Foresta bagnata 3. La trasferta

scritto il 2026-11-06 tempo di lettura 25 min

di
genere
Dominazione, Orge, Pulp
cura
A

La convocazione arrivò su un gruppo con un nome innocuo, «Fornitori Nord-Est, convegno». Il messaggio di Jacopo era l'unico che contava:
«Venerdì sera, villa sui colli sopra Bertinoro. Un convegno, direbbe la tua azienda. Ti toccherà una trasferta di formazione. Porta solo il tailleur grigio. Parola d'ordine, se ti serve: «delibera». Se la dici, tutto si ferma. Ma non la dirai.»
Sandra disse al marito che c'era un aggiornamento fuori sede. Lui le baciò la fronte e le fece trovare i panini in borsa.
L'arrivo
La villa era una vecchia casa colonica ristrutturata, con le pietre a vista, il portico e una dozzina di auto sotto i cipressi. Un cameriere in livrea la aspettava al cancello, con la bocca chiusa e gli occhi bassi.
— La signora è attesa.
Nella sala grande c'erano candele, un camino acceso e una quindicina di persone in abito da sera, con i bicchieri in mano: facce da telegiornale e da consiglio d'amministrazione, orologi che valevano più della sua casa. Smisero di parlare quando lei entrò. Qualcuno sussurrò, e lei sentì chiaro il nome: la Foresta.
Jacopo le venne incontro in camicia bianca con le maniche rimboccate. Le prese la mano e la baciò.
— Signore e signori, la nostra ospite. Qui nessuno è stato costretto a nulla. Lei ha scelto di venire, e ha scelto di essere ciò che sa di essere. Dottoressa, vuole dire loro perché è qui?
Sandra sentì il cuore in gola.
— Perché voglio essere usata — disse, con una voce che non riconobbe. — Da voi. Come volete.
Il silenzio durò un secondo. Poi qualcuno rise, qualcuno batté piano le mani.
La preparazione
La spogliarono in mezzo alla sala, lentamente, tra sguardi e commenti. Un banchiere dal volto glabro, che non si toglieva mai il guanto bianco dalla mano sinistra, le sfilò la giacca. Un costruttore dalla voce roca, con un anello d'oro grosso come una noce, arrivò con un bicchiere di rosso e un sorriso enorme. Dal camino, un senatore in pensione, ospite d'onore, la guardava con un sorriso di proprietà.
— Eccola, la Foresta! Lo dicevo io che prima o poi saremmo riusciti ad averla qui.
Quando restò nuda, con le tette pesanti e i capezzoli rosei già tesi, il nero fitto del pube lucido nella luce delle candele, qualcuno fischiò. Jacopo alzò una mano.
— Un po' di rispetto per l'opera.
Le legò i polsi con una corda di canapa morbida, davanti, poi li sollevò e li fissò a un gancio del soffitto, una trave lasciata a vista. Lei restò in piedi sulle punte, il corpo teso, l'ombra delle candele che le scivolava sulle costole. Poi le legò le caviglie a due anelli nel pavimento, divaricate, e sul finale le passò un nastro di seta sugli occhi.
— Ricordati: «delibera». Una parola e ti sciolgo.
— Non la dirò.
— Lo so. È proprio questo il problema.
L'offerta
Il buio le amplificò tutto. Sentì i passi, i respiri, il tintinnio di un bicchiere, una voce di donna che mormorava «guarda che tette». Mani, tante mani: sul seno, sui fianchi, fra le cosce. Qualcuno le tirò il pelo con curiosità, qualcuno ci passò il naso.
— Che odore, eh? — disse il banchiere dal guanto bianco. — Sa di bosco, di umido, di fine estate.
— Pare una pelliccia viva — rise il costruttore dall'anello, affondando le dita nelle labbra gonfie. — Già fradicia. Una fontana.
L'interrogatorio
— Silenzio, per favore — disse Jacopo, e la sala si fermò. — Cominciamo. Un'unica regola: la dottoressa risponde. Con precisione, senza giri di parole. Chi ascolta può toccare, ma non venire. Non ancora.
