La delegata senza mutande
scritto il 2026-10-11 tempo di lettura 8 min
di
samas2
genere
etero
cura
A
— Allora, com’è andato il convegno?
—Bene. Molto bene.
— Ecco. Sentiamo.
Come sai ero il delegato di Taranto. Ho quarant’anni, e abbastanza esperienza di congressi da sapere che le cose più interessanti succedono dopo le sessioni.
Avevo sempre avuto una debolezza per le donne del Nord. Non saprei dire esattamente perché. Forse per il modo più asciutto di parlare, per quella cadenza che alle mie orecchie suonava esotica, o forse semplicemente perché, quando una donna mi incuriosiva, finivo per attribuire alla sua voce qualità erotiche che probabilmente non aveva.
Claudia l’avevo notata già durante la prima sessione.
Era una delle delegate al congresso. Poco più di cinquant’anni, portati con una sicurezza che ne faceva sparire parecchi. Capelli castani, corti e mossi, occhiali dalla montatura scura, mani curate, qualche anello. Aveva un modo rilassato di stare seduta, quasi indifferente agli sguardi. Non cercava attenzione. La attirava.
Quando la sentii parlare, non ricordo nemmeno più cosa stesse dicendo. Ricordo invece la voce. Quella cadenza romagnola appena percettibile, impossibile da definire con precisione, che alle mie orecchie aveva qualcosa di eccitante.
Mi sorpresi ad ascoltarla con più attenzione di quanto meritasse l’argomento.
Mi attraversò un pensiero tutt’altro che casto. Avrei voluto baciarla quella bocca, sentire la sua lingua contro la mia. E, subito dopo, mi passò per la testa un’immagine ancora più audace: quella bocca che, invece di fermarsi alle mie labbra, scendesse molto più in basso.
Mi bastò quel pensiero per capire che la faccenda stava prendendo una piega decisamente poco congressuale.
Portava una camicetta a righe azzurre, le maniche arrotolate e il colletto aperto. Due bottoni lasciavano intravedere il décolleté. Quando si chinava sui fogli, il tessuto si tendeva appena e io mi accorgevo di seguirne il movimento.
Poi notai il piede.
Una gamba accavallata, una sneaker leggermente sfilata, il piede che cercava refrigerio fuori dalla scarpa. Un movimento minimo, quasi distratto. Mi venne l’impulso assurdo di prenderlo, tenerlo tra le mani, accarezzarlo.
Mi trattenni a fatica.
Ma lo guardai più del necessario.
Claudia se ne accorse.
Alzò gli occhi e mi trovò già lì.
Non abbassò subito lo sguardo. Rimase qualche secondo a fissarmi, poi tornò ai suoi fogli e sistemò lentamente il badge.
Non capii se fosse pudore, divertimento o consapevolezza. La cosa mi intrigò non poco.
Alla cena a buffet decisi di avvicinarmi. Claudia era in tubino nero. I capelli leggermente spettinati, gli occhiali ancora sul viso, una borsa sulla spalla. La stessa donna della mattina e, allo stesso tempo, un’altra. Il vestito seguiva la sua figura senza bisogno di esibirla. Lei sembrava perfettamente consapevole di questo.
— Posso chiederle una cosa?
Mi guardò.
— Dipende.
— Qual è il vino migliore?
Un sorriso.
— E lei pensa che io lo sappia?
— Penso che sappia scegliere meglio di me.
— Una tecnica di approccio molto raffinata.
— Ha funzionato?
— Non ho ancora deciso.
Era prudente, ma non si allontanava.
Cominciammo a parlare. Del convegno, di Roma, dei viaggi, del lavoro. Io creavo occasioni, lei le raccoglieva e le trasformava. Ogni tanto mi sosteneva lo sguardo un istante più del necessario.
A un certo punto non capii più chi stesse corteggiando chi.
Quando la terrazza cominciò a svuotarsi, le dissi:
— Mi piacerebbe continuare questa serata.
Claudia mi guardò.
— Domani il convegno finisce.
— Lo so.
— E dopo?
— Dopo non so.
