Pruderie
scritto il 2026-10-05 tempo di lettura 12 min
di
samas2
genere
tradimenti
cura
A
Il sodalizio era nato molti anni prima, quasi per caso, tra sei coppie che avevano finito per costruirsi intorno una piccola comunità. Vacanze insieme, cene, compleanni, anniversari, figli cresciuti quasi nello stesso tempo. Col passare degli anni, quelle abitudini erano diventate una regola non scritta: stare insieme, conoscersi, sapere cosa aspettarsi dagli altri.
Eravamo persone perbene, affiatate, attente a non oltrepassare certi confini. Le apparenze contavano, anche se nessuno lo avrebbe ammesso.
Eleonora e suo marito erano arrivati per ultimi. Avevano aderito alla vacanza quasi controvoglia, dopo molte insistenze. Carlo e Renato, soprattutto, avevano insistito perché venissero. Io avevo pensato che fosse semplice cordialità.
La sera che la vidi, per la prima volta, parlava con gli altri, rideva, ascoltava. A un certo punto si voltò verso di me.
I nostri occhi si incontrarono.
Fu un attimo. Mi sembrò di cogliere qualcosa nel suo sguardo, un interesse fugace, forse soltanto curiosità. O forse ero io che ci mettevo del mio.
Poi tornò a parlare con gli altri, come se nulla fosse successo.
Io, invece, me ne accorsi.
Le altre donne appartenevano tutte più o meno alla stessa generazione. Avevano imparato, negli anni, quei piccoli gesti con cui si protegge il corpo dagli sguardi: una gonna tirata giù prima di sedersi, una maglia sistemata, una postura scelta con attenzione.
Lei no.
Non sembrava preoccuparsi troppo di ciò che lasciava vedere. Non era esibizione, almeno non apertamente. Era una libertà che, nel nostro gruppo, risultava quasi fuori posto.
E forse era proprio questo a turbare gli equilibri del gruppo. Eravamo abituati a quelle acque ferme, a gesti e comportamenti ormai codificati, a una tranquillità costruita negli anni. Eleonora vi era entrata come un sasso gettato in uno stagno: non aveva fatto nulla per provocare le increspature, ma da quel momento niente sembrava più completamente immobile.
E proprio per questo aveva qualcosa di ambiguamente seducente.
La grande casa sulle colline ci aspettava con le finestre aperte e la piscina immobile sotto il sole.
Tutto sembrava al proprio posto.
Ero seduto poco più in là, impegnato nella conversazione con gli altri, quando vidi Eleonora uscire dalla casa e fermarsi un momento sul bordo.
Indossava un bikini nero.
Cercai di non fissarla.
Aveva un seno pieno, morbido, molto femminile, portato con sicurezza. La vita era ancora ben disegnata, il ventre appena morbido, i fianchi pieni. Il costume lasciava scoperto più di quanto alcune delle altre avrebbero ritenuto opportuno.
Carlo distolse gli occhi. Renato continuò a parlare, fingendo di non guardare.
Io ascoltavo gli altri e ogni tanto intervenivo nella conversazione, cercando di non far capire dove fosse diretto il mio interesse.
Eleonora entrò nell’acqua.
Poi alzò un braccio per sistemarsi i capelli.
Vidi l’ascella non depilata.
Anche lo slip, molto ridotto, lasciava intravedere la peluria scura dell’inguine. Il nero aderiva alle forme senza correggerle.
Distolsi per un istante gli occhi.
Non perché fossi infastidito.
Al contrario.
Era proprio quella libertà, così lontana dalle regole non scritte del gruppo, ad avermi colpito.
Renato abbassò gli occhi, come infastidito. Ma lo conoscevo abbastanza da capire che il fastidio non era tutta la storia.
Anche le donne avevano visto.
Sentii Rosetta aspettare che Eleonora si fosse allontanata abbastanza.
— Quel pelo poi… quelle tette di fuori… e quella faccia innocente. Una così nasconde qualcosa.
Nessuno rispose.
Carlo bevve un sorso, si prese qualche secondo e disse con aria grave:
— Beh, per carità, ognuno è libero di fare quello che vuole. Però si mostra piuttosto disinvolta.