Sentì il suo passo avvicinarsi e la sua voce, bassa, a un palmo dall'orecchio.
— Prima domanda, semplice. Si descriva.
— Son nuda…
— Precisione.
— Ho… le tette morbide e piene al vento e la figa aperta. Ho il culo sudato, perché ho guidato un'ora con il tailleur addosso e le mutandine non c'erano. Ho i piedi che forse puzzano, dentro le scarpe, dalle otto di stamattina.
Una risata, un mormorio di approvazione. Qualcuno le sfilò una scarpa dalla caviglia legata, e una voce di donna, dolce, di una certa età, disse piano: «Dio, che profumo inebriante…», mentre le labbra le si posavano sull'alluce.
— Seconda domanda. Come chiama la cosa che ha tra le gambe?
— Figa…
— E quando ci pensa con un uomo dentro?
— Il mio principale strumento da troia… che si bagna anche se solo la insultano…
Qualcuno le infilò due dita, lente, per verificare, e lei gemette.
— Fradicia — constatò soddisfatto.
— Terza. Quanti clienti nella sua esperienza da puttana?
Lei tacque. Una mano le strizzò crudelmente un capezzolo, due volte, e lei strillò.
— Quanti, dottoressa?
— Non… non lo so… più di venti… — Il cuore le batteva nelle orecchie. — Alcuni mi pagavano… ho preso soldi per farmi leccare i piedi… per farmi venire addosso… e mi piaceva…
— Cosa le piaceva?
— Sentirmi… sporca… una puttana a pagamento… con la busta piena di soldi nella borsa e mio marito che dorme…
Qualcuno fischiò, un altro sghignazzò. Un giovane, vicinissimo, le sussurrò nell'orecchio: «Madonna, che troia…», e lei sentì il calore riempirle il ventre fino alle ginocchia.
— Quarta. Cosa pensa quando firma una delibera con Fulvio o Jacopo di fronte?
La voce le si spezzò.
— Penso che appena finisco vado in bagno a toccarmi… Che sotto la scrivania ho la figa gocciolante e le colleghe attorno, e penso che se sapessero…
— Se sapessero?
— Se sapessero che la coordinatrice è una puttana pelosa… vorrei che lo sapessero… vorrei che me lo dicessero in faccia…
Una mano le strinse un capezzolo e lo tirò, lentissima, finché lei urlò.
— Ti prego… — ansimò, scossa. — Pietà… non ce la faccio… mi vergogno troppo…
— La parola, dottoressa — disse Jacopo, pacato, e sentì che sorrideva. — Se vuole.
Lei tremò, con la bocca aperta e le lacrime sotto il nastro.
— No.
— Allora quinta. Cosa le farebbe, adesso, un uomo che vuole farla felice?
— Mi scoperebbe… — sussurrò. — Mi riempirebbe la bocca e la figa e il culo… e mi insulterebbe… e mi sputerebbe addosso… e poi mi verrebbe sulle tette, sui piedi, in faccia… e io lo ringrazierei…
Il silenzio che seguì fu quello di una quindicina di persone che non respiravano. Poi una donna rise, bassa, e un uomo mormorò «io non reggo». Sentì dei passi, delle cerniere, qualcosa di caldo e duro che le sfiorò la coscia, e un altro che le strusciò contro la schiena.
— Un attimo. — Jacopo alzò una mano, e le mani si fermarono. — Prima di arrivare all'ultima, voglio ancora un po' di verità. Gli ospiti hanno diritto ai dettagli.
Mormorii, risate, un bicchiere che si posava.
— Sesta. Com'è il cazzo in bocca, quando lo prendi? I particolari.
— Sento… il sapore… — La voce era rauca, bassa. — Sa di sale, di pelle, di sudore, a volte di piscio. Se non si è lavato è meglio. Mi riempie la bocca, mi arriva in gola, e mi vengono i conati e penso: eccomi, sono solo questo, una bocca da riempire…
Una donna ansimò forte, vicino. Qualcuno le prese il mento e le spinse in bocca due dita, che lei succhiò da brava, con la lingua che roteava.