Prese la borsa e fece qualche passo.
Poi si voltò.
— Sono alla camera 259.
Aspettai qualche minuto per non dare nell’occhio. Poi presi l’ascensore, convinto di aver finalmente conquistato la donna che avevo studiato per tutto il giorno.
Entrai nella 259 e rimasi fermo sulla soglia.
La prima cosa che vidi fu Claudia seduta sul bordo del letto, immersa nella luce calda della stanza. Indossava una vestaglia bianca di seta, aperta sul davanti e bordata di pizzo, mentre con entrambe le mani stava togliendosi gli occhiali, il capo leggermente chino.
Aveva le gambe accavallate e i piedi nudi; sul tappeto erano abbandonate un paio di décolleté nere, come se fossero state sfilate poco prima.
— Per tutto il giorno mi hai guardata.
Aveva ragione.
Per tutta la giornata avevo studiato quella donna: la camicetta, il décolleté intravisto quando si piegava sui fogli. Quel piede che cercava aria fuori dalla scarpa. Gli sguardi. Il sorriso. La voce.
Si tolse gli occhiali e li appoggiò sul comodino. Spostò la borsa sulla poltrona e cominciò a spogliarsi con calma, provocante e sicura, perfettamente consapevole del proprio fascino.
Quando mi venne incontro nuda, senza esitazioni, capii che la vera sorpresa della serata non era stata conquistarla, ma scoprire quanto poco avessi capito di lei.
— Sei molto più silenzioso adesso.
La baciai, lei rispose appassionata.
Il mio cazzo era già pronto. La girai in modo che fosse a quattro zampe, con il culo sollevato proprio davanti alla mia faccia. Le baciai i glutei e la mia lingua, spingendosi nel solco divaricato, trovò la fessura già bagnata: ci si infilò dentro. Mordicchiai le sue piccole labbra sporgenti, tormentandole il clitoride con leccate e risucchi. Strillò, poi:
— Scopami o mi vuoi solo leccare?
Scivolai dentro la sua fica, perfettamente liscia e invitante: la aprii, spinsi e la martellai; lei gemeva e mi stimolava.
— Bravo, fammi tutto.
Tolsi l’uccello e lasciai spazio di nuovo alla lingua, che leccò e succhiò tutto ciò che poteva.
Claudia era eccitata, accaldata, i capelli ormai spettinati e la pelle lucida di sudore. Respirava più forte e ansimava, ma non mostrava alcuna intenzione di rallentare. Al contrario, sembrava che proprio l’eccitazione le avesse tolto ogni freno.
— Voglio godere di più, esplodere, venire, urlare. Desidero il tuo cazzo ed essere chiavata selvaggiamente, sentirmi riempita, percepire i tuoi spasmi, gustarmi lo sperma iniettato nelle mie viscere.
Mi guidò sopra di lei, come se volesse prendermi completamente, senza lasciare che il piacere si fermasse a una sola parte del suo corpo. Quando la penetrai di nuovo, le sfuggì un lungo, profondo sospiro. Sembrò quasi un respiro di liberazione.
Mi lasciai trascinare dal ritmo, mentre lei si agitava sotto di me, si inarcava e gemeva. Le diedi tutto quello che avevo, fino a sentirmi svuotato, orgoglioso e insieme esausto.
Lei, invece, mi guardò con uno sguardo famelico, come se fosse appena all’inizio.
Avevo creduto di essere entrato nella sua stanza.
In realtà ero entrato nella gabbia di una tigre.
Mi chiese di non fermarmi.
Sentivo il dovere di tenere alto il vessillo del mio onore, anche se ormai non sapevo più quanto avrebbe resistito il mio corpo.
Sembrava una bambina golosa e capricciosa che, dopo aver finito una enorme fetta di torta, ne reclamasse un’altra.
Volle che tornassi dentro di lei. Questa volta in altra modalità.
— Su, adesso ficcamelo su, nel culo.
La sollevai verso di me. Mi mossi con cautela, consapevole che quella volta il suo corpo avrebbe opposto una resistenza diversa. Le leccai l’ano, glielo insalivai. Lei impaziente:
— Cosa stai aspettando? Il permesso scritto, la liberatoria?
