Sabato pomeriggio 2
scritto il 2026-10-29 tempo di lettura 16 min
di
Stella_Ninfa
genere
dominazione
cura
A
Janet si stacca da me per prima. Per qualche istante rimane a guardarmi, con quell'espressione indecifrabile che le conosco bene, a metà fra la complicità e il divertimento. Poi mi sfiora una guancia con le dita e si alza, lasciandomi addosso la sensazione del suo calore e la fastidiosa consapevolezza che non sono ancora riuscita a ritrovare un equilibrio.
Flavia mi regala un ultimo bacio sul collo prima di allontanarsi a sua volta.
"Non scappare, Laura", mormora Janet, con un sorriso appena accennato. "Abbiamo ancora parecchie cose da mostrarti."
Vorrei risponderle a tono, ma riesco soltanto a seguirla con lo sguardo mentre raggiunge Flavia al centro della sala.
Rimango seduta, con i vestiti in disordine e i pensieri ancora più confusi. Mi sento come se fossi rimasta sospesa a metà di un movimento, senza riuscire né a tornare alla tranquillità di prima né ad abbandonarmi del tutto a quello che sta accadendo. La scena precedente continua a riaffiorare nella mia mente, mescolandosi alla vicinanza appena vissuta con le due donne.
Mi sistemo lentamente i pantaloni, cercando di ricomporre almeno un'apparenza di normalità. È un gesto quasi ridicolo, considerato che nessuno mi sta chiedendo di giustificarmi, ma ho bisogno di fare qualcosa che mi restituisca un minimo di controllo.
Quando rialzo lo sguardo, Janet e Flavia sono già tornate accanto alla giovane donna.
La loro conversazione è breve e tranquilla. Janet le spiega che cambieranno posizione, mentre Flavia controlla la struttura predisposta sulla parete. La ragazza ascolta con attenzione, risponde a una domanda e annuisce. Non c'è fretta nei loro movimenti; ogni passaggio viene concordato prima di essere eseguito.
Poi la accompagnano verso una pedana di legno, ampia e robusta, collocata contro la parete laterale della sala.
La giovane si distende sulla schiena, seguendo le indicazioni di Janet. Flavia sistema con cura i sostegni e prepara i collegamenti destinati a mantenerle le gambe nella posizione prevista, fissandoli agli appositi ganci montati sulla parete. Janet controlla il risultato, verifica che la postura sia confortevole e si assicura che la ragazza possa comunicare senza difficoltà qualora desideri interrompere la dimostrazione.
È una sequenza di gesti metodici, quasi rituali, e io la seguo dalla mia sedia con un'attenzione che non riesco più a fingere essere soltanto professionale.
C'è però una differenza rispetto alla prima scena.
Questa volta la ragazza non ha gli occhi coperti.
La vedo chiaramente mentre Janet le rivolge ancora qualche parola, aspettando che sia lei a confermare di essere pronta. E soltanto allora mi accorgo davvero della sua bellezza.
Ha un viso delicato, dai lineamenti armoniosi, incorniciato da capelli castani che si spargono sulla superficie di legno. La luce calda le disegna il profilo delle guance e illumina gli occhi, grandi e scuri, che seguono con attenzione i movimenti delle due donne. Non ha l'aria di una persona capitata lì per caso: nel suo sguardo c'è una consapevolezza tranquilla, una fiducia che mi incuriosisce quasi quanto la sua bellezza.
È giovane, ma non saprei dire di quanto. Ha un'eleganza naturale, priva di qualsiasi artificio evidente, e una serenità che contrasta con la mia agitazione.
Mi sorprendo a domandarmi chi sia fuori da quella stanza. Che cosa faccia nella vita, quali pensieri la accompagnino quando torna a casa, se anche lei abbia esitato prima di entrare in questo ambiente. Mi rendo conto che fino a quel momento avevo osservato soprattutto la situazione, cercando di comprenderne le dinamiche; adesso, invece, sto guardando una persona, e la mia curiosità assume una sfumatura diversa.
La ragazza gira appena il capo e, per un istante, i nostri sguardi si incontrano.
Non so se mi abbia notata prima, né se abbia intuito qualcosa di ciò che è accaduto fra me, Janet e Flavia. Eppure non distoglie subito gli occhi. Mi rivolge un sorriso lieve, quasi un saluto silenzioso, prima di tornare a guardare Janet, che sta verificando ancora una volta che tutto sia in ordine.
Ricambio quel sorriso senza rendermene conto.
Poi mi appoggio allo schienale e lascio uscire lentamente il respiro.
Sono venuta qui pensando di assistere a una dimostrazione, di osservare qualcosa di estraneo alla mia quotidianità e magari tornare a casa con qualche nuova curiosità. Invece mi ritrovo ancora una volta coinvolta, anche se soltanto attraverso lo sguardo, in un'esperienza che continua a spostare i confini di ciò che credevo di sapere di me stessa.