— Settima. Qual è il tuo buco preferito?
— Tutti…
— Scegli.
— Il culo — disse, e si vergognò così tanto che l'intero corpo le si arrossò. — Mi piace quando me lo aprono con la saliva, lentamente, e io faccio la finta che mi fa male, e invece… invece mi bagno come una fontana… Mi piace sentirmelo aperto per ore, dopo, con la sborra che cola…
— Ottava. Cosa dici a tuo marito, quando torni a casa e hai la figa piena di sborra di altri?
Fu come una frustata. Per un attimo non riuscì a rispondere. Una mano le tirò i peli del pube, forte, e lei urlò.
— Niente… — ansimò. — Gli dico che sono stanca… mi lavo, quasi… e mi infilo a letto accanto a lui con le cosce che colano… e lo sento dormire, e mi tocco in silenzio, pensando a tutti voi… e vengo senza fare rumore, con la sborra che mi scende sulle lenzuola…
— Troia — mormorò qualcuno, quasi con affetto.
— Sì… sì, troia… — Le lacrime le bagnavano il nastro. — Ti prego, non fermatevi… — E, un istante dopo, spezzandosi: — Basta… ho vergogna… non voglio che mi guardiate…
— Ma lo vuoi — disse Jacopo, e non era una domanda. — Nona. Descrivi i tuoi odori, uno per uno. Gli ospiti vogliono sapere cosa stanno annusando.
— I piedi… sanno di cuoio e nylon… stordiscono, dopo tante ore… — Parlava a scatti, tra un respiro e l'altro. — Le ascelle, di cipolla e di fumo… e di più quando ho paura. La figa… di fieno bagnato, di mare, di quella roba grassa e dolce che ti resta sul cazzo quando mi hai scopata… Il culo… — Si fermò. — …di culo.
Qualcuno inspirò a fondo, rumorosamente, in mezzo alle sue cosce, e lei sentì un gemito di un uomo che non conosceva. Una lingua, appena, sul clitoride, poi niente.
— Decima. Cosa sei, per me, adesso, davanti a tutti?
Non rispose subito. Poi, con la voce sottile:
— Un buco… un buco da riempire… — La parola le costò cara, e lei se ne accorse, e ne godette. — Un buco che parla… che implora…
Il silenzio dopo fu lunghissimo. Poi un applauso, lento, di due o tre persone, e la voce soddisfatta del costruttore: — Che signora. La dottoressa è una regina.
— Brava, Sandra — mormorò Jacopo. — Un'ultima, adesso.
— Ultima domanda. — La voce di Jacopo scese ancora, a un soffio dal suo orecchio. — Chi è, la dottoressa, stasera?
Lei respirò a fondo, nel buio, con le gambe che le tremavano sui polpacci legati e la figa che colava lungo l'interno delle cosce.
— Sono la Foresta… — disse, e le parole le uscirono sporche, lente, felici. — Sono la troia di tutti… sono qui per farmi usare… — E poi, quasi un singhiozzo: — Ti prego, fatelo… tutti…
— Brava — mormorò Jacopo. E con un gesto che lei non poté vedere, ma sentì attraverso l'aria, diede il segnale.
Le prime mani si strinsero.
L'uso
Nella stanza in cui si era fatto silenzio avanzò un uomo massiccio, dalle mani da macellaio, che gli altri chiamavano il Notaio, e di cui nessuno ricordava il nome di battesimo. Lei sentì il suo fiato di vino sul collo, le mani grosse sui fianchi, poi la durezza chea le si strusciò tra le natiche, calda e impaziente, e ne fu spaventata ed eccitata.
— Che culo… Comincio?
— Se la dottoressa dice di sì.
La voce le uscì da sola, bassa, vergognosa:
— Sì… prendetemi…
Il Notaio entrò nella figa con una sola spinta, e lei urlò, un urlo vero, di sorpresa e di piacere, con il corpo sospeso, appeso per i polsi, che dondolava a ogni colpo. Le tette le sobbalzavano, i piedi, legati agli anelli, non toccavano più niente. Dietro di lei il Notaio ansimava e la insultava con una gioia sincera.
