Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 20
scritto il 2026-11-06 tempo di lettura 30 min
di
Michael035
genere
Fantascienza
cura
A−
Entro nel locale caldaie dove hanno portato il prigioniero. Il locale è inutilizzato da anni e puzza di umidità e muffa. Appoggio sul banco la chiave prussiana, le pinze e la tanica da cinquanta litri.
L'uomo è legato a una sedia di legno massiccio, con tre giri di nylon da cantiere sugli avambracci e sulle caviglie. Ha il mento sul petto. Un filo di saliva e muco gli scende sul colletto della maglia. Gli do due schiaffi a mano aperta, uno per guancia.
Alza la testa. Mi mette a fuoco con fatica. Raccoglie quello che ha in gola e me lo sputa sullo stivale.
Non lo pulisco. Prendo una cassa di legno, la trascino davanti alla sedia e mi siedo. Dall'angolo dove ha preso posto, Ji-Soo mi guarda con le braccia incrociate. Nick è fermo vicino alla porta, con le mani lungo i fianchi come uno che non sa dove metterle.
«Come ti chiami?» chiedo.
«Vaffanculo.»
«Nome particolare, non si sente molto in giro.» Dalla tasca dei miei pantaloni tiro fuori una foto recuperata dalla sua giacca. «Questa bambina con un cappello di paglia. È tua figlia, non è vero?» L'uomo spalanca gli occhi ma cerca di riprendere subito la sua compostezza. «Era una domanda retorica. Non ne faccio molte.» Rimetto la foto in tasca. «Ti spiego come funziona. Io non ho fretta e non ho nessun posto dove andare. Questa stanza è calda quanto basta per non farti morire di freddo ma per fartelo soffrire. Tu mi dici quello che mi serve e io ti dico se ci credo. Se non ci credo, mi arrabbierò e poi ricominceremo da capo.»
«Io non so un cazzo.»
«Allora vuol dire che sai qualcosa. Nell'esercito mi è capitato di partecipare ad alcune raccolte di informazioni. Ricominciamo.»
Gli sferro un pugno nello stomaco, corto, col polso rigido. L'uomo tira fuori l'aria dal naso. Mentre si piega, gli prendo i capelli e gli tiro indietro la testa.
«Apri.»
Stringe i denti. Gli do un secondo colpo, al fianco, poco sotto le costole, e la bocca gli si spalanca da sola per cercare aria. Infilo le pinze e stringo sul premolare. Poi tiro, con una torsione.
Il dente viene via con un rumore umido. L'uomo urla dentro il sangue che gli riempie la bocca. Gli mostro il dente tra le ganasce delle pinze, poi lo lascio cadere.
«Questo è il primo.»
Tossisce e sputa. Muove la lingua nel buco, ancora e ancora, come se dovesse riempirlo.
«Come ti chiami?»
«Wade...»
«Quanti siete?»
«Venti... Trenta...» Parla storto, con la guancia già gonfia. «Non lo so, entrano e escono...»
«No, così non va bene!»
Gli tolgo il secondo, quello accanto. Stavolta il dente si spezza e non riesco a toglierlo del tutto.
«Nick.»
«Sì?»
«Se non te la senti, esci.»
Metto giù le pinze e prendo lo straccio da cucina dal banco. Lo piego in quattro.
«Ti piaceva andare al mare? A me non molto, perché ogni volta che andavo sott'acqua mi si attappavano le orecchie.»
Con Nick ribaltiamo la sedia all'indietro. Wade batte la nuca sul cemento e resta con le gambe legate in alto. Gli stendo lo straccio sulla faccia e comincio a versare l'acqua dalla tanica, un filo sottile, sempre sullo stesso punto.
Il tessuto si incolla alle narici. Il corpo di Wade si inarca e tenta di strappare il nylon. Conto fino a venti, poi tolgo il panno. Tossisce acqua rosa e inspira con un verso che non è umano.
«Dove si trova il campo?»
«Ti ho detto...»
«Tempo scaduto.»
Panno e acqua. Questa volta conto fino a venticinque. Quando glielo tolgo, la sua faccia ha un colore brutto e le pupille non riescono a stare ferme.
«Ripeto la domanda.» Non risponde. Ripeto il giro un'altra volta. Poi l'acqua finisce. «Nick, riempila...»
Nick esce quasi di corsa. Rimetto in piedi la sedia. Wade ciondola, trattenuto solo dal nylon. L'acqua gli cola dalla maglia e fa una macchia scura intorno ai piedi della sedia.
«Tutto qui?» dice. La voce è un filo. «Tutto qui... quello che sai fare?»
«Vuoi fare un altro giro? Aspettiamo che torni Nick e ti accontenterò.»
Prendo il coltello dal fodero e vado a pulire la lama sullo straccio asciutto, con la cura di chi sta per tagliare il pane.
«Nel frattempo ti racconto la storia dei miei strani vicini di casa. Allora, vicino a casa mia c'era un allevatore. Erano rimasti in pochi a fare il suo lavoro, con tutte quelle aziende con allevamenti intensivi era difficile mantenere una certa stabilità, ma lui non si è mai arreso. Aveva un figlio con problemi alla testa, un ragazzo grosso e lento. Il padre sapeva che non avrebbe mai trovato un lavoro stabile, così decise di insegnargli il mestiere di famiglia. Regalò a suo figlio un maialino che doveva allevare da solo, sotto la sua guida. Poi arrivò il giorno di sacrificare quel maialino.» Giro intorno alla sedia. Wade mi segue con l'occhio buono. «Il padre legò il maiale alla rastrelliera, gli mise una museruola e lasciò il ragazzo da solo. Gli aveva spiegato cosa doveva fare, lo aveva visto fare un sacco di volte. Ma come ho già detto, il ragazzo era problematico e si spaventò, andò nel panico e si dimenticò come si fa a ucciderlo con un colpo solo. E allora pensò: se lo ferisco abbastanza, morirà in fretta.» Spingo la punta nel bicipite sinistro di Wade, per tre volte e tiro in basso. Il suo urlo, inizialmente acuto, si affievolisce mentre si piega in avanti. «Quel povero maiale cominciò a urlare dal dolore, e la cosa peggiore è che il ragazzo non smise.» Faccio la stessa cosa sull'altro braccio. Poi la coscia e infine affondo il coltello sul fianco. Sono tagli precisi e puliti, nei punti in cui il sangue esce ma non spruzza. Il sangue scende sul nylon e gocciola dalla sedia sul cemento.
Ji-Soo si sposta contro il muro. Vedo il movimento con la coda dell'occhio. «Ti consiglio di uscire, se non vuoi sentire un maiale urlare.»
«Resto.» La sua voce è piatta e tiene gli occhi su Wade, non su di me.
Trascino la cassa di legno di nuovo accanto alla sedia e mi siedo di nuovo. Tiro fuori l'orologio dalla manica e giro la corona due volte.
«Adesso sono le sei e venti. Alle dieci comincerai ad avere freddo. Comincerà dalle dita dei piedi e piano piano quel freddo salirà più su. Poi ti verrà sonno, e quel sonno sarà piacevole, per un po'.» Lo guardo. «La morte per dissanguamento è la più brutta che ci sia. È peggio persino dell'annegamento o di essere bruciati vivi, perché in quel caso l'agonia, per quanto orribile, dura pochi minuti. In questo caso oltre a essere molto dolorosa ci vogliono ore..»
«S... sei un... un mostro.»
«Può darsi. Ma io almeno non mangio le persone e cerco di tenere viva questa gente.»
Wade smette di respirare per un istante.
«Voi non siete migliori di me.»
Non risponde. Gli occhi gli vanno a Ji-Soo. Lei non si muove.
Nick torna con la tanica piena e si siede su uno sgabello vicino alla porta. Io non faccio più niente. Il tempo passa e Wade sembra non cedere. Controllo le corde. Gli spingo due dita sulla gola per sentire il battito, poi gli stringo un panno attorno alla coscia, abbastanza da non lasciarlo andare troppo in fretta. Wade mi guarda fare con l'occhio sano.
Il suo respiro si fa più corto. Comincia a tremare. All'inizio sono le mani, poi le spalle, poi tutto il corpo. I denti gli battono.
«Ho freddo,» dice.
«Lo so.»
«Dammi una coperta.»
«Dimmi cosa voglio sapere e forse, dico forse, riuscirò anche a salvarti in tempo. Ma le lancette corrono, Wade...» Prendo l'orologio e glielo metto vicino all'orecchio in modo da fargli sentire il rumore degli ingranaggi che fanno scorrere le lancette. «Senti? Il tempo non aspetta nessuno.» Wade stringe gli occhi. «Hai una figlia.»
«Non nominarla.»
«Come si chiama?»
«Ti ho detto di...»
«Quanti anni ha?»
Wade apre la bocca per mandarmi a quel paese. Esce un singhiozzo. È una cosa piccola, un colpo di diaframma, ma io lo vedo e anche lui capisce di averlo fatto.
«Sei,» dice. «Ne ha sei... Si chiama... Ruby.»
«È al campo?»
Non risponde. Gli spingo la coperta sulle gambe, senza avvolgerlo.
«Perché se è al campo, e noi decidiamo di entrare, io non so cosa succederà, Wade. Non lo so davvero. Quando si entra in un posto con la gente armata dentro, non si ha il tempo di guardare le facce. C'è il fumo, c'è il buio. Ho visto fare cose a persone che non c'entravano, da uomini che erano brave persone, fino a quel giorno.»
«Non toccatela.»
«Dammi una ragione per non farlo.»
