La parte che desideravo
scritto il 2026-10-05 tempo di lettura 10 min
di
carnal & lurid
genere
saffico
cura
A
Roberto era stato uno dei miei studenti. Aveva appena concluso il suo percorso nella nostra sede e, proprio in quei giorni, aveva ricevuto la notizia che aspettava da tempo: una borsa di lavoro che gli avrebbe permesso di iniziare una nuova esperienza professionale.
Avrei dovuto essere soltanto orgogliosa di lui. E lo ero.
In quei giorni, però, era successo anche qualcos'altro.
Qualche tempo prima mi ero trattenuta nello studio con Vincenzo, un altro adulto con cui avevo oltrepassato, per una volta, il confine della correttezza che avevo sempre cercato di mantenere. Eravamo entrambi consenzienti. Non c'era stato alcun ricatto, nessuna pressione, nessuna posizione di potere da sfruttare. Era stato semplicemente un episodio privato, qualcosa che pensavo sarebbe rimasto fuori dalla vita professionale.
Con Roberto, invece, la situazione era diversa.
Quel pomeriggio avrebbe dovuto essere in servizio. Invece era rimasto con me nello studio per un'ora. All'inizio non avevo dato alla cosa il peso che avrebbe meritato. Forse proprio perché tra noi c'erano confidenza, entusiasmo per la sua nuova opportunità e quella complicità che si era creata negli ultimi giorni, avevo smesso di vedere con chiarezza dove finisse il rapporto professionale e dove cominciasse qualcosa di molto più rischioso.
Fu Carla a farmelo capire.
Qualche settimana dopo entrò nel mio studio e chiuse la porta alle sue spalle.
«Sandra, posso farti una domanda?»
«Certo.»
«Quel pomeriggio con Roberto… devo proprio credere alla versione che mi raccontasti?»
Sentii lo stomaco stringersi.
«Non so di cosa parli.»
Carla sorrise.
«Sì che lo sai.»
Fece una pausa.
«Roberto era in borsa di studio, quindi dipendente da te. Quel giorno era in servizio dalle tredici alle venti.»
Mi guardò negli occhi.
«E invece alle quattro era qui. Nel tuo studio.»
Quella era la differenza.
Non era più soltanto una storia privata. C'era un ragazzo che avrebbe dovuto essere al lavoro, una responsabile che aveva consentito che non lo fosse e, soprattutto, una cosa che non avrebbe dovuto accadere all'interno di quella sede.
Carla lo aveva capito.
E aveva capito anche che io lo sapevo.
«In ogni caso,» disse con calma, «sarebbe corretto riferire tutto alla direzione. Stasera stessa.»
Fu allora che compresi di essere in trappola.
Sentii il sangue gelarsi.
«Vuoi che prosegua?»
Non risposi.
Ero in trappola.
Carla tornò seria.
«In ogni caso, sarebbe corretto riferire tutto alla direzione. Stasera stessa.»
«No. Per favore. Parliamone.»
«Potrei non fare nulla.»
Tirai un respiro.
«Ma non sarebbe etico.»
Capì allora che stava giocando con me. Crudelmente. Aveva tutto il potere e lo sapeva.
«Mi stai chiedendo qualcosa? Vuoi che rinunci al mio ruolo? Soldi?»
Carla scosse lentamente la testa.
«No. Voglio te.»
Rimasi immobile.
«Alla fine del lavoro verrai da me.»
Quella frase mi fece più paura della minaccia stessa.
Carla mi guardò ancora per qualche secondo.
«Sai perché ti ho voluta, Sandra?»
Non risposi.
«Ti guardo da anni. Mi attirano le tue forme, soprattutto quelle che cerchi di nascondere. Ma non è soltanto questo.»
Il suo sguardo scese sulle mie sneakers.
«Ho sempre avuto una fissazione per i tuoi piedi. Quelle scarpe calzate senza calzini mi facevano pensare a te più di quanto avrei dovuto. Alla fine di una giornata, dopo ore lì dentro… persino al loro odore.»
Sentii il viso scaldarsi.
«Lo so che può sembrarti strano. Ma sono proprio questi dettagli ad aver alimentato la mia curiosità. Ti ho osservata per molto tempo, senza che tu te ne accorgessi.»
Fece una pausa.
«Stasera stessa ti voglio. Il ricatto è stato soltanto il mezzo. Il desiderio c'era già.»