— Eh, questa puttana! Com'è stretta, la signora! Mi stringi il cazzo come un pugno!
— No… piano… mi fai… — gemette lei. — Ti prego… è troppo…
— Troppo? — Le schiaffeggò una natica, e il rumore riempì la sala. — Ma si stringe sempre di più…
Mentre la scopava una bocca si chiuse su un capezzolo, poi un'altra sull'altro, e qualcuno le sollevò un piede, quello nudo, e vi affondò il naso. La voce della donna anziana, dolce e roca:
— Che piedi… che meravigliosi piedi sudati…
La lingua le percorse la pianta, lenta, poi tra le dita, a una a una, succhiando il sale. Sandra gridava, senza più distinguere il piacere dall'imbarazzo, tra il cazzo dentro, le bocche sui seni e quella lingua d'anziana sul piede. Venne così, la prima volta, sospesa nel buio, con un gemito lungo e spezzato, e sentì gli umori colarle lungo le cosce fino ai polpacci legati.
— Brava — disse Jacopo, da lontano. — Prossimo.
La slegarono dal gancio, ma non dagli anelli, e la piegarono in avanti con i polsi liberi, appoggiati a un tavolo basso di legno. Il banchiere dal guanto bianco le prese i capelli con la mano guantata e le sollevò la faccia.
— Apri, Foresta.
Lei aprì la bocca, e il suo cazzo, lungo e duro, le entrò fino in gola con una calma da dentista. Lei ebbe i conati, la saliva che le colava dal mento, i seni, le cosce. Dietro, qualcun altro la prese per il culo.
— Piano… — sussurrò, quando poté, la voce spezzata. — Ti prego… non ce la faccio… mi fa male…
— Ti fa male? — chiese un vecchio dai capelli bianchi e dall'anello di smeraldo, e rise piano, malizioso. — O ti piace che ti faccia male?
— Tutte e due… — ammise lei, sputando e piangendo. — Tutte e due… non fermarti…
Un giovane dal volto d'angelo, figlio di qualcuno, in disparte, ansimò forte, e la voce di Jacopo, calma:
— Calmati. Non ancora. Siediti e guarda. Devi meritartela.
— Sì… — rispose lui, soffocato.
Jacopo fece un cenno, e qualcuno gli portò una valigetta di cuoio scuro. Lei sentì lo scatto di due chiusure, e per un lungo momento solo il rumore di oggetti che venivano tolti e posati su un panno.
— Un po' di attrezzatura, dottoressa. Per le verifiche più approfondite.
Due pinze di metallo, fredde, le si chiusero sui capezzoli, strette, con una catenella sottile che le univa. Lei urlò, inarcandosi, e il dolore le saltò dal petto fino al ventre come una scarica.
— No… ti prego… sono troppo… — gemette. — Stringono… pietà…
— Stringono, sì. — Jacopo tirò la catenella con un dito, piano, e lei si sentì sciogliere. — Mi dica se devo fermarmi.
Lei non lo disse. Singhiozzò, e i capezzoli le pulsavano come due cuori in miniatura. Qualcuno appese alla catena un piccolo peso di ottone, e a ogni suo respiro la catena dondolava e tirava, e lei gemeva per quel tormento sottile che non la lasciava mai.
— Le candele — disse Jacopo, quando lei si fu calmata. — Non le abbiamo accese solo per l'atmosfera.
Sentì un passo, poi l'odore di cera calda e di fumo sottile, e un calore che le si avvicinava al petto, un palmo, poi meno.
— La prima goccia è la peggiore. Poi il corpo impara.
Cadde sul seno sinistro, accanto alla pinza, e lei urlò, un urlo breve, acuto, con il corpo che si contorceva tra la corda e il gancio. Una seconda goccia, sul ventre, una terza sul fianco. Il calore le si allargava sulla pelle come un morso e poi si faceva dolce, tiepido, quasi una carezza.
