Pomeriggio da troia
di
carnal & lurid
genere
tradimenti
La vecchia scuola per infermieri non esisteva più da tempo. Era diventata una sede formativa universitaria e io ero responsabile del corso di laurea. Gli ambienti erano rimasti quasi gli stessi, ma sulle porte erano comparsi nuovi cartelli, nuove targhe, nuovi titoli.
In quei giorni, però, la sede era chiusa per la pausa estiva.
Qualche giorno prima avevo ricevuto una telefonata inattesa.
— Silvia? Sono Vincenzo.
Ci misi un attimo a riconoscere la voce.
Era passato molto tempo. Dopo gli studi si era trasferito a Palermo e avevamo perso i contatti. Durante una gita, dieci anni prima, era invece successo qualcosa che nessuno dei due aveva mai dimenticato. Quella notte aveva alimentato parecchie dicerie sulla giovane direttrice e il suo studente. Poi il tempo aveva fatto tacere tutto.
— Che sorpresa!
— Sarò a Forlì di passaggio e vorrei salutare la mia direttrice.
— Formalmente è cambiato tutto, ora sono responsabile del corso di laurea. Non so se sia meglio.
Scambiammo qualche parola e due giorni dopo mi richiamò.
— Sono qui. Posso venire a salutarti?
La sede era chiusa, ma gli dissi dove trovarmi.
Era un pomeriggio di settembre, caldo e immobile. Nei corridoi vuoti la luce entrava dalle finestre socchiuse, tagliando la polvere in strisce dorate. Da qualche parte, un rubinetto perdeva con ostinazione: una goccia, poi un’altra, sempre uguali.
La sede era quasi deserta.
Nel mio studio l’aria sapeva di carta, legno caldo e gesso. Indossavo un vestito leggero, molto scollato, scelto più per il caldo che per prudenza. Dopo dieci anni il mio corpo era cambiato, e Vincenzo se ne accorse subito.
Si fermò sulla soglia.
Il suo sguardo scese lentamente, senza fretta. Poi tornò sul mio seno, certo lievitato da allora. Non riusciva a distogliere lo sguardo.
— Accidenti, Silvia. Dieci anni non sono passati invano. Che tette!
Abbassai gli occhi, lasciando che il silenzio facesse il resto.
— Sono diventate così prepotenti, arroganti?
— Molto più di prima.
La sua voce era più bassa del necessario.
— Ti piacciono?
Vincenzo deglutì.
— Da morire.
Gli sorrisi, ma non risposi subito. Fuori, nel corridoio, un’anta sbatté piano e poi tutto tornò immobile.
— Allora forse hai fatto bene a venire a salutarmi.
Mi sedetti sulla scrivania. Il legno caldo mi premette contro le gambe, mentre lui rimaneva in piedi davanti a me, abbastanza vicino da farmi sentire il suo fiato.
— E ti ricordi i miei piedi? Li fissavi a lezione, porcello feticista» dissi dopo un momento.
Allungai una gamba con lentezza e gli appoggiai il piede sul viso. La pelle era calda; sulla pianta restava l’odore del cuoio e della pelle, esaltato dal sudore e dal caldo umido del pomeriggio.
Vincenzo chiuse gli occhi per un istante. Non ricordava quel gesto, ma qualcosa nel suo modo di restare immobile mi fece capire che lo aveva desiderato senza mai averlo ammesso.
Gli tenni il piede sul viso ancora per qualche secondo, divertita.
— Porco.
— Detto da te è un complimento.
— Non dimenticarti che sono stata la tua direttrice.
Lo lasciai lì qualche secondo, osservando il suo iniziale imbarazzo trasformarsi in desiderio. Il ticchettio dell’orologio sembrava improvvisamente troppo forte.
Il bacio arrivò subito dopo, caldo e impaziente. La stanza parve restringersi intorno a noi: il fruscio del tessuto, il respiro spezzato, il bordo della scrivania contro le gambe. Ogni gesto cancellava un po’ della distanza che avremmo dovuto mantenere.
— Mi hai pensata? — Chiesi — Sai quante volte io ho sognato il tuo cazzo duro.
— Anch’io ho pensato spesso a quella notte.
Mi stesi sul piano della scrivania, tra le carte sparse e il calore immobile del pomeriggio.
Il vestito finì sul pavimento, la biancheria strappata freneticamente, i capelli mi si sciolsero sulle spalle. Ne avevo una voglia matta.
Vincenzo mi fu addosso, dapprima lentamente, quasi volesse assaporare ogni centimetro di quella vicinanza.
Lo strinsi a me.
Le sue labbra percorsero la mia pelle, indugiando sul collo e sul seno, i suoi denti a mordere i capezzoli duri, la sua lingua a lappare la mia figa fradicia.
