La foresta bagnata. Prologo

scritto il 2026-10-31 tempo di lettura 8 min

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Il residence d'estate sapeva di cloro e di frutta andata a male. Avevano fatto amicizia con un'altra famiglia, come succede ai tavoli sotto il pergolato: i bambini che giocavano insieme in piscina, i mariti che parlavano di calcio, Michela e Lara a sorseggiare spritz all'ombra. Lara parlava con le frasi lasciate aperte, come cosce. Suo marito, Leonardo, non parlava quasi mai. Guardava Michela come si guarda una cosa lasciata troppo a lungo al sole.
La prima volta fu in fila al bar della piscina. Lui le stava dietro, troppo vicino, e senza che nessuno lo sentisse le disse nell'orecchio:
— Ho guardato per tre giorni come ti si incolla il costume sulla figa quando esci dall'acqua. Ci penso la notte, mentre Lara dorme.
Le tremarono le gambe. Dalla pancia alle spalle, un tremito sporco che non era paura. Rispose con un sorriso di circostanza, per le persone attorno, e comprò due gelati per i bambini con le mani che non le obbedivano.
Dopo, fu un gioco che a lui piaceva fare in pubblico. Al pergolato, con le famiglie attorno, la sua mano sotto il tavolo sul ginocchio di lei, e la voce bassa, educata, mentre parlava a Max di mutui:
— Ti ho vista oggi alla doccia esterna. Hai un culo che chiama il cazzo di un altro. Domani voglio vederti sudata, non lavata. Voglio sentirti addosso la giornata.
Il terzo giorno la portò in garage, dietro le biciclette, mentre gli altri erano a cena. La spinse contro il muro, le alzò il pareo, le infilò una mano nel costume e la ritirò lucida.
— Guarda. Sei una scrofa in calore, e hai la faccia di una madre di famiglia.
Le mise due dita in bocca, che sapevano di lei, e Michela le succhiò. Lui venne sul suo ventre senza nemmeno spogliarsi del tutto, ansimando come un cane, e la lasciò lì a pulirsi con il pareo, con l'odore di cloro e di sperma, mentre dal pergolato arrivavano le risate dei bambini.
Quell'estate Michela finì a letto con Max ogni notte, per sentirsi pulita. Non funzionò mai.
A settembre pensava di aver archiviato tutto. Poi, un giovedì, alle otto di sera, uscì dall'azienda sanitaria dopo dodici ore di tailleur e di collant e lo trovò appoggiato a una macchina nel parcheggio, con la giacca sul braccio.
— Ero in zona per lavoro — disse lui. — Ho pensato a te.
Michela non disse niente. Salì in macchina. Lui chiuse la portiera e, per un lungo momento, non fece niente. Respirò soltanto, a occhi chiusi, l'aria satura di lei: dodici ore di sudore, di collant, di piedi chiusi nelle décolleté col tacco dieci. Lei sentiva il sudore incollato dietro le ginocchia, tra i seni, nell'incavo delle cosce. Non si era lavata. Non si era cambiata. Era il suo regalo
L'albergo era uno di quelli sulla statale, con il parcheggio mezzo vuoto e l'odore di disinfettante e di fumo. La moquette logora inghiottì il rumore dei tacchi, e c'era una macchia scura vicino al letto che Michela non volle guardare.
Lui la fece sedere sul bordo del materasso e si inginocchiò. Le sfilò una scarpa con una lentezza quasi religiosa, affondò il naso nella pelle ancora calda e umida e inspirò come un tossico che ritrova la vena.
— Cazzo… senti che odore. Acre, forte, mi stordisce e mi fa venire duro. Sei una cosa sporca, lo sai?
— Sì… — sussurrò lei, e già colava.
Le leccò il piede dal tallone alle dita, succhiando il sale della giornata attraverso il nylon, poi lo strappò con i denti per arrivare alla pelle nuda. Gemeva come un animale che si nutre di qualcosa che non dovrebbe. Risalì lungo le gambe, le aprì le cosce, premette la faccia contro le mutandine fradicie, strofinandosi, annusando, lappando la stoffa pesante di fatica e di umori.
— Qui sei vera — borbottò contro di lei. — Non il tailleur. Questo. La parte che nessuno vuole sentire.
Le strappò le mutandine, se le portò alla bocca e le morse guardandola. La prese con un'urgenza che aveva qualcosa di malato, la camicetta ancora addosso, aperta a metà, zuppa sotto le ascelle, le tette fuori, le scarpe che lei gli stringeva contro le spalle. Le schiaffeggiò il seno, le infilò due dita in bocca mentre la martellava.
— Dillo. Dì cosa sei.
