La regola e la puttana

scritto il 2026-10-09 tempo di lettura 11 min

di
genere
dominazione
cura
A

Maria Luisa entrò nella sauna avvolta nel grande telo bianco dell’albergo. Credeva di trovarla vuota, ma sulla panca di fronte era seduto il tedesco.
Aveva i capelli bianchi, una barba folta, un fisico imponente e quello sguardo sicuro che lei aveva già notato.
Lui la osservò per qualche secondo, poi indicò il costume.
— Qui deve entrare nuda.
Maria Luisa rimase interdetta. Poi sorrise, nonostante il disagio.
— Non lo sapevo.
— Avrebbe dovuto informarsi.
Il tono era brusco, quasi sprezzante. Maria Luisa arrossì.
— Non c’è bisogno di trattarmi così.
Lui, sardonico:
— Non si offenda, italiana. Le sto soltanto spiegando le regole.
Maria Luisa abbassò gli occhi. Si accorse allora di una cosa che la turbò: lo sfintere anale si era contratto involontariamente. Non era qualcosa che avesse deciso, né che avrebbe saputo spiegare. Era una risposta del corpo alla tensione, alla vergogna, forse anche alla sensazione di trovarsi davanti a un uomo che, in quel momento, la teneva in soggezione.
Il corpo sembrava aver riconosciuto prima della mente quella posizione di inferiorità.
Cercò di respirare lentamente, di rilassarsi. Ma il tedesco continuava a guardarla con quell’aria fredda e compiaciuta, come se avesse intuito perfino quella reazione intima.
Maria Luisa si sentiva esposta e vulnerabile. Era scandalizzata dal suo modo di trattarla e, eppure, quello stesso sguardo la turbava profondamente. Abbassò gli occhi.
Maria Luisa si allontanò, irritata e imbarazzata. Ma quelle parole continuarono a girarle in testa.
Poco dopo tornò nel camerino.
Si tolse il costume e lo ripose nella borsa. Rimase qualche istante davanti allo specchio, completamente nuda, poi si avvolse nuovamente nel telo.
Questa volta, però, non era soltanto per rispettare una regola.
Era una sfida.
Quando rientrò nella sauna, il tedesco la guardò e capì immediatamente.
Maria Luisa si sedette davanti a lui.
— Ha finalmente capito? Molto meglio.
Lei cercò di sostenere il suo sguardo.
— È sempre così arrogante?
— Solo quando ho ragione.
Maria Luisa sorrise suo malgrado.
Poi, quasi per dimostrargli che non aveva paura, lasciò scivolare il telo.
Il tedesco rimase in silenzio.
Maria Luisa sentì improvvisamente tutta la propria audacia. La sua figura morbida e procace era completamente esposta. Cercò di mantenere un’espressione tranquilla, ma il rossore sulle guance la tradiva.
Lui la osservò lentamente.
— Adesso non può più nascondersi.
Maria Luisa avrebbe voluto rispondere. Invece abbassò gli occhi.
Poi guardò lui.
La curiosità ebbe il sopravvento e il suo sguardo scese per un istante. Quando tornò al suo viso, era ancora più rossa.
Il tedesco aveva capito.
Ghignò soddisfatto.
— Credevo fosse più discreta, italiana.
Maria Luisa non rispose.
La sauna aveva ormai stabilito tra loro una strana gerarchia. Lui continuava a comportarsi come se fosse naturale avere il controllo della situazione. Lei avrebbe dovuto protestare, ma non se ne andava.
Quando uscirono, lui si avviò verso il bagno turco.
— Venga.
Maria Luisa esitò.
Poi lo seguì.
Il bagno turco era deserto. Il vapore avvolse completamente i loro corpi bagnati. Lui la accarezzò come per saggiarla e lei sentì brividi nonostante il caldo intenso.
Il tedesco si voltò verso di lei.
— Mi segua, spostiamoci in un luogo più discreto.
Maria Luisa lo guardò e fu allora che capì quanto quella situazione stesse precipitando.
Lei, che non amava sentirsi messa alle strette e che aveva reagito tornando nuda proprio per dimostrargli di non aver paura, scopriva invece che la sua provocazione, nata come gesto di sfida, sembrava essersi ritorta contro di lei.
Lui si diresse verso la doccia.
Maria Luisa rimase ferma qualche secondo.
L’uomo si voltò appena. La guardò e fece un semplice cenno con la mano, indicando la doccia.
Non c’era bisogno di altre parole. Quello che avrebbe potuto sembrare un invito era ormai, per lei, un ordine.
Maria Luisa esitò ancora per un istante.
Poi distolse lo sguardo e gli ubbidì.
La porta si richiuse alle loro spalle.
— Puttana italiana — disse piano.
La guardò lentamente.
— Sarebbe un peccato non divertirsi con un corpo così.
Maria Luisa sentì quelle parole arrivarle addosso più di quanto avrebbe voluto ammettere. Abbassò istintivamente gli occhi. Le spalle, fino a un attimo prima dritte e fiere, si raccolsero appena; il mento cedette quasi impercettibilmente e le mani rimasero abbandonate lungo i fianchi.