— Brucia… ti prego… brucia… — ansimò. — Pietà…
— È solo cera di candela — rispose Jacopo, con una calma da chirurgo. — Si scioglie a bassa temperatura. Brucia soltanto un istante. Poi, vedrà, chiede ancora.
La goccia seguente le cadde sul pube, tra i peli fitti, e lei trasalì e si aprì di più senza accorgersene. Le gocce scesero sulle tette, in file lente, sui capezzoli pinzati, sulla pancia, lungo l'interno delle cosce, dove la pelle è più sottile e ogni goccia le strappava un singhiozzo e un fiotto di umori. Lei era una fontana di suppliche e di gemiti.
— Ti prego… basta… no… — e poi, un istante dopo, con una voce sporca, spezzata: — Ancora… sul culo… sulle tette… versamela tutta…
Qualcuno rise, qualcuno rimase senza fiato. La voce roca della donna anziana mormorò, vicinissima:
— I piedi. Lasciate che faccia io i piedi.
Jacopo concesse con un cenno. La donna le sollevò una caviglia, con una tenerezza quasi materna, e fece colare la cera sulla pianta, sull'arco, tra le dita, a una a una. Lei gridò, più forte che per tutto il resto: il piede era la parte più sensibile, quella che aveva portato dodici ore in una scarpa, e la cera calda su quella pelle sudata le diede un piacere così acuto da farla venire senza che nessuno la toccasse.
— Brava — mormorò la donna, e lasciò che la cera si indurisse. Poi, con le unghie, cominciò a staccarla a lembi, lentamente, e a ogni lembo la pelle di Sandra bruciava e gemeva insieme.
— La parola, dottoressa? — chiese Jacopo, accostando una candela al suo orecchio.
— No… — sussurrò lei, rauca, rotta, con i capelli incollati al viso. — Ancora…
Poi sentì qualcosa di freddo e di enorme sfiorarle l'interno della coscia. Pesava. Era liscio, venoso, con una base larga che qualcuno appoggiò con un tonfo sul tavolo di legno.
— Guarda la dottoressa — rise il costruttore. — Si sta cacando sotto.
— Cos'è… — sussurrò lei, e la voce le tremava.
— Un amico — disse Jacopo, con una gentilezza quasi tenera. — Trentacinque centimetri, nero, silicone. Gliel'ha portato il senatore, come regalo. Ne è molto orgoglioso.
Da qualche parte, il senatore ridacchiò, soddisfatto.
— No… non entra… — ansimò lei. — Mi spacca… ti prego, non quello…
Ma quando il costruttore le posò la punta tra le labbra gonfie, bagnata, scivolosa di tutti gli umori e di saliva, lei si aprì da sola, senza volerlo, e il mostro cominciò a entrare, piano, un centimetro dopo l'altro. Ogni centimetro le strappò un suono diverso, un lamento, un «no», un «ancora», finché le gambe le cedettero e rimase appesa ai polsi, tremante, con le pinze che le mordevano il petto e quell'enormità dentro, che la riempiva fino a darle le vertigini.
— Respira, Foresta — le sussurrò il banchiere all'orecchio. — È tutto dentro. Senti com'è piena.
— Mi… mi sento… spaccata… — pianse lei, e subito dopo, sporca, quasi ridendo: — Che goduria… Dio… non fermarti…
— La parola, dottoressa? — chiese Jacopo, piano.
— No… — ansimò lei, con la saliva che le colava dal mento. — Fatemi tutto…
Allora qualcuno cominciò a muovere il giocattolo, lento, profondo, e un altro prese una paletta di cuoio e le batté le natiche, un colpo secco dopo l'altro, mentre la catenella dondolava, e il banchiere le riempì la bocca. Lei venne gridando contro quel cazzo, scossa da spasmi lunghi, con la figa che stringeva quel mostro di silicone come se volesse tenerlo per sempre.
— Il suo buco preferito, signori — annunciò Jacopo, con la calma di chi presenta un'opera. — Ce l'ha detto lei stessa. Chi ha l'onore?