I corpi si cercarono con una foga ormai impossibile da frenare. La scrivania scricchiolava a ogni movimento e il caldo della stanza sembrava essersi trasferito sulla nostra pelle. Fu un incontro lungo, intenso, quasi rabbioso. Sudavo, gemevo, mi agitavo. Lo sentivo piacevolmente violento; mi stava facendo veramente godere e lo volevo tutto dentro di me, lo invitai e accolsi la sua onda che mi riempì la figa e schizzò all’esterno. Solo in seguito considerai con una certa apprensione che per il mio comportamento dissennato sarei potuta rimanere gravida. Ma il pensiero era ormai tardivo e aspettai fatalista. Solo per caso ai miei tre figli non se ne aggiunse un altro.
Quando finalmente ci fermammo, rimasi distesa sul piano, spettinata e accaldata, con il respiro ancora affannoso. Tra le cosce sentivo il calore umido lasciato da quell’incontro e, guardando Vincenzo, scoccai un sorriso che diceva molto più di qualunque parola.
— Sei proprio una troia, — mi disse Vincenzo, con il fiato corto.
Gli sorrisi, stringendolo a me.
— E tu sei venuto qui apposta.
Per qualche minuto esistettero soltanto il legno che gemeva, il respiro di entrambi e il sole fermo oltre le tende.
La risposta rimase sospesa tra noi, più compromettente di qualsiasi gesto.
Quando finalmente ci fermammo ero spettinata, accaldata e con il vestito completamente sgualcito. Vincenzo mi guardò senza parlare, come se volesse imprimersi nella memoria ogni dettaglio.
— Sei ancora più bella così.
— Così come?
— Come lo è una donna molto soddisfatta.
Poi, dal corridoio, arrivò un rumore.
Un passo.
Una pausa.
Un altro passo, più vicino.
Ci guardammo nello stesso istante. Il silenzio della scuola sembrò farsi più fitto, quasi in ascolto.
— C’è qualcuno? Silvia? Sei tu?
La voce di Carla.
Vincenzo si staccò da me. Raccolsi in fretta il vestito, cercando di sistemare il tessuto e i capelli con mani che non erano ancora del tutto ferme. Lui si passò una mano sul viso, poi sulla camicia.
Il passo si fermò davanti alla porta.
Inspirai lentamente.
— Vieni, entra pure.
La maniglia si abbassò.
Carla comparve sulla soglia.
Squadrò Vincenzo, me e poi tutta la stanza con fare indagatore. Sembrò annusare l’aria.
Non disse nulla.
Ma quel silenzio sembrò durare un po’ troppo.
— Guarda chi ci è venuto a trovare?
– Ah. Vincenzo. Ti trovo bene. Hai sempre dimostrato attaccamento alla scuola e soprattutto alla tua direttrice.
Non potevo sapere con certezza fino a che punto Carla avesse capito. Forse oltre al nostro palese imbarazzo, i pettegolezzi, che erano circolati dopo quella gita, le riaffiorarono alla mente.
Quando Vincenzo ed Carla se ne furono andati, chiusi la porta dello studio e rimasi per qualche secondo con la schiena appoggiata al vetro opaco della porta.
Ma il corpo non aveva ancora ricevuto l’ordine di tornare alla normalità.
Mi passai una mano sul collo umido, respirai profondamente e guardai la scrivania.
Ero bagnata di sudore, spettinata, con il vestito ormai irrimediabilmente sgualcito. Mi ricomposi alla meglio, tirando giù l’orlo e sistemando la biancheria insozzata dallo sperma che continuava a sgocciolare dalla mia fessura, sforzandomi di tornare presentabile.
Ma i capezzoli dolevano e continuavo a percepire bruciante la dura fisicità di Vincenzo dentro di me.
Non era soltanto il ricordo di lui a farmi accelerare ancora il respiro. C’era anche il pensiero di Carla: quanto aveva visto? Quello che fino a pochi minuti prima era stato un segreto poteva ormai diventare di dominio pubblico..
E da quel dubbio nasceva qualcosa di perversamente interessante. Immaginavo la storia uscire lentamente dallo studio, passare da una persona all’altra, trasformarsi in una di quelle storie che si raccontano sottovoce e che, a ogni passaggio, acquistano un dettaglio nuovo. Come mi avrebbero guardata mentre percorrevo i corridoi? E quali commenti avrei sentito sussurrare alle mie spalle?
Forse Carla non vedeva l’ora di raccontarla. O forse avrebbe custodito il segreto, aspettando il momento giusto per rinfacciarmelo. Era questo che mi inquietava e, nello stesso tempo, mi intrigava: la possibilità che lei mi tenesse in pugno. Non con una minaccia, ma semplicemente perché sapeva. Un segreto sporco, proprio come quel pomeriggio.
Poi notai qualcosa.