Quando finalmente riuscii a penetrarla, la sentii irrigidirsi per un istante, poi abbandonarsi nuovamente al piacere.
Disse che le girava la testa, che non riusciva quasi più a pensare, ma che era tutto meravigliosamente sporco.
Avvertii il suo orgasmo avvicinarsi. Il ritmo aumentò e la tensione divenne quasi insostenibile, fino a sciogliersi in un’unica, violenta ondata vischiosa di piacere.
Avevo dato di più di quello che avevo. Avevo arso tutta la mia legna e rimanevano le ceneri. Non riuscivo neppure a capire se avessi ancora la forza di alzarmi. Se mi avesse chiesto ancora qualcosa, temevo davvero che non sarei sopravvissuto.
Lei si voltò verso di me e sorrise. Non era solo il sorriso di una donna soddisfatta. Era quello sconcio di chi sapeva perfettamente cosa aveva fatto e del grande godimento ricavato.
In quel momento compresi definitivamente il senso di quella gabbia. La tigre mi aveva sbranato. Con calma, gusto e una certa ostentata soddisfazione e, a giudicare da quel sorriso, la cosa più divertente era stata proprio vedere quanto poco mi fosse rimasto da offrire.
Io ero uno straccio. Lei, invece, sembrava pronta a ricominciare. Per fortuna si fermò.
Mi svegliai distrutto nella mia stanza che avevo raggiunto non so come. Che notte e che razza di puttana!
Mi alzai a fatica, mi vestii e scesi a colazione.
Lei era già lì.
Fresca. Pettinata. Tranquilla.
Mi guardò e sorrise.
— Dormito bene?
— Come un sasso.
Aprii la borsa, frugai dentro e tirai fuori un paio di mutandine, gliele mostrai.
— Queste le tengo per ricordo. Spero che conservino a lungo il profumo della tua fica.
Per la prima volta quella mattina rimase senza parole.
Poi scoppiò a ridere.
— Sei proprio un bastardo.
Poi prese il caffè e ne bevve un sorso, lentamente.
—Bene. Molto bene.
— Ecco. Sentiamo.
Come sai ero il delegato di Taranto. Ho quarant’anni, e abbastanza esperienza di congressi da sapere che le cose più interessanti succedono dopo le sessioni.
Avevo sempre avuto una debolezza per le donne del Nord. Non saprei dire esattamente perché. Forse per il modo più asciutto di parlare, per quella cadenza che alle mie orecchie suonava esotica, o forse semplicemente perché, quando una donna mi incuriosiva, finivo per attribuire alla sua voce qualità erotiche che probabilmente non aveva.
Claudia l’avevo notata già durante la prima sessione.
Era una delle delegate al congresso. Poco più di cinquant’anni, portati con una sicurezza che ne faceva sparire parecchi. Capelli castani, corti e mossi, occhiali dalla montatura scura, mani curate, qualche anello. Aveva un modo rilassato di stare seduta, quasi indifferente agli sguardi. Non cercava attenzione. La attirava.
Quando la sentii parlare, non ricordo nemmeno più cosa stesse dicendo. Ricordo invece la voce. Quella cadenza romagnola appena percettibile, impossibile da definire con precisione, che alle mie orecchie aveva qualcosa di eccitante.
Mi sorpresi ad ascoltarla con più attenzione di quanto meritasse l’argomento.
Mi attraversò un pensiero tutt’altro che casto. Avrei voluto baciarla quella bocca, sentire la sua lingua contro la mia. E, subito dopo, mi passò per la testa un’immagine ancora più audace: quella bocca che, invece di fermarsi alle mie labbra, scendesse molto più in basso.
Mi bastò quel pensiero per capire che la faccenda stava prendendo una piega decisamente poco congressuale.
Portava una camicetta a righe azzurre, le maniche arrotolate e il colletto aperto. Due bottoni lasciavano intravedere il décolleté. Quando si chinava sui fogli, il tessuto si tendeva appena e io mi accorgevo di seguirne il movimento.