Renato sorrise.
— Diciamo che le piace far la figa.
Gina li fulminò con gli occhi.
— Voi due sembrate fin troppo interessati.
Renato si ricompose immediatamente.
— Ma dai. È esagerata.
Rosamaria intervenne:
— Un po’ di bon ton non guasterebbe. Non c’è bisogno di mettersi così in vetrina.
Gina la guardò e rincarò:
— Appunto. Poi non lamentiamoci se gli uomini guardano. Una donna che si mette così in mostra sa benissimo che effetto fa.
Rosamaria annuì.
— E questo non è proprio il contesto giusto.
Gina bevve un sorso e concluse, secca:
— Troppo è troppo. Se una vuole fare la puttana, almeno scelga il posto giusto. È stato un errore invitarla.
Abbassai gli occhi sul bicchiere.
Carlo e Renato si scambiarono un’occhiata.
Rosetta guardò entrambi.
— E quel povero marito… chissà quante gliene farà passare.
Guardai Eleonora nell’acqua.
In quel momento si voltò verso di noi.
Forse aveva sentito qualcosa. O forse si era voltata semplicemente per caso.
Per un istante il suo sguardo passò sul gruppo e si fermò sul mio.
O almeno così mi parve.
Non sorrise. Non fece alcun gesto.
Poi si voltò di nuovo verso l’acqua.
Rimasi a guardarla ancora qualche secondo.
Il marito di Eleonora, seduto all’ombra, non sembrava preoccuparsene. Anzi, guardò sua moglie con un’espressione quasi orgogliosa.
Le altre donne ripresero a parlare di cucina, delle riunioni in parrocchia, di cose consuete e rispettabili.
Eleonora era tornata a parlare con gli altri, come se nulla fosse.
Io, invece, non riuscivo più a guardarla nello stesso modo.
Carlo e Renato erano due porci moralisti. Si vedeva bene. Più parlavano di decoro, più gli occhi li tradivano.
Io non ero da meno.
Sentivo qualcosa che mi travolgeva e facevo l’indifferente.
Quella sera, in giardino, gli altri giocavano a carte. Risate, bicchieri, il rumore secco delle carte sul tavolo.
Eleonora rientrò nella stanza a pian terreno e accese la luce.
Ero rimasto fuori.
Le persiane spalancate e i vetri accostati lasciavano entrare freschi refoli carichi di profumi agresti. La stanza era abbastanza illuminata da permettermi di vedere distintamente ciò che accadeva all’interno.
Eleonora sapeva che ero lì.
Ne ebbi la certezza quasi subito.
Cominciò a spogliarsi lentamente, come se fosse sola, lasciando che la luce facesse il resto.
Non mi mossi.
Non volevo darle la soddisfazione di capire quanto la stessi guardando.
Poi Eleonora si fermò davanti allo specchio.
Si raccolse i capelli. Alzò le braccia. Si voltò di lato.
Ogni movimento sembrava casuale, ma durava un istante più del necessario.
Rimasi immobile nel buio.
Eleonora prese qualcosa dalla sedia e si piegò in avanti.
Rimase così per qualche secondo, poi si rialzò lentamente.
Vidi così ciò che fino ad allora avevo soltanto immaginato. Capii allora che non stava semplicemente spogliandosi.
Era un gioco.
Uno strip tease silenzioso, senza musica e senza una sola parola.
Forse era proprio questo che le piaceva: sapere di essere guardata senza concedermi la certezza che lei lo sapesse.
Eleonora indugiò ancora qualche secondo davanti allo specchio.
Poi si rivestì, apprestandosi a raggiungere gli altri.
Spense la luce.
Il vetro della finestra tornò nero.
Rimasi ancora qualche istante nel buio.
Dall’esterno arrivò una risata.
— Scopa!
Eleonora sorrise appena.
Nella casa continuavano a giocare a carte, come se non fosse successo nulla.
Tornai lentamente verso gli altri.
La gita era stata organizzata da qualche giorno.