Piange. Le lacrime gli scendono sul sangue e lo diluiscono. Ji-Soo ha distolto lo sguardo per la prima volta.
«Il campo è appena fuori da White Pine. C-c'è un complesso residenziale. È-è completamente recintato,» dice a bassa voce.
«Quanti siete?»
«Trenta. Con i bambini trentacinque. Ma i combattenti sono...» fa una pausa a causa del fiato corto. «Sono diciotto, ora. Gli altri li avete uccisi.»
«Chi comanda?»
«Kroll. Abel Kroll.»
Ji-Soo si stacca dal muro. «Il predicatore?»
Wade annuisce. «Dice che noi siamo quelli che resteranno quando tutto sarà finito.»
Il silenzio dura troppo. Poi Wade fa sì con la testa. Una volta.
«Avevate intenzione di attaccarci?»
«Sì. Kroll ha fretta perché dice che non c'è tempo e le scorte finiscono.»
Guardo Ji-Soo. Ha il volto fermo come un muro, ma una mano le trema contro la coscia.
«Quanti verranno?»
«Questo non lo so... devi credermi.»
«Allora dimmi un'altra cosa che mi è utile.»
Wade lancia un urlo di dolore piegandosi di nuovo in avanti.
Mi alzo e metto la coperta sulle spalle di Wade. Gliela rimbocco intorno al collo. Lui mi fissa come si guarda un cane che ha appena smesso di ringhiare.
«Sto parlando, ti sto aiutando, ti sto dicendo la cazzo di verità...» dice Wade, con la voce rauca che si alza di tono il più possibile. «Salvami...»
«E io che ne so se questa è la verità?»
«È la verità! Mia figlia morirà comunque, lo capisci? Io aiuto te e tu aiuti me... va bene?»
«Facciamo che ti credo sulla metà delle cose che mi hai detto.» Mi giro verso Ji-Soo. «Vai a chiamare Mary e falla venire.»
Mi guarda a lungo. Poi mi dà le spalle ed esce dalla stanza. Esco anche io insieme a Nick e aspettiamo che Ji-Soo torni insieme a Mary. Intanto fumiamo una sigaretta. Cinque minuti dopo la vedo.
«Mary!» la chiamo, lei si ferma davanti a me. «Entra, ma non curarlo ancora. Ho ancora delle domande da fargli.»
«E allora cosa mi hai fatto venire a fare?»
«Se ti vede si fiderà di più e ci dirà altro.»
«Ha una bambina, Trevis! Dobbiamo curarlo.» Dice Ji-Soo
«E lo cureremo, ma prima dobbiamo sapere cosa hanno in mente.»
«E poi con lui che faremo?»
«Ci penseremo dopo.»
Rientriamo nel locale caldaie. Wade continua a perdere forze e lucidità.
«Non abbiamo finito,» dico.
Wade non alza la testa. «Ti ho dato il campo, i numeri, il nome. Cosa vuoi ancora?»
«Quello che hai detto non mi basta. Non spiega come pensano di farcela.» Rimetto la cassa al suo posto e mi siedo. «Mettiamo che vengano tutti e trenta, anche chi non esce mai. Arrivano qui ad affrontarci. Noi siamo organizzati con torrette, mura, armi. Kroll non è stupido. Non è uno che manda i suoi a farsi fucilare senza un piano. Lui ha un piano e tu adesso me lo dirai.»
«Non vado ai consigli.»
«Eri di pattuglia. Chi manda in giro un uomo che non sa niente?»
Si morde l'interno della guancia, dove manca il dente, e ci ripensa.
«Mettiamo che,» continuo. «Domani torni al campo con la gamba cucita e senza i tuoi. Cosa pensi che farà Kroll con uno che torna da solo?»
Chiude l'occhio buono. «Tu non lo conosci...»
«Beh, è per questo che sei qui. Tu devi aiutarmi a capire. Vuoi o no il mio aiuto?»
Passa un minuto. Dalla sedia gocciola ancora qualcosa, più lento.
«Usa i nostri figli per ricattarci,» dice. «Quelli di chi serve. Cacciatori, tiratori, chi sa riparare un motore. Li tiene tutti sotto il suo controllo insieme alle sue due donne. Dice che è per proteggerli, ma in realtà è solo un ricatto.»
«E non li lascia mai con voi?»
«Sì, ma siamo sempre controllati.» Gli trema la mascella. «Nessuno ha mai saltato un turno di guardia. Nessuno ha mai detto no ad Abel.»
«E se qualcuno disobbedisce che succede?»
«Che non rivedrà più suo figlio.»
Nick, vicino alla porta, si volta verso il muro. Io penso a Clem e a come mi sentirei se la perdessi. Non è mia figlia, ma è come se lo fosse.
«Quindi anche Ruby,» dico.
«Sì.»
«È la verità?»
«Sì, sì cazzo. Lo giuro! Ti prego... non ce la faccio più.»
«Manca un'ultima cosa, poi giuro che ti faccio curare.» Guardo l'orologio, sono passate due ore. «Tranquillo, hai ancora tempo. Dimmi come fermarlo.»
«L'unico modo di fermare Abel è che qualcuno lo tradisca dall'interno, non c'è altro modo.» Wade respira faticosamente e le parole escono piano. «Per attaccarvi ha stretto un'alleanza con un gruppo del sud. Venticinque persone, forse di più, anche loro hanno figli. Erano vigilanza privata. Hanno tante armi, mitragliatrici, fucili e altra roba che hanno preso da un deposito della guardia nazionale. Hanno perso il posto dove stavano e adesso vagano alla ricerca di un posto.» fa un'altra pausa per riprendere fiato. «Si sono fermati al motel The Pines, sulla vecchia statale, a mezza giornata da qui.»
«Il capo?»
«Non so il nome. So che è alto e robusto. Zoppica dalla gamba destra.» Fa una smorfia. «Abel gli ha promesso la vostra comunità. Noi prendiamo la metà della vostra roba e loro il resto insieme a questo posto. Hanno accettato perché vogliono un posto sicuro dove stare.»
«Poi?»
«Poi Abel farà quello che fa con tutti. Troverà il modo di fregarli e si prenderà tutto.»
«Un uomo che ha tenuto in piedi venticinque persone non si fida di un predicatore,» dico.
«Su questo siamo d'accordo entrambi. Ma neanche Abel si fida di loro.»
Aspetto.
Ji-Soo parla per la prima volta da un quarto d'ora. «Lo sanno?»
«No. Se lo sapessero, lo ammazzerebbero.» Wade mi guarda. «Abel è furbo... molto furbo. Per questo vorrà fregarli appena vi avranno eliminati.»
Mi alzo e mi allontano dalla sedia. Ji-Soo mi raggiunge e usciamo fuori per parlare.
«Ti fidi?» chiede
«Ovviamente non possiamo essere sicuri al cento per cento. Ma il suo discorso è rimasto coerente.»
«Come fai a saperlo?»
«Non si è inventato nomi a caso solo per darmi un nome, sono dettagli che contano.»
«Potrebbe essere semplicemente furbo.»
«Un bugiardo inventa discorsi, usa molti dettagli che prima o poi finiscono per contraddirlo. Questi stanno insieme.»
«E quegli uomini?»
«Hanno anche loro dei figli. Se quella gente scopre cosa hanno in mente i cannibali, Abel perde tutto, ma bisogna procedere con furbizia. Abel non deve dubitare di loro. Perché loro saranno il nostro cavallo di troia se giochiamo bene le nostre carte.»
«Non sappiamo se ci ascolterebbe.»
«È vero. Ma sappiamo dove sta e quanto ha da perdere. Mi serve qualcuno che parli bene e non porti armi. Un emissario.»
«Io.»
«Sì, tu potresti andar bene.»
Rientriamo. Chiudo la porta alle mie spalle e con lo sguardo cerco Mary.
«Preparati a ricucirlo. Niente morfina.»
Wade ha lo sguardo sui ferri di Mary e il respiro corto.
«Ti ricucio e ti tengo vivo,» dico. «Se hai mentito, torno qui e ti riapro tutte le ferite. Se hai detto la verità, tua figlia ha più possibilità ora di quante ne avesse stamattina.»
«È vero,» dice. «Giuro. Posso avere un po' d'acqua? Vi prego!»
«Sì, certo.» Mi volto verso Nick. «Pensaci tu.»
«Va bene,» risponde Nick.
«Resta di guardia,» dice Ji-Soo.
Esco prima che Mary inizi a fare il suo lavoro. Sento Wade gridare da fuori. Cammino verso la capanna e porto una sigaretta spenta in bocca. Non ho l'accendino.
Poco dopo sento dei passi veloci dietro di me. Non mi volto, penso sia Meave.
«Da me.» È Ji-Soo. Mi passa avanti senza voltarsi. «Mettiamo in fila quello che ha detto Wade prima che sia troppo tardi.»
La seguo.
La capanna è fredda, la stufa è spenta. Chiudo la porta, e lei lascia cadere la giacca sul pavimento senza raccoglierla. Va verso il tavolo, poggiandosi con i palmi sul legno e resta così, con la testa bassa.
«Sei bianca cadaverica,» dico.
«Sto bene.»
«Credo che tu abbia bisogno di riposo, Ji.»
«Sei un dottore? No.»
«Non serve un dottore per capire che non ce la fai più.»
Si slaccia il colletto del maglione, tre bottoni, con un gesto brusco di chi non trova aria. Poi si strappa l'elastico dai capelli e le ciocche le cadono sul viso. Le nocche sul legno sono bianche.
Faccio un passo. Le metto una mano sulla spalla per farla sedere.