— Una puttana… sono la tua puttana…
Lui rise, un suono basso, e le strinse il collo con una mano, piano, il pollice sulla gola. Spinse più a fondo. Michela, che un attimo prima gli artigliava le spalle per averlo di più, si sentì andare in pezzi.
— No… aspetta… ti prego… — ansimò, e si vergognò di quanto la voce le uscisse sottile, da bambina. — Mi fai male… piano… basta…
Ma aveva le caviglie incrociate dietro la sua schiena, e lo teneva dentro con tutto il corpo.
— Basta? — sussurrò lui contro la sua bocca. — La parola la conosci. Dilla.
Non la disse. Gemette, e lui diventò più duro dentro di lei, lo sentì, e quella durezza l'attraversò come una scarica. Più implorava, più lui si faceva feroce, e più lui si faceva feroce, più lei lo voleva. Un cerchio storto, senza uscita.
— Pietà… — piagnucolò, con le lacrime che le scendevano alle tempie, e allo stesso tempo spingeva il bacino contro di lui, aprendosi di più, chiedendo senza dirlo. — Ti prego… non fermarti…
— Ti prego cosa?
— Ti prego, fammi male…
Venne urlando e supplicando insieme, con la faccia bagnata, e si odiò un po' di più, e lo volle ancora.
— Lo faresti per soldi? — ringhiò lui, senza fermarsi. — Ci sono uomini che pagano per annusarti. Per leccarti i piedi. Per venirti addosso, in una stanza come questa, senza che tu sappia il loro nome. Ti vogliono così: puzzolente di lavoro, con la figa che gocciola. Ti ricoprirebbero di banconote.
Qualcosa si spaccò dentro Michela, come un'asse marcia sotto un piede. Una stanza senza finestre, mani sconosciute, bocche in fila, nessuno che conosceva il suo nome. Venne solo a quell'immagine, urlando nel cuscino che puzzava di sigarette altrui, e si vergognò di quanto fosse stato facile.
Quando tornò a respirare, lui era disteso accanto a lei, e la guardava come un contabile.
— Io potrei organizzarlo. Gente seria, discreta. Tu dici di no e finisce lì. — Le accarezzò la guancia, quasi con tenerezza. — Dimmi che non lo vuoi, Michela. Dillo ora.
Lei non lo disse.
— Quando?
— Se lo vuoi, giovedì prossimo.
Il giorno dopo, in ufficio, Michela si accorse che non aveva smesso di sorridere.
Il primo fu un uomo sui sessanta, con la fede al dito e le scarpe lucidissime. Aveva scelto lui l'albergo. La fece sedere, le tolse le scarpe senza dire una parola e annusò a lungo, come si annusa un'annata. Poi pianse, una volta sola, senza motivo, e le leccò i piedi con una devozione quasi disperata. Quando se ne andò lasciò una busta sul comodino. Pesava più di quanto dicesse la carta.
Poi vennero gli altri, uno alla volta, in camere che Michela non ricordava. Alcuni gentili, altri no. Alcuni volevano soltanto stare in ginocchio, altri volevano che dicesse cosa era. Lei lo diceva. Ogni volta si diceva che sarebbe stata l'ultima, e ogni volta, a casa, accanto a Max che dormiva con la bocca aperta, restava sveglia a contare i soldi nella borsa e a sentire il corpo che pulsava, ancora, come una piaga che ti piace grattare.
C'era un uomo, un commercialista, che non voleva altro che sentirla pregare. Le legava i polsi con la sua stessa cintura, la teneva a quattro zampe sul bordo del letto e le diceva piano: «Adesso dimmi che non ce la fai più». E lei lo diceva, tremando, «ti prego, basta, non reggo», con la figa che colava lungo le cosce e il culo che spingeva all'indietro, a cercarlo. Più supplicava, più lui rideva, più si faceva brutale e lento, finché la faceva implorare di nuovo, e lei veniva pregando che smettesse. Quando la slegava, le baciava la fronte, quasi con affetto, e lei restava lì, rotta e vogliosa, a chiedersi come potesse esistere una cosa così.
Leonardo la aspettava fuori, in macchina, e quando saliva la guardava come si guarda una cosa che rende. Non la toccava più. La annusava soltanto, a occhi chiusi, e sorrideva.
Per mesi Michela fu una puttana. Non lo disse a nessuno, nemmeno a se stessa.
Finì un martedì di novembre, senza una ragione. Un messaggio solo: È finita, non cercarmi. Poi il numero morto, la casella piena.
Michela aspettò una settimana, poi due. Un gioco, si disse. Era solo un gioco. Finito.
Ma certe cose, una volta che ti hanno annusata così, non te le togli più di dosso.
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