Le sfilarono con cura il giocattolo dalla figa, e lei emise un lamento lungo, svuotato, con le cosce che tremavano. Sentì un sospiro d'attesa percorrere la sala. Poi una mano le allargò le natiche, e un fiotto di saliva, caldo, spesso, le cadde in mezzo.
— Il senatore, mi sembra — disse qualcuno, e ci fu una risata sommessa.
Il senatore le passò un pollice sul buchetto, in cerchi lenti, spalmando la saliva. Poi vi spinse dentro la punta, piano, e lei contrasse le cosce senza volerlo.
— Aprilo, Foresta. Fatti guardare.
— Sì… sì… — gemette, e con le mani legate cercò di inarcarsi, di spingersi indietro. — Aprimi il culo… ti prego… voglio sentirtelo dentro…
Qualcuno aggiunse del gel, freddo, abbondante, e un secondo dito si unì al primo, poi un terzo, che la allargava lentamente, con una pazienza crudele. Sandra mugolava, con la faccia premuta contro il bordo del tavolo e le lacrime che le scendevano sotto il nastro.
— Mi allarghi come una troia… — ansimò. — Dai… fammi sentire quanto sono sporca…
— Lo sei, mia cara — mormorò il senatore. — Ed è per questo che sei qui.
Quando la cappella, larga, calda, si appoggiò sul buchetto già aperto, lei urlò prima ancora che entrasse.
— No… aspetta… è troppo grosso… ti prego, piano…
— La parola, dottoressa — disse Jacopo da qualche parte, senza alcuna fretta.
Lei trattenne il respiro. Poi, con la voce spezzata, quasi un singhiozzo:
— No… no… fammelo… spaccami…
Il senatore spinse. Lentamente, con una pressione costante che le strappò un lamento animale, la cappella oltrepassò lo sfintere e scivolò dentro di lei, e poi, centimetro dopo centimetro, il resto, fino a quando i suoi fianchi non le premettero contro le natiche. Sandra si ritrovò a boccheggiare, a occhi sbarrati sotto il nastro, con il culo pieno, dilatato, pulsante intorno a quel cazzo duro.
— Dio… è tutto dentro… mi sento… piena… — sussurrò. — Mi stai sfondando il culo…
— Dillo ancora — disse lui, e cominciò a muoversi.
Le spinte, prima lente e profonde, si fecero più decise, e a ogni colpo lei gemeva, ansimava, urlava frasi sempre più sconce, senza più il controllo della voce:
— Sì… inculami… inculami come una puttana… più forte… Dio, che cazzo… sentilo, mi spacca il culo… — Ansimò, con la bava che le colava dal mento. — Riempimelo… voglio sentirti venire dentro il mio culo da troia… sporcami…
Il senatore le afferrò i fianchi e la tirò contro di sé, con colpi brutali, secchi, il rumore bagnato della carne che si riempiva e si svuotava. Qualcuno le schiaffeggiò le natiche, qualcuno le tirò la catenella dei capezzoli, e lei urlava e rideva e piangeva insieme, in un delirio di parole che non riconosceva più:
— Il mio culo… è vostro… usatelo… tutti… fatemelo allargare… sono una vacca da inculare… — E, in un guizzo di lucidità, con la voce che si spezzava: — Basta… non ce la faccio più… e non fermatevi… non fermatevi…
Venne così, senza che nessuno la toccasse, con un lungo urlo roco e il buchetto che si stringeva a ondate attorno al cazzo del senatore, il quale, con un grugnito, le venne dentro, a getti caldi, profondi, mentre lei gemeva «sì, così, riempimi» e si lasciava cadere, esausta, sul tavolo.
Quando lui si ritirò, il buchetto le rimase aperto, arrossato, gocciolante di sperma e di gel, e qualcuno nella sala fischiò piano.
— Guardate com'è rimasta — disse la voce roca della donna anziana. — Un fiore.
— Un fiore sporco — mormorò Jacopo. — Brava, Sandra.
Fu una lunga marea di mani, di bocche, di cazzi che si alternavano. La giravano, la piegavano, la facevano inginocchiare, la lasciavano sdraiata sul tavolo con le gambe sulle spalle altrui. Le parlavano sempre, con quella cattiveria affettuosa che le scioglieva il ventre.