Si volta appena sente la mia mano. Mi afferra per i risvolti del giaccone e mi tira a sé con tutto il peso del corpo. Il suo bacino urta la mia cintura. Alza il viso. Ha la bocca socchiusa e il fiato caldo, e gli occhi lucidi non guardano me ma qualcosa di più lontano.
«Ji-Soo, ma che cazzo...»
«Zitto.»
Sale sulle punte. Sotto il colletto aperto la pelle è umida. Le mie mani scendono sui fianchi senza che io lo voglia veramente. Basterebbe stringere e spingerla contro il bordo del tavolo.
Il mio battito accelera e per un secondo non penso a niente. Poi le prendo i polsi.
«Fermati.»
«Ti ho detto zitto. Non pensare,» dice. «Spegni la testa per dieci minuti.»
«Tu devi spegnerla. Io no.»
«Non ti sto chiedendo di sposarmi.»
«Lo so.»
«E allora perché no? Sei l'unico qui dentro che non si lascia prendere dalle emozioni. Ne ho bisogno.»
«Lo so, ma questo non va bene.» Tengo ancora i suoi polsi nelle mie mani senza stringere. Il suo viso è a un palmo dal mio. «Se succede qualcosa tra noi tu non mi vedrai più come prima, e questo non può accadere.»
Passano diversi secondi. Non la lascio andare e lei non indietreggia. Sento la pressione del suo corpo sulla cintura, sul fodero della pistola, ovunque ci tocchiamo. Nessuno dei due si sposta.
Poi chiude gli occhi. Le spalle le scendono e la tensione si scioglie.
La lascio andare e faccio mezzo passo indietro.
Si gira verso il tavolo e si preme le mani sul viso, forte, sui bulbi oculari. Quando le toglie, si riabbottona il maglione dal basso verso l'alto, un bottone alla volta, e si lega i capelli con l'elastico. Sul tavolo c'è una matita rotta. La mette a posto.
Mi guarda. La disperazione non c'è più, ma non è sparita: è stata spostata dietro la sua espressione da dura.
«Non lo avrebbe mai saputo nessuno e io non mi intenerisco per una scopata, Trevis.»
«Può darsi.»
«Come se ti dispiacesse, poi...»
«Questo non l'ho mai detto.»
Una linea storta le disegna all'angolo della bocca. «Mi fai la predica, poi poggi una mano sul mio fianco...»
«Mi è scivolata.»
«Sì, certo.»
«Cerca di dormire un po' piuttosto. Non stai bene, Ji-Soo. Dormi almeno sei ore.»
«Dobbiamo parlare di come muoverci.»
«Non adesso. Riposato, dai retta a me, perché se continui così crolli da un momento all'altro.»
«Allora domani.»
«Domani mattina ne parliamo, ma ora riposa.»
«Ok, ora fuori da casa mia.»
Il tono è secco ma non c'è rabbia, solo un'ironia stanca. Esco, tiro la porta e resto un momento nel buio con la mano ancora sul legno. Dentro non si sente niente.
Tornato nella mia capanna, mi strofino le mani con un pezzo di sapone, dalle nocche alle unghie, finché l'odore di ruggine e del sangue di Wade non diventa solo odore di sapone.
Jason è seduto sulla branda, la schiena contro il muro e il moncone fasciato stretto al petto. Clem piega una coperta nell'angolo con più attenzione del necessario. Meave entra, chiude la porta e resta accanto allo stipite. Non si toglie nemmeno il giubbotto. Guarda l'acqua sporca, poi me.
«La campana della mensa suona tra due minuti,» dice. Ha la voce tirata, come uno spago che regge un peso troppo grande.
Asciugo le mani su uno straccio. «Andiamo.»
Clem e Jason escono per primi. Faccio per seguirli e appena metto il piede sul primo gradino del portico, Meave mi prende per il gomito e mi tira di lato, contro la parete esterna. L'aria è ferma e fredda. Sopra di noi i riflettori del perimetro mettono una luce bianca sul legno.
«Noi due non andiamo da nessuna parte.» Si pianta davanti a me e mi chiude il passaggio. «Da quando siete tornati non mi hai rivolto la parola.»
«Oggi ho portato Nancy in infermeria con un buco nella spalla e ho passato ore in un locale caldaie con un prigioniero. Se avevi in mente di fare qualcosa hai sbagliato giorno.»
«Lo so dove sei stato.» Non abbassa la voce. «Pensi che non sappia cosa hai fatto oggi?»
Non rispondo.
«Sono passata lì dove tenete quell'uomo e ho sentito un uomo urlare. Ho visto Mary andare giù con la borsa e Ji-Soo uscire pallida in volto.» Il fiato le fa una nuvola tra le labbra. «Non serve neanche che mi spieghi cosa è successo lì dentro. L'ho capito da sola.»
«Bene, allora non abbiamo niente da dirci. Andiamo a cena.»
«No. So solo cosa. Dimmi tu perché.»
«Il perché di cosa, Meave? Quell'uomo fa parte della banda che ha ucciso Rayan e altre persone di questa comunità. Stanno preparando un attacco contro di noi. L'unico modo per sapere dove e come era fargli dire quello che sapeva.»
«L'unico modo.»
«Sì.»
«Che cosa ti ha detto?»
«Quello che serviva.»
«Ma come fai a sapere che era vero?»
«Perché l'ho verificato.»
«E come?» Alza un sopracciglio. «Con altre domande a un uomo legato a una sedia che voleva solo che smettessi?»
«Con la logica. Verificando se ci sono contraddizioni. Non funziona come lo immagini.»
«Infatti per me non funziona.» Il tono le si abbassa. «Un uomo legato dice qualsiasi cosa per far finire il dolore. Gli chiedi un nome, te ne dà uno. Gli chiedi un posto, ne inventa uno che ti piaccia. Sai quanti innocenti hanno confessato qualunque cosa sotto tortura, nei secoli?»
«Questo non è un tribunale.»
«Appunto.» Fa un passo avanti. «È peggio. Non hai nemmeno la scusa di una legge.»
«Quelle bestie mangiano le persone e anche bambini, Meave.»
Mi accorgo troppo tardi di averlo detto. Ji-Soo mi aveva chiesto di non farne parola con nessuno, e io l'ho appena detto alla prima persona che mi ha messo alle strette.
Meave non si muove. Il colore le va via dalla faccia.
«I figli dei loro uomini migliori,» continuo, e la voce mi esce più dura di come l'avevo pensata. «Li tengono in ostaggio. Chi sbaglia li perde.»
«Ti credo.» Lo dice piano. «È orribile e ti credo.»
«Allora hai capito.»
«No.» Mi guarda negli occhi. «Non cambia niente. Anche se è tutto vero, quello che hai fatto resta quello che hai fatto.»
«Cosa c'è di sbagliato?»
«Che hai deciso che si può. Che esiste un caso in cui prendi un uomo e lo fai a pezzi per ottenere un'informazione, e va bene.» Stringe i denti. «Io non lo accetto. È una cosa che non deve succedere.»
«Bene.» Il sangue mi sale al viso. «Allora dimmi cosa avresti fatto tu. Davvero. Avresti offerto del caffè al prigioniero? Gli avresti chiesto per favore? Avresti aspettato che gli tornasse la voglia di collaborare?»
«Avrei trovato un altro modo.»
«Fantastico, cazzo! Illuminami, magari io non ci ho pensato.»
«Non lo so.»
«Forza, dimmene almeno uno.»
«Non lo so, Trevis! Non sono io quella che sa cosa si fa a un uomo legato a una sedia!» Si porta le mani ai capelli, poi le lascia cadere. «Ma so che non è un metodo. Tu ci provi gusto.»
«Lo faccio perché funziona.»
«Ti riesce perché non ti costa niente.»
Quella frase mi fa infuriare. Non è una cosa bella da dire. Faccio mezzo passo avanti.
«Non mi costa niente?» Lo ripeto piano. «Ripetilo.»
«Quando sono entrata in capanna ti stavi lavando le mani come se niente fosse.» Alza gli occhi. «Niente.»
«Cosa dovevo provare? Rimorso? Una lacrima per dei bastardi che ammazzano chiunque? Tu vivi in un mondo tutto tuo, Meave, vivi in un mondo fantastico che non esiste.»
«Io certe volte mi chiedo chi tu sia veramente, Trevis!»
«Il tuo ragionamento è sbagliato, Meave. Pensi che per restare umani basti non sporcarsi le mani. Che esista un modo di fermare quella gente senza che qualcuno si faccia male. Non c'è, porca puttana, non c'è. Ci sono quelli che lo fanno e quelli che guardano. E tu sei dalla parte di chi guarda e a me sta bene, ma almeno abbi la decenza di non giudicare.»
«Non è vero.»
«Sì che è vero. Hai sentito una cosa che non hai retto e invece di dire "ho avuto paura" dici che io sono un mostro.»
«Io ho detto che non lo accetto.»
«Non accettare è un lusso che nessuno può più permettersi. Che cazzo, vuoi un posto sicuro, i cancelli chiusi, il cibo caldo. Non puoi avere tutto questo se qualcuno non fa il lavoro sporco.» Mi scosto di mezzo passo. «Il mondo in cui chiedevi alla gente cosa voleva sul taglio della frangia non c'è più. L'unica scelta che possiamo fare è quella di sopravvivere o morire. E tu stai scegliendo la seconda.»
Per la prima volta vedo Meave colpita dalle parole, sul suo viso non c'è rabbia.
«Non c'è bisogno di fare così,» dice.
«Così come?»