Poi notai il piede.
Una gamba accavallata, una sneaker leggermente sfilata, il piede che cercava refrigerio fuori dalla scarpa. Un movimento minimo, quasi distratto. Mi venne l’impulso assurdo di prenderlo, tenerlo tra le mani, accarezzarlo.
Mi trattenni a fatica.
Ma lo guardai più del necessario.
Claudia se ne accorse.
Alzò gli occhi e mi trovò già lì.
Non abbassò subito lo sguardo. Rimase qualche secondo a fissarmi, poi tornò ai suoi fogli e sistemò lentamente il badge.
Non capii se fosse pudore, divertimento o consapevolezza. La cosa mi intrigò non poco.
Alla cena a buffet decisi di avvicinarmi. Claudia era in tubino nero. I capelli leggermente spettinati, gli occhiali ancora sul viso, una borsa sulla spalla. La stessa donna della mattina e, allo stesso tempo, un’altra. Il vestito seguiva la sua figura senza bisogno di esibirla. Lei sembrava perfettamente consapevole di questo.
— Posso chiederle una cosa?
Mi guardò.
— Dipende.
— Qual è il vino migliore?
Un sorriso.
— E lei pensa che io lo sappia?
— Penso che sappia scegliere meglio di me.
— Una tecnica di approccio molto raffinata.
— Ha funzionato?
— Non ho ancora deciso.
Era prudente, ma non si allontanava.
Cominciammo a parlare. Del convegno, di Roma, dei viaggi, del lavoro. Io creavo occasioni, lei le raccoglieva e le trasformava. Ogni tanto mi sosteneva lo sguardo un istante più del necessario.
A un certo punto non capii più chi stesse corteggiando chi.
Quando la terrazza cominciò a svuotarsi, le dissi:
— Mi piacerebbe continuare questa serata.
Claudia mi guardò.
— Domani il convegno finisce.
— Lo so.
— E dopo?
— Dopo non so.
Prese la borsa e fece qualche passo.
Poi si voltò.
— Sono alla camera 259.
Aspettai qualche minuto per non dare nell’occhio. Poi presi l’ascensore, convinto di aver finalmente conquistato la donna che avevo studiato per tutto il giorno.
Entrai nella 259 e rimasi fermo sulla soglia.
La prima cosa che vidi fu Claudia seduta sul bordo del letto, immersa nella luce calda della stanza. Indossava una vestaglia bianca di seta, aperta sul davanti e bordata di pizzo, mentre con entrambe le mani stava togliendosi gli occhiali, il capo leggermente chino.
Aveva le gambe accavallate e i piedi nudi; sul tappeto erano abbandonate un paio di décolleté nere, come se fossero state sfilate poco prima.
— Per tutto il giorno mi hai guardata.
Aveva ragione.
Per tutta la giornata avevo studiato quella donna: la camicetta, il décolleté intravisto quando si piegava sui fogli. Quel piede che cercava aria fuori dalla scarpa. Gli sguardi. Il sorriso. La voce.
Si tolse gli occhiali e li appoggiò sul comodino. Spostò la borsa sulla poltrona e cominciò a spogliarsi con calma, provocante e sicura, perfettamente consapevole del proprio fascino.
Quando mi venne incontro nuda, senza esitazioni, capii che la vera sorpresa della serata non era stata conquistarla, ma scoprire quanto poco avessi capito di lei.
— Sei molto più silenzioso adesso.
La baciai, lei rispose appassionata.
Il mio cazzo era già pronto. La girai in modo che fosse a quattro zampe, con il culo sollevato proprio davanti alla mia faccia. Le baciai i glutei e la mia lingua, spingendosi nel solco divaricato, trovò la fessura già bagnata: ci si infilò dentro. Mordicchiai le sue piccole labbra sporgenti, tormentandole il clitoride con leccate e risucchi. Strillò, poi:
— Scopami o mi vuoi solo leccare?
Scivolai dentro la sua fica, perfettamente liscia e invitante: la aprii, spinsi e la martellai; lei gemeva e mi stimolava.
— Bravo, fammi tutto.
