Mama e il bastone nero
scritto il 2026-10-16 tempo di lettura 8 min
di
samas2
genere
etero
cura
A+
Anna aveva un matrimonio tranquillo e una vita agiata.
Suo marito era un uomo importante, metodico fino all’eccesso. Dalla sua modalità di essere dirigente aveva trasferito nella vita da pensionato le stesse abitudini del lavoro: orari, programmi, interessi coltivati con una precisione quasi maniacale. Le voleva bene, semplicemente, ma col tempo aveva smesso di guardarla, dando per scontato che lei fosse sempre lì.
Anche Anna non lavorava più, ma aveva reagito in modo opposto. Volontariato, persone, telefonate, iniziative: un’energia quasi vulcanica e una naturale facilità nei rapporti umani. Le piaceva incontrare gente, parlare, ascoltare.
Quel giorno indossava una camicia a righe rosa, leggermente aperta sul collo, che lasciava intravedere il seno pieno, e pantaloni scuri aderenti che seguivano la linea morbida della figura. I capelli castani e mossi le cadevano sulle spalle; gli occhiali dalla montatura rosata accentuavano il sorriso vivace. Aveva sessant’anni, ma conservava una femminilità evidente e naturale, senza nulla di costruito.
Passeggiava senza fretta, quel giorno, quando si fermò davanti alla bancarella di un giovane africano. Julius aveva circa venticinque anni, era spigliato e sorridente, malgrado un italiano incerto e sgrammaticato. Le mostrò alcuni piccoli monili. Parlarono, scherzarono. Anna acquistò una piccola cosa.
Prima che si allontanasse, lui disse:
— Grazie, mama.
Anna rise.
Mama. Probabilmente era soltanto il suo modo di rivolgersi alle donne adulte. Eppure, mentre riprendeva a camminare, pensò che forse l’aveva presa per una vecchia signora.
La cosa la divertì più di quanto avrebbe dovuto. Lo rivide mesi dopo, al mare.
Lui la riconobbe subito.
— Mama!
— Ancora?
Risero.
Questa volta le mostrò una cavigliera.
— Questa bella, per te.
Anna si sedette, lui si inginocchiò e gliela sistemò alla caviglia. Le dita indugiarono un poco più del necessario, in un brevissimo tocco sensuale.
Lei se ne accorse, ma non ritirò il piede.
Mentre si salutavano, Julius seppe che Anna aveva sessant’anni: rimase sinceramente sorpreso.
— Sessanta?
— Sessanta.
La guardò stupito, con attenzione, scuotendo il capo. Anna lo interrogò.
— Che c’è?
— Tu donna bella.
Anna abbassò gli occhi.
Quella parola le rimase addosso. Nei giorni successivi pensò spesso a lui pur riconoscendo la distanza abissale fra loro: era molto più giovane, apparteneva a un mondo lontano dal suo.
Tuttavia la cosa la incuriosiva. Era cominciato tutto con una parola innocente, “mama”, e adesso quella parola sembrava contenere un’altra accezione.
Anna si accorse di aspettare il prossimo incontro. Voleva vedere come lui l’avrebbe guardata. E lentamente si fece strada una sensazione che non provava da molto tempo. Un desiderio elementare: la voglia di essere toccata, di sentire il proprio corpo vivo sotto lo sguardo di un uomo, di scoprire se poteva ancora provocare desiderio e, soprattutto, se poteva ancora provarne.
Quando si rincontrarono sul lungomare, lui le propose di andare a casa sua; Anna disse sì, con una leggerezza che la sorprese. L’appartamento era piccolo e caotico, pieno di colori, vestiti, oggetti, odori di cibo e caffè. Si sedettero sul materasso a terra con due tazzine di caffè.
Parlarono poco.
Lui la guardava, lei sostenne quello sguardo. Poi Julius le sfiorò il viso. Il primo bacio fu lento, quasi esitante. Anna rimase immobile per un istante, sorpresa dalla naturalezza con cui quel gesto le sembrava appartenere. Poi chiuse gli occhi e si lasciò andare.