«Stai cercando di ferirmi.»
«Sto cercando di farti capire.»
Non risponde. Dalla mensa arriva il primo colpo di campana, poi un secondo.
«Sono sempre io,» dico. «Quello che ti ha tenuta al caldo in un magazzino senza sapere chi eri, che ti ha dato da mangiare senza sapere chi eri. E devo sentirmi dire che sono un mostro, che sto cercando di ferirti. Questo non fa male, vero?»
«E io ti ho detto ti amo.» Lo dice senza abbassare gli occhi. «E tu non hai risposto.»
«Questo non c'entra.»
«C'entra eccome... almeno per me.»
Mi accorgo che è vero. Ho le mani aperte, la mascella sciolta, la voce bassa. Niente di quello che dico mi costa fatica. Lo vede anche lei.
«Mi serve viva la gente di questo posto, Meave. Anche te.»
«E io non voglio vedere quella versione di te.»
«Allora ti serve un altro.»
La frase è dura e colpisce Meave. Forse un po' troppo dura, ma non so come ritirarla.
«Forse hai ragione,» dice. Ha la voce piatta di chi ha smesso di discutere. «Forse mi serve un altro.»
«Meave, aspetta. Non intendevo che...»
«No.» Alza una mano. «Va' a mangiare. Meglio chiudere questa conversazione qui.»
Me ne vado senza aggiungere altro e senza voltarmi. Forse l'ho ferita profondamente questa volta, ma almeno spero serva a farla ragionare. Vado dritto verso la mensa, con il nome di Meave che mi esce di bocca a bassa voce.
Alle mie spalle il portico resta vuoto. Poi sento la porta della capanna chiudersi, piano.
Il giorno dopo torno alla capanna dal turno di mattina con le spalle gelate e la stanchezza che si fa sentire. Quando entro, Clementine ha finito di allacciarsi gli scarponi e si sta tirando su la zip del giaccone. Nancy è uscita dall'infermeria ed è sdraiata sul letto, coperta fino al petto, con un libro chiuso sulla pancia.
«Esci?» chiedo a Clem, slacciando il cinturone con la fondina.
«Ji-Soo fa una lezione al capannone nord. Corpo a corpo, arti marziali. Ho chiesto di entrare.»
«Hai fatto bene. Ascoltala. Non c'è nessuno più veloce di lei.»
«Lo so. Me l'ha già dimostrato.» Si infila i guanti e mi guarda un istante di troppo, poi guarda Nancy, poi la porta. «Ci vediamo dopo.»
«A dopo.» Io e Nancy lo diciamo insieme.
Esce. La serratura scatta e la capanna si assesta intorno a noi due.
Appoggio il cinturone sulla sedia. Nancy ha le occhiaie e il colore della cera, ma ha ancora quello sguardo con cui tiene sotto controllo ogni cosa.
«Se vuoi dormire, mi cambio e vado fuori.»
«No, tranquillo. Resta.»
«Gli altri?»
«Meave alle serre. Jason da Mary per il controllo della ferita.» Si sposta e fa una smorfia. «Siamo soli, sì.»
Mi siedo sul bordo del mio materasso e comincio a slacciare gli anfibi. Il fango si è seccato a croste sulle stringhe.
«Posso chiederti una cosa?»
«Dipende.»
«Ieri, in infermeria. Meave era china su di te e ti parlava a bassa voce. Cosa ti ha detto?»
Nancy tiene gli occhi sulla coperta un secondo più del necessario. «Perché me lo chiedi?»
«Mi ha incuriosito.»
«Niente di importante.»
«Nan.»
«Trev.» Alza lo sguardo. «Non mi ha detto nulla. Perché dovrei dirti una cazzata?»
«Va bene, ti credo.»
Nancy si puntella con il braccio buono e prova a sistemarsi più dritta sul materasso, ma la spalla sinistra le tira e si ferma a metà, con i denti stretti e il fiato trattenuto.
«Fermati.» Mi alzo in un secondo e vado da lei. «Chiedi.»
«Ce la faccio.»
«Non devi sforzarti.»
«Un po' sì.» Beve da una mezza bottiglia, la rimette a terra senza guardare. «Devo cambiare la medicazione. Dietro non ci arrivo. Mi aiuti?»
«No.»
«Perché?»
«Me l'hai detto tu che sono un pessimo infermiere.»
«Era una battuta.»
«Ah, certo. Adesso era una battuta.»
«Non mi sembra il momento di fare il permaloso.»
Tiro un respiro lungo. «Va bene, per stavolta ci passo su. Dove sono le bende?»
«Sotto la branda. Il sacchetto di carta.»
Lo tiro fuori. Garze orlate, nastro telato, un flacone mezzo vuoto di clorexidina. Mi siedo di fronte a lei sul bordo del suo letto.
«Togli la maglia.»
Sbottona i tre bottoni con la mano destra. La sfila facendola scorrere lungo il braccio ferito, lentamente, e la lascia cadere in grembo.
Sotto indossa un reggiseno di cotone nero che mette in risalto il suo seno. Resto a guardarla e il mio sguardo cade sulle sue tette, poi risale e incontra il suo. Nancy non si copre e non distoglie lo sguardo.
Nessuno dei due dice niente. Fuori dalla finestra c'è la luce piatta del mattino e il vociare lontano della gente.
Infilo le dita sotto il nastro e tiro. Il sangue si è fuso con la garza. Quando il cotone cede, Nancy chiude gli occhi di scatto.
«Hai finito con quelle facce?»
«Brucia.»
«Ho fatto piano.»
«Fa male comunque.»
Verso il disinfettante su un batuffolo pulito e comincio a tamponare i bordi del foro d'entrata, sul deltoide, poi quello d'uscita, dietro la scapola. L'odore chimico cancella tutto il resto. Quando premo vicino al margine più rosso, Nancy mi afferra il ginocchio con la mano destra e stringe la stoffa.
«Ahia. Trev. Cazzo.»
«Scusa. Ho premuto troppo.»
«Fai in fretta.»
«Hai paura di me?»
«Di te?» Ride, un colpo d'aria dal naso. «Ho più paura di Mary. Secondo me è un po' pazza.»
«Rispondi.»
«No.» Alza gli occhi. «Meave ha paura di te. Io no. Io ti conosco e so chi sei.»
Mi fermo con il batuffolo a mezz'aria. Fuori qualcuno trascina una cassa sulla ghiaia.
Pulisco il resto del sangue. Spruzzo un velo di unguento. Due quadrati di garza nuova, nastro per bloccarli e il gioco è fatto.
«Finito.»
Raccoglie la maglia dal grembo. La aiuto a infilare il braccio sinistro, passando il tessuto oltre il gomito senza toccare la medicazione, poi le tiro giù l'orlo sulla pancia. Per un attimo le mie mani restano ai suoi fianchi, sopra la stoffa termica. Resto seduto vicino a lei.
«Grazie,» dice.
«Di niente.»
Si sporge in avanti. Mi abbraccia, porta il suo braccio destro attorno al collo e poggia la guancia contro la mia spalla. L'odore dei suoi capelli mi riempie il naso: lana, sapone, e sotto un'altra cosa, calda, che non so nominare. Ricambio, con un braccio dietro la schiena stando attento ai punti. Dovrebbe durare poco, ma l'abbraccio non finisce.
Nancy si stacca di pochi centimetri. Resta lì, con la fronte quasi sulla mia, le labbra socchiuse. Non c'è niente di studiato nel modo in cui mi guarda. Restiamo fermi così, come se entrambi volessimo dire qualcosa all'altro, ma nessuno dice niente. Non so chi si è mosso per primo, ma le nostre bocche si incontrano a metà strada e ci baciamo. La sua mano destra mi sale lungo la mascella e si chiude nella barba, mi tira più vicino. Le sue labbra sono morbide e cercano ripetutamente la mia bocca. La stringo per il fianco, sopra la maglia, e la tiro verso di me senza delicatezza. Il letto cigola. Il suo respiro cambia: si fa più corto, più basso e un rumore le sale dal petto mentre continua a baciarmi.
Le mie mani cercano la sua schiena. Lei si sposta, solleva il ginocchio sul materasso e si avvicina. Sento il calore della coscia contro la mia. Mi mordicchia il labbro inferiore e il mondo si restringe a quel punto preciso.
Poi sento qualcosa sbattere sullo sterno. Il ciondolo di Nancy e Tessa. Lei lo sente nello stesso istante. Il bacio si interrompe e si ritrae di colpo. Porta la mano destra al collo, stringe il ciondolo nel pugno e abbassa la testa. Nancy si fa rossa dal collo alle guance.
«Mi dispiace,» sussurra. La voce le si spezza a metà della frase. «Non dovevo. Scusami.»
«Non c'è niente di cui scusarsi.» Il mio tono è un raschio secco. «Sono stato io.»
«Trev...»
«Io. Fine.»
Mi alzo dal letto con un movimento rigido. Faccio due passi, poi altri due, finché tra noi non ci sono quattro metri di pavimento e la stufa. La stanza è molto fredda, di colpo.
«Non doveva succedere...»
«È solo un bacio, Nan. Tranquilla.»
Mi tolgo la giacca della mimetica e la maglia logora. Resto a torso nudo in mezzo alla capanna, con le braccia lungo i fianchi e i peli ritti sul petto e non solo i peli. Lei guarda il movimento e abbassa subito gli occhi sul bordo della coperta.
«Vado a lavarmi,» dico.
«Va bene, vai.»
Mi fermo con la mano sulla maniglia del bagno, chiudo la porta e accendo con l'accendino le due candele sul lavandino. La fiamma trema e poi si assesta.
