Carne da esperimento. Seconda parte

scritto il 2026-10-28 tempo di lettura 12 min

di
genere
fantascienza
cura
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Un rito alieno. Una donna. Un desiderio oltre ogni confine umano.


5. L’uomo che l’aveva scelta
«Finalmente ci conosciamo.»
Non le tese la mano. La invitò a sedersi.
«Mi hanno detto che questa notte risolverà il mio problema», disse Sandra. «Definitivamente.»
«In cambio di che cosa?»
L’uomo sorrise appena.
«La sua combinazione di caratteristiche fisiche, olfattive e biologiche è rarissima. Abbiamo impiegato anni a trovare una corrispondenza simile.»
«Mi avete scelta per il mio odore?»
«Anche. Non soltanto per quello.»
Parlò di compatibilità, di percezioni che gli esseri umani non sapevano riconoscere, di un piacere che non dipendeva dalla bellezza convenzionale. Per loro, disse, ogni individuo possedeva una firma sensoriale unica. Alcune combinazioni suscitavano un interesse così intenso da diventare quasi irresistibili.
Sandra lo ascoltava, cercando di capire dove finisse la spiegazione e cominciasse la minaccia.
«Chi siete?»
«Viviamo fra voi da molto tempo. Abbiamo imparato le vostre abitudini e le vostre convenzioni. Passare inosservati è diventato naturale.»
«Non siete umani.»
«Non nel senso che lei intende.»
Lo disse senza orgoglio, come se la differenza fosse un dettaglio secondario.
Poi le promise che, al termine della notte, ogni documento relativo a Sheila sarebbe stato distrutto. Nessuna divulgazione, nessuna richiesta futura. Lei e suo marito sarebbero stati liberi.
«E se mi rifiuto?»
«Potrà andarsene. Non posso garantirle, però, che il problema che l’ha condotta qui si risolva ugualmente.»
Sandra riconobbe la stessa minaccia di Mario, soltanto rivestita di buone maniere.
Dall’altra parte della sala si aprì una porta. Oltre la soglia attendevano altre figure, alcune maschili, altre femminili, altre ancora difficili da classificare. Nessuna parlava. Tutte sembravano sapere chi fosse.
L’uomo si alzò.
«Venga con me.»
Sandra non gli prese la mano. Si alzò da sola e lo seguì.
Aveva sempre creduto che il segreto di Sheila fosse ciò che mostrava senza rivelare il volto. Adesso sospettava che quelle creature avessero visto qualcosa di molto più intimo, qualcosa che nemmeno lei conosceva. E che fossero disposte a tutto pur di scoprirlo.
La notte era appena cominciata.
6. La cripta
In una stanza laterale, due figure le porsero una tunica bianca e oro, leggera e succinta, stretta in vita e aperta sui fianchi. Accanto c’erano una maschera veneziana ornata di piume chiare e due pesanti bracciali metallici, ciascuno con un anello.
«Non ho scelto io di vestirmi così», disse Sandra.
«Nessuno ha detto il contrario», rispose una delle due.
Non le usarono violenza. Aspettarono, con la pazienza di chi sa che l’attesa basta. Sandra si spogliò, indossò la tunica e lasciò che le chiudessero i bracciali ai polsi. La maschera le coprì il volto: per la prima volta quella notte, nessuno poteva leggerle in faccia ciò che provava, e la cosa non la consolò.
Poi la condussero giù per una scala. L’aria si faceva sempre più calda, carica di odore di pietra umida, cera e qualcosa di indefinibile.
La cripta era antica. Le pareti di pietra annerita erano illuminate da candele disposte in nicchie. Al centro si trovava una tavola di ferro, con anelli fissati ai lati e catene ai piedi. Sandra avanzò scalza sul pavimento di pietra, con i lembi della tunica che ondeggiavano a ogni passo. Sembrava una schiava preparata per un rito di cui ignorava ancora la natura.