Quando rimase nuda davanti a lui, provò un’emozione violenta e inattesa. Non si sentiva giudicata. Si sentiva desiderata.
Julius la guardava con un’attenzione che Anna non ricordava di aver ricevuto da molto tempo, e lei non aveva alcuna intenzione di sottrarsi a quello sguardo. Anzi, voleva che continuasse. Voleva piacergli, provocarlo, scoprire fin dove potesse spingersi con quell’uomo così giovane, così diverso da quelli che avevano popolato il suo mondo.
Per un istante pensò a suo marito, alla propria età, alla vita prudente e prevedibile che aveva condotto per tanti anni. Poi concluse che in quel momento aveva deciso per altro.
Gli posò una mano sul petto, sentì il calore della pelle e il battito accelerato del cuore. Julius la attirò a sé e Anna gli si abbandonò con una curiosità ormai impaziente.
Quando abbassò lo sguardo e lo toccò, la sorpresa le strappò una risata incredula. La sua mano non riusciva a chiudersi completamente intorno a lui.
— Caspita… — mormorò, sollevando gli occhi verso i suoi. — Ma tu sei davvero così grosso?
Nel tono c’era stupore, ma anche una malizia nuova, quasi insolente. Non ritirò la mano. Al contrario, volle rendersi conto meglio di quella consistenza, di quel calore, di quella presenza così estranea alle sue esperienze abituali.
Era proprio questo a eccitarla: la giovinezza di Julius, la sua diversità, quella sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che non apparteneva affatto alla sua vita di sempre. Eppure era lei ad averlo voluto, lei ad averlo toccato, lei a non voler più fingere di essere soltanto una donna perbene.
Gli rivolse un sorriso obliquo.
Quando Julius la distese, lo vide stagliarsi sopra di sé. Si sosteneva sulle braccia, il bacino sospeso a pochi centimetri dal suo; le spalle e gli avambracci erano tesi nello sforzo, il respiro profondo, lento.
Poi cominciò a muoversi. All’inizio Anna riuscì ancora a seguirlo.
Il ritmo si fece più deciso, più impetuoso, fino ad assumere qualcosa di quasi selvaggio. Anna sentì la pressione farsi più profonda, sul fondo della vagina, fino al collo dell’utero. A ogni affondo, un urto le provocava una fitta che si irradiava al basso ventre, costringendola a interrompere il respiro. Il piacere si mescolava a un dolore concreto, bruciante, che la sorprendeva per intensità. Si aggrappò a Julius, sconvolta da quella sensazione così fisica, così diversa da tutto ciò che aveva conosciuto. Era come se il suo corpo, prima ancora della sua mente, stesse scoprendo quanto lontano potesse spingersi.
L’esuberanza di lui, il suo ritmo, il modo in cui sembrava intuire ogni sua reazione la portarono rapidamente oltre ogni decenza. Anna gli andava incontro, assecondandone l’azione brutale senza più pensare, e lo cercava con una fame che sorprendeva persino lei. Ogni volta che credeva di aver raggiunto il limite, lui riusciva a trascinarla un poco più avanti.
Era un godimento diverso da qualunque cosa ricordasse: più fisico, più profondo, quasi disordinato. Non aveva nulla della misura alla quale era stata abituata per tanti anni. La costringeva a respirare, a stringersi a lui, a rinunciare a ogni tentativo di controllarsi.
E Anna non voleva controllarsi. Voleva ancora.
Quando il piacere diventò così intenso da farle perdere per un istante il controllo di sé, Anna ebbe quasi paura della propria reazione. Ma anche quella paura si trasformò in un’offerta di sé, in un desiderio istintivo di non sottrarsi a ciò che stava accadendo. Erano diventati una cosa sola, una corrente troppo forte per essere fermata. Quella perdita di controllo, invece di respingerla, la trascinava ancora più a fondo. Anna non subiva quella forza: la voleva, la accoglieva e vi si abbandonava, lasciando che la portasse oltre ogni prudenza.