— Guarda com'è aperta, la dottoressa.
— Quella che comanda trenta persone.
— E ora fa la vacca.
— Più forte, dai. Falla gridare.
E lei gridava. Gridava «basta» e «ancora» con la stessa bocca, e a ogni «basta» le mani si facevano più avide e i cazzi più duri, e il suo corpo rispondeva come un'orchestra. Quando le tolsero, per un istante, il nastro dagli occhi, vide la sala, le candele, le facce sudate, i volti sconosciuti e rapiti, la donna anziana inginocchiata ai suoi piedi con le labbra lucide, e il cuore le si aprì come un'ostrica.
— Guardati intorno — le sussurrò Jacopo, a un palmo dalla faccia, nel punto esatto in cui gli altri non lo vedevano. — Questa è la tua festa. La parola, Sandra?
Era stanca, scomposta, bagnata di tutti. Con le lacrime sul viso e il sapore di dieci uomini in bocca, lo guardò e sorrise, un sorriso storto, felice.
— No.
— Brava.
Allora le rimisero il nastro, e il buio tornò.
La sborra
Il finale fu una cosa lunga, sporca, confusa. La inginocchiarono al centro della sala, con le mani legate dietro la schiena, e le formarono attorno un cerchio. Il costruttore, il banchiere dal guanto bianco, il senatore, un uomo che non vide mai, un altro che parlava soltanto per grugniti. Le vennero addosso uno alla volta, sui seni, sul viso, in bocca, sui capelli, sul pelo del pube, sui piedi che qualcuno aveva sollevato per l'occasione. Lei apriva la bocca, quando le dicevano di aprirla. Diceva «grazie», quando le dicevano di dire grazie.
— Chi è la dottoressa? — chiese una voce, ridendo.
— La Foresta… — rispose, impastata, col mento bagnato. — La vostra puttana…
Ultima, la voce di Jacopo, vicina, quasi tenera. Le tolse il nastro, per la seconda volta, e lei lo vide in ginocchio davanti a sé. Aveva in mano un fazzoletto di lino, e le pulì appena gli occhi, e il resto del viso lo lasciò com'era.
— Hai fatto un lavoro splendido, dottoressa. — Le sfiorò le labbra con il pollice. — Adesso la porto a dormire. E domattina, quando torna dal marito, non si lavi.
Lei rise, rotta, esausta, piangendo.
— Sì…
— Brava.
La slegarono, la avvolsero in una coperta, la portarono in una camera sopra il portico con un letto morbido e una finestra aperta sui cipressi. Chiese di andare in bagno, e dovette farlo davanti a due uomini dall'espressione indecifrabile, accucciata, con le ginocchia che tremavano, mentre il corpo si svuotava di tutto ciò che le avevano lasciato dentro: un'umiliazione che le bruciò il viso e il ventre insieme. Sentì ancora le mani, le voci, i bicchieri che tornavano a tintinnare di sotto, qualcuno che rideva, poi si addormentò con il sapore di tutti in bocca, sporca, vuota, piena.
E per la prima volta da mesi, pensò a Leonardo senza dolore.
Il ritorno
Si svegliò all'alba, con la luce grigia dei cipressi sul soffitto e un sapore in bocca che non era più di nessuno in particolare. Restò un momento immobile, a contare quello che il corpo le raccontava: i capezzoli gonfi e doloranti, due segni rotondi e viola dove le pinze avevano morso; i polsi a righe rosse; un lembo di cera indurita rimasto tra le dita del piede; l'interno delle cosce appiccicoso, il culo che bruciava a ogni movimento, il ventre dolorante e vuoto.
Sul comodino c'era un biglietto, in una grafia ordinata: Non si lavi. — J.
Si rivestì senza lavarsi. Il tailleur grigio, che puzzava di fumo e di cera, le si incollò addosso come una seconda pelle sudata. Mise le décolleté sui piedi ancora sporchi, e ogni passo le ricordò qualcuno.