Janet si volta verso la zona riservata al pubblico e incrocia per un momento i miei occhi.
Non dice nulla.
Non ne ha bisogno.
Il suo sorriso sembra suggerire che la parte più interessante del pomeriggio non sia ancora cominciata.
Davanti a me, sul pavimento di pietra, la ragazza ha i polsi legati davanti al petto. Il corpo nudo, aperto, esposto. Janet le sta accanto, china sul suo volto, e la bacia con lentezza. Non è più il bacio duro di prima. È qualcosa di più intimo, di più controllato. Le labbra di Janet si muovono sulle sue, la lingua che entra e esce piano, mentre una mano le tiene i capelli.
Flavia è dall’altra parte. Le mani le scorrono sul seno con delicatezza, i polpastrelli che girano intorno ai capezzoli ancora rossi e sensibili. Ogni tanto se li porta alla bocca, li lecca, li succhia leggera, poi torna a massaggiarli. La ragazza sospira, il petto che si alza e si abbassa sotto quelle carezze. Non si dibatte. Non tira le corde. Accetta tutto.
Io resto ferma sulla sedia.
Le guardo muoversi intorno a quel corpo legato, coccolarlo dopo averlo portato all’estremo solo pochi minuti prima. C’è una strana tenerezza in quello che fanno adesso. Un premio. O forse solo un altro modo per tenerla sotto controllo. Non lo so. So solo che non riesco a distogliere lo sguardo.
Janet stacca le labbra da quelle della ragazza e le sussurra qualcosa all’orecchio. Lei annuisce debolmente. Flavia intanto le passa una mano più in basso, le sfiora il ventre, le dita che scendono verso la figa ancora aperta e lucida, ma senza entrare. Solo carezze superficiali, lente, quasi a ricordarle che è ancora loro.
Io sento il calore salirmi di nuovo tra le gambe, ma resto immobile. Le dita non si muovono. Sono solo occhi. Solo respiro. Solo quella sensazione confusa di eccitazione e di qualcosa che assomiglia alla vergogna.
Resto sulla sedia. Stordita. E continuo a guardare.
Janet tira fuori da una tasca due piccoli morsetti di metallo, lucidi, con una catenella che li unisce. Si china sul seno della ragazza legata a terra e, senza alcuna premura, le chiude il primo sul capezzolo destro. Lo stringe. La ragazza si contrae tutto il corpo, i muscoli dell’addome e delle cosce che si tendono di scatto, ma non emette un suono. Solo un respiro più corto, più tagliente. Janet sistema il secondo morsetto sul capezzolo sinistro e lo stringe ancora di più. La catenella resta tesa tra i due seni. I capezzoli sono già gonfi e violacei, schiacciati dal metallo.
La ragazza digrigna i denti, gli occhi chiusi, ma non urla.
Poi Janet si alza e si toglie le mutandine con un gesto deciso. Si mette a cavalcioni sul volto della prigioniera, e abbassa i fianchi.
“Lecca”
La ragazza obbedisce. La lingua esce e inizia a lavorare sulla figa di Janet, lenta all’inizio, poi più sicura. Janet le tiene i capelli con una mano e con l’altra tira leggermente la catenella dei morsetti. Ogni volta che il ritmo rallenta o diventa meno preciso, tira più forte. La ragazza si contrae di nuovo, un lamento soffocato le esce dalla gola, ma riprende a leccare con più forza, più profondità.
Dopo alcuni minuti Janet si alza. I suoi fluidi brillano sulle labbra e sul mento della ragazza legata. Flavia prende il suo posto. Si toglie anche lei le mutandine, si posiziona allo stesso modo e abbassa i fianchi sul volto della prigioniera.
“Adesso me. Fallo bene”
La ragazza inizia subito. Flavia però è più esigente. Dopo pochi secondi tira forte la catenella, facendo allungare i capezzoli già puniti. La ragazza emette un suono acuto, soffocato, ma non smette. Continua a leccare, a succhiare, a spingere la lingua dentro, mentre Flavia le tiene la testa ferma e tira di nuovo i morsetti ogni volta che sente che sta rallentando.
Io resto sulla sedia, le gambe strette, i pantaloni ancora aperti, il respiro corto. Guardo quella lingua lavorare, i morsetti che tirano, il corpo della ragazza che si contrae a ogni strappo della catenella. Guardo Janet e Flavia alternarsi, usare la bocca di quella ragazza come se fosse uno strumento, e punirla tirando i morsetti ogni volta che non è abbastanza brava.
Il calore tra le mie gambe è quasi doloroso. Ma non mi muovo. Non alzo le mani.
Resto solo a guardare, stordita, mentre le due Mistress continuano a usarla a turno, tirando i morsetti ogni volta che la lingua non fa esattamente quello che vogliono.