Suo marito, la casa, gli anni trascorsi nella stessa tranquilla routine si erano dissolti. Non sentiva nemmeno più il bisogno di capire. Esistevano soltanto Julius, il suo respiro, la potenza dei suoi movimenti e quella sensazione vertiginosa di levitare nell’aria. Anna, allora, si aggrappò a lui, cercandolo con la stessa intensità con cui lui la travolgeva. Il piacere crebbe fino a diventare quasi insostenibile. Le sfuggirono gemiti, respiri spezzati, parole senza senso e molto volgari. Per un momento ebbe la sensazione di essere sul punto di rompersi e, nonostante, si abbandonò completamente. Quando raggiunse il culmine, un’onda calda e improvvisa la attraversò, crescendo fino a travolgerla e lasciandola senza fiato. Rimase schiacciata sotto il peso di Julius, mentre le ultime scosse si attenuavano e il respiro affannoso dei due si confondeva nel silenzio. Per qualche istante non riuscì nemmeno a pensare. Era stordita, con la pelle accesa e il cuore che batteva ancora forte.
Era stato molto più di quanto avesse immaginato.
Quando tutto si placò, rimase distesa sul letto, esausta, con una sensazione di energia che ancora le attraversava il corpo. Solo dopo qualche istante avvertì una traccia tiepida e umida scivolarle lentamente lungo l’interno delle cosce, la cui quantità era molto più di quanto si sarebbe aspettata.
Rimase sorpresa da quella sensazione concreta, che prolungava ancora per qualche momento ciò che era appena accaduto. Quel calore vischioso, che gocciolava lentamente fuori dalla figa, le sembrò l’ultima, intima impronta di Julius. Non provò imbarazzo; al contrario, ne ricavò una strana sensazione di compimento, come se il suo corpo non avesse ancora finito di raccontarle ciò che aveva vissuto.
Lui ricominciò ad accarezzarla e a baciarla.
— Basta, amore… mi hai distrutta —, sussurrò.
Julius si quietò e rimasero immobili, in silenzio. Anna chiuse gli occhi. Non era felice, ma soddisfatta. Molto soddisfatta. E quel bastone nero, accidenti… certe cose non si dimenticano. Altre, invece, viene voglia di rifarle.
Suo marito era un uomo importante, metodico fino all’eccesso. Dalla sua modalità di essere dirigente aveva trasferito nella vita da pensionato le stesse abitudini del lavoro: orari, programmi, interessi coltivati con una precisione quasi maniacale. Le voleva bene, semplicemente, ma col tempo aveva smesso di guardarla, dando per scontato che lei fosse sempre lì.
Anche Anna non lavorava più, ma aveva reagito in modo opposto. Volontariato, persone, telefonate, iniziative: un’energia quasi vulcanica e una naturale facilità nei rapporti umani. Le piaceva incontrare gente, parlare, ascoltare.
Quel giorno indossava una camicia a righe rosa, leggermente aperta sul collo, che lasciava intravedere il seno pieno, e pantaloni scuri aderenti che seguivano la linea morbida della figura. I capelli castani e mossi le cadevano sulle spalle; gli occhiali dalla montatura rosata accentuavano il sorriso vivace. Aveva sessant’anni, ma conservava una femminilità evidente e naturale, senza nulla di costruito.
Passeggiava senza fretta, quel giorno, quando si fermò davanti alla bancarella di un giovane africano. Julius aveva circa venticinque anni, era spigliato e sorridente, malgrado un italiano incerto e sgrammaticato. Le mostrò alcuni piccoli monili. Parlarono, scherzarono. Anna acquistò una piccola cosa.
Prima che si allontanasse, lui disse:
— Grazie, mama.
Anna rise.
Mama. Probabilmente era soltanto il suo modo di rivolgersi alle donne adulte. Eppure, mentre riprendeva a camminare, pensò che forse l’aveva presa per una vecchia signora.
La cosa la divertì più di quanto avrebbe dovuto. Lo rivide mesi dopo, al mare.
Lui la riconobbe subito.
— Mama!
— Ancora?
Risero.
Questa volta le mostrò una cavigliera.
— Questa bella, per te.