La partenza era prevista dopo colazione, il pranzo in un paese poco distante, poi una passeggiata e il rientro nel pomeriggio. Era una delle solite giornate del gruppo, quelle in cui tutto sembrava stabilito in anticipo.
La sera prima avevo detto quasi distrattamente:
— Io domani salto. Devo dare un’occhiata alla macchina. Da qualche giorno fa uno strano rumore e preferisco sistemare la cosa prima di mettermi a fare chilometri.
Il problema esisteva davvero. Niente di serio, probabilmente, ma abbastanza da giustificare una mattinata dal meccanico.
— Peccato, aveva detto qualcuno.
Avevo alzato le spalle.
— Se faccio presto magari vi raggiungo.
Eleonora aveva ascoltato senza commentare.
La mattina, quando eravamo quasi pronti, la vidi più silenziosa del solito. Aveva bevuto appena mezzo caffè e continuava a massaggiarsi una tempia.
— Non ho dormito bene, disse a un certo punto. E adesso ho la testa che mi scoppia.
Il marito la guardò.
— Vuoi che rimanga?
Eleonora scosse la testa.
— No. Andate voi.
— Sei sicura?
Lei sorrise.
— Mi conosco. Mi metto un po’ al buio, dormo un paio d’ore e passa tutto. Fra qualche ora sarò di nuovo io.
Poi aggiunse, quasi a chiudere la questione:
— Non voglio rovinarvi la giornata.
Il marito esitò ancora un momento.
— Se peggiora mi chiami.
— Certo.
Eleonora lo disse con naturalezza.
Le auto si allontanarono una dopo l’altra lungo la strada bianca. Eleonora rimase sulla soglia finché l’ultima non scomparve oltre il cancello.
Il meccanico mi disse che avrebbe dovuto tenere la macchina ancora qualche ora.
— Se vuole, le possiamo lasciare una macchina di cortesia.
Accettai, incerto se raggiungere gli altri.
Poi arrivò il messaggio di Eleonora.
— Sto meglio. Solo che mi sento un po’ sola.
Lo rilessi.
Non risposi.
Dopo qualche minuto arrivò il secondo.
— Le mie mani intrise di me giocano dove vorrei lo facessi tu. Sarò in camera.
Rimasi a fissare lo schermo.
Questa volta non c’era più niente da interpretare.
Eleonora sapeva che l’avevo vista la sera prima. Sapeva che avrei capito.
E aveva deciso di dirmelo.
Guardai la macchina di cortesia parcheggiata davanti all’officina. Presi le chiavi.
Parcheggiai l’auto ed entrai nella casa silenziosa.
Sentivo una tensione percorrermi la schiena.
Dalla camera di Eleonora arrivavano sommessi gemiti. Mi fermai un istante sulla soglia, poi entrai.
Era seduta sul letto, completamente nuda, le cosce dischiuse con una naturalezza sfrontata. La luce obliqua della finestra le accarezzava il corpo.
I miei occhi si posarono sul respiro lento di lei, sulle mammelle piene che si sollevavano appena. I capezzoli, turgidi, il pelo scuro delle ascelle e quello, più fitto, del pube facevano parte di quella nudità senza concessioni.
Non c’era nulla di costruito, nessun tentativo di correggere o nascondere il corpo. Era proprio quella libertà a renderla, ai miei occhi, così diversa dalle altre.
Una mano si muoveva lentamente sul suo corpo, scostava le grandi labbra e s’immergeva in quell’anfratto che spiccava roseo.
Alzò gli occhi verso di me.
Eleonora aveva scelto di aspettarmi così.
Deglutii, le ginocchia quasi molli. Ogni pensiero logico svanì, dissolto nell’afrore che aleggiava: pelle, desiderio e quel fondo di proibito che rendeva tutto più vertiginoso. Il desiderio mi mordeva già il basso ventre.
Lei inclinò il capo, sfrontata, quasi sfidandomi.
— Lo so cosa stai pensando, mormorò, con una voce calda, insinuante. — Vuoi assaggiarmi proprio lì, vero?
Mi inginocchiai. Eleonora aprì lentamente le gambe, senza più alcuna esitazione, offrendo quella visione con una consapevolezza quasi crudele. Sapeva l’effetto che mi faceva. Nell’aria c’era un odore caldo, intimo, primordiale, capace di stordire i sensi.