Nello specchio scheggiato c'è un uomo con la barba incolta e il codino sfatto. Le labbra hanno ancora il sapore di Nancy.
[CONTINUA...]
L'uomo è legato a una sedia di legno massiccio, con tre giri di nylon da cantiere sugli avambracci e sulle caviglie. Ha il mento sul petto. Un filo di saliva e muco gli scende sul colletto della maglia. Gli do due schiaffi a mano aperta, uno per guancia.
Alza la testa. Mi mette a fuoco con fatica. Raccoglie quello che ha in gola e me lo sputa sullo stivale.
Non lo pulisco. Prendo una cassa di legno, la trascino davanti alla sedia e mi siedo. Dall'angolo dove ha preso posto, Ji-Soo mi guarda con le braccia incrociate. Nick è fermo vicino alla porta, con le mani lungo i fianchi come uno che non sa dove metterle.
«Come ti chiami?» chiedo.
«Vaffanculo.»
«Nome particolare, non si sente molto in giro.» Dalla tasca dei miei pantaloni tiro fuori una foto recuperata dalla sua giacca. «Questa bambina con un cappello di paglia. È tua figlia, non è vero?» L'uomo spalanca gli occhi ma cerca di riprendere subito la sua compostezza. «Era una domanda retorica. Non ne faccio molte.» Rimetto la foto in tasca. «Ti spiego come funziona. Io non ho fretta e non ho nessun posto dove andare. Questa stanza è calda quanto basta per non farti morire di freddo ma per fartelo soffrire. Tu mi dici quello che mi serve e io ti dico se ci credo. Se non ci credo, mi arrabbierò e poi ricominceremo da capo.»
«Io non so un cazzo.»
«Allora vuol dire che sai qualcosa. Nell'esercito mi è capitato di partecipare ad alcune raccolte di informazioni. Ricominciamo.»
Gli sferro un pugno nello stomaco, corto, col polso rigido. L'uomo tira fuori l'aria dal naso. Mentre si piega, gli prendo i capelli e gli tiro indietro la testa.
«Apri.»
Stringe i denti. Gli do un secondo colpo, al fianco, poco sotto le costole, e la bocca gli si spalanca da sola per cercare aria. Infilo le pinze e stringo sul premolare. Poi tiro, con una torsione.
Il dente viene via con un rumore umido. L'uomo urla dentro il sangue che gli riempie la bocca. Gli mostro il dente tra le ganasce delle pinze, poi lo lascio cadere.
«Questo è il primo.»
Tossisce e sputa. Muove la lingua nel buco, ancora e ancora, come se dovesse riempirlo.
«Come ti chiami?»
«Wade...»
«Quanti siete?»
«Venti... Trenta...» Parla storto, con la guancia già gonfia. «Non lo so, entrano e escono...»
«No, così non va bene!»
Gli tolgo il secondo, quello accanto. Stavolta il dente si spezza e non riesco a toglierlo del tutto.
«Nick.»
«Sì?»
«Se non te la senti, esci.»
Metto giù le pinze e prendo lo straccio da cucina dal banco. Lo piego in quattro.
«Ti piaceva andare al mare? A me non molto, perché ogni volta che andavo sott'acqua mi si attappavano le orecchie.»
Con Nick ribaltiamo la sedia all'indietro. Wade batte la nuca sul cemento e resta con le gambe legate in alto. Gli stendo lo straccio sulla faccia e comincio a versare l'acqua dalla tanica, un filo sottile, sempre sullo stesso punto.
Il tessuto si incolla alle narici. Il corpo di Wade si inarca e tenta di strappare il nylon. Conto fino a venti, poi tolgo il panno. Tossisce acqua rosa e inspira con un verso che non è umano.
«Dove si trova il campo?»
«Ti ho detto...»
«Tempo scaduto.»
Panno e acqua. Questa volta conto fino a venticinque. Quando glielo tolgo, la sua faccia ha un colore brutto e le pupille non riescono a stare ferme.
«Ripeto la domanda.» Non risponde. Ripeto il giro un'altra volta. Poi l'acqua finisce. «Nick, riempila...»
Nick esce quasi di corsa. Rimetto in piedi la sedia. Wade ciondola, trattenuto solo dal nylon. L'acqua gli cola dalla maglia e fa una macchia scura intorno ai piedi della sedia.
«Tutto qui?» dice. La voce è un filo. «Tutto qui... quello che sai fare?»
«Vuoi fare un altro giro? Aspettiamo che torni Nick e ti accontenterò.»
Prendo il coltello dal fodero e vado a pulire la lama sullo straccio asciutto, con la cura di chi sta per tagliare il pane.
«Nel frattempo ti racconto la storia dei miei strani vicini di casa. Allora, vicino a casa mia c'era un allevatore. Erano rimasti in pochi a fare il suo lavoro, con tutte quelle aziende con allevamenti intensivi era difficile mantenere una certa stabilità, ma lui non si è mai arreso. Aveva un figlio con problemi alla testa, un ragazzo grosso e lento. Il padre sapeva che non avrebbe mai trovato un lavoro stabile, così decise di insegnargli il mestiere di famiglia. Regalò a suo figlio un maialino che doveva allevare da solo, sotto la sua guida. Poi arrivò il giorno di sacrificare quel maialino.» Giro intorno alla sedia. Wade mi segue con l'occhio buono. «Il padre legò il maiale alla rastrelliera, gli mise una museruola e lasciò il ragazzo da solo. Gli aveva spiegato cosa doveva fare, lo aveva visto fare un sacco di volte. Ma come ho già detto, il ragazzo era problematico e si spaventò, andò nel panico e si dimenticò come si fa a ucciderlo con un colpo solo. E allora pensò: se lo ferisco abbastanza, morirà in fretta.» Spingo la punta nel bicipite sinistro di Wade, per tre volte e tiro in basso. Il suo urlo, inizialmente acuto, si affievolisce mentre si piega in avanti. «Quel povero maiale cominciò a urlare dal dolore, e la cosa peggiore è che il ragazzo non smise.» Faccio la stessa cosa sull'altro braccio. Poi la coscia e infine affondo il coltello sul fianco. Sono tagli precisi e puliti, nei punti in cui il sangue esce ma non spruzza. Il sangue scende sul nylon e gocciola dalla sedia sul cemento.
Ji-Soo si sposta contro il muro. Vedo il movimento con la coda dell'occhio. «Ti consiglio di uscire, se non vuoi sentire un maiale urlare.»
«Resto.» La sua voce è piatta e tiene gli occhi su Wade, non su di me.
Trascino la cassa di legno di nuovo accanto alla sedia e mi siedo di nuovo. Tiro fuori l'orologio dalla manica e giro la corona due volte.
«Adesso sono le sei e venti. Alle dieci comincerai ad avere freddo. Comincerà dalle dita dei piedi e piano piano quel freddo salirà più su. Poi ti verrà sonno, e quel sonno sarà piacevole, per un po'.» Lo guardo. «La morte per dissanguamento è la più brutta che ci sia. È peggio persino dell'annegamento o di essere bruciati vivi, perché in quel caso l'agonia, per quanto orribile, dura pochi minuti. In questo caso oltre a essere molto dolorosa ci vogliono ore..»
«S... sei un... un mostro.»
«Può darsi. Ma io almeno non mangio le persone e cerco di tenere viva questa gente.»
Wade smette di respirare per un istante.
«Voi non siete migliori di me.»
Non risponde. Gli occhi gli vanno a Ji-Soo. Lei non si muove.
Nick torna con la tanica piena e si siede su uno sgabello vicino alla porta. Io non faccio più niente. Il tempo passa e Wade sembra non cedere. Controllo le corde. Gli spingo due dita sulla gola per sentire il battito, poi gli stringo un panno attorno alla coscia, abbastanza da non lasciarlo andare troppo in fretta. Wade mi guarda fare con l'occhio sano.
Il suo respiro si fa più corto. Comincia a tremare. All'inizio sono le mani, poi le spalle, poi tutto il corpo. I denti gli battono.
«Ho freddo,» dice.
«Lo so.»
«Dammi una coperta.»
«Dimmi cosa voglio sapere e forse, dico forse, riuscirò anche a salvarti in tempo. Ma le lancette corrono, Wade...» Prendo l'orologio e glielo metto vicino all'orecchio in modo da fargli sentire il rumore degli ingranaggi che fanno scorrere le lancette. «Senti? Il tempo non aspetta nessuno.» Wade stringe gli occhi. «Hai una figlia.»
«Non nominarla.»
«Come si chiama?»
«Ti ho detto di...»
«Quanti anni ha?»
Wade apre la bocca per mandarmi a quel paese. Esce un singhiozzo. È una cosa piccola, un colpo di diaframma, ma io lo vedo e anche lui capisce di averlo fatto.
«Sei,» dice. «Ne ha sei... Si chiama... Ruby.»
«È al campo?»
Non risponde. Gli spingo la coperta sulle gambe, senza avvolgerlo.
«Perché se è al campo, e noi decidiamo di entrare, io non so cosa succederà, Wade. Non lo so davvero. Quando si entra in un posto con la gente armata dentro, non si ha il tempo di guardare le facce. C'è il fumo, c'è il buio. Ho visto fare cose a persone che non c'entravano, da uomini che erano brave persone, fino a quel giorno.»
«Non toccatela.»
«Dammi una ragione per non farlo.»
Piange. Le lacrime gli scendono sul sangue e lo diluiscono. Ji-Soo ha distolto lo sguardo per la prima volta.
