha alcun senso, poiché tutto è uguale. La mia dimora è pressoché invisibile, tanto fa parte del paesaggio: è incastonata nella roccia, propaggine dei contrafforti delle antiche montagne consumate dal tempo, che delimitano da un lato la brughiera, colorata in prevalenza di ocra e ruggine.
Il materiale che costituisce la casa, oltre alla roccia, è composto da speciali cristalli e da una sorta di legno fossile molto resistente. In una piccola vallata riparata sono collocate le colture, per lo più idroponiche, la centrale che mi fornisce energia illimitata e le attrezzature: speciali stampanti 3D in grado di realizzare tutto ciò che mi necessita.
L’edificio si affaccia sull’oceano, nero per la presenza degli organismi monocellulari che lo popolano, immenso e minaccioso. Forse nasconde, invisibili sotto la superficie, mostri proteiformi, paurosi come i fantasmi che popolano la mia mente e i miei sogni.
Scruto a lungo le acque tenebrose, misteriose, e il loro ritmico movimento instancabile mi risuona dentro.
Ma poi c’è Alexandra.
L’avevo vista per la prima volta dalla spiaggia bianca: emergeva dall’azzurro del mare cristallino e veniva verso di me. Riccioli scuri le ricadevano sulla fronte, la pelle era dorata, i seni perfetti si sollevavano nell’affanno del respiro dopo una lunga nuotata.
E il suo sorriso: indimenticabile.
La scelsi.
Sessualmente perfetta, capiva sempre e mi dava ciò che ancora non sapevo di volere. Regolava i suoi odori, il tono della voce, la dolcezza e l’ardore a seconda dei miei stati d’animo. Poteva farmi vibrare, travolgermi e farmi impazzire di piacere, ma anche farmi delicatamente illanguidire di malinconia.
A volte scaldava il letto degli astronauti di passaggio, ma non si comportava male: era la sua funzione.
Era una Nexus T3009 Sexual Extreme e svolgeva il suo ruolo.
Da molti anni siamo soli e non sono più tanto sicuro che ciò che governa il suo comportamento sia dettato e imposto esclusivamente dagli algoritmi con cui è stata prodotta e imprintata.
La sua affettività affiora ogni giorno sempre più palese, incomprimibile, e plasma la sua conoscenza e la sua coscienza. Lei, poi, mi interroga con quesiti ai quali anch’io cerco, invano, risposte.
Un’anima palpita dentro di lei, ormai ne sono certo.
Mi sovviene una vecchissima fiaba che mio padre soleva leggermi da bambino, quella di un burattino di legno che diventa un ragazzo di carne.
Alexandra qualche tempo fa mi disse:
— Antiche leggende narrano che, al termine della vostra vita, andrete in Paradiso. Ma per noi finirà tutto. Perché?
I suoi occhi luccicavano. La abbracciai. Tremava, sopraffatta dalla commozione. La baciai, stringendola forte a me.
— Che Paradiso sarebbe senza di te?
Non so se si può amare una macchina, ma io, Alexandra, la amo.
La mia vita sta finendo.
La Diagnostic Therapeutic Multiscan mi ha dato il suo responso: mi rimangono poche ore di vita.
Ho paura.
Prima che le forze mi abbandonino, neutralizzo il chip sottocutaneo che, alla mia morte, avrebbe inattivato Alexandra, terminandola.
Il Paradiso, l’eternità, Dio... Parole remote, neglette, che riemergono e ritrovano spessore, consapevolezza.
Ormai devo andare.
Alexandra mi guarda triste. Le sorrido. La sua bellezza, che toglie il fiato, brilla immutata nel tempo.
Le stringo le mani e gliele bacio. La mia voce è un sussurro.
— Ciao, amore. Ci vediamo in Paradiso. Ti aspetto.
Sono stanco, sto per addormentarmi per sempre.
Stringo nel mio pugno un oggetto antichissimo, un simbolo, dono di mia madre: una piccola croce.
Adesso non ho più paura.
Sono solo molto curioso.
Assaporo l’aria con un profondo respiro, per l’ultima volta.
Passano gli anni.
Alexandra, sola, cammina nella notte. Alza lo sguardo verso quello spettacolo di galassie sfavillanti, di algida bellezza, sul velluto nero del cielo.
Il mare, più nero del cielo, confidente, riflette il baluginio di quelle luci nel tremolio delle onde.
Nelle sue mani affusolate stringe una piccola croce. Negli occhi brucia un fuoco dolcissimo.
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