Complici per una notte di nebbia
di
samas2
genere
tradimenti
Una storia di desiderio adulto.
Quella sera non doveva succedere niente.
Eravamo amici da parecchi anni, e non soltanto io e lei. Le nostre famiglie si frequentavano, ci si vedeva a cena, alle feste, nelle occasioni in cui ci si ritrova sempre con le stesse persone e si finisce per conoscersi attraverso mogli, mariti, figli e ricorrenze.
Era un ambiente tranquillo, piuttosto tradizionale. Cattolico, senza fanatismi, ma con quella prudenza nei comportamenti e nelle parole che appartiene a certe generazioni. Una piccola pruderie mai dichiarata, forse nemmeno consapevole. Non eravamo persone strane. Ed è proprio questo il punto. Eravamo persone normali, con le nostre fedeltà, le nostre abitudini e le nostre contraddizioni. Forse avevamo semplicemente trascurato che sotto tutto questo rimaneva anche la carne. Quella parte di noi che la vita ordinata tende a mettere in secondo piano, ma che non scompare. Eravamo alla stessa festa, io solo perché Ludovica era impegnata alcuni giorni in Svezia per lavoro. Mi stupì Anna, quella sera, e la trovai piuttosto sexy. Le scattai alcune foto per scherzarci su e la mattina successiva gliele mandai
— Io 09:40 Ieri sera... complimenti per il décolleté. 👀—
— Anna 10:00 Però, riconosco che non c'è male. —
— Io 10:02 Ti trovo in forma.—
—- Anna 10:05 Non esagerare.—
Niente di compromettente. Nulla che, preso da solo, avrebbe significato necessariamente qualcosa. Ma il tono aveva cominciato a cambiare.
Nel pomeriggio fu lei a scrivermi.
— Anna 15:00 Come va? D. sta partendo.—
— Io 15:02 Potremmo bere qualcosa insieme visto che siam soli.—
— Anna 15:05 giornata impossibile.—
— Io 15:06 Peccato. —
Poco dopo arrivò un:
— Anna 15:13 💋—
Sorrisi e tornai alle mie cose.
La sera, quando ormai non ci pensavo più, il telefono vibrò.
Era lei preceduta, pochi istanti prima, da quella fotografia che le avevo inviato.
— Mi sento sola sola e questa casa stasera, con questa nebbia, mi sembra troppo grande. Ho un po' paura.
Le risposi quasi d'istinto:
— Se vuoi ti faccio un po' di compagnia.
— Sì, vieni, ti prego.
Salii in auto. Durante quel breve tragitto che ci separava ebbi pensieri contraddittori. Una parte di me sperava ancora che ci saremmo limitati a quattro chiacchiere e a un bicchiere. Un'altra desiderava qualcosa di completamente diverso.
La trovai seduta comodamente sul divano, in un’atmosfera domestica e serale. Indossava una T-shirt bianca con lo scollo a V molto aperto, lasciata scivolare sulla spalla destra, e pantaloncini grigi. Ai piedi morbide ciabattine, le gambe accavallate, in una posizione rilassata. Dietro di lei, attraverso l’ampia vetrata, con il campanile e la rocca sulla collina.
Aveva ancora gli occhiali e quel sorriso tranquillo, quasi divertito.
Mi dissi che, se ero davvero venuto soltanto per farle compagnia, non mi stava rendendo il compito particolarmente facile.
Ci sedemmo con un bicchiere in mano.
Parlammo a lungo. Della festa, degli amici, del tempo che passava. La vena malinconica prevaleva i nostri discorsi.
— Sai che cosa penso? Che le cose non sono più come una volta.
La guardai.
— Il tempo cambia tutto. Anche noi.
— Si sparano le ultime cartucce,
Rimase pensierosa.
— Forse proprio per questo — continuai, — quando capita un'occasione, dovremmo coglierla. Per esempio noi due non abbiamo mai fatto l'amore.
— Già, è vero.
— Potremmo colmare la lacuna.
La frase poteva apparire scherzosa, ma rimase tra noi.
Poi il suo piede cercò la mia coscia.
All'inizio fu quasi un contatto casuale. Poi indugiò. Tornò ancora, questa volta con una evidenza che non lasciava più spazio a equivoci. Il mio corpo aveva già risposto e attraverso la stoffa non era più possibile nasconderlo.
Cercai di continuare a parlare, ma ormai avevo perso il filo.