L’uomo dai capelli argentati era già lì. Alle sue spalle c’erano le altre figure. Sandra capì che era lui, il capo. Accanto a lui stava un uomo più giovane, dagli occhi color ambra, che gli altri chiamavano Elian.
«Che cosa succederà?»
«Cercheremo di comprendere ciò che abbiamo finora soltanto misurato», rispose Elian.
«Mi avevate detto che potevo andarmene.»
Nessuno rispose.
Quando due figure le si avvicinarono, Sandra tentò di sottrarsi. La tunica si impigliò in un elemento metallico e si strappò lungo una cucitura. La vergogna si mescolò alla rabbia.
«Lasciatemi!»
La sua voce rimbalzò sulle pareti. La distesero sulla tavola. Agganciarono i bracciali agli anelli laterali e chiusero le catene alle caviglie. Sandra tirò con forza, ma il metallo rispose soltanto con un tintinnio secco. Qualcuno le tolse la maschera.
«Guardatemi», gridò al capo. «Almeno abbiate il coraggio di guardarmi.»
Lui la guardò senza scherno.
«Vi fermerete se ve lo chiedo?»
La pausa che seguì fu troppo lunga.
«Non voglio mentirle su ciò che siamo venuti a cercare», disse infine.
Sandra capì che la sua paura non avrebbe cambiato le intenzioni di quegli esseri. Eppure continuava a osservarli, cercando di comprenderli, quasi che dare un nome a ciò che stava accadendo potesse restituirle una parte del controllo perduto.
Elian si avvicinò per primo. La sua lingua si divise in due estremità sottili, che si mossero indipendentemente. Non era un semplice organo del gusto: raccoglieva tracce chimiche dall’aria e dalla pelle e le trasferiva a un sistema sensoriale di cui Sandra ignorava persino l’esistenza. Paura, tensione, attesa: per lui erano segnali leggibili, ciascuno con una propria impronta chimica.
«Paura», mormorò.
«Non sono un campione da analizzare!»
«No», disse Elian, inclinando appena il capo. «È molto più complessa.»
Alle sue spalle, le altre figure si avvicinarono. Le loro lingue avevano forme leggermente diverse, ma tutte condividevano quella struttura biforcuta e mobile. Sandra le osservò, affascinata suo malgrado, mentre le estremità si assottigliavano in filamenti flessibili per poi allargarsi di nuovo, adattandosi a ciò che dovevano cogliere.
Poi cominciò la verifica collettiva. Le figure si avvicendarono, confrontando le proprie percezioni con quelle di Elian, soffermandosi sulle variazioni della pelle, della temperatura, dell’umidità. Sandra si ritraeva quando poteva, tirava le catene, chiedeva loro di fermarsi.
A un tratto una delle lingue mutò forma sotto i suoi occhi. Quel cambiamento improvviso, insieme alla sensazione estranea del contatto, le provocò un brivido violento.
«Che cosa sono?» gridò. «Che cosa avete in bocca?»
Elian alzò una mano. Le altre figure si arrestarono.
«Organi sensoriali altamente specializzati. La loro struttura si modifica per raccogliere segnali diversi con maggiore precisione. Per questo, in noi, la loro stimolazione può produrre un piacere molto intenso, in parte simile a quello sessuale. Ma non sono organi genitali. La funzione è diversa.»
Sandra lo fissò. La distinzione non rendeva meno inquietante ciò che stava accadendo. Le faceva solo intuire quanto poco conoscesse quegli esseri e quanto diverse potessero essere le loro esperienze.
Le figure ripresero, con maggiore lentezza. Sandra continuava ad avere paura e a desiderare di liberarsi. Eppure, sotto la repulsione e la rabbia, cresceva il bisogno di capire. Non voleva essere trattata come una cosa, né accettava il ricatto che l’aveva condotta lì. Ma l’ignoto esercitava su di lei un richiamo autentico, e questo la spaventava più delle catene.