Ci rovesciammo sul letto. Per un istante tutto sembrò ridursi a pelle, respiro, odore. Lei mi cercò con la bocca e il piacere mi attraversò improvviso, togliendomi quel poco di lucidità che ancora mi rimaneva.
— Basta a leccarmi la figa. Scopami. Sei duro. Mi fai perdere la testa. Lo voglio dentro.
I miei istinti avevano preso il controllo assoluto e non volevo pensare. Godevo, forte, sporco, le sue grida nella stanza vuota. Le riempii, muggendo, il ventre del mio seme caldo.
Mi ritrovai stanco, appagato. Nell’aria, odore acre, residuo di eccitazione, di corpi lasciati andare, di carne usata.
Per qualche secondo non successe nulla.
Restammo a guardarci, ancora vicini, con il respiro che lentamente tornava regolare. Pensavo fosse finita lì.
Eleonora invece continuò a guardarmi.
— Non è ancora finita, disse piano.
Si voltò, si sistemò lentamente sul letto, aprì il solco gluteo e rimase a guardarmi da sopra la spalla. Poi fece un piccolo gesto, inequivocabile.
— Voglio che tu mi prenda così.
La frase mi lasciò senza fiato.
Non c’era bisogno di altre spiegazioni. Avevo capito perfettamente cosa mi stava chiedendo.
Per un istante rimasi immobile, combattuto tra sorpresa e desiderio.
Poi mi avvicinai. Il buchetto, lo sfintere elastico e poi il nuovo piacere.
Quando finalmente ci fermammo, restai per qualche istante senza parlare, ancora immerso in quella strana calma che arriva dopo una tensione così intensa.
Fu allora che mi tornò in mente la compressa di Cialis che avevo preso durante il tragitto. Quasi sorrisi tra me e me. Non ne avevo avuto bisogno. Avevo temuto che l’età potesse giocarmi uno scherzo, invece il desiderio per Eleonora era stato più forte di qualsiasi precauzione.
La guardai.
Era ancora lì, nuda davanti a me, e solo adesso avevo il tempo di osservarla davvero. Rimasi a indugiare, quasi che quella donna fosse diventata improvvisamente molto più reale di tutte le fantasie che avevo costruito su di lei.
Restammo stretti, ancora quasi incollati dalle tracce ormai rapprese della passione. Per qualche istante nessuno dei due ebbe fretta di allontanarsi.
Le accarezzai lentamente la schiena. Lei si abbandonò contro di me, tranquilla. Io indugiai sulle sue forme piene e morbide, senza più fretta. Quelle mammelle che per tanto tempo avevo soltanto immaginato erano finalmente lì, sotto le mie mani, e continuavo a sfiorarle quasi incredulo.
Poi il mio sguardo scese ancora, attratto da quel vello bruno, naturale e inatteso, che contribuiva a darle una bellezza piena, adulta, quasi selvaggia.
Non c’era più urgenza.
Solo il piacere quieto di restare lì, ancora un poco, con lei.
Poi sentimmo in lontananza il rumore di un’auto.
Ci guardammo e sorridemmo. Non c’era ancora nessuno. Avevamo il tempo di rivestirci, sistemarci e ritrovare le nostre facce abituali.
Prima di separarci, la guardai ancora.
— Stai bene?
Eleonora sollevò gli occhi verso di me. Avevano una luce strana, nuova, che non riuscivo a decifrare.
— Mai stata meglio.
Più tardi arrivai con la mia auto, finalmente riparata, quasi contemporaneamente agli altri.
Parcheggiai e scesi.
Eleonora era lì.
Ci guardammo soltanto per un istante. Un istante brevissimo, abbastanza perché nessuno potesse accorgersene.
Ma nei suoi occhi c’era ancora quella luce.
Poi Eleonora e suo marito non si fecero più vedere.
Fu un dolore, ma anche il sollievo che arriva quando finalmente si chiude qualcosa che non avrebbe potuto continuare. Quella storia doveva restare lì, ormai alle nostre spalle.