Lei se ne accorse. Mi guardò con un sorriso.
— Mi sa che ti sto mettendo in difficoltà.
— Direi parecchio.
— Pensavi stessi solo scherzando?
— Ho sperato di no..
Ci baciammo.
Poco dopo, mentre la situazione diventava più intima, lei ebbe un momento di esitazione.
— Devo dirti una cosa.
— Dimmi.
— Durante i rapporti qualche volta mi brucia. I tessuti non sono più quelli di una volta.
Lo disse con naturalezza, quasi fosse una faccenda pratica da mettere in conto. Quella frase concreta, così poco romantica, mi riportò per un attimo alla realtà.
— Non preoccuparti.
Lei annuì.
E quella piccola parentesi di realtà rese tutto, paradossalmente, ancora più vero.
Ci guardammo.
Poi lei disse:
— Andiamo in camera?
La seguii.
La porta si chiuse alle nostre spalle.
Eravamo nudi e quasi sorpresi dall’emozione che ci aveva portati fin lì, un’emozione che avremmo detto appartenere a un’altra stagione della vita. E invece era ancora lì. Non aveva più la forza impetuosa della giovinezza, ma possedeva qualcosa di diverso: una consapevolezza quieta, adulta, appagante.
I nostri corpi si cercavano senza fretta. Ci accarezzammo a lungo, imparando di nuovo gesti che credevamo ormai consegnati al passato. Io ricordavo la sua piccola difficoltà e cercai di prepararla con attenzione, accarezzandola e cercando con la bocca di renderle più facile quello che sarebbe venuto dopo.
Quando la sentii rilassarsi e abbandonarsi al piacere, capii che quella sera non stavamo semplicemente cedendo a una tentazione. Stavamo ritrovando, per qualche ora, una parte di noi che avevamo creduto perduta.
Così preparata la feci mia, dapprima con dolcezza e poi sempre più intensamente.
— Anna, ti brucia? — chiesi premuroso.
— No, sei molto bravo, continua. Dai dammelo quel cazzo, lo sento duro, insisti che sto venendooo…ohhh. Svuotati dentro me.
Il piacere arrivò insieme, intenso e senza più possibilità di trattenersi.
— Piano, attento…
— Paura che ti metta incinta?
Un secondo di silenzio.
Ci guardammo e scoppiammo a ridere.
Rimasi dentro di lei, lasciando che quella notte arrivasse fino in fondo.
— Sai una cosa? Con te mi è tornato il desiderio. Con D. è tutto un po’ morto. Ci vogliamo bene, ma ormai sappiamo già come va.
Mi guardò e rise.
— Stasera invece mi preso il gusto di fare la troia.
— E ti piace?
— Da morire.
Passarono le ore. Guardai l’orologio. Le due.
— Forse è meglio che vada.
— Non ancora.
Non ebbi nemmeno il tempo di rispondere. Si avvicinò e quello che seguì non ebbe più nulla del gioco di poco prima. La sua bocca cercò il mio corpo con una sicurezza che mi lasciò senza parole.
Il piacere mi attraversò all'improvviso, netto, partendo dal ventre e risalendo lungo la colonna vertebrale. Trattenni il respiro, mentre i muscoli dell'addome si tendevano involontariamente e le gambe mi diventavano pesanti. Sentii il calore salire, il battito accelerare, la gola stringersi. Per qualche secondo non riuscii a pensare a nulla.
Poi arrivò l'onda finale. Il corpo si contrasse e subito dopo cedette, come se avesse esaurito ogni riserva di forza. Rimasi senza fiato, svuotato, con un tremore sottile nelle gambe e lungo la schiena. La sensazione non scomparve subito: continuò a propagarsi a piccoli fremiti, mentre cercavo lentamente di riprendere fiato.
Lei mi guardò negli occhi.
Si passò lentamente la lingua sulle labbra, poi deglutì. Quando mi sorrise, aveva un'aria sporca e complice, quasi di sfida.
— Mi voglio tenere dentro tutto di questa notte.
Nelle prime luci dell’alba ancora nebbiosa stavo tornando a casa con pensieri affollati e contraddittori
Fummo complici per una notte soltanto. Una notte indimenticabile, scandalosa il giusto e assolutamente irripetibile.
Poi tornammo alle nostre vite, alle famiglie, alla consueta familiarità. Nessuno avrebbe mai saputo di quella notte. E forse era proprio questo a renderla più facile da custodire: non c’era nulla da spiegare, soltanto qualcosa da ricordare.