Anna si sedette, lui si inginocchiò e gliela sistemò alla caviglia. Le dita indugiarono un poco più del necessario, in un brevissimo tocco sensuale.
Lei se ne accorse, ma non ritirò il piede.
Mentre si salutavano, Julius seppe che Anna aveva sessant’anni: rimase sinceramente sorpreso.
— Sessanta?
— Sessanta.
La guardò stupito, con attenzione, scuotendo il capo. Anna lo interrogò.
— Che c’è?
— Tu donna bella.
Anna abbassò gli occhi.
Quella parola le rimase addosso. Nei giorni successivi pensò spesso a lui pur riconoscendo la distanza abissale fra loro: era molto più giovane, apparteneva a un mondo lontano dal suo.
Tuttavia la cosa la incuriosiva. Era cominciato tutto con una parola innocente, “mama”, e adesso quella parola sembrava contenere un’altra accezione.
Anna si accorse di aspettare il prossimo incontro. Voleva vedere come lui l’avrebbe guardata. E lentamente si fece strada una sensazione che non provava da molto tempo. Un desiderio elementare: la voglia di essere toccata, di sentire il proprio corpo vivo sotto lo sguardo di un uomo, di scoprire se poteva ancora provocare desiderio e, soprattutto, se poteva ancora provarne.
Quando si rincontrarono sul lungomare, lui le propose di andare a casa sua; Anna disse sì, con una leggerezza che la sorprese. L’appartamento era piccolo e caotico, pieno di colori, vestiti, oggetti, odori di cibo e caffè. Si sedettero sul materasso a terra con due tazzine di caffè.
Parlarono poco.
Lui la guardava, lei sostenne quello sguardo. Poi Julius le sfiorò il viso. Il primo bacio fu lento, quasi esitante. Anna rimase immobile per un istante, sorpresa dalla naturalezza con cui quel gesto le sembrava appartenere. Poi chiuse gli occhi e si lasciò andare.
Quando rimase nuda davanti a lui, provò un’emozione violenta e inattesa. Non si sentiva giudicata. Si sentiva desiderata.
Julius la guardava con un’attenzione che Anna non ricordava di aver ricevuto da molto tempo, e lei non aveva alcuna intenzione di sottrarsi a quello sguardo. Anzi, voleva che continuasse. Voleva piacergli, provocarlo, scoprire fin dove potesse spingersi con quell’uomo così giovane, così diverso da quelli che avevano popolato il suo mondo.
Per un istante pensò a suo marito, alla propria età, alla vita prudente e prevedibile che aveva condotto per tanti anni. Poi concluse che in quel momento aveva deciso per altro.
Gli posò una mano sul petto, sentì il calore della pelle e il battito accelerato del cuore. Julius la attirò a sé e Anna gli si abbandonò con una curiosità ormai impaziente.
Quando abbassò lo sguardo e lo toccò, la sorpresa le strappò una risata incredula. La sua mano non riusciva a chiudersi completamente intorno a lui.
— Caspita… — mormorò, sollevando gli occhi verso i suoi. — Ma tu sei davvero così grosso?
Nel tono c’era stupore, ma anche una malizia nuova, quasi insolente. Non ritirò la mano. Al contrario, volle rendersi conto meglio di quella consistenza, di quel calore, di quella presenza così estranea alle sue esperienze abituali.
Era proprio questo a eccitarla: la giovinezza di Julius, la sua diversità, quella sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che non apparteneva affatto alla sua vita di sempre. Eppure era lei ad averlo voluto, lei ad averlo toccato, lei a non voler più fingere di essere soltanto una donna perbene.
Gli rivolse un sorriso obliquo.
Quando Julius la distese, lo vide stagliarsi sopra di sé. Si sosteneva sulle braccia, il bacino sospeso a pochi centimetri dal suo; le spalle e gli avambracci erano tesi nello sforzo, il respiro profondo, lento.
Poi cominciò a muoversi. All’inizio Anna riuscì ancora a seguirlo.