Eppure, ogni tanto, l’odore del cloro mi riporta a quella piscina.
E a quegli occhi.
E per un istante mi sembra ancora di vederla dall’altra parte dell’acqua, immobile, con quella luce nello sguardo.
Eravamo persone perbene, affiatate, attente a non oltrepassare certi confini. Le apparenze contavano, anche se nessuno lo avrebbe ammesso.
Eleonora e suo marito erano arrivati per ultimi. Avevano aderito alla vacanza quasi controvoglia, dopo molte insistenze. Carlo e Renato, soprattutto, avevano insistito perché venissero. Io avevo pensato che fosse semplice cordialità.
La sera che la vidi, per la prima volta, parlava con gli altri, rideva, ascoltava. A un certo punto si voltò verso di me.
I nostri occhi si incontrarono.
Fu un attimo. Mi sembrò di cogliere qualcosa nel suo sguardo, un interesse fugace, forse soltanto curiosità. O forse ero io che ci mettevo del mio.
Poi tornò a parlare con gli altri, come se nulla fosse successo.
Io, invece, me ne accorsi.
Le altre donne appartenevano tutte più o meno alla stessa generazione. Avevano imparato, negli anni, quei piccoli gesti con cui si protegge il corpo dagli sguardi: una gonna tirata giù prima di sedersi, una maglia sistemata, una postura scelta con attenzione.
Lei no.
Non sembrava preoccuparsi troppo di ciò che lasciava vedere. Non era esibizione, almeno non apertamente. Era una libertà che, nel nostro gruppo, risultava quasi fuori posto.
E forse era proprio questo a turbare gli equilibri del gruppo. Eravamo abituati a quelle acque ferme, a gesti e comportamenti ormai codificati, a una tranquillità costruita negli anni. Eleonora vi era entrata come un sasso gettato in uno stagno: non aveva fatto nulla per provocare le increspature, ma da quel momento niente sembrava più completamente immobile.
E proprio per questo aveva qualcosa di ambiguamente seducente.
La grande casa sulle colline ci aspettava con le finestre aperte e la piscina immobile sotto il sole.
Tutto sembrava al proprio posto.
Ero seduto poco più in là, impegnato nella conversazione con gli altri, quando vidi Eleonora uscire dalla casa e fermarsi un momento sul bordo.
Indossava un bikini nero.
Cercai di non fissarla.
Aveva un seno pieno, morbido, molto femminile, portato con sicurezza. La vita era ancora ben disegnata, il ventre appena morbido, i fianchi pieni. Il costume lasciava scoperto più di quanto alcune delle altre avrebbero ritenuto opportuno.
Carlo distolse gli occhi. Renato continuò a parlare, fingendo di non guardare.
Io ascoltavo gli altri e ogni tanto intervenivo nella conversazione, cercando di non far capire dove fosse diretto il mio interesse.
Eleonora entrò nell’acqua.
Poi alzò un braccio per sistemarsi i capelli.
Vidi l’ascella non depilata.
Anche lo slip, molto ridotto, lasciava intravedere la peluria scura dell’inguine. Il nero aderiva alle forme senza correggerle.
Distolsi per un istante gli occhi.
Non perché fossi infastidito.
Al contrario.
Era proprio quella libertà, così lontana dalle regole non scritte del gruppo, ad avermi colpito.
Renato abbassò gli occhi, come infastidito. Ma lo conoscevo abbastanza da capire che il fastidio non era tutta la storia.
Anche le donne avevano visto.
Sentii Rosetta aspettare che Eleonora si fosse allontanata abbastanza.
— Quel pelo poi… quelle tette di fuori… e quella faccia innocente. Una così nasconde qualcosa.
Nessuno rispose.
Carlo bevve un sorso, si prese qualche secondo e disse con aria grave:
— Beh, per carità, ognuno è libero di fare quello che vuole. Però si mostra piuttosto disinvolta.
Renato sorrise.
— Diciamo che le piace far la figa.
Gina li fulminò con gli occhi.
— Voi due sembrate fin troppo interessati.
Renato si ricompose immediatamente.