Quella sera non doveva succedere niente.
Eravamo amici da parecchi anni, e non soltanto io e lei. Le nostre famiglie si frequentavano, ci si vedeva a cena, alle feste, nelle occasioni in cui ci si ritrova sempre con le stesse persone e si finisce per conoscersi attraverso mogli, mariti, figli e ricorrenze.
Era un ambiente tranquillo, piuttosto tradizionale. Cattolico, senza fanatismi, ma con quella prudenza nei comportamenti e nelle parole che appartiene a certe generazioni. Una piccola pruderie mai dichiarata, forse nemmeno consapevole. Non eravamo persone strane. Ed è proprio questo il punto. Eravamo persone normali, con le nostre fedeltà, le nostre abitudini e le nostre contraddizioni. Forse avevamo semplicemente trascurato che sotto tutto questo rimaneva anche la carne. Quella parte di noi che la vita ordinata tende a mettere in secondo piano, ma che non scompare. Eravamo alla stessa festa, io solo perché Ludovica era impegnata alcuni giorni in Svezia per lavoro. Mi stupì Anna, quella sera, e la trovai piuttosto sexy. Le scattai alcune foto per scherzarci su e la mattina successiva gliele mandai
— Io 09:40 Ieri sera... complimenti per il décolleté. 👀—
— Anna 10:00 Però, riconosco che non c'è male. —
— Io 10:02 Ti trovo in forma.—
—- Anna 10:05 Non esagerare.—
Niente di compromettente. Nulla che, preso da solo, avrebbe significato necessariamente qualcosa. Ma il tono aveva cominciato a cambiare.
Nel pomeriggio fu lei a scrivermi.
— Anna 15:00 Come va? D. sta partendo.—
— Io 15:02 Potremmo bere qualcosa insieme visto che siam soli.—
— Anna 15:05 giornata impossibile.—
— Io 15:06 Peccato. —
Poco dopo arrivò un:
— Anna 15:13 💋—
Sorrisi e tornai alle mie cose.
La sera, quando ormai non ci pensavo più, il telefono vibrò.
Era lei preceduta, pochi istanti prima, da quella fotografia che le avevo inviato.
— Mi sento sola sola e questa casa stasera, con questa nebbia, mi sembra troppo grande. Ho un po' paura.
Le risposi quasi d'istinto:
— Se vuoi ti faccio un po' di compagnia.
— Sì, vieni, ti prego.
Salii in auto. Durante quel breve tragitto che ci separava ebbi pensieri contraddittori. Una parte di me sperava ancora che ci saremmo limitati a quattro chiacchiere e a un bicchiere. Un'altra desiderava qualcosa di completamente diverso.
La trovai seduta comodamente sul divano, in un’atmosfera domestica e serale. Indossava una T-shirt bianca con lo scollo a V molto aperto, lasciata scivolare sulla spalla destra, e pantaloncini grigi. Ai piedi morbide ciabattine, le gambe accavallate, in una posizione rilassata. Dietro di lei, attraverso l’ampia vetrata, con il campanile e la rocca sulla collina.
Aveva ancora gli occhiali e quel sorriso tranquillo, quasi divertito.
Mi dissi che, se ero davvero venuto soltanto per farle compagnia, non mi stava rendendo il compito particolarmente facile.
Ci sedemmo con un bicchiere in mano.
Parlammo a lungo. Della festa, degli amici, del tempo che passava. La vena malinconica prevaleva i nostri discorsi.
— Sai che cosa penso? Che le cose non sono più come una volta.
La guardai.
— Il tempo cambia tutto. Anche noi.
— Si sparano le ultime cartucce,
Rimase pensierosa.
— Forse proprio per questo — continuai, — quando capita un'occasione, dovremmo coglierla. Per esempio noi due non abbiamo mai fatto l'amore.
— Già, è vero.
— Potremmo colmare la lacuna.
La frase poteva apparire scherzosa, ma rimase tra noi.
Poi il suo piede cercò la mia coscia.
All'inizio fu quasi un contatto casuale. Poi indugiò. Tornò ancora, questa volta con una evidenza che non lasciava più spazio a equivoci. Il mio corpo aveva già risposto e attraverso la stoffa non era più possibile nasconderlo.
Cercai di continuare a parlare, ma ormai avevo perso il filo.
Lei se ne accorse. Mi guardò con un sorriso.