Quella parola mi rimase addosso.
Desiderio.
Avrei voluto sentirla soltanto come una minaccia. Invece qualcosa dentro di me reagì in modo diverso, e questo mi fece ancora più paura.
Quando Carla uscì, rimasi sola.
Presi il cellulare.
Mi comparvero alcune immagini di donne adulte insieme, in atteggiamenti intimi. Alcune erano in due, altre in tre.
Le guardai con una sensazione confusa.
Una parte di me avrebbe voluto chiudere immediatamente.
Un'altra rimase.
Pensai a Carla e sentii di nuovo quella stretta allo stomaco. Non capivo se fosse paura o qualcosa che le somigliava soltanto.
Scorsi oltre.
Poi tornai indietro.
Quella volta non fu un gesto distratto.
Mi fermai.
Mi accorsi che stavo osservando quelle immagini cercando, forse, una risposta che non avevo il coraggio di formulare.
Spensi il telefono.
Lo tenni in mano per qualche secondo.
Poi lo riaccesi.
E mentre lo schermo tornava a illuminarsi, capii che la cosa che più mi inquietava non era sapere che Carla mi desiderava.
Era scoprire che una parte di me voleva sapere quanto mi avrebbe turbata lasciarla avvicinare.
La giornata era finita da ore. La sede formativa era immersa nel silenzio e soltanto una luce rimaneva accesa nel mio studio.
Carla era tornata a cercarmi. Non aveva più bisogno di inventare pretesti.
Mi guardò a lungo, ancora in camice, con addosso tutta la stanchezza della giornata. Era proprio quella Sandra che desiderava: non quella impeccabile che tutti conoscevano, ma quella più vera, accaldata, affaticata, con i segni della giornata ancora addosso.
Carla mi si avvicinò lentamente. Il suo desiderio aveva qualcosa di istintivo, quasi vorace. Le piacevano quelle piccole cose che mi rendevano diversa dall'immagine perfetta che mostravo agli altri: le scarpe portate per ore, il calore della pelle, gli odori del corpo alla fine di una giornata lunga. Erano proprio quei dettagli a esercitare su di lei un fascino particolare.
Io lo sapevo. E quella volta non cercai di nasconderlo.
Carla mi fu vicina, poi mi strinse a sé. Rimasi per qualche istante immobile, con il cuore che batteva forte. Avevo paura. Ma insieme alla paura sentivo qualcosa di molto diverso, una curiosità che ormai non riuscivo più a soffocare.
Mi lasciai andare.
Da quel momento tutto accadde rapidamente, quasi travolgendoci entrambe. La porta chiusa dello studio, i corridoi deserti, il silenzio della sede rendevano ogni gesto più intenso. Ogni rumore sembrava enorme: un passo lontano, l'ascensore che si fermava a un piano, persino il lieve scricchiolio della porta.
Per qualche momento ebbi la sensazione che qualcuno potesse comparire da un momento all'altro. Ed era proprio quella possibilità a farmi battere ancora più forte il cuore.
Carla se ne accorse e sorrise.
— Hai paura?
La guardai.
— Un po'.
— E ti piace.
Non risposi. Ma il mio sorriso fu sufficiente.
Quella sera non andammo a casa sua. Non ce ne fu bisogno. La sede vuota era diventata il nostro luogo segreto, e proprio il rischio di essere scoperte rendeva tutto più difficile da dimenticare.
Quando infine rimanemmo sole nel silenzio dello studio, capii che la paura che avevo provato all'inizio non era stata soltanto paura.
E soprattutto capii che non avrei voluto cancellare quella sera.
Eravamo ormai nude, senza più il camice, senza più quella distanza professionale che avevamo conservato per anni.
Carla mi si avvicinò e mi annusò lentamente, quasi volesse riconoscermi attraverso gli odori del mio corpo. Per un istante mi sembrò che fossimo davvero diventate due bestie, guidate soltanto dall'istinto.
E la cosa che più mi sconvolgeva era che non provavo vergogna. Mi stavo lasciando andare.
Le piacevano proprio quelle parti di me che avevo sempre considerato troppo intime, troppo personali, persino un po' imbarazzanti: anche gli odori che un tempo avrei cercato di nascondere, quello acre dei piedi, l'afrore caldo delle ascelle e il profumo più intimo del corpo, mi sembravano improvvisamente inebrianti. Carla li accoglieva senza esitazione e io, lasciandomi andare, cominciavo a scoprirli anch'io in modo diverso. Mi piaceva che le piacessi proprio così.