Quando una delle figure si avvicinò di nuovo, ebbe un moto istintivo di ritrazione. Poi rimase immobile un istante, combattuta fra il desiderio di sottrarsi e quello di sapere.
Elian se ne accorse.
«Le risposte sono più articolate di quanto prevedessimo», disse agli altri. Dopo un’ultima verifica si ritrasse, con gli occhi ambrati spalancati.
Il capo si voltò verso di lui.
«In che senso?»
«Avevamo considerato separatamente le risposte sensoriali, fisiologiche ed emotive. Ma in lei si modificano a vicenda. La paura non annulla la curiosità, l’attesa cambia la percezione, la resistenza non spiega tutto ciò che osserviamo. Il fenomeno è integrato.»
Il capo guardò Sandra con un’intensità nuova. Per anni la sua specie aveva cercato di comprendere il piacere umano attraverso osservazioni e misurazioni. Ma conoscere le reazioni di un altro essere non equivaleva a viverne l’esperienza.
La misura non bastava più.
L’uomo dai capelli argentati avrebbe voluto sperimentare ciò che aveva cercato di comprendere per anni.
7. Il rito
Quando le altre figure si ritirarono, il capo si avvicinò alla tavola.
Sandra lo guardò mentre si spogliava. Sotto gli abiti impeccabili, il suo corpo rivelava proporzioni insolite: muscolatura asciutta, bacino e cosce conformati secondo una logica diversa, pelle pallida e levigata. Era quasi umano, ma soltanto a prima vista.
Poi il suo sguardo scese e si arrestò. La sua anatomia era enormemente sviluppata rispetto a qualsiasi misura umana. Non c’era nulla di ostentato nel modo in cui la portava, e proprio quella naturalezza rendeva la visione più sconvolgente: non una deformità, ma la caratteristica di una biologia evolutasi secondo regole diverse. Una parte di lei avrebbe voluto distogliere subito gli occhi; un’altra, segretamente intrigata, continuava a guardare.
«Dio mio… Che cosa sei?»
Lui non rispose.
«No, aspetta. Aspetta! Non avvicinarti!» Tirò le catene, cercando invano di arretrare. «Non so che cosa crediate di trovare in me. Non sono una cavia! Voglio andare a casa!»
«Nemmeno io so che cosa troverò», disse lui.
Quella risposta la disorientò più di una minaccia. Per la prima volta il capo sembrava ammettere di non avere il controllo assoluto della situazione.
Si chinò su di lei.
«No! Ti prego, fermati!»
La voce di Sandra si spezzò. La paura era autentica. Lo insultò, chiamò aiuto, tornò a supplicarlo. Le frasi uscivano disordinate, senza che riuscisse a governarle.
Lui non si arrestò. Ma si muoveva senza fretta, come se ogni gesto fosse una domanda. Quando lei si irrigidiva, rallentava. Quando lei gridava, restava a osservarla, con quella stessa attenzione fissa del laboratorio, ora attraversata da qualcos’altro.
Sandra respirava a fatica, il viso rigato di lacrime. Il corpo cominciò a rispondere prima della mente, in un modo che lei non aveva scelto e non riconosceva. Il terrore era ancora lì, intero. Ma qualcosa gli si era sovrapposto: un calore che saliva dove non avrebbe dovuto, e un odio improvviso, quasi più per quel calore che per lui.
Non è mio, pensò. Non l’ho voluto io.
«Io non capisco…» balbettò.
Lui attese, senza muoversi.
Sandra serrò gli occhi. Quando li riaprì, era arrabbiata con se stessa.
«Ti prego…» Esitò, sconvolta dalle proprie parole. «Non fermarti.»
La frase si dissolse in un singhiozzo. Subito dopo scosse la testa, come per ritrattarla.
«È… non so come dirtelo. Non ho mai provato niente del genere.» Si mise a piangere più forte. «Che cosa mi sta succedendo?»