In macchina, con i finestrini chiusi, l'odore di sé le riempì l'abitacolo: sperma rappreso, sudore, cuoio, il dolce grasso della propria figa. Guidò un'ora con le cosce serrate e la mano sinistra sul volante, e a ogni semaforo si accorse di essere bagnata di nuovo.
La cucina
Max era in cucina, in maglietta, con il caffè sul fuoco. Le si avvicinò e le baciò la fronte. I figli in gita.
— Com'è andato l'aggiornamento?
— Lungo — disse lei. La voce le uscì calma, quasi lieve. — Faticoso.
Lui annusò l'aria, sorrise, distratto.
— Sai di fumo. Hanno acceso il camino?
— Sì. Un camino.
Lui le posò una mano sul fianco, e lei sentì il tocco passare attraverso il tailleur fin dove i lividi le dolevano, e dovette appoggiarsi al tavolo. Sotto la gonna la figa le pulsava, aperta, ancora piena di cose che non erano sue. Si sentì attraversata da una vergogna così vasta e così dolce che per un attimo non riuscì a respirare.
— Stai bene? — chiese lui.
— Benissimo.
Si sedette con attenzione, perché il culo le faceva male, e posò le mani sul tavolo per nascondere i polsi. Max versava il caffè, parlava della spesa, di un idraulico, del compleanno di un nipote. Lei lo guardava e pensava che quell'uomo buono non avrebbe mai immaginato nulla, e che era proprio la sua bontà a darle il coraggio.
— Vado un attimo in bagno — disse.

IL BAGNO

Chiuse a chiave. Nello specchio, il mascara sciolto, le labbra gonfie, i capelli induriti, un livido a forma di dito sul collo. Si slacciò la camicetta: le tette ricoperte di piccole croste di cera rossa, i capezzoli violacei.

Non si lavi, aveva detto lui. Nessuno la guardava, e obbediva lo stesso.

Girò la manopola.

L'acqua arrivò calda, e lei restò un momento a lasciarsela cadere sulla nuca, a occhi chiusi. Poi cominciò dai piedi. Staccò la cera con le unghie, una crosta alla volta, e i frammenti rossi girarono nello scarico come petali. Strofinò la pianta, tra le dita, fino a farle bruciare. Sul seno l'acqua era quasi dolorosa, e lei la lasciò scorrere senza trattenere il respiro.
Si lavò il collo, dove le dita di lui avevano lasciato il segno. Il livido restò. Non importava: sarebbe passato da solo, e lei sapeva già che nessuno gliel'avrebbe rimesso.
Si insaponò il sesso con la mano aperta, senza fretta, senza pensare a niente. Il pelo, folto e scuro, le si gonfiò di schiuma. Aveva un nome, quel pelo, che non era il suo. Lo lavò come si lava una cosa propria, perché lo era.
Shampoo, due volte. Poi stette ferma sotto il getto finché l'acqua non scese limpida e il bagno fu pieno di vapore.
Si asciugò, si vestì di pulito, e con il palmo ripulì lo specchio. La donna che la guardava aveva gli occhi arrossati e nessuna vergogna.
In cucina Max accendeva la radio. Il caffè era freddo, e aveva preparato i panini
— Hai fame?
— Tanta.
Il telefono vibrò nella borsa, sul bancone. Lo prese con una mano sotto il tavolo. Il gruppo senza nome, un messaggio nuovo:
— Buongiorno, Foresta. Com'è l'aria di casa?
Guardò Max che spalmava il burro, la radio, il caffè freddo. Qualcuno aveva appena messo un piede nella sua cucina.
E dopo un istante:
— Giovedì?
Il pollice restò fermo sopra quella parola per il tempo di un respiro. Poi la cancellò, e scrisse senza fretta.
— Giovedì non ci sono. Né dopo. I rinnovi di dicembre li firmo io, e li leggerò con molta attenzione. Fulvio non lavorerà più con noi. Cancelli ciò che ha, e non mi scriva più.
Spense il telefono.
— Tutto bene? — chiese Max.
— Benissimo.
Addentò il panino, affamata.
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