— Mi sa che ti sto mettendo in difficoltà.
— Direi parecchio.
— Pensavi stessi solo scherzando?
— Ho sperato di no..
Ci baciammo.
Poco dopo, mentre la situazione diventava più intima, lei ebbe un momento di esitazione.
— Devo dirti una cosa.
— Dimmi.
— Durante i rapporti qualche volta mi brucia. I tessuti non sono più quelli di una volta.
Lo disse con naturalezza, quasi fosse una faccenda pratica da mettere in conto. Quella frase concreta, così poco romantica, mi riportò per un attimo alla realtà.
— Non preoccuparti.
Lei annuì.
E quella piccola parentesi di realtà rese tutto, paradossalmente, ancora più vero.
Ci guardammo.
Poi lei disse:
— Andiamo in camera?
La seguii.
La porta si chiuse alle nostre spalle.
Eravamo nudi e quasi sorpresi dall’emozione che ci aveva portati fin lì, un’emozione che avremmo detto appartenere a un’altra stagione della vita. E invece era ancora lì. Non aveva più la forza impetuosa della giovinezza, ma possedeva qualcosa di diverso: una consapevolezza quieta, adulta, appagante.
I nostri corpi si cercavano senza fretta. Ci accarezzammo a lungo, imparando di nuovo gesti che credevamo ormai consegnati al passato. Io ricordavo la sua piccola difficoltà e cercai di prepararla con attenzione, accarezzandola e cercando con la bocca di renderle più facile quello che sarebbe venuto dopo.
Quando la sentii rilassarsi e abbandonarsi al piacere, capii che quella sera non stavamo semplicemente cedendo a una tentazione. Stavamo ritrovando, per qualche ora, una parte di noi che avevamo creduto perduta.
Così preparata la feci mia, dapprima con dolcezza e poi sempre più intensamente.
— Anna, ti brucia? — chiesi premuroso.
— No, sei molto bravo, continua. Dai dammelo quel cazzo, lo sento duro, insisti che sto venendooo…ohhh. Svuotati dentro me.
Il piacere arrivò insieme, intenso e senza più possibilità di trattenersi.
— Piano, attento…
— Paura che ti metta incinta?
Un secondo di silenzio.
Ci guardammo e scoppiammo a ridere.
Rimasi dentro di lei, lasciando che quella notte arrivasse fino in fondo.
— Sai una cosa? Con te mi è tornato il desiderio. Con D. è tutto un po’ morto. Ci vogliamo bene, ma ormai sappiamo già come va.
Mi guardò e rise.
— Stasera invece mi preso il gusto di fare la troia.
— E ti piace?
— Da morire.
Passarono le ore. Guardai l’orologio. Le due.
— Forse è meglio che vada.
— Non ancora.
Non ebbi nemmeno il tempo di rispondere. Si avvicinò e quello che seguì non ebbe più nulla del gioco di poco prima. La sua bocca cercò il mio corpo con una sicurezza che mi lasciò senza parole.
Il piacere mi attraversò all'improvviso, netto, partendo dal ventre e risalendo lungo la colonna vertebrale. Trattenni il respiro, mentre i muscoli dell'addome si tendevano involontariamente e le gambe mi diventavano pesanti. Sentii il calore salire, il battito accelerare, la gola stringersi. Per qualche secondo non riuscii a pensare a nulla.
Poi arrivò l'onda finale. Il corpo si contrasse e subito dopo cedette, come se avesse esaurito ogni riserva di forza. Rimasi senza fiato, svuotato, con un tremore sottile nelle gambe e lungo la schiena. La sensazione non scomparve subito: continuò a propagarsi a piccoli fremiti, mentre cercavo lentamente di riprendere fiato.
Lei mi guardò negli occhi.
Si passò lentamente la lingua sulle labbra, poi deglutì. Quando mi sorrise, aveva un'aria sporca e complice, quasi di sfida.
— Mi voglio tenere dentro tutto di questa notte.
Nelle prime luci dell’alba ancora nebbiosa stavo tornando a casa con pensieri affollati e contraddittori
Fummo complici per una notte soltanto. Una notte indimenticabile, scandalosa il giusto e assolutamente irripetibile.
Poi tornammo alle nostre vite, alle famiglie, alla consueta familiarità. Nessuno avrebbe mai saputo di quella notte. E forse era proprio questo a renderla più facile da custodire: non c’era nulla da spiegare, soltanto qualcosa da ricordare.
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