Ero eccitata nel sentirmi osservata, annusata, scoperta. E mentre fuori la sede rimaneva immersa nel silenzio, dentro quello studio sentivo cadere, una dopo l'altra, tutte le difese che avevo costruito.
Carla mi abbracciò da dietro, decisa. Era asciutta e atletica, con i capelli corti e ricci, i tatuaggi visibili e un'espressione sicura, concentrata ad affondare compiaciuta le dita nelle mie mammelle. Io ero più morbida e formosa, con i capelli scuri e ricci e un'espressione più vulnerabile, ma non più realmente ritrosa.
Il bacio che seguì nacque quando mi voltai. I nostri volti si avvicinarono e le labbra si incontrarono in un bacio lento, inizialmente esitante, poi più sicuro.
Carla si inginocchiò davanti a me e mi prese delicatamente un piede fra le mani. Lo sollevò con una cura quasi devota e gli posò un bacio lento sulle dita. Mi baciò ancora il piede, lo prese tutto in bocca e lo succhiò senza fretta, mentre io lasciavo finalmente cadere ogni residua esitazione.
Guardai sorpresa, poi sorrisi. Quel gesto, così inatteso e intimo, mi fece capire quanto profondamente Carla fosse attratta da ogni parte di me.
— Sandra, ti ho assaggiato. Ora ti mangio.
— Fallo!
Le sue carezze divennero sempre più intense. Sentii il piacere crescere rapidamente, fino a travolgermi. Carla sembrava volerlo prolungare, trattenendomi sul limite prima di lasciarmi finalmente andare. La sua lingua, la sua bocca, le sue dita cercavano insieme un piacere complesso e completo.
Quando arrivò l'orgasmo, fu un fiotto così intenso da sorprendermi. Mi abbandonai completamente, lasciando che il mio corpo reagisse senza più controllo. Anche dopo, rimasi per qualche istante immobile, incredula davanti a quello che era appena successo.
Poi fu il mio turno. Ero ancora esitante, ma Carla mi guidò verso di sé. La osservai con curiosità, scoprendo il suo corpo da una prospettiva completamente nuova. Mi colpì soprattutto la particolare prominenza del suo clitoride, che fino a quel momento non avevo mai visto così da vicino. Assaggiai sapori nuovi, selvatici ed eccitanti.
La mia curiosità vinse ogni esitazione. Carla chiuse gli occhi.
— Sei bravissima… dai, fammi godere.
Poi ci ritrovammo a sistemare lo studio, asciugando con cura, raccogliendo i vestiti e rimettendo tutto in ordine.
— Ti è piaciuto?
— Sì — risposi, piuttosto frastornata.
Carla era visibilmente soddisfatta. Rimase per qualche istante a guardarmi con quell'aria smaliziata, sicura di chi sapeva bene cosa stava facendo. Poi si lasciò sfuggire una risata.
— Adesso capisci perché gli uomini amano tanto leccare la figa?
La guardai sorpresa e mi scappò una risata.
— E tu?
Carla mi rivolse uno sguardo divertito, quasi di sfida.
— Io lo so già. È da parecchio che pratico questo gioco.
Fece una breve pausa, poi aggiunse:
— E posso dirti una cosa? Noi donne siamo decisamente più brave.
Questa volta ridemmo entrambe. Eravamo complici, ormai. E quella complicità, più ancora di tutto il resto, mi fece capire che tra noi era cambiato qualcosa.
Eppure, mentre rimettevo in ordine la scrivania, pensai anche a Roberto. Al segreto che Carla continuava a custodire. Al fatto che, volendo, avrebbe sempre potuto ricordarmi quanto fosse nelle sue mani.
La cosa strana era che quella consapevolezza non mi spaventava più come prima.
Anzi, c'era qualcosa di perversamente rassicurante nel sapere che Carla aveva ancora quella presa su di me. Forse mi piaceva persino sentirmi, almeno un poco, nelle sue mani. Non completamente libera, non completamente padrona di me stessa.
Quasi una piccola schiava consenziente di quel nostro gioco.