Mi tornò in mente il sorriso cattivo di Carla.
Rimasi a fissare per qualche secondo quella traccia: biancastra, ancora densa e lucida, ben evidente sul piano della scrivania.
In quei giorni, però, la sede era chiusa per la pausa estiva.
Qualche giorno prima avevo ricevuto una telefonata inattesa.
— Silvia? Sono Vincenzo.
Ci misi un attimo a riconoscere la voce.
Era passato molto tempo. Dopo gli studi si era trasferito a Palermo e avevamo perso i contatti. Durante una gita, dieci anni prima, era invece successo qualcosa che nessuno dei due aveva mai dimenticato. Quella notte aveva alimentato parecchie dicerie sulla giovane direttrice e il suo studente. Poi il tempo aveva fatto tacere tutto.
— Che sorpresa!
— Sarò a Forlì di passaggio e vorrei salutare la mia direttrice.
— Formalmente è cambiato tutto, ora sono responsabile del corso di laurea. Non so se sia meglio.
Scambiammo qualche parola e due giorni dopo mi richiamò.
— Sono qui. Posso venire a salutarti?
La sede era chiusa, ma gli dissi dove trovarmi.
Era un pomeriggio di settembre, caldo e immobile. Nei corridoi vuoti la luce entrava dalle finestre socchiuse, tagliando la polvere in strisce dorate. Da qualche parte, un rubinetto perdeva con ostinazione: una goccia, poi un’altra, sempre uguali.
La sede era quasi deserta.
Nel mio studio l’aria sapeva di carta, legno caldo e gesso. Indossavo un vestito leggero, molto scollato, scelto più per il caldo che per prudenza. Dopo dieci anni il mio corpo era cambiato, e Vincenzo se ne accorse subito.
Si fermò sulla soglia.
Il suo sguardo scese lentamente, senza fretta. Poi tornò sul mio seno, certo lievitato da allora. Non riusciva a distogliere lo sguardo.
— Accidenti, Silvia. Dieci anni non sono passati invano. Che tette!
Abbassai gli occhi, lasciando che il silenzio facesse il resto.
— Sono diventate così prepotenti, arroganti?
— Molto più di prima.
La sua voce era più bassa del necessario.
— Ti piacciono?
Vincenzo deglutì.
— Da morire.
Gli sorrisi, ma non risposi subito. Fuori, nel corridoio, un’anta sbatté piano e poi tutto tornò immobile.
— Allora forse hai fatto bene a venire a salutarmi.
Mi sedetti sulla scrivania. Il legno caldo mi premette contro le gambe, mentre lui rimaneva in piedi davanti a me, abbastanza vicino da farmi sentire il suo fiato.
— E ti ricordi i miei piedi? Li fissavi a lezione, porcello feticista» dissi dopo un momento.
Allungai una gamba con lentezza e gli appoggiai il piede sul viso. La pelle era calda; sulla pianta restava l’odore del cuoio e della pelle, esaltato dal sudore e dal caldo umido del pomeriggio.
Vincenzo chiuse gli occhi per un istante. Non ricordava quel gesto, ma qualcosa nel suo modo di restare immobile mi fece capire che lo aveva desiderato senza mai averlo ammesso.
Gli tenni il piede sul viso ancora per qualche secondo, divertita.
— Porco.
— Detto da te è un complimento.
— Non dimenticarti che sono stata la tua direttrice.
Lo lasciai lì qualche secondo, osservando il suo iniziale imbarazzo trasformarsi in desiderio. Il ticchettio dell’orologio sembrava improvvisamente troppo forte.
Il bacio arrivò subito dopo, caldo e impaziente. La stanza parve restringersi intorno a noi: il fruscio del tessuto, il respiro spezzato, il bordo della scrivania contro le gambe. Ogni gesto cancellava un po’ della distanza che avremmo dovuto mantenere.
— Mi hai pensata? — Chiesi — Sai quante volte io ho sognato il tuo cazzo duro.
— Anch’io ho pensato spesso a quella notte.
Mi stesi sul piano della scrivania, tra le carte sparse e il calore immobile del pomeriggio.
Il vestito finì sul pavimento, la biancheria strappata freneticamente, i capelli mi si sciolsero sulle spalle. Ne avevo una voglia matta.
Vincenzo mi fu addosso, dapprima lentamente, quasi volesse assaporare ogni centimetro di quella vicinanza.
Lo strinsi a me.
Le sue labbra percorsero la mia pelle, indugiando sul collo e sul seno, i suoi denti a mordere i capezzoli duri, la sua lingua a lappare la mia figa fradicia.