— Ma dai. È esagerata.
Rosamaria intervenne:
— Un po’ di bon ton non guasterebbe. Non c’è bisogno di mettersi così in vetrina.
Gina la guardò e rincarò:
— Appunto. Poi non lamentiamoci se gli uomini guardano. Una donna che si mette così in mostra sa benissimo che effetto fa.
Rosamaria annuì.
— E questo non è proprio il contesto giusto.
Gina bevve un sorso e concluse, secca:
— Troppo è troppo. Se una vuole fare la puttana, almeno scelga il posto giusto. È stato un errore invitarla.
Abbassai gli occhi sul bicchiere.
Carlo e Renato si scambiarono un’occhiata.
Rosetta guardò entrambi.
— E quel povero marito… chissà quante gliene farà passare.
Guardai Eleonora nell’acqua.
In quel momento si voltò verso di noi.
Forse aveva sentito qualcosa. O forse si era voltata semplicemente per caso.
Per un istante il suo sguardo passò sul gruppo e si fermò sul mio.
O almeno così mi parve.
Non sorrise. Non fece alcun gesto.
Poi si voltò di nuovo verso l’acqua.
Rimasi a guardarla ancora qualche secondo.
Il marito di Eleonora, seduto all’ombra, non sembrava preoccuparsene. Anzi, guardò sua moglie con un’espressione quasi orgogliosa.
Le altre donne ripresero a parlare di cucina, delle riunioni in parrocchia, di cose consuete e rispettabili.
Eleonora era tornata a parlare con gli altri, come se nulla fosse.
Io, invece, non riuscivo più a guardarla nello stesso modo.
Carlo e Renato erano due porci moralisti. Si vedeva bene. Più parlavano di decoro, più gli occhi li tradivano.
Io non ero da meno.
Sentivo qualcosa che mi travolgeva e facevo l’indifferente.
Quella sera, in giardino, gli altri giocavano a carte. Risate, bicchieri, il rumore secco delle carte sul tavolo.
Eleonora rientrò nella stanza a pian terreno e accese la luce.
Ero rimasto fuori.
Le persiane spalancate e i vetri accostati lasciavano entrare freschi refoli carichi di profumi agresti. La stanza era abbastanza illuminata da permettermi di vedere distintamente ciò che accadeva all’interno.
Eleonora sapeva che ero lì.
Ne ebbi la certezza quasi subito.
Cominciò a spogliarsi lentamente, come se fosse sola, lasciando che la luce facesse il resto.
Non mi mossi.
Non volevo darle la soddisfazione di capire quanto la stessi guardando.
Poi Eleonora si fermò davanti allo specchio.
Si raccolse i capelli. Alzò le braccia. Si voltò di lato.
Ogni movimento sembrava casuale, ma durava un istante più del necessario.
Rimasi immobile nel buio.
Eleonora prese qualcosa dalla sedia e si piegò in avanti.
Rimase così per qualche secondo, poi si rialzò lentamente.
Vidi così ciò che fino ad allora avevo soltanto immaginato. Capii allora che non stava semplicemente spogliandosi.
Era un gioco.
Uno strip tease silenzioso, senza musica e senza una sola parola.
Forse era proprio questo che le piaceva: sapere di essere guardata senza concedermi la certezza che lei lo sapesse.
Eleonora indugiò ancora qualche secondo davanti allo specchio.
Poi si rivestì, apprestandosi a raggiungere gli altri.
Spense la luce.
Il vetro della finestra tornò nero.
Rimasi ancora qualche istante nel buio.
Dall’esterno arrivò una risata.
— Scopa!
Eleonora sorrise appena.
Nella casa continuavano a giocare a carte, come se non fosse successo nulla.
Tornai lentamente verso gli altri.
La gita era stata organizzata da qualche giorno.
La partenza era prevista dopo colazione, il pranzo in un paese poco distante, poi una passeggiata e il rientro nel pomeriggio. Era una delle solite giornate del gruppo, quelle in cui tutto sembrava stabilito in anticipo.
La sera prima avevo detto quasi distrattamente:
— Io domani salto. Devo dare un’occhiata alla macchina. Da qualche giorno fa uno strano rumore e preferisco sistemare la cosa prima di mettermi a fare chilometri.