E fu allora che capii che il vero potere di Carla non era più soltanto nel ricatto. Era nel fatto che, ormai, ero io a desiderare di lasciargliene una parte.
Avrei dovuto essere soltanto orgogliosa di lui. E lo ero.
In quei giorni, però, era successo anche qualcos'altro.
Qualche tempo prima mi ero trattenuta nello studio con Vincenzo, un altro adulto con cui avevo oltrepassato, per una volta, il confine della correttezza che avevo sempre cercato di mantenere. Eravamo entrambi consenzienti. Non c'era stato alcun ricatto, nessuna pressione, nessuna posizione di potere da sfruttare. Era stato semplicemente un episodio privato, qualcosa che pensavo sarebbe rimasto fuori dalla vita professionale.
Con Roberto, invece, la situazione era diversa.
Quel pomeriggio avrebbe dovuto essere in servizio. Invece era rimasto con me nello studio per un'ora. All'inizio non avevo dato alla cosa il peso che avrebbe meritato. Forse proprio perché tra noi c'erano confidenza, entusiasmo per la sua nuova opportunità e quella complicità che si era creata negli ultimi giorni, avevo smesso di vedere con chiarezza dove finisse il rapporto professionale e dove cominciasse qualcosa di molto più rischioso.
Fu Carla a farmelo capire.
Qualche settimana dopo entrò nel mio studio e chiuse la porta alle sue spalle.
«Sandra, posso farti una domanda?»
«Certo.»
«Quel pomeriggio con Roberto… devo proprio credere alla versione che mi raccontasti?»
Sentii lo stomaco stringersi.
«Non so di cosa parli.»
Carla sorrise.
«Sì che lo sai.»
Fece una pausa.
«Roberto era in borsa di studio, quindi dipendente da te. Quel giorno era in servizio dalle tredici alle venti.»
Mi guardò negli occhi.
«E invece alle quattro era qui. Nel tuo studio.»
Quella era la differenza.
Non era più soltanto una storia privata. C'era un ragazzo che avrebbe dovuto essere al lavoro, una responsabile che aveva consentito che non lo fosse e, soprattutto, una cosa che non avrebbe dovuto accadere all'interno di quella sede.
Carla lo aveva capito.
E aveva capito anche che io lo sapevo.
«In ogni caso,» disse con calma, «sarebbe corretto riferire tutto alla direzione. Stasera stessa.»
Fu allora che compresi di essere in trappola.
Sentii il sangue gelarsi.
«Vuoi che prosegua?»
Non risposi.
Ero in trappola.
Carla tornò seria.
«In ogni caso, sarebbe corretto riferire tutto alla direzione. Stasera stessa.»
«No. Per favore. Parliamone.»
«Potrei non fare nulla.»
Tirai un respiro.
«Ma non sarebbe etico.»
Capì allora che stava giocando con me. Crudelmente. Aveva tutto il potere e lo sapeva.
«Mi stai chiedendo qualcosa? Vuoi che rinunci al mio ruolo? Soldi?»
Carla scosse lentamente la testa.
«No. Voglio te.»
Rimasi immobile.
«Alla fine del lavoro verrai da me.»
Quella frase mi fece più paura della minaccia stessa.
Carla mi guardò ancora per qualche secondo.
«Sai perché ti ho voluta, Sandra?»
Non risposi.
«Ti guardo da anni. Mi attirano le tue forme, soprattutto quelle che cerchi di nascondere. Ma non è soltanto questo.»
Il suo sguardo scese sulle mie sneakers.
«Ho sempre avuto una fissazione per i tuoi piedi. Quelle scarpe calzate senza calzini mi facevano pensare a te più di quanto avrei dovuto. Alla fine di una giornata, dopo ore lì dentro… persino al loro odore.»
Sentii il viso scaldarsi.
«Lo so che può sembrarti strano. Ma sono proprio questi dettagli ad aver alimentato la mia curiosità. Ti ho osservata per molto tempo, senza che tu te ne accorgessi.»
Fece una pausa.
«Stasera stessa ti voglio. Il ricatto è stato soltanto il mezzo. Il desiderio c'era già.»
Quella parola mi rimase addosso.
Desiderio.
Avrei voluto sentirla soltanto come una minaccia. Invece qualcosa dentro di me reagì in modo diverso, e questo mi fece ancora più paura.
Quando Carla uscì, rimasi sola.