Maria Luisa rimase impietrita e scandalizzata. Contro la propria volontà, il suo sguardo tornò là dove, poco prima, aveva colto quell’imponenza. Vi indugiò, questa volta senza riuscire a fingere con se stessa.
Era emozionata. Quelle dimensioni l’avevano colpita più di quanto volesse ammettere. Le parole di lui la indignavano, il suo atteggiamento la feriva e, eppure, proprio quella sfacciata sicurezza esercitava su di lei un’attrazione che non riusciva più a controllare.
Lo desiderava.
La consapevolezza le attraversò la mente con una chiarezza quasi scandalosa. Voleva quell’enorme cazzo. E ammetterlo, almeno dentro di sé, la sconvolgeva più degli insulti.
Il tedesco se ne accorse.
Il ghigno gli si allargò lentamente.
— Ecco, adesso sì che mi piaci. Una puttana vergognosa.
Sentì di nuovo quella contrazione involontaria dello sfintere anale e ne fu umiliata. Era come se il corpo stesse rendendo manifesto ciò che lei non avrebbe voluto confessare: davanti a quell’uomo si sentiva improvvisamente inferiore.
Rimase lì, con gli occhi bassi, ad aspettare il suo prossimo gesto.
Quando sentì le sue mani su di lei, Maria Luisa ebbe per un istante un piccolo sussulto. Non si ritrasse, ma nemmeno reagì subito. Rimase ferma, quasi sorpresa dalla propria immobilità. Il respiro si fece più profondo e il suo corpo smise di opporre quella tensione che fino a poco prima l’aveva sostenuta.
Era un’arrendevolezza più che una passività, come se avesse smesso di combattere contro ciò che stava accadendo.
Poi qualcosa nel suo atteggiamento cominciò lentamente a cambiare. Socchiuse gli occhi, dischiuse appena le labbra. Il corpo, dapprima rigido e trattenuto, si rilassò sotto quel contatto.
Stava rispondendo.
Quasi senza rendersene conto, si avvicinò un poco a lui. Fu un movimento minimo, ma sufficiente a fargli capire che non era più necessario convincerla.
Sotto la doccia, lui insaponò lentamente Maria Luisa, indugiando sul suo corpo con una sicurezza che ormai la faceva sentire completamente esposta. Quando arrivò al seno, le mani si soffermarono sulle sue forme generose, seguendone lentamente il profilo. Ne percepì il calore attraverso l’acqua, la morbidezza e il peso che cedeva appena sotto la pressione delle dita. Le accarezzò con lentezza, soffermandosi sui capezzoli e stringendoli tra pollice e indice.
— Was für Titten! — commentò in tedesco.
— Che belle tettone.
Maria Luisa sentì le gambe cedere.
Ebbe un piccolo sussulto. Il respiro le si spezzò per un istante e un calore improvviso le salì alle guance. Cercò di mantenere un’aria impassibile, ma il corpo la tradiva: si lasciò andare appena contro quelle mani, quasi a voler sentire ancora quel contatto.
Abbassò gli occhi, poi li rialzò verso di lui. Sul volto aveva un’espressione insieme imbarazzata e sfacciata, come se avesse ormai rinunciato a fingere che quelle attenzioni le fossero indifferenti.
— Ti piacciono proprio, eh? — mormorò.
Si accorse allora che perfino il tentativo di provocarlo apparteneva ormai al suo gioco.
Lui la strinse a sé e, con un gesto deciso, la sollevò facilmente, sostenendola all’altezza del bacino. Maria Luisa gli avvolse le braccia intorno alle spalle e assecondò la penetrazione. Il suo corpo rimase aderente a quello dell’uomo, mentre le gambe si piegavano e i loro volti si ritrovavano vicinissimi.
Il tedesco sentì la mano di lei stringergli il membro duro e guidarlo dentro la figa; allora la fissò negli occhi, con quel solito sorriso arrogante.
— Gefällt dir mein Schwanz?
— Ti piace il mio cazzo?
Maria Luisa non capì e non rispose, ma in quel silenzio c’era tutta la contraddizione di quel momento: la vergogna di sentirsi così vulnerabile e, insieme, un’attrazione che ormai non riusciva più a negare.
Maria Luisa non riuscì più a nascondere ciò che provava. Quella forza con cui lui la sosteneva la travolse; sentì quella presenza fisica come qualcosa di smisurato, quasi irreale. La sua imponenza la sconvolgeva e, nello stesso tempo, la faceva godere con una forza che non riusciva più a dominare.
Alzò il viso e lasciò uscire un grido, spontaneo e incontrollato.
— Oddio, è enorme. Sì, cazzo! Mi piace. Sbattimi, aprimi tutta.
Non era più possibile fingere indifferenza: quell’uomo le piaceva e il suo corpo lo aveva ormai dichiarato prima ancora che lei trovasse le parole.