Il problema esisteva davvero. Niente di serio, probabilmente, ma abbastanza da giustificare una mattinata dal meccanico.
— Peccato, aveva detto qualcuno.
Avevo alzato le spalle.
— Se faccio presto magari vi raggiungo.
Eleonora aveva ascoltato senza commentare.
La mattina, quando eravamo quasi pronti, la vidi più silenziosa del solito. Aveva bevuto appena mezzo caffè e continuava a massaggiarsi una tempia.
— Non ho dormito bene, disse a un certo punto. E adesso ho la testa che mi scoppia.
Il marito la guardò.
— Vuoi che rimanga?
Eleonora scosse la testa.
— No. Andate voi.
— Sei sicura?
Lei sorrise.
— Mi conosco. Mi metto un po’ al buio, dormo un paio d’ore e passa tutto. Fra qualche ora sarò di nuovo io.
Poi aggiunse, quasi a chiudere la questione:
— Non voglio rovinarvi la giornata.
Il marito esitò ancora un momento.
— Se peggiora mi chiami.
— Certo.
Eleonora lo disse con naturalezza.
Le auto si allontanarono una dopo l’altra lungo la strada bianca. Eleonora rimase sulla soglia finché l’ultima non scomparve oltre il cancello.
Il meccanico mi disse che avrebbe dovuto tenere la macchina ancora qualche ora.
— Se vuole, le possiamo lasciare una macchina di cortesia.
Accettai, incerto se raggiungere gli altri.
Poi arrivò il messaggio di Eleonora.
— Sto meglio. Solo che mi sento un po’ sola.
Lo rilessi.
Non risposi.
Dopo qualche minuto arrivò il secondo.
— Le mie mani intrise di me giocano dove vorrei lo facessi tu. Sarò in camera.
Rimasi a fissare lo schermo.
Questa volta non c’era più niente da interpretare.
Eleonora sapeva che l’avevo vista la sera prima. Sapeva che avrei capito.
E aveva deciso di dirmelo.
Guardai la macchina di cortesia parcheggiata davanti all’officina. Presi le chiavi.
Parcheggiai l’auto ed entrai nella casa silenziosa.
Sentivo una tensione percorrermi la schiena.
Dalla camera di Eleonora arrivavano sommessi gemiti. Mi fermai un istante sulla soglia, poi entrai.
Era seduta sul letto, completamente nuda, le cosce dischiuse con una naturalezza sfrontata. La luce obliqua della finestra le accarezzava il corpo.
I miei occhi si posarono sul respiro lento di lei, sulle mammelle piene che si sollevavano appena. I capezzoli, turgidi, il pelo scuro delle ascelle e quello, più fitto, del pube facevano parte di quella nudità senza concessioni.
Non c’era nulla di costruito, nessun tentativo di correggere o nascondere il corpo. Era proprio quella libertà a renderla, ai miei occhi, così diversa dalle altre.
Una mano si muoveva lentamente sul suo corpo, scostava le grandi labbra e s’immergeva in quell’anfratto che spiccava roseo.
Alzò gli occhi verso di me.
Eleonora aveva scelto di aspettarmi così.
Deglutii, le ginocchia quasi molli. Ogni pensiero logico svanì, dissolto nell’afrore che aleggiava: pelle, desiderio e quel fondo di proibito che rendeva tutto più vertiginoso. Il desiderio mi mordeva già il basso ventre.
Lei inclinò il capo, sfrontata, quasi sfidandomi.
— Lo so cosa stai pensando, mormorò, con una voce calda, insinuante. — Vuoi assaggiarmi proprio lì, vero?
Mi inginocchiai. Eleonora aprì lentamente le gambe, senza più alcuna esitazione, offrendo quella visione con una consapevolezza quasi crudele. Sapeva l’effetto che mi faceva. Nell’aria c’era un odore caldo, intimo, primordiale, capace di stordire i sensi.