Presi il cellulare.
Mi comparvero alcune immagini di donne adulte insieme, in atteggiamenti intimi. Alcune erano in due, altre in tre.
Le guardai con una sensazione confusa.
Una parte di me avrebbe voluto chiudere immediatamente.
Un'altra rimase.
Pensai a Carla e sentii di nuovo quella stretta allo stomaco. Non capivo se fosse paura o qualcosa che le somigliava soltanto.
Scorsi oltre.
Poi tornai indietro.
Quella volta non fu un gesto distratto.
Mi fermai.
Mi accorsi che stavo osservando quelle immagini cercando, forse, una risposta che non avevo il coraggio di formulare.
Spensi il telefono.
Lo tenni in mano per qualche secondo.
Poi lo riaccesi.
E mentre lo schermo tornava a illuminarsi, capii che la cosa che più mi inquietava non era sapere che Carla mi desiderava.
Era scoprire che una parte di me voleva sapere quanto mi avrebbe turbata lasciarla avvicinare.
La giornata era finita da ore. La sede formativa era immersa nel silenzio e soltanto una luce rimaneva accesa nel mio studio.
Carla era tornata a cercarmi. Non aveva più bisogno di inventare pretesti.
Mi guardò a lungo, ancora in camice, con addosso tutta la stanchezza della giornata. Era proprio quella Sandra che desiderava: non quella impeccabile che tutti conoscevano, ma quella più vera, accaldata, affaticata, con i segni della giornata ancora addosso.
Carla mi si avvicinò lentamente. Il suo desiderio aveva qualcosa di istintivo, quasi vorace. Le piacevano quelle piccole cose che mi rendevano diversa dall'immagine perfetta che mostravo agli altri: le scarpe portate per ore, il calore della pelle, gli odori del corpo alla fine di una giornata lunga. Erano proprio quei dettagli a esercitare su di lei un fascino particolare.
Io lo sapevo. E quella volta non cercai di nasconderlo.
Carla mi fu vicina, poi mi strinse a sé. Rimasi per qualche istante immobile, con il cuore che batteva forte. Avevo paura. Ma insieme alla paura sentivo qualcosa di molto diverso, una curiosità che ormai non riuscivo più a soffocare.
Mi lasciai andare.
Da quel momento tutto accadde rapidamente, quasi travolgendoci entrambe. La porta chiusa dello studio, i corridoi deserti, il silenzio della sede rendevano ogni gesto più intenso. Ogni rumore sembrava enorme: un passo lontano, l'ascensore che si fermava a un piano, persino il lieve scricchiolio della porta.
Per qualche momento ebbi la sensazione che qualcuno potesse comparire da un momento all'altro. Ed era proprio quella possibilità a farmi battere ancora più forte il cuore.
Carla se ne accorse e sorrise.
— Hai paura?
La guardai.
— Un po'.
— E ti piace.
Non risposi. Ma il mio sorriso fu sufficiente.
Quella sera non andammo a casa sua. Non ce ne fu bisogno. La sede vuota era diventata il nostro luogo segreto, e proprio il rischio di essere scoperte rendeva tutto più difficile da dimenticare.
Quando infine rimanemmo sole nel silenzio dello studio, capii che la paura che avevo provato all'inizio non era stata soltanto paura.
E soprattutto capii che non avrei voluto cancellare quella sera.
Eravamo ormai nude, senza più il camice, senza più quella distanza professionale che avevamo conservato per anni.
Carla mi si avvicinò e mi annusò lentamente, quasi volesse riconoscermi attraverso gli odori del mio corpo. Per un istante mi sembrò che fossimo davvero diventate due bestie, guidate soltanto dall'istinto.
E la cosa che più mi sconvolgeva era che non provavo vergogna. Mi stavo lasciando andare.
Le piacevano proprio quelle parti di me che avevo sempre considerato troppo intime, troppo personali, persino un po' imbarazzanti: anche gli odori che un tempo avrei cercato di nascondere, quello acre dei piedi, l'afrore caldo delle ascelle e il profumo più intimo del corpo, mi sembravano improvvisamente inebrianti. Carla li accoglieva senza esitazione e io, lasciandomi andare, cominciavo a scoprirli anch'io in modo diverso. Mi piaceva che le piacessi proprio così.