Il ritmo si fece più deciso, più impetuoso, fino ad assumere qualcosa di quasi selvaggio. Anna sentì la pressione farsi più profonda, sul fondo della vagina, fino al collo dell’utero. A ogni affondo, un urto le provocava una fitta che si irradiava al basso ventre, costringendola a interrompere il respiro. Il piacere si mescolava a un dolore concreto, bruciante, che la sorprendeva per intensità. Si aggrappò a Julius, sconvolta da quella sensazione così fisica, così diversa da tutto ciò che aveva conosciuto. Era come se il suo corpo, prima ancora della sua mente, stesse scoprendo quanto lontano potesse spingersi.
L’esuberanza di lui, il suo ritmo, il modo in cui sembrava intuire ogni sua reazione la portarono rapidamente oltre ogni decenza. Anna gli andava incontro, assecondandone l’azione brutale senza più pensare, e lo cercava con una fame che sorprendeva persino lei. Ogni volta che credeva di aver raggiunto il limite, lui riusciva a trascinarla un poco più avanti.
Era un godimento diverso da qualunque cosa ricordasse: più fisico, più profondo, quasi disordinato. Non aveva nulla della misura alla quale era stata abituata per tanti anni. La costringeva a respirare, a stringersi a lui, a rinunciare a ogni tentativo di controllarsi.
E Anna non voleva controllarsi. Voleva ancora.
Quando il piacere diventò così intenso da farle perdere per un istante il controllo di sé, Anna ebbe quasi paura della propria reazione. Ma anche quella paura si trasformò in un’offerta di sé, in un desiderio istintivo di non sottrarsi a ciò che stava accadendo. Erano diventati una cosa sola, una corrente troppo forte per essere fermata. Quella perdita di controllo, invece di respingerla, la trascinava ancora più a fondo. Anna non subiva quella forza: la voleva, la accoglieva e vi si abbandonava, lasciando che la portasse oltre ogni prudenza.
Suo marito, la casa, gli anni trascorsi nella stessa tranquilla routine si erano dissolti. Non sentiva nemmeno più il bisogno di capire. Esistevano soltanto Julius, il suo respiro, la potenza dei suoi movimenti e quella sensazione vertiginosa di levitare nell’aria. Anna, allora, si aggrappò a lui, cercandolo con la stessa intensità con cui lui la travolgeva. Il piacere crebbe fino a diventare quasi insostenibile. Le sfuggirono gemiti, respiri spezzati, parole senza senso e molto volgari. Per un momento ebbe la sensazione di essere sul punto di rompersi e, nonostante, si abbandonò completamente. Quando raggiunse il culmine, un’onda calda e improvvisa la attraversò, crescendo fino a travolgerla e lasciandola senza fiato. Rimase schiacciata sotto il peso di Julius, mentre le ultime scosse si attenuavano e il respiro affannoso dei due si confondeva nel silenzio. Per qualche istante non riuscì nemmeno a pensare. Era stordita, con la pelle accesa e il cuore che batteva ancora forte.
Era stato molto più di quanto avesse immaginato.
Quando tutto si placò, rimase distesa sul letto, esausta, con una sensazione di energia che ancora le attraversava il corpo. Solo dopo qualche istante avvertì una traccia tiepida e umida scivolarle lentamente lungo l’interno delle cosce, la cui quantità era molto più di quanto si sarebbe aspettata.
Rimase sorpresa da quella sensazione concreta, che prolungava ancora per qualche momento ciò che era appena accaduto. Quel calore vischioso, che gocciolava lentamente fuori dalla figa, le sembrò l’ultima, intima impronta di Julius. Non provò imbarazzo; al contrario, ne ricavò una strana sensazione di compimento, come se il suo corpo non avesse ancora finito di raccontarle ciò che aveva vissuto.
Lui ricominciò ad accarezzarla e a baciarla.
— Basta, amore… mi hai distrutta —, sussurrò.
Julius si quietò e rimasero immobili, in silenzio. Anna chiuse gli occhi. Non era felice, ma soddisfatta. Molto soddisfatta. E quel bastone nero, accidenti… certe cose non si dimenticano. Altre, invece, viene voglia di rifarle.
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