Quel continuo alternarsi dura un tempo che non so misurare.
Janet e Flavia si danno il cambio sulla bocca della ragazza legata senza mai fermarsi. Una si siede sul suo volto e la obbliga a leccare, l’altra tira la catenella dei morsetti ogni volta che il ritmo cala. Poi si scambiano. I capezzoli della prigioniera sono ormai di un rosso scuro, gonfi, deformati dal metallo. Il mento e le guance le luccicano di saliva e di fluidi. Ogni tanto emette piccoli lamenti soffocati, ma continua a lavorare con la lingua come le viene ordinato.
Io resto sulla sedia. Le gambe strette. Lo sguardo fisso.
Poi, all’improvviso, le due donne si staccano.
Non dicono niente. Si limitano a cambiare approccio. Janet si china tra le cosce aperte della ragazza e le apre ulteriormente le labbra della figa con le dita. Flavia le tiene i polsi legati fermi contro il petto e con l’altra mano tira di nuovo i morsetti, solo per ricordarle chi comanda. Poi entrambe si dedicano a lei.
Le dita di Janet entrano. Due, poi tre. Veloci, profonde, senza delicatezza. Allo stesso tempo la lingua di Flavia si posa sul clitoride e inizia a succhiarlo con forza, a batterlo, a leccarlo in modo quasi forsennato. Non c’è più il ritmo controllato di prima. È un assalto. Dita e bocca che lavorano insieme, rapide, insistentemente, senza lasciarle un secondo di tregua.
La ragazza cerca di muoversi. Tira le corde. Cerca di chiudere le gambe, di scostare i fianchi, di allontanarsi da quelle mani e da quella bocca.
Ma è legata.
Le gambe sollevate e fissate al muro, i polsi bloccati, il corpo completamente esposto. Non può fare niente. Può solo subire.
Il suo viso si contorce. Prima in una smorfia di sorpresa, poi in qualcosa che assomiglia a un sorriso disperato, gli occhi chiusi, i denti stretti, la testa che si agita da una parte all’altra. I suoni che escono dalla sua gola non sono più lamenti controllati: sono gemiti alti, spezzati, quasi urla. Il corpo si inarca contro le corde, i muscoli dell’addome e delle cosce che si contraggono a ondate.
Janet e Flavia non rallentano. Continuano a masturbare e a leccare con la stessa intensità, come se volessero estrarle ogni possibile reazione. I fluidi le scendono lungo le natiche e sul pavimento. I morsetti oscillano sul seno a ogni scossa.
Io resto ferma sulla sedia. Il respiro mi si è fatto corto. Le mani tremanti sui braccioli.
Guardo quella ragazza legata, aperta, costretta a ricevere un piacere che non può più controllare né rifiutare, e sento di nuovo il calore salirmi tra le gambe in modo quasi doloroso.
Non mi alzo. Non interrompo. Resto solo a guardare, stordita, mentre le due Mistress continuano a farla venire in modo quasi violento, senza darle tregua.
Non resisto più.
La mano destra scivola di nuovo dentro i pantaloni aperti. Le dita trovano subito il clitoride gonfio e bagnato e iniziano a strofinarlo con movimenti circolari, veloci, disperati. Non riesco a staccare gli occhi dalla scena davanti a me.
Janet e Flavia continuano a lavorare sulla ragazza legata senza pietà. Le dita di Janet entrano e escono profonde e rapide, la bocca di Flavia succhia e lecca il clitoride con una fame quasi rabbiosa. La prigioniera si contorce, tira le corde, cerca di scappare da quel piacere forzato, ma non può. I suoi gemiti diventano più alti, più spezzati. Il corpo intero trema.
Io mi tocco più forte.
Le dita scivolano più in basso, due, poi tre, mentre il pollice continua a premere sul clitoride. Mi distendo quanto più posso sulla sedia, la schiena inarcata, le cosce aperte, i piedi che premono sul pavimento. Il respiro mi esce a scatti. Sento l’orgasmo arrivare, caldo e inevitabile, che sale dal basso ventre e mi stringe lo stomaco.
Davanti a me la ragazza legata sta venendo di nuovo. Il viso contratto, la bocca aperta in un urlo silenzioso, i muscoli che si agitano contro le corde. Janet e Flavia non si fermano. Continuano a masturbare e a leccare ma senza autorizzare la ragazza a venire.
Le dita si muovono sempre più veloci, il suono umido della mia figa mi sembra troppo forte nella stanza. Il calore mi monta, mi stringe, mi fa chiudere gli occhi per un secondo… ma li riapro subito. Non voglio perdermi nemmeno un istante di quella scena.
Sto per venire. Proprio qui. Sulla sedia.
Guardando lei che viene costretta, legata, aperta, mentre le due Mistress le strappano urla disperante mentre le negano il permesso di venire.
Le mie dita accelerano ancora. Il respiro si spezza.