Ero eccitata nel sentirmi osservata, annusata, scoperta. E mentre fuori la sede rimaneva immersa nel silenzio, dentro quello studio sentivo cadere, una dopo l'altra, tutte le difese che avevo costruito.
Carla mi abbracciò da dietro, decisa. Era asciutta e atletica, con i capelli corti e ricci, i tatuaggi visibili e un'espressione sicura, concentrata ad affondare compiaciuta le dita nelle mie mammelle. Io ero più morbida e formosa, con i capelli scuri e ricci e un'espressione più vulnerabile, ma non più realmente ritrosa.
Il bacio che seguì nacque quando mi voltai. I nostri volti si avvicinarono e le labbra si incontrarono in un bacio lento, inizialmente esitante, poi più sicuro.
Carla si inginocchiò davanti a me e mi prese delicatamente un piede fra le mani. Lo sollevò con una cura quasi devota e gli posò un bacio lento sulle dita. Mi baciò ancora il piede, lo prese tutto in bocca e lo succhiò senza fretta, mentre io lasciavo finalmente cadere ogni residua esitazione.
Guardai sorpresa, poi sorrisi. Quel gesto, così inatteso e intimo, mi fece capire quanto profondamente Carla fosse attratta da ogni parte di me.
— Sandra, ti ho assaggiato. Ora ti mangio.
— Fallo!
Le sue carezze divennero sempre più intense. Sentii il piacere crescere rapidamente, fino a travolgermi. Carla sembrava volerlo prolungare, trattenendomi sul limite prima di lasciarmi finalmente andare. La sua lingua, la sua bocca, le sue dita cercavano insieme un piacere complesso e completo.
Quando arrivò l'orgasmo, fu un fiotto così intenso da sorprendermi. Mi abbandonai completamente, lasciando che il mio corpo reagisse senza più controllo. Anche dopo, rimasi per qualche istante immobile, incredula davanti a quello che era appena successo.
Poi fu il mio turno. Ero ancora esitante, ma Carla mi guidò verso di sé. La osservai con curiosità, scoprendo il suo corpo da una prospettiva completamente nuova. Mi colpì soprattutto la particolare prominenza del suo clitoride, che fino a quel momento non avevo mai visto così da vicino. Assaggiai sapori nuovi, selvatici ed eccitanti.
La mia curiosità vinse ogni esitazione. Carla chiuse gli occhi.
— Sei bravissima… dai, fammi godere.
Poi ci ritrovammo a sistemare lo studio, asciugando con cura, raccogliendo i vestiti e rimettendo tutto in ordine.
— Ti è piaciuto?
— Sì — risposi, piuttosto frastornata.
Carla era visibilmente soddisfatta. Rimase per qualche istante a guardarmi con quell'aria smaliziata, sicura di chi sapeva bene cosa stava facendo. Poi si lasciò sfuggire una risata.
— Adesso capisci perché gli uomini amano tanto leccare la figa?
La guardai sorpresa e mi scappò una risata.
— E tu?
Carla mi rivolse uno sguardo divertito, quasi di sfida.
— Io lo so già. È da parecchio che pratico questo gioco.
Fece una breve pausa, poi aggiunse:
— E posso dirti una cosa? Noi donne siamo decisamente più brave.
Questa volta ridemmo entrambe. Eravamo complici, ormai. E quella complicità, più ancora di tutto il resto, mi fece capire che tra noi era cambiato qualcosa.
Eppure, mentre rimettevo in ordine la scrivania, pensai anche a Roberto. Al segreto che Carla continuava a custodire. Al fatto che, volendo, avrebbe sempre potuto ricordarmi quanto fosse nelle sue mani.
La cosa strana era che quella consapevolezza non mi spaventava più come prima.
Anzi, c'era qualcosa di perversamente rassicurante nel sapere che Carla aveva ancora quella presa su di me. Forse mi piaceva persino sentirmi, almeno un poco, nelle sue mani. Non completamente libera, non completamente padrona di me stessa.
Quasi una piccola schiava consenziente di quel nostro gioco.
E fu allora che capii che il vero potere di Carla non era più soltanto nel ricatto. Era nel fatto che, ormai, ero io a desiderare di lasciargliene una parte.
77
visite
visite
2
voti
voti
valutazione
4
4
il tuo voto
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Pomeriggio da troia
Commenti dei lettori al racconto erotico