Sembrava che lui volesse concludere quel gioco portandolo ancora oltre. La guardò per qualche istante, poi indicò con un gesto deciso il pavimento della doccia.
Maria Luisa capì immediatamente.
Rimase immobile. Quella volta non c’erano più equivoci: il gesto era un ordine.
Sotto l’acqua, il corpo era ancora scosso dalla tensione. Dischiuse le labbra e si avvicinò a lui, senza più nascondere la propria intenzione. Si inginocchiò fra le sue gambe e prese quello scettro di carne già duro fra le labbra, per assaggiarne il sapore prima e portarlo poi al massimo dell’erezione.
Lui abbassò lo sguardo e sorrise. Le posò una mano sulla nuca, non con violenza, ma con quella sicurezza possessiva che ormai lei aveva imparato a riconoscere. Le dita si strinsero appena, guidandola con calma, mentre si chinava verso di lei.
Maria Luisa chiuse gli occhi. Il respiro le si fece più corto; l’acqua calda le scivolava sul viso e sulle spalle, mentre cercava di abbandonarsi completamente a quel momento.
Lui ebbe un fremito e rimase per un istante con la mano ancora sulla sua nuca. Poi si avvicinò al suo orecchio e, con voce bassa e ferma, le sussurrò:
— Trink, alles.
Lei non capì e rimase esitante. Lui allora tradusse:
— Bevi tutto.
Maria Luisa eseguì.
Terminato, Maria Luisa prese l’accappatoio e cominciò a indossarlo.
Il tedesco la guardava con alterigia. Si sentiva più forte. Più disciplinato, più padrone di sé.
Un’arrogante superiorità teutonica.
Lei, invece, era l’italiana: femmina mediterranea, procace, sensuale. Una donna latina, morbida, con quel vello scuro e fitto fra le cosce. Anche orgogliosa e, proprio per questo, da domare.
La sera, in sala da pranzo, Maria Luisa era al buffet con suo marito e la coppia di amici. Stava scegliendo distrattamente qualcosa dal vassoio quando, poco più avanti, riconobbe il tedesco.
Era con un connazionale. I due la guardarono. L’uomo disse qualcosa sottovoce e l’altro scoppiò a ridere.
Il tedesco si chinò appena verso il connazionale e cominciò a parlare piano. La voce era bassa, quasi confidenziale, ma abbastanza distinta perché Maria Luisa, poco distante, potesse cogliere qualche parola.
— Schau dir die Italienerin mit den großen Titten an. Eine echte Schlampe. Heiß, willig und unglaublich leidenschaftlich. Mit ihr hatte ich meinen Spaß. Sie hat mir alles gegeben.
— Guarda quella italiana con le grosse tette. Una vera puttana. Calda, disponibile e incredibilmente passionale. Con lei mi sono divertito. Mi ha dato tutto.
Maria Luisa non comprese ogni parola. Le arrivarono soltanto frammenti: Italienerin… großen Titten… Schlampe… Spaß.
Non conosceva abbastanza il tedesco per ricostruire mentalmente l’intera frase, ma ne intuì il senso. E quando l’uomo incontrò per un istante il suo sguardo, capì anche un’altra cosa: aveva parlato piano, sì, ma aveva scelto con cura una distanza che le permettesse di sentire.
Suo marito e gli amici continuavano tranquillamente a parlare, ignari di tutto.
Maria Luisa abbassò gli occhi sul piatto e, insieme alla vergogna, sentì affiorare un pensiero che la scandalizzò: non le dispiaceva affatto sentirsi una puttana ai suoi occhi. Voleva sentirsi dominata, umiliata, privata per un momento di ogni orgoglio. E quella scoperta la eccitava più di quanto fosse disposta ad ammettere.
Quella vacanza ad Anterselva è realmente accaduta.
Mia moglie venne redarguita da quell’uomo perché, entrando in sauna, non si era presentata nuda. Formalmente aveva ragione: stava facendo rispettare una regola. Non intervenni.
Eppure colsi nel suo sguardo qualcosa che le parole non spiegavano. Era severo, arrogante, ma anche carico di desiderio. Uno sguardo predatorio. Ebbi la sensazione che volesse vederla spogliata.
Forse mi sbagliavo.
Poco dopo, in piscina, Maria Luisa si allontanò. Per circa due ore non la vidi più.
Non so cosa accadde durante quelle due ore.
A cena ritrovai il tedesco. Era con un amico. Ogni tanto guardava Maria Luisa e gli diceva qualcosa sottovoce, sorridendo.
Maria Luisa se ne accorse?
Non lo so.
So soltanto che da quei pochi frammenti nacque tutto il resto.
Forse ho soltanto riempito con la fantasia un vuoto che la realtà aveva lasciato aperto. Forse no.
È passato poco tempo e non riesco più a distinguere bene ciò che ho visto da ciò che ho immaginato.
La realtà mi ha dato i frammenti. Il resto lo ha fatto la fantasia.
Se fosse davvero andata così, il tedesco aveva scelto bene. Il suo orgoglio di conquista era proporzionato alla preda.
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