E l’orgasmo è lì, a un soffio.
La stanza si riempie delle sue urla.
Non sono più gemiti. Sono urla disperate, alte, spezzate, che escono dalla gola della ragazza legata mentre Janet e Flavia la riportano sull’orlo e la lasciano lì. Le dita entrano, la lingua lecca, il ritmo accelera… e proprio quando il corpo di lei inizia a contrarsi, quando i muscoli si tendono e l’orgasmo è a un secondo di distanza, si fermano. Tolgono le mani. Tolgono la bocca. La lasciano aperta, pulsante, senza contatto. Le negano il piacere finale.
La ragazza urla la sua disperazione, tira le corde, scuote la testa.
Cerca di chiudere le gambe, di spingere i fianchi verso l’alto per recuperare anche solo un po’ di attrito, ma è legata. Esposta. Inerme.
Janet e Flavia si guardano e ricominciano. Di nuovo. Le dita di Janet entrano profonde e veloci, la bocca di Flavia si chiude sul clitoride e succhia forte. La ragazza viene riportata di nuovo sull’orlo in pochi secondi. Il corpo intero trema. Le urla diventano più acute, più disperate. Poi, di nuovo, le tolgono tutto. La lasciano sospesa, a un soffio dal venire, senza permetterglielo.
Lo fanno ancora. E ancora. E ancora.
Ogni volta la portano più vicino. Ogni volta le negano l’orgasmo. I morsetti sui capezzoli oscillano a ogni scossa del suo corpo. Il pavimento sotto di lei è lucido di fluidi. Le urla riempiono la stanza, rimbalzano sui muri di pietra, mi entrano nelle orecchie e mi scendono dritto tra le gambe.
Io non riesco più a trattenermi.
Le dita si muovono sempre più veloci dentro i pantaloni aperti. Mi tocco con forza, disperata, mentre guardo quella ragazza legata essere portata al limite e poi lasciata a urlare di frustrazione. Il mio orgasmo è lì, a un soffio. Il basso ventre mi brucia, le cosce tremano, il respiro è spezzato.
Ma continuo a guardare. Le urla disperate della ragazza che non può venire. Le due Mistress che la tormentano senza pietà.
Chiudo gli occhi.
Non ce la faccio più a tenerli aperti. Le dita si muovono da sole, veloci, profonde, il pollice che preme forte sul clitoride mentre le altre due scivolano dentro e fuori con un ritmo disperato. Il suono umido della mia figa si mescola alle urla della ragazza legata, ma ormai non le sento quasi più.
L’orgasmo arriva come un’onda violenta.
Parte dal basso ventre e mi investe tutto il corpo. I muscoli si contraggono di scatto, le cosce tremano in modo incontrollabile, la schiena si inarca contro la sedia. Un gemito lungo e soffocato mi esce dalla gola mentre continuo a masturbarmi attraverso ogni spasmo. Il piacere è così intenso che mi fa perdere per un attimo la nozione di dove mi trovo. Vedo solo lampi dietro le palpebre chiuse. Sento solo il calore che mi esplode tra le gambe e mi sale lungo la schiena, fino alla nuca.
Continuo a toccarmi mentre vengo. Non riesco a fermarmi. Ogni scossa è più forte della precedente, ogni contrazione mi strappa un altro suono dalla gola. Le dita sono bagnate, scivolose, e io le spingo ancora più a fondo, cercando di prolungare ogni brivido.
Quando finalmente l’onda inizia a calare, resto lì, con gli occhi ancora chiusi, il respiro a pezzi, il corpo che trema a scatti sempre più deboli. Le cosce mi fanno male. Il cuore mi batte così forte che lo sento nelle orecchie.
Riapro gli occhi lentamente.
Davanti a me non c’è più solo la ragazza legata.
Janet e Flavia sono in piedi a pochi passi dalla mia sedia. Mi guardano. Entrambe. L’espressione è severa, fredda, quasi delusa. La ragazza dietro di loro continua a gemere e a contorcersi, ancora sull’orlo dell’orgasmo, ma loro non le prestano più attenzione. Hanno gli occhi fissi su di me. Sulla mia mano ancora conficcata tra le gambe. Sui pantaloni aperti. Sulle cosce ancora tremante.
Janet inclina leggermente la testa. La voce è bassa, ironica, tagliente.
“Chi ti ha concesso di venire, Stella?”
Flavia sorride di lato, ma non è un sorriso gentile.
“Non abbiamo concesso nessun permesso”
Janet fa un passo avanti. Si china appena, abbastanza da farmi sentire il suo respiro sul viso.
“Ti sei toccata. Hai raggiunto l’orgasmo. Davanti a noi. Senza il nostro permesso”
La voce diventa ancora più bassa.