Tolsi l’uccello e lasciai spazio di nuovo alla lingua, che leccò e succhiò tutto ciò che poteva.
Claudia era eccitata, accaldata, i capelli ormai spettinati e la pelle lucida di sudore. Respirava più forte e ansimava, ma non mostrava alcuna intenzione di rallentare. Al contrario, sembrava che proprio l’eccitazione le avesse tolto ogni freno.
— Voglio godere di più, esplodere, venire, urlare. Desidero il tuo cazzo ed essere chiavata selvaggiamente, sentirmi riempita, percepire i tuoi spasmi, gustarmi lo sperma iniettato nelle mie viscere.
Mi guidò sopra di lei, come se volesse prendermi completamente, senza lasciare che il piacere si fermasse a una sola parte del suo corpo. Quando la penetrai di nuovo, le sfuggì un lungo, profondo sospiro. Sembrò quasi un respiro di liberazione.
Mi lasciai trascinare dal ritmo, mentre lei si agitava sotto di me, si inarcava e gemeva. Le diedi tutto quello che avevo, fino a sentirmi svuotato, orgoglioso e insieme esausto.
Lei, invece, mi guardò con uno sguardo famelico, come se fosse appena all’inizio.
Avevo creduto di essere entrato nella sua stanza.
In realtà ero entrato nella gabbia di una tigre.
Mi chiese di non fermarmi.
Sentivo il dovere di tenere alto il vessillo del mio onore, anche se ormai non sapevo più quanto avrebbe resistito il mio corpo.
Sembrava una bambina golosa e capricciosa che, dopo aver finito una enorme fetta di torta, ne reclamasse un’altra.
Volle che tornassi dentro di lei. Questa volta in altra modalità.
— Su, adesso ficcamelo su, nel culo.
La sollevai verso di me. Mi mossi con cautela, consapevole che quella volta il suo corpo avrebbe opposto una resistenza diversa. Le leccai l’ano, glielo insalivai. Lei impaziente:
— Cosa stai aspettando? Il permesso scritto, la liberatoria?
Quando finalmente riuscii a penetrarla, la sentii irrigidirsi per un istante, poi abbandonarsi nuovamente al piacere.
Disse che le girava la testa, che non riusciva quasi più a pensare, ma che era tutto meravigliosamente sporco.
Avvertii il suo orgasmo avvicinarsi. Il ritmo aumentò e la tensione divenne quasi insostenibile, fino a sciogliersi in un’unica, violenta ondata vischiosa di piacere.
Avevo dato di più di quello che avevo. Avevo arso tutta la mia legna e rimanevano le ceneri. Non riuscivo neppure a capire se avessi ancora la forza di alzarmi. Se mi avesse chiesto ancora qualcosa, temevo davvero che non sarei sopravvissuto.
Lei si voltò verso di me e sorrise. Non era solo il sorriso di una donna soddisfatta. Era quello sconcio di chi sapeva perfettamente cosa aveva fatto e del grande godimento ricavato.
In quel momento compresi definitivamente il senso di quella gabbia. La tigre mi aveva sbranato. Con calma, gusto e una certa ostentata soddisfazione e, a giudicare da quel sorriso, la cosa più divertente era stata proprio vedere quanto poco mi fosse rimasto da offrire.
Io ero uno straccio. Lei, invece, sembrava pronta a ricominciare. Per fortuna si fermò.
Mi svegliai distrutto nella mia stanza che avevo raggiunto non so come. Che notte e che razza di puttana!
Mi alzai a fatica, mi vestii e scesi a colazione.
Lei era già lì.
Fresca. Pettinata. Tranquilla.
Mi guardò e sorrise.
— Dormito bene?
— Come un sasso.
Aprii la borsa, frugai dentro e tirai fuori un paio di mutandine, gliele mostrai.
— Queste le tengo per ricordo. Spero che conservino a lungo il profumo della tua fica.
Per la prima volta quella mattina rimase senza parole.
Poi scoppiò a ridere.
— Sei proprio un bastardo.
Poi prese il caffè e ne bevve un sorso, lentamente.
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