L’uomo non seppe risponderle. Aveva cercato un’esperienza, forse una conferma delle proprie teorie. Aveva davanti una creatura le cui reazioni non riusciva a decifrare, e scopriva di non essere preparato a ciò che sentiva lui stesso.
L’incontro proseguì, travolgendo Sandra con sensazioni e pensieri contraddittori. A tratti gridava, a tratti implorava che finisse; in altri momenti, sorpresa da se stessa, gli chiedeva di continuare. Non riusciva a ricondurre ciò che accadeva a nessuna delle categorie con cui aveva sempre interpretato il proprio corpo. E in mezzo a tutto, ostinata, una sola certezza: che il corpo risponda non vuol dire che io abbia detto sì.
Quando tutto terminò, rimase immobile, esausta e confusa. I capelli le si erano incollati alle tempie, la tunica era ridotta a brandelli e le lacrime non smettevano di scenderle sul viso.
Sandra avvertì una sensazione di pesantezza e un calore insolito al ventre. La quantità di fluido che la creatura aveva riversato nel suo corpo era stata sproporzionata rispetto a qualsiasi esperienza umana, un ulteriore segno di quanto la sua fisiologia fosse diversa. Quella constatazione la lasciò sgomenta, riportandola bruscamente alla realtà dopo l’intensità di ciò che era appena accaduto.
Il capo aveva perso la sua consueta compostezza: anche per lui era stata una scoperta, ma non sapeva ancora distinguere ciò che aveva provato da ciò che aveva sperato di trovare.
Sandra, invece, doveva fare i conti con una contraddizione più dolorosa: le sensazioni inattese non cancellavano il ricatto, le catene, la paura né il fatto che non avesse potuto scegliere di essere lì.
Quando lui la liberò, lei si raccolse addosso ciò che restava della tunica.
«È finita», disse il capo.
Sandra lo fissò a lungo.
«Per te, forse.»
Lui abbassò lo sguardo.
«Le fotografie e tutti i documenti relativi a Sheila saranno distrutti. Non la cercheremo per costringerla a tornare.»
Sandra non rispose. Aveva bisogno di andarsene, di respirare, di ritrovare un mondo nel quale le parole avessero ancora un significato semplice.
Quello che era accaduto avrebbe continuato a interrogarla. Ma non quella notte.
8. Il ritorno
La berlina scura riportò Sandra a casa all’alba. Mario guidava e non parlò durante il viaggio.
Suo marito l’aspettava nell’ingresso.
«Sandra…»
Lei gli passò accanto e si chiuse in bagno. Rimase a lungo sotto la doccia, poi si sedette sul bordo del letto, gli occhi gonfi e lo sguardo smarrito.
«È finita?» chiese lui.
«Dicono di sì.»
Quando tentò di abbracciarla, Sandra si sottrasse.
«Non toccarmi. Ho bisogno di stare sola.»
La casa era identica a quella che aveva lasciato, eppure le sembrava estranea. Il ricatto era finito, le fotografie non sarebbero state divulgate, nessuno avrebbe potuto costringerla a tornare alla villa. Era libera, almeno in apparenza.
Nei giorni successivi cercò di archiviare tutto come un’esperienza traumatica. Ma bastava un odore insolito perché le tornassero alla mente la cripta, le candele, gli occhi d’ambra di Elian e il volto del capo.
Non voleva confondere il piacere con il consenso, né dimenticare la paura e la costrizione. Eppure non riusciva a cancellare una domanda che la turbava più di tutte: come sarebbe stato rivivere quell’esperienza, questa volta potendo scegliere?
Tre giorni dopo, in ascensore, un odore appena percettibile le attraversò i sensi. La cripta le tornò addosso in un lampo. Sandra chiuse gli occhi, scossa da un brivido.
Quando le porte si aprirono, era ancora immobile.
Il ricatto era finito. La villa era lontana.
La malia, invece, era rimasta con lei.
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