“E per questo ci saranno conseguenze”
Resto seduta, la mano ancora tra le gambe, bagnata, il cuore che mi batte in gola. Non riesco a rispondere. Non riesco nemmeno a chiudere i pantaloni. Le due Mistress mi fissano, e per la prima volta da quando sono entrata in questa stanza capisco che lo spettacolo è finito.
Ora tocca a me.
Flavia mi regala un ultimo bacio sul collo prima di allontanarsi a sua volta.
"Non scappare, Laura", mormora Janet, con un sorriso appena accennato. "Abbiamo ancora parecchie cose da mostrarti."
Vorrei risponderle a tono, ma riesco soltanto a seguirla con lo sguardo mentre raggiunge Flavia al centro della sala.
Rimango seduta, con i vestiti in disordine e i pensieri ancora più confusi. Mi sento come se fossi rimasta sospesa a metà di un movimento, senza riuscire né a tornare alla tranquillità di prima né ad abbandonarmi del tutto a quello che sta accadendo. La scena precedente continua a riaffiorare nella mia mente, mescolandosi alla vicinanza appena vissuta con le due donne.
Mi sistemo lentamente i pantaloni, cercando di ricomporre almeno un'apparenza di normalità. È un gesto quasi ridicolo, considerato che nessuno mi sta chiedendo di giustificarmi, ma ho bisogno di fare qualcosa che mi restituisca un minimo di controllo.
Quando rialzo lo sguardo, Janet e Flavia sono già tornate accanto alla giovane donna.
La loro conversazione è breve e tranquilla. Janet le spiega che cambieranno posizione, mentre Flavia controlla la struttura predisposta sulla parete. La ragazza ascolta con attenzione, risponde a una domanda e annuisce. Non c'è fretta nei loro movimenti; ogni passaggio viene concordato prima di essere eseguito.
Poi la accompagnano verso una pedana di legno, ampia e robusta, collocata contro la parete laterale della sala.
La giovane si distende sulla schiena, seguendo le indicazioni di Janet. Flavia sistema con cura i sostegni e prepara i collegamenti destinati a mantenerle le gambe nella posizione prevista, fissandoli agli appositi ganci montati sulla parete. Janet controlla il risultato, verifica che la postura sia confortevole e si assicura che la ragazza possa comunicare senza difficoltà qualora desideri interrompere la dimostrazione.
È una sequenza di gesti metodici, quasi rituali, e io la seguo dalla mia sedia con un'attenzione che non riesco più a fingere essere soltanto professionale.
C'è però una differenza rispetto alla prima scena.
Questa volta la ragazza non ha gli occhi coperti.
La vedo chiaramente mentre Janet le rivolge ancora qualche parola, aspettando che sia lei a confermare di essere pronta. E soltanto allora mi accorgo davvero della sua bellezza.
Ha un viso delicato, dai lineamenti armoniosi, incorniciato da capelli castani che si spargono sulla superficie di legno. La luce calda le disegna il profilo delle guance e illumina gli occhi, grandi e scuri, che seguono con attenzione i movimenti delle due donne. Non ha l'aria di una persona capitata lì per caso: nel suo sguardo c'è una consapevolezza tranquilla, una fiducia che mi incuriosisce quasi quanto la sua bellezza.
È giovane, ma non saprei dire di quanto. Ha un'eleganza naturale, priva di qualsiasi artificio evidente, e una serenità che contrasta con la mia agitazione.
Mi sorprendo a domandarmi chi sia fuori da quella stanza. Che cosa faccia nella vita, quali pensieri la accompagnino quando torna a casa, se anche lei abbia esitato prima di entrare in questo ambiente. Mi rendo conto che fino a quel momento avevo osservato soprattutto la situazione, cercando di comprenderne le dinamiche; adesso, invece, sto guardando una persona, e la mia curiosità assume una sfumatura diversa.
La ragazza gira appena il capo e, per un istante, i nostri sguardi si incontrano.
Non so se mi abbia notata prima, né se abbia intuito qualcosa di ciò che è accaduto fra me, Janet e Flavia. Eppure non distoglie subito gli occhi. Mi rivolge un sorriso lieve, quasi un saluto silenzioso, prima di tornare a guardare Janet, che sta verificando ancora una volta che tutto sia in ordine.
Ricambio quel sorriso senza rendermene conto.
Poi mi appoggio allo schienale e lascio uscire lentamente il respiro.
Sono venuta qui pensando di assistere a una dimostrazione, di osservare qualcosa di estraneo alla mia quotidianità e magari tornare a casa con qualche nuova curiosità. Invece mi ritrovo ancora una volta coinvolta, anche se soltanto attraverso lo sguardo, in un'esperienza che continua a spostare i confini di ciò che credevo di sapere di me stessa.
Janet si volta verso la zona riservata al pubblico e incrocia per un momento i miei occhi.
Non dice nulla.
Non ne ha bisogno.
Il suo sorriso sembra suggerire che la parte più interessante del pomeriggio non sia ancora cominciata.