«Il campo è appena fuori da White Pine. C-c'è un complesso residenziale. È-è completamente recintato,» dice a bassa voce.
«Quanti siete?»
«Trenta. Con i bambini trentacinque. Ma i combattenti sono...» fa una pausa a causa del fiato corto. «Sono diciotto, ora. Gli altri li avete uccisi.»
«Chi comanda?»
«Kroll. Abel Kroll.»
Ji-Soo si stacca dal muro. «Il predicatore?»
Wade annuisce. «Dice che noi siamo quelli che resteranno quando tutto sarà finito.»
Il silenzio dura troppo. Poi Wade fa sì con la testa. Una volta.
«Avevate intenzione di attaccarci?»
«Sì. Kroll ha fretta perché dice che non c'è tempo e le scorte finiscono.»
Guardo Ji-Soo. Ha il volto fermo come un muro, ma una mano le trema contro la coscia.
«Quanti verranno?»
«Questo non lo so... devi credermi.»
«Allora dimmi un'altra cosa che mi è utile.»
Wade lancia un urlo di dolore piegandosi di nuovo in avanti.
Mi alzo e metto la coperta sulle spalle di Wade. Gliela rimbocco intorno al collo. Lui mi fissa come si guarda un cane che ha appena smesso di ringhiare.
«Sto parlando, ti sto aiutando, ti sto dicendo la cazzo di verità...» dice Wade, con la voce rauca che si alza di tono il più possibile. «Salvami...»
«E io che ne so se questa è la verità?»
«È la verità! Mia figlia morirà comunque, lo capisci? Io aiuto te e tu aiuti me... va bene?»
«Facciamo che ti credo sulla metà delle cose che mi hai detto.» Mi giro verso Ji-Soo. «Vai a chiamare Mary e falla venire.»
Mi guarda a lungo. Poi mi dà le spalle ed esce dalla stanza. Esco anche io insieme a Nick e aspettiamo che Ji-Soo torni insieme a Mary. Intanto fumiamo una sigaretta. Cinque minuti dopo la vedo.
«Mary!» la chiamo, lei si ferma davanti a me. «Entra, ma non curarlo ancora. Ho ancora delle domande da fargli.»
«E allora cosa mi hai fatto venire a fare?»
«Se ti vede si fiderà di più e ci dirà altro.»
«Ha una bambina, Trevis! Dobbiamo curarlo.» Dice Ji-Soo
«E lo cureremo, ma prima dobbiamo sapere cosa hanno in mente.»
«E poi con lui che faremo?»
«Ci penseremo dopo.»
Rientriamo nel locale caldaie. Wade continua a perdere forze e lucidità.
«Non abbiamo finito,» dico.
Wade non alza la testa. «Ti ho dato il campo, i numeri, il nome. Cosa vuoi ancora?»
«Quello che hai detto non mi basta. Non spiega come pensano di farcela.» Rimetto la cassa al suo posto e mi siedo. «Mettiamo che vengano tutti e trenta, anche chi non esce mai. Arrivano qui ad affrontarci. Noi siamo organizzati con torrette, mura, armi. Kroll non è stupido. Non è uno che manda i suoi a farsi fucilare senza un piano. Lui ha un piano e tu adesso me lo dirai.»
«Non vado ai consigli.»
«Eri di pattuglia. Chi manda in giro un uomo che non sa niente?»
Si morde l'interno della guancia, dove manca il dente, e ci ripensa.
«Mettiamo che,» continuo. «Domani torni al campo con la gamba cucita e senza i tuoi. Cosa pensi che farà Kroll con uno che torna da solo?»
Chiude l'occhio buono. «Tu non lo conosci...»
«Beh, è per questo che sei qui. Tu devi aiutarmi a capire. Vuoi o no il mio aiuto?»
Passa un minuto. Dalla sedia gocciola ancora qualcosa, più lento.
«Usa i nostri figli per ricattarci,» dice. «Quelli di chi serve. Cacciatori, tiratori, chi sa riparare un motore. Li tiene tutti sotto il suo controllo insieme alle sue due donne. Dice che è per proteggerli, ma in realtà è solo un ricatto.»
«E non li lascia mai con voi?»
«Sì, ma siamo sempre controllati.» Gli trema la mascella. «Nessuno ha mai saltato un turno di guardia. Nessuno ha mai detto no ad Abel.»
«E se qualcuno disobbedisce che succede?»
«Che non rivedrà più suo figlio.»
Nick, vicino alla porta, si volta verso il muro. Io penso a Clem e a come mi sentirei se la perdessi. Non è mia figlia, ma è come se lo fosse.
«Quindi anche Ruby,» dico.
«Sì.»
«È la verità?»
«Sì, sì cazzo. Lo giuro! Ti prego... non ce la faccio più.»
«Manca un'ultima cosa, poi giuro che ti faccio curare.» Guardo l'orologio, sono passate due ore. «Tranquillo, hai ancora tempo. Dimmi come fermarlo.»
«L'unico modo di fermare Abel è che qualcuno lo tradisca dall'interno, non c'è altro modo.» Wade respira faticosamente e le parole escono piano. «Per attaccarvi ha stretto un'alleanza con un gruppo del sud. Venticinque persone, forse di più, anche loro hanno figli. Erano vigilanza privata. Hanno tante armi, mitragliatrici, fucili e altra roba che hanno preso da un deposito della guardia nazionale. Hanno perso il posto dove stavano e adesso vagano alla ricerca di un posto.» fa un'altra pausa per riprendere fiato. «Si sono fermati al motel The Pines, sulla vecchia statale, a mezza giornata da qui.»
«Il capo?»
«Non so il nome. So che è alto e robusto. Zoppica dalla gamba destra.» Fa una smorfia. «Abel gli ha promesso la vostra comunità. Noi prendiamo la metà della vostra roba e loro il resto insieme a questo posto. Hanno accettato perché vogliono un posto sicuro dove stare.»
«Poi?»
«Poi Abel farà quello che fa con tutti. Troverà il modo di fregarli e si prenderà tutto.»
«Un uomo che ha tenuto in piedi venticinque persone non si fida di un predicatore,» dico.
«Su questo siamo d'accordo entrambi. Ma neanche Abel si fida di loro.»
Aspetto.
Ji-Soo parla per la prima volta da un quarto d'ora. «Lo sanno?»
«No. Se lo sapessero, lo ammazzerebbero.» Wade mi guarda. «Abel è furbo... molto furbo. Per questo vorrà fregarli appena vi avranno eliminati.»
Mi alzo e mi allontano dalla sedia. Ji-Soo mi raggiunge e usciamo fuori per parlare.
«Ti fidi?» chiede
«Ovviamente non possiamo essere sicuri al cento per cento. Ma il suo discorso è rimasto coerente.»
«Come fai a saperlo?»
«Non si è inventato nomi a caso solo per darmi un nome, sono dettagli che contano.»
«Potrebbe essere semplicemente furbo.»
«Un bugiardo inventa discorsi, usa molti dettagli che prima o poi finiscono per contraddirlo. Questi stanno insieme.»
«E quegli uomini?»
«Hanno anche loro dei figli. Se quella gente scopre cosa hanno in mente i cannibali, Abel perde tutto, ma bisogna procedere con furbizia. Abel non deve dubitare di loro. Perché loro saranno il nostro cavallo di troia se giochiamo bene le nostre carte.»
«Non sappiamo se ci ascolterebbe.»
«È vero. Ma sappiamo dove sta e quanto ha da perdere. Mi serve qualcuno che parli bene e non porti armi. Un emissario.»
«Io.»
«Sì, tu potresti andar bene.»
Rientriamo. Chiudo la porta alle mie spalle e con lo sguardo cerco Mary.
«Preparati a ricucirlo. Niente morfina.»
Wade ha lo sguardo sui ferri di Mary e il respiro corto.
«Ti ricucio e ti tengo vivo,» dico. «Se hai mentito, torno qui e ti riapro tutte le ferite. Se hai detto la verità, tua figlia ha più possibilità ora di quante ne avesse stamattina.»
«È vero,» dice. «Giuro. Posso avere un po' d'acqua? Vi prego!»
«Sì, certo.» Mi volto verso Nick. «Pensaci tu.»
«Va bene,» risponde Nick.
«Resta di guardia,» dice Ji-Soo.
Esco prima che Mary inizi a fare il suo lavoro. Sento Wade gridare da fuori. Cammino verso la capanna e porto una sigaretta spenta in bocca. Non ho l'accendino.
Poco dopo sento dei passi veloci dietro di me. Non mi volto, penso sia Meave.
«Da me.» È Ji-Soo. Mi passa avanti senza voltarsi. «Mettiamo in fila quello che ha detto Wade prima che sia troppo tardi.»
La seguo.
La capanna è fredda, la stufa è spenta. Chiudo la porta, e lei lascia cadere la giacca sul pavimento senza raccoglierla. Va verso il tavolo, poggiandosi con i palmi sul legno e resta così, con la testa bassa.
«Sei bianca cadaverica,» dico.
«Sto bene.»
«Credo che tu abbia bisogno di riposo, Ji.»
«Sei un dottore? No.»
«Non serve un dottore per capire che non ce la fai più.»
Si slaccia il colletto del maglione, tre bottoni, con un gesto brusco di chi non trova aria. Poi si strappa l'elastico dai capelli e le ciocche le cadono sul viso. Le nocche sul legno sono bianche.
Faccio un passo. Le metto una mano sulla spalla per farla sedere.