Ci rovesciammo sul letto. Per un istante tutto sembrò ridursi a pelle, respiro, odore. Lei mi cercò con la bocca e il piacere mi attraversò improvviso, togliendomi quel poco di lucidità che ancora mi rimaneva.
— Basta a leccarmi la figa. Scopami. Sei duro. Mi fai perdere la testa. Lo voglio dentro.
I miei istinti avevano preso il controllo assoluto e non volevo pensare. Godevo, forte, sporco, le sue grida nella stanza vuota. Le riempii, muggendo, il ventre del mio seme caldo.
Mi ritrovai stanco, appagato. Nell’aria, odore acre, residuo di eccitazione, di corpi lasciati andare, di carne usata.
Per qualche secondo non successe nulla.
Restammo a guardarci, ancora vicini, con il respiro che lentamente tornava regolare. Pensavo fosse finita lì.
Eleonora invece continuò a guardarmi.
— Non è ancora finita, disse piano.
Si voltò, si sistemò lentamente sul letto, aprì il solco gluteo e rimase a guardarmi da sopra la spalla. Poi fece un piccolo gesto, inequivocabile.
— Voglio che tu mi prenda così.
La frase mi lasciò senza fiato.
Non c’era bisogno di altre spiegazioni. Avevo capito perfettamente cosa mi stava chiedendo.
Per un istante rimasi immobile, combattuto tra sorpresa e desiderio.
Poi mi avvicinai. Il buchetto, lo sfintere elastico e poi il nuovo piacere.
Quando finalmente ci fermammo, restai per qualche istante senza parlare, ancora immerso in quella strana calma che arriva dopo una tensione così intensa.
Fu allora che mi tornò in mente la compressa di Cialis che avevo preso durante il tragitto. Quasi sorrisi tra me e me. Non ne avevo avuto bisogno. Avevo temuto che l’età potesse giocarmi uno scherzo, invece il desiderio per Eleonora era stato più forte di qualsiasi precauzione.
La guardai.
Era ancora lì, nuda davanti a me, e solo adesso avevo il tempo di osservarla davvero. Rimasi a indugiare, quasi che quella donna fosse diventata improvvisamente molto più reale di tutte le fantasie che avevo costruito su di lei.
Restammo stretti, ancora quasi incollati dalle tracce ormai rapprese della passione. Per qualche istante nessuno dei due ebbe fretta di allontanarsi.
Le accarezzai lentamente la schiena. Lei si abbandonò contro di me, tranquilla. Io indugiai sulle sue forme piene e morbide, senza più fretta. Quelle mammelle che per tanto tempo avevo soltanto immaginato erano finalmente lì, sotto le mie mani, e continuavo a sfiorarle quasi incredulo.
Poi il mio sguardo scese ancora, attratto da quel vello bruno, naturale e inatteso, che contribuiva a darle una bellezza piena, adulta, quasi selvaggia.
Non c’era più urgenza.
Solo il piacere quieto di restare lì, ancora un poco, con lei.
Poi sentimmo in lontananza il rumore di un’auto.
Ci guardammo e sorridemmo. Non c’era ancora nessuno. Avevamo il tempo di rivestirci, sistemarci e ritrovare le nostre facce abituali.
Prima di separarci, la guardai ancora.
— Stai bene?
Eleonora sollevò gli occhi verso di me. Avevano una luce strana, nuova, che non riuscivo a decifrare.
— Mai stata meglio.
Più tardi arrivai con la mia auto, finalmente riparata, quasi contemporaneamente agli altri.
Parcheggiai e scesi.
Eleonora era lì.
Ci guardammo soltanto per un istante. Un istante brevissimo, abbastanza perché nessuno potesse accorgersene.
Ma nei suoi occhi c’era ancora quella luce.
Poi Eleonora e suo marito non si fecero più vedere.
Fu un dolore, ma anche il sollievo che arriva quando finalmente si chiude qualcosa che non avrebbe potuto continuare. Quella storia doveva restare lì, ormai alle nostre spalle.
Eppure, ogni tanto, l’odore del cloro mi riporta a quella piscina.
E a quegli occhi.
E per un istante mi sembra ancora di vederla dall’altra parte dell’acqua, immobile, con quella luce nello sguardo.
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