Davanti a me, sul pavimento di pietra, la ragazza ha i polsi legati davanti al petto. Il corpo nudo, aperto, esposto. Janet le sta accanto, china sul suo volto, e la bacia con lentezza. Non è più il bacio duro di prima. È qualcosa di più intimo, di più controllato. Le labbra di Janet si muovono sulle sue, la lingua che entra e esce piano, mentre una mano le tiene i capelli.
Flavia è dall’altra parte. Le mani le scorrono sul seno con delicatezza, i polpastrelli che girano intorno ai capezzoli ancora rossi e sensibili. Ogni tanto se li porta alla bocca, li lecca, li succhia leggera, poi torna a massaggiarli. La ragazza sospira, il petto che si alza e si abbassa sotto quelle carezze. Non si dibatte. Non tira le corde. Accetta tutto.
Io resto ferma sulla sedia.
Le guardo muoversi intorno a quel corpo legato, coccolarlo dopo averlo portato all’estremo solo pochi minuti prima. C’è una strana tenerezza in quello che fanno adesso. Un premio. O forse solo un altro modo per tenerla sotto controllo. Non lo so. So solo che non riesco a distogliere lo sguardo.
Janet stacca le labbra da quelle della ragazza e le sussurra qualcosa all’orecchio. Lei annuisce debolmente. Flavia intanto le passa una mano più in basso, le sfiora il ventre, le dita che scendono verso la figa ancora aperta e lucida, ma senza entrare. Solo carezze superficiali, lente, quasi a ricordarle che è ancora loro.
Io sento il calore salirmi di nuovo tra le gambe, ma resto immobile. Le dita non si muovono. Sono solo occhi. Solo respiro. Solo quella sensazione confusa di eccitazione e di qualcosa che assomiglia alla vergogna.
Resto sulla sedia. Stordita. E continuo a guardare.
Janet tira fuori da una tasca due piccoli morsetti di metallo, lucidi, con una catenella che li unisce. Si china sul seno della ragazza legata a terra e, senza alcuna premura, le chiude il primo sul capezzolo destro. Lo stringe. La ragazza si contrae tutto il corpo, i muscoli dell’addome e delle cosce che si tendono di scatto, ma non emette un suono. Solo un respiro più corto, più tagliente. Janet sistema il secondo morsetto sul capezzolo sinistro e lo stringe ancora di più. La catenella resta tesa tra i due seni. I capezzoli sono già gonfi e violacei, schiacciati dal metallo.
La ragazza digrigna i denti, gli occhi chiusi, ma non urla.
Poi Janet si alza e si toglie le mutandine con un gesto deciso. Si mette a cavalcioni sul volto della prigioniera, e abbassa i fianchi.
“Lecca”
La ragazza obbedisce. La lingua esce e inizia a lavorare sulla figa di Janet, lenta all’inizio, poi più sicura. Janet le tiene i capelli con una mano e con l’altra tira leggermente la catenella dei morsetti. Ogni volta che il ritmo rallenta o diventa meno preciso, tira più forte. La ragazza si contrae di nuovo, un lamento soffocato le esce dalla gola, ma riprende a leccare con più forza, più profondità.
Dopo alcuni minuti Janet si alza. I suoi fluidi brillano sulle labbra e sul mento della ragazza legata. Flavia prende il suo posto. Si toglie anche lei le mutandine, si posiziona allo stesso modo e abbassa i fianchi sul volto della prigioniera.
“Adesso me. Fallo bene”
La ragazza inizia subito. Flavia però è più esigente. Dopo pochi secondi tira forte la catenella, facendo allungare i capezzoli già puniti. La ragazza emette un suono acuto, soffocato, ma non smette. Continua a leccare, a succhiare, a spingere la lingua dentro, mentre Flavia le tiene la testa ferma e tira di nuovo i morsetti ogni volta che sente che sta rallentando.
Io resto sulla sedia, le gambe strette, i pantaloni ancora aperti, il respiro corto. Guardo quella lingua lavorare, i morsetti che tirano, il corpo della ragazza che si contrae a ogni strappo della catenella. Guardo Janet e Flavia alternarsi, usare la bocca di quella ragazza come se fosse uno strumento, e punirla tirando i morsetti ogni volta che non è abbastanza brava.
Il calore tra le mie gambe è quasi doloroso. Ma non mi muovo. Non alzo le mani.
Resto solo a guardare, stordita, mentre le due Mistress continuano a usarla a turno, tirando i morsetti ogni volta che la lingua non fa esattamente quello che vogliono.
Quel continuo alternarsi dura un tempo che non so misurare.