Si volta appena sente la mia mano. Mi afferra per i risvolti del giaccone e mi tira a sé con tutto il peso del corpo. Il suo bacino urta la mia cintura. Alza il viso. Ha la bocca socchiusa e il fiato caldo, e gli occhi lucidi non guardano me ma qualcosa di più lontano.
«Ji-Soo, ma che cazzo...»
«Zitto.»
Sale sulle punte. Sotto il colletto aperto la pelle è umida. Le mie mani scendono sui fianchi senza che io lo voglia veramente. Basterebbe stringere e spingerla contro il bordo del tavolo.
Il mio battito accelera e per un secondo non penso a niente. Poi le prendo i polsi.
«Fermati.»
«Ti ho detto zitto. Non pensare,» dice. «Spegni la testa per dieci minuti.»
«Tu devi spegnerla. Io no.»
«Non ti sto chiedendo di sposarmi.»
«Lo so.»
«E allora perché no? Sei l'unico qui dentro che non si lascia prendere dalle emozioni. Ne ho bisogno.»
«Lo so, ma questo non va bene.» Tengo ancora i suoi polsi nelle mie mani senza stringere. Il suo viso è a un palmo dal mio. «Se succede qualcosa tra noi tu non mi vedrai più come prima, e questo non può accadere.»
Passano diversi secondi. Non la lascio andare e lei non indietreggia. Sento la pressione del suo corpo sulla cintura, sul fodero della pistola, ovunque ci tocchiamo. Nessuno dei due si sposta.
Poi chiude gli occhi. Le spalle le scendono e la tensione si scioglie.
La lascio andare e faccio mezzo passo indietro.
Si gira verso il tavolo e si preme le mani sul viso, forte, sui bulbi oculari. Quando le toglie, si riabbottona il maglione dal basso verso l'alto, un bottone alla volta, e si lega i capelli con l'elastico. Sul tavolo c'è una matita rotta. La mette a posto.
Mi guarda. La disperazione non c'è più, ma non è sparita: è stata spostata dietro la sua espressione da dura.
«Non lo avrebbe mai saputo nessuno e io non mi intenerisco per una scopata, Trevis.»
«Può darsi.»
«Come se ti dispiacesse, poi...»
«Questo non l'ho mai detto.»
Una linea storta le disegna all'angolo della bocca. «Mi fai la predica, poi poggi una mano sul mio fianco...»
«Mi è scivolata.»
«Sì, certo.»
«Cerca di dormire un po' piuttosto. Non stai bene, Ji-Soo. Dormi almeno sei ore.»
«Dobbiamo parlare di come muoverci.»
«Non adesso. Riposato, dai retta a me, perché se continui così crolli da un momento all'altro.»
«Allora domani.»
«Domani mattina ne parliamo, ma ora riposa.»
«Ok, ora fuori da casa mia.»
Il tono è secco ma non c'è rabbia, solo un'ironia stanca. Esco, tiro la porta e resto un momento nel buio con la mano ancora sul legno. Dentro non si sente niente.
Tornato nella mia capanna, mi strofino le mani con un pezzo di sapone, dalle nocche alle unghie, finché l'odore di ruggine e del sangue di Wade non diventa solo odore di sapone.
Jason è seduto sulla branda, la schiena contro il muro e il moncone fasciato stretto al petto. Clem piega una coperta nell'angolo con più attenzione del necessario. Meave entra, chiude la porta e resta accanto allo stipite. Non si toglie nemmeno il giubbotto. Guarda l'acqua sporca, poi me.
«La campana della mensa suona tra due minuti,» dice. Ha la voce tirata, come uno spago che regge un peso troppo grande.
Asciugo le mani su uno straccio. «Andiamo.»
Clem e Jason escono per primi. Faccio per seguirli e appena metto il piede sul primo gradino del portico, Meave mi prende per il gomito e mi tira di lato, contro la parete esterna. L'aria è ferma e fredda. Sopra di noi i riflettori del perimetro mettono una luce bianca sul legno.
«Noi due non andiamo da nessuna parte.» Si pianta davanti a me e mi chiude il passaggio. «Da quando siete tornati non mi hai rivolto la parola.»
«Oggi ho portato Nancy in infermeria con un buco nella spalla e ho passato ore in un locale caldaie con un prigioniero. Se avevi in mente di fare qualcosa hai sbagliato giorno.»
«Lo so dove sei stato.» Non abbassa la voce. «Pensi che non sappia cosa hai fatto oggi?»
Non rispondo.
«Sono passata lì dove tenete quell'uomo e ho sentito un uomo urlare. Ho visto Mary andare giù con la borsa e Ji-Soo uscire pallida in volto.» Il fiato le fa una nuvola tra le labbra. «Non serve neanche che mi spieghi cosa è successo lì dentro. L'ho capito da sola.»
«Bene, allora non abbiamo niente da dirci. Andiamo a cena.»
«No. So solo cosa. Dimmi tu perché.»
«Il perché di cosa, Meave? Quell'uomo fa parte della banda che ha ucciso Rayan e altre persone di questa comunità. Stanno preparando un attacco contro di noi. L'unico modo per sapere dove e come era fargli dire quello che sapeva.»
«L'unico modo.»
«Sì.»
«Che cosa ti ha detto?»
«Quello che serviva.»
«Ma come fai a sapere che era vero?»
«Perché l'ho verificato.»
«E come?» Alza un sopracciglio. «Con altre domande a un uomo legato a una sedia che voleva solo che smettessi?»
«Con la logica. Verificando se ci sono contraddizioni. Non funziona come lo immagini.»
«Infatti per me non funziona.» Il tono le si abbassa. «Un uomo legato dice qualsiasi cosa per far finire il dolore. Gli chiedi un nome, te ne dà uno. Gli chiedi un posto, ne inventa uno che ti piaccia. Sai quanti innocenti hanno confessato qualunque cosa sotto tortura, nei secoli?»
«Questo non è un tribunale.»
«Appunto.» Fa un passo avanti. «È peggio. Non hai nemmeno la scusa di una legge.»
«Quelle bestie mangiano le persone e anche bambini, Meave.»
Mi accorgo troppo tardi di averlo detto. Ji-Soo mi aveva chiesto di non farne parola con nessuno, e io l'ho appena detto alla prima persona che mi ha messo alle strette.
Meave non si muove. Il colore le va via dalla faccia.
«I figli dei loro uomini migliori,» continuo, e la voce mi esce più dura di come l'avevo pensata. «Li tengono in ostaggio. Chi sbaglia li perde.»
«Ti credo.» Lo dice piano. «È orribile e ti credo.»
«Allora hai capito.»
«No.» Mi guarda negli occhi. «Non cambia niente. Anche se è tutto vero, quello che hai fatto resta quello che hai fatto.»
«Cosa c'è di sbagliato?»
«Che hai deciso che si può. Che esiste un caso in cui prendi un uomo e lo fai a pezzi per ottenere un'informazione, e va bene.» Stringe i denti. «Io non lo accetto. È una cosa che non deve succedere.»
«Bene.» Il sangue mi sale al viso. «Allora dimmi cosa avresti fatto tu. Davvero. Avresti offerto del caffè al prigioniero? Gli avresti chiesto per favore? Avresti aspettato che gli tornasse la voglia di collaborare?»
«Avrei trovato un altro modo.»
«Fantastico, cazzo! Illuminami, magari io non ci ho pensato.»
«Non lo so.»
«Forza, dimmene almeno uno.»
«Non lo so, Trevis! Non sono io quella che sa cosa si fa a un uomo legato a una sedia!» Si porta le mani ai capelli, poi le lascia cadere. «Ma so che non è un metodo. Tu ci provi gusto.»
«Lo faccio perché funziona.»
«Ti riesce perché non ti costa niente.»
Quella frase mi fa infuriare. Non è una cosa bella da dire. Faccio mezzo passo avanti.
«Non mi costa niente?» Lo ripeto piano. «Ripetilo.»
«Quando sono entrata in capanna ti stavi lavando le mani come se niente fosse.» Alza gli occhi. «Niente.»
«Cosa dovevo provare? Rimorso? Una lacrima per dei bastardi che ammazzano chiunque? Tu vivi in un mondo tutto tuo, Meave, vivi in un mondo fantastico che non esiste.»
«Io certe volte mi chiedo chi tu sia veramente, Trevis!»
«Il tuo ragionamento è sbagliato, Meave. Pensi che per restare umani basti non sporcarsi le mani. Che esista un modo di fermare quella gente senza che qualcuno si faccia male. Non c'è, porca puttana, non c'è. Ci sono quelli che lo fanno e quelli che guardano. E tu sei dalla parte di chi guarda e a me sta bene, ma almeno abbi la decenza di non giudicare.»
«Non è vero.»
«Sì che è vero. Hai sentito una cosa che non hai retto e invece di dire "ho avuto paura" dici che io sono un mostro.»
«Io ho detto che non lo accetto.»
«Non accettare è un lusso che nessuno può più permettersi. Che cazzo, vuoi un posto sicuro, i cancelli chiusi, il cibo caldo. Non puoi avere tutto questo se qualcuno non fa il lavoro sporco.» Mi scosto di mezzo passo. «Il mondo in cui chiedevi alla gente cosa voleva sul taglio della frangia non c'è più. L'unica scelta che possiamo fare è quella di sopravvivere o morire. E tu stai scegliendo la seconda.»
Per la prima volta vedo Meave colpita dalle parole, sul suo viso non c'è rabbia.
«Non c'è bisogno di fare così,» dice.
«Così come?»
«Stai cercando di ferirmi.»
«Sto cercando di farti capire.»
Non risponde. Dalla mensa arriva il primo colpo di campana, poi un secondo.