I corpi si cercarono con una foga ormai impossibile da frenare. La scrivania scricchiolava a ogni movimento e il caldo della stanza sembrava essersi trasferito sulla nostra pelle. Fu un incontro lungo, intenso, quasi rabbioso. Sudavo, gemevo, mi agitavo. Lo sentivo piacevolmente violento; mi stava facendo veramente godere e lo volevo tutto dentro di me, lo invitai e accolsi la sua onda che mi riempì la figa e schizzò all’esterno. Solo in seguito considerai con una certa apprensione che per il mio comportamento dissennato sarei potuta rimanere gravida. Ma il pensiero era ormai tardivo e aspettai fatalista. Solo per caso ai miei tre figli non se ne aggiunse un altro.
Quando finalmente ci fermammo, rimasi distesa sul piano, spettinata e accaldata, con il respiro ancora affannoso. Tra le cosce sentivo il calore umido lasciato da quell’incontro e, guardando Vincenzo, scoccai un sorriso che diceva molto più di qualunque parola.
— Sei proprio una troia, — mi disse Vincenzo, con il fiato corto.
Gli sorrisi, stringendolo a me.
— E tu sei venuto qui apposta.
Per qualche minuto esistettero soltanto il legno che gemeva, il respiro di entrambi e il sole fermo oltre le tende.
La risposta rimase sospesa tra noi, più compromettente di qualsiasi gesto.
Quando finalmente ci fermammo ero spettinata, accaldata e con il vestito completamente sgualcito. Vincenzo mi guardò senza parlare, come se volesse imprimersi nella memoria ogni dettaglio.
— Sei ancora più bella così.
— Così come?
— Come lo è una donna molto soddisfatta.
Poi, dal corridoio, arrivò un rumore.
Un passo.
Una pausa.
Un altro passo, più vicino.
Ci guardammo nello stesso istante. Il silenzio della scuola sembrò farsi più fitto, quasi in ascolto.
— C’è qualcuno? Silvia? Sei tu?
La voce di Carla.
Vincenzo si staccò da me. Raccolsi in fretta il vestito, cercando di sistemare il tessuto e i capelli con mani che non erano ancora del tutto ferme. Lui si passò una mano sul viso, poi sulla camicia.
Il passo si fermò davanti alla porta.
Inspirai lentamente.
— Vieni, entra pure.
La maniglia si abbassò.
Carla comparve sulla soglia.
Squadrò Vincenzo, me e poi tutta la stanza con fare indagatore. Sembrò annusare l’aria.
Non disse nulla.
Ma quel silenzio sembrò durare un po’ troppo.
— Guarda chi ci è venuto a trovare?
– Ah. Vincenzo. Ti trovo bene. Hai sempre dimostrato attaccamento alla scuola e soprattutto alla tua direttrice.
Non potevo sapere con certezza fino a che punto Carla avesse capito. Forse oltre al nostro palese imbarazzo, i pettegolezzi, che erano circolati dopo quella gita, le riaffiorarono alla mente.
Quando Vincenzo ed Carla se ne furono andati, chiusi la porta dello studio e rimasi per qualche secondo con la schiena appoggiata al vetro opaco della porta.
Ma il corpo non aveva ancora ricevuto l’ordine di tornare alla normalità.
Mi passai una mano sul collo umido, respirai profondamente e guardai la scrivania.
Ero bagnata di sudore, spettinata, con il vestito ormai irrimediabilmente sgualcito. Mi ricomposi alla meglio, tirando giù l’orlo e sistemando la biancheria insozzata dallo sperma che continuava a sgocciolare dalla mia fessura, sforzandomi di tornare presentabile.
Ma i capezzoli dolevano e continuavo a percepire bruciante la dura fisicità di Vincenzo dentro di me.
Non era soltanto il ricordo di lui a farmi accelerare ancora il respiro. C’era anche il pensiero di Carla: quanto aveva visto? Quello che fino a pochi minuti prima era stato un segreto poteva ormai diventare di dominio pubblico..
E da quel dubbio nasceva qualcosa di perversamente interessante. Immaginavo la storia uscire lentamente dallo studio, passare da una persona all’altra, trasformarsi in una di quelle storie che si raccontano sottovoce e che, a ogni passaggio, acquistano un dettaglio nuovo. Come mi avrebbero guardata mentre percorrevo i corridoi? E quali commenti avrei sentito sussurrare alle mie spalle?
Forse Carla non vedeva l’ora di raccontarla. O forse avrebbe custodito il segreto, aspettando il momento giusto per rinfacciarmelo. Era questo che mi inquietava e, nello stesso tempo, mi intrigava: la possibilità che lei mi tenesse in pugno. Non con una minaccia, ma semplicemente perché sapeva. Un segreto sporco, proprio come quel pomeriggio.
Poi notai qualcosa.
Mi tornò in mente il sorriso cattivo di Carla.
Rimasi a fissare per qualche secondo quella traccia: biancastra, ancora densa e lucida, ben evidente sul piano della scrivania.
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