Janet e Flavia si danno il cambio sulla bocca della ragazza legata senza mai fermarsi. Una si siede sul suo volto e la obbliga a leccare, l’altra tira la catenella dei morsetti ogni volta che il ritmo cala. Poi si scambiano. I capezzoli della prigioniera sono ormai di un rosso scuro, gonfi, deformati dal metallo. Il mento e le guance le luccicano di saliva e di fluidi. Ogni tanto emette piccoli lamenti soffocati, ma continua a lavorare con la lingua come le viene ordinato.
Io resto sulla sedia. Le gambe strette. Lo sguardo fisso.
Poi, all’improvviso, le due donne si staccano.
Non dicono niente. Si limitano a cambiare approccio. Janet si china tra le cosce aperte della ragazza e le apre ulteriormente le labbra della figa con le dita. Flavia le tiene i polsi legati fermi contro il petto e con l’altra mano tira di nuovo i morsetti, solo per ricordarle chi comanda. Poi entrambe si dedicano a lei.
Le dita di Janet entrano. Due, poi tre. Veloci, profonde, senza delicatezza. Allo stesso tempo la lingua di Flavia si posa sul clitoride e inizia a succhiarlo con forza, a batterlo, a leccarlo in modo quasi forsennato. Non c’è più il ritmo controllato di prima. È un assalto. Dita e bocca che lavorano insieme, rapide, insistentemente, senza lasciarle un secondo di tregua.
La ragazza cerca di muoversi. Tira le corde. Cerca di chiudere le gambe, di scostare i fianchi, di allontanarsi da quelle mani e da quella bocca.
Ma è legata.
Le gambe sollevate e fissate al muro, i polsi bloccati, il corpo completamente esposto. Non può fare niente. Può solo subire.
Il suo viso si contorce. Prima in una smorfia di sorpresa, poi in qualcosa che assomiglia a un sorriso disperato, gli occhi chiusi, i denti stretti, la testa che si agita da una parte all’altra. I suoni che escono dalla sua gola non sono più lamenti controllati: sono gemiti alti, spezzati, quasi urla. Il corpo si inarca contro le corde, i muscoli dell’addome e delle cosce che si contraggono a ondate.
Janet e Flavia non rallentano. Continuano a masturbare e a leccare con la stessa intensità, come se volessero estrarle ogni possibile reazione. I fluidi le scendono lungo le natiche e sul pavimento. I morsetti oscillano sul seno a ogni scossa.
Io resto ferma sulla sedia. Il respiro mi si è fatto corto. Le mani tremanti sui braccioli.
Guardo quella ragazza legata, aperta, costretta a ricevere un piacere che non può più controllare né rifiutare, e sento di nuovo il calore salirmi tra le gambe in modo quasi doloroso.
Non mi alzo. Non interrompo. Resto solo a guardare, stordita, mentre le due Mistress continuano a farla venire in modo quasi violento, senza darle tregua.
Non resisto più.
La mano destra scivola di nuovo dentro i pantaloni aperti. Le dita trovano subito il clitoride gonfio e bagnato e iniziano a strofinarlo con movimenti circolari, veloci, disperati. Non riesco a staccare gli occhi dalla scena davanti a me.
Janet e Flavia continuano a lavorare sulla ragazza legata senza pietà. Le dita di Janet entrano e escono profonde e rapide, la bocca di Flavia succhia e lecca il clitoride con una fame quasi rabbiosa. La prigioniera si contorce, tira le corde, cerca di scappare da quel piacere forzato, ma non può. I suoi gemiti diventano più alti, più spezzati. Il corpo intero trema.
Io mi tocco più forte.
Le dita scivolano più in basso, due, poi tre, mentre il pollice continua a premere sul clitoride. Mi distendo quanto più posso sulla sedia, la schiena inarcata, le cosce aperte, i piedi che premono sul pavimento. Il respiro mi esce a scatti. Sento l’orgasmo arrivare, caldo e inevitabile, che sale dal basso ventre e mi stringe lo stomaco.
Davanti a me la ragazza legata sta venendo di nuovo. Il viso contratto, la bocca aperta in un urlo silenzioso, i muscoli che si agitano contro le corde. Janet e Flavia non si fermano. Continuano a masturbare e a leccare ma senza autorizzare la ragazza a venire.
Le dita si muovono sempre più veloci, il suono umido della mia figa mi sembra troppo forte nella stanza. Il calore mi monta, mi stringe, mi fa chiudere gli occhi per un secondo… ma li riapro subito. Non voglio perdermi nemmeno un istante di quella scena.
Sto per venire. Proprio qui. Sulla sedia.
Guardando lei che viene costretta, legata, aperta, mentre le due Mistress le strappano urla disperante mentre le negano il permesso di venire.
Le mie dita accelerano ancora. Il respiro si spezza.
E l’orgasmo è lì, a un soffio.
La stanza si riempie delle sue urla.
Non sono più gemiti. Sono urla disperate, alte, spezzate, che escono dalla gola della ragazza legata mentre Janet e Flavia la riportano sull’orlo e la lasciano lì. Le dita entrano, la lingua lecca, il ritmo accelera… e proprio quando il corpo di lei inizia a contrarsi, quando i muscoli si tendono e l’orgasmo è a un secondo di distanza, si fermano. Tolgono le mani. Tolgono la bocca. La lasciano aperta, pulsante, senza contatto. Le negano il piacere finale.
La ragazza urla la sua disperazione, tira le corde, scuote la testa.
Cerca di chiudere le gambe, di spingere i fianchi verso l’alto per recuperare anche solo un po’ di attrito, ma è legata. Esposta. Inerme.
Janet e Flavia si guardano e ricominciano. Di nuovo. Le dita di Janet entrano profonde e veloci, la bocca di Flavia si chiude sul clitoride e succhia forte. La ragazza viene riportata di nuovo sull’orlo in pochi secondi. Il corpo intero trema. Le urla diventano più acute, più disperate. Poi, di nuovo, le tolgono tutto. La lasciano sospesa, a un soffio dal venire, senza permetterglielo.
Lo fanno ancora. E ancora. E ancora.
Ogni volta la portano più vicino. Ogni volta le negano l’orgasmo. I morsetti sui capezzoli oscillano a ogni scossa del suo corpo. Il pavimento sotto di lei è lucido di fluidi. Le urla riempiono la stanza, rimbalzano sui muri di pietra, mi entrano nelle orecchie e mi scendono dritto tra le gambe.
Io non riesco più a trattenermi.
Le dita si muovono sempre più veloci dentro i pantaloni aperti. Mi tocco con forza, disperata, mentre guardo quella ragazza legata essere portata al limite e poi lasciata a urlare di frustrazione. Il mio orgasmo è lì, a un soffio. Il basso ventre mi brucia, le cosce tremano, il respiro è spezzato.
Ma continuo a guardare. Le urla disperate della ragazza che non può venire. Le due Mistress che la tormentano senza pietà.
Chiudo gli occhi.
Non ce la faccio più a tenerli aperti. Le dita si muovono da sole, veloci, profonde, il pollice che preme forte sul clitoride mentre le altre due scivolano dentro e fuori con un ritmo disperato. Il suono umido della mia figa si mescola alle urla della ragazza legata, ma ormai non le sento quasi più.
L’orgasmo arriva come un’onda violenta.
Parte dal basso ventre e mi investe tutto il corpo. I muscoli si contraggono di scatto, le cosce tremano in modo incontrollabile, la schiena si inarca contro la sedia. Un gemito lungo e soffocato mi esce dalla gola mentre continuo a masturbarmi attraverso ogni spasmo. Il piacere è così intenso che mi fa perdere per un attimo la nozione di dove mi trovo. Vedo solo lampi dietro le palpebre chiuse. Sento solo il calore che mi esplode tra le gambe e mi sale lungo la schiena, fino alla nuca.
Continuo a toccarmi mentre vengo. Non riesco a fermarmi. Ogni scossa è più forte della precedente, ogni contrazione mi strappa un altro suono dalla gola. Le dita sono bagnate, scivolose, e io le spingo ancora più a fondo, cercando di prolungare ogni brivido.
Quando finalmente l’onda inizia a calare, resto lì, con gli occhi ancora chiusi, il respiro a pezzi, il corpo che trema a scatti sempre più deboli. Le cosce mi fanno male. Il cuore mi batte così forte che lo sento nelle orecchie.
Riapro gli occhi lentamente.
Davanti a me non c’è più solo la ragazza legata.
Janet e Flavia sono in piedi a pochi passi dalla mia sedia. Mi guardano. Entrambe. L’espressione è severa, fredda, quasi delusa. La ragazza dietro di loro continua a gemere e a contorcersi, ancora sull’orlo dell’orgasmo, ma loro non le prestano più attenzione. Hanno gli occhi fissi su di me. Sulla mia mano ancora conficcata tra le gambe. Sui pantaloni aperti. Sulle cosce ancora tremante.
Janet inclina leggermente la testa. La voce è bassa, ironica, tagliente.
“Chi ti ha concesso di venire, Stella?”
Flavia sorride di lato, ma non è un sorriso gentile.
“Non abbiamo concesso nessun permesso”
Janet fa un passo avanti. Si china appena, abbastanza da farmi sentire il suo respiro sul viso.
“Ti sei toccata. Hai raggiunto l’orgasmo. Davanti a noi. Senza il nostro permesso”
La voce diventa ancora più bassa.
“E per questo ci saranno conseguenze”
Resto seduta, la mano ancora tra le gambe, bagnata, il cuore che mi batte in gola. Non riesco a rispondere. Non riesco nemmeno a chiudere i pantaloni. Le due Mistress mi fissano, e per la prima volta da quando sono entrata in questa stanza capisco che lo spettacolo è finito.
Ora tocca a me.
di
Stella_Ninfa
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