«Sono sempre io,» dico. «Quello che ti ha tenuta al caldo in un magazzino senza sapere chi eri, che ti ha dato da mangiare senza sapere chi eri. E devo sentirmi dire che sono un mostro, che sto cercando di ferirti. Questo non fa male, vero?»
«E io ti ho detto ti amo.» Lo dice senza abbassare gli occhi. «E tu non hai risposto.»
«Questo non c'entra.»
«C'entra eccome... almeno per me.»
Mi accorgo che è vero. Ho le mani aperte, la mascella sciolta, la voce bassa. Niente di quello che dico mi costa fatica. Lo vede anche lei.
«Mi serve viva la gente di questo posto, Meave. Anche te.»
«E io non voglio vedere quella versione di te.»
«Allora ti serve un altro.»
La frase è dura e colpisce Meave. Forse un po' troppo dura, ma non so come ritirarla.
«Forse hai ragione,» dice. Ha la voce piatta di chi ha smesso di discutere. «Forse mi serve un altro.»
«Meave, aspetta. Non intendevo che...»
«No.» Alza una mano. «Va' a mangiare. Meglio chiudere questa conversazione qui.»
Me ne vado senza aggiungere altro e senza voltarmi. Forse l'ho ferita profondamente questa volta, ma almeno spero serva a farla ragionare. Vado dritto verso la mensa, con il nome di Meave che mi esce di bocca a bassa voce.
Alle mie spalle il portico resta vuoto. Poi sento la porta della capanna chiudersi, piano.
Il giorno dopo torno alla capanna dal turno di mattina con le spalle gelate e la stanchezza che si fa sentire. Quando entro, Clementine ha finito di allacciarsi gli scarponi e si sta tirando su la zip del giaccone. Nancy è uscita dall'infermeria ed è sdraiata sul letto, coperta fino al petto, con un libro chiuso sulla pancia.
«Esci?» chiedo a Clem, slacciando il cinturone con la fondina.
«Ji-Soo fa una lezione al capannone nord. Corpo a corpo, arti marziali. Ho chiesto di entrare.»
«Hai fatto bene. Ascoltala. Non c'è nessuno più veloce di lei.»
«Lo so. Me l'ha già dimostrato.» Si infila i guanti e mi guarda un istante di troppo, poi guarda Nancy, poi la porta. «Ci vediamo dopo.»
«A dopo.» Io e Nancy lo diciamo insieme.
Esce. La serratura scatta e la capanna si assesta intorno a noi due.
Appoggio il cinturone sulla sedia. Nancy ha le occhiaie e il colore della cera, ma ha ancora quello sguardo con cui tiene sotto controllo ogni cosa.
«Se vuoi dormire, mi cambio e vado fuori.»
«No, tranquillo. Resta.»
«Gli altri?»
«Meave alle serre. Jason da Mary per il controllo della ferita.» Si sposta e fa una smorfia. «Siamo soli, sì.»
Mi siedo sul bordo del mio materasso e comincio a slacciare gli anfibi. Il fango si è seccato a croste sulle stringhe.
«Posso chiederti una cosa?»
«Dipende.»
«Ieri, in infermeria. Meave era china su di te e ti parlava a bassa voce. Cosa ti ha detto?»
Nancy tiene gli occhi sulla coperta un secondo più del necessario. «Perché me lo chiedi?»
«Mi ha incuriosito.»
«Niente di importante.»
«Nan.»
«Trev.» Alza lo sguardo. «Non mi ha detto nulla. Perché dovrei dirti una cazzata?»
«Va bene, ti credo.»
Nancy si puntella con il braccio buono e prova a sistemarsi più dritta sul materasso, ma la spalla sinistra le tira e si ferma a metà, con i denti stretti e il fiato trattenuto.
«Fermati.» Mi alzo in un secondo e vado da lei. «Chiedi.»
«Ce la faccio.»
«Non devi sforzarti.»
«Un po' sì.» Beve da una mezza bottiglia, la rimette a terra senza guardare. «Devo cambiare la medicazione. Dietro non ci arrivo. Mi aiuti?»
«No.»
«Perché?»
«Me l'hai detto tu che sono un pessimo infermiere.»
«Era una battuta.»
«Ah, certo. Adesso era una battuta.»
«Non mi sembra il momento di fare il permaloso.»
Tiro un respiro lungo. «Va bene, per stavolta ci passo su. Dove sono le bende?»
«Sotto la branda. Il sacchetto di carta.»
Lo tiro fuori. Garze orlate, nastro telato, un flacone mezzo vuoto di clorexidina. Mi siedo di fronte a lei sul bordo del suo letto.
«Togli la maglia.»
Sbottona i tre bottoni con la mano destra. La sfila facendola scorrere lungo il braccio ferito, lentamente, e la lascia cadere in grembo.
Sotto indossa un reggiseno di cotone nero che mette in risalto il suo seno. Resto a guardarla e il mio sguardo cade sulle sue tette, poi risale e incontra il suo. Nancy non si copre e non distoglie lo sguardo.
Nessuno dei due dice niente. Fuori dalla finestra c'è la luce piatta del mattino e il vociare lontano della gente.
Infilo le dita sotto il nastro e tiro. Il sangue si è fuso con la garza. Quando il cotone cede, Nancy chiude gli occhi di scatto.
«Hai finito con quelle facce?»
«Brucia.»
«Ho fatto piano.»
«Fa male comunque.»
Verso il disinfettante su un batuffolo pulito e comincio a tamponare i bordi del foro d'entrata, sul deltoide, poi quello d'uscita, dietro la scapola. L'odore chimico cancella tutto il resto. Quando premo vicino al margine più rosso, Nancy mi afferra il ginocchio con la mano destra e stringe la stoffa.
«Ahia. Trev. Cazzo.»
«Scusa. Ho premuto troppo.»
«Fai in fretta.»
«Hai paura di me?»
«Di te?» Ride, un colpo d'aria dal naso. «Ho più paura di Mary. Secondo me è un po' pazza.»
«Rispondi.»
«No.» Alza gli occhi. «Meave ha paura di te. Io no. Io ti conosco e so chi sei.»
Mi fermo con il batuffolo a mezz'aria. Fuori qualcuno trascina una cassa sulla ghiaia.
Pulisco il resto del sangue. Spruzzo un velo di unguento. Due quadrati di garza nuova, nastro per bloccarli e il gioco è fatto.
«Finito.»
Raccoglie la maglia dal grembo. La aiuto a infilare il braccio sinistro, passando il tessuto oltre il gomito senza toccare la medicazione, poi le tiro giù l'orlo sulla pancia. Per un attimo le mie mani restano ai suoi fianchi, sopra la stoffa termica. Resto seduto vicino a lei.
«Grazie,» dice.
«Di niente.»
Si sporge in avanti. Mi abbraccia, porta il suo braccio destro attorno al collo e poggia la guancia contro la mia spalla. L'odore dei suoi capelli mi riempie il naso: lana, sapone, e sotto un'altra cosa, calda, che non so nominare. Ricambio, con un braccio dietro la schiena stando attento ai punti. Dovrebbe durare poco, ma l'abbraccio non finisce.
Nancy si stacca di pochi centimetri. Resta lì, con la fronte quasi sulla mia, le labbra socchiuse. Non c'è niente di studiato nel modo in cui mi guarda. Restiamo fermi così, come se entrambi volessimo dire qualcosa all'altro, ma nessuno dice niente. Non so chi si è mosso per primo, ma le nostre bocche si incontrano a metà strada e ci baciamo. La sua mano destra mi sale lungo la mascella e si chiude nella barba, mi tira più vicino. Le sue labbra sono morbide e cercano ripetutamente la mia bocca. La stringo per il fianco, sopra la maglia, e la tiro verso di me senza delicatezza. Il letto cigola. Il suo respiro cambia: si fa più corto, più basso e un rumore le sale dal petto mentre continua a baciarmi.
Le mie mani cercano la sua schiena. Lei si sposta, solleva il ginocchio sul materasso e si avvicina. Sento il calore della coscia contro la mia. Mi mordicchia il labbro inferiore e il mondo si restringe a quel punto preciso.
Poi sento qualcosa sbattere sullo sterno. Il ciondolo di Nancy e Tessa. Lei lo sente nello stesso istante. Il bacio si interrompe e si ritrae di colpo. Porta la mano destra al collo, stringe il ciondolo nel pugno e abbassa la testa. Nancy si fa rossa dal collo alle guance.
«Mi dispiace,» sussurra. La voce le si spezza a metà della frase. «Non dovevo. Scusami.»
«Non c'è niente di cui scusarsi.» Il mio tono è un raschio secco. «Sono stato io.»
«Trev...»
«Io. Fine.»
Mi alzo dal letto con un movimento rigido. Faccio due passi, poi altri due, finché tra noi non ci sono quattro metri di pavimento e la stufa. La stanza è molto fredda, di colpo.
«Non doveva succedere...»
«È solo un bacio, Nan. Tranquilla.»
Mi tolgo la giacca della mimetica e la maglia logora. Resto a torso nudo in mezzo alla capanna, con le braccia lungo i fianchi e i peli ritti sul petto e non solo i peli. Lei guarda il movimento e abbassa subito gli occhi sul bordo della coperta.
«Vado a lavarmi,» dico.
«Va bene, vai.»
Mi fermo con la mano sulla maniglia del bagno, chiudo la porta e accendo con l'accendino le due candele sul lavandino. La fiamma trema e poi si assesta.
Nello specchio scheggiato c'è un uomo con la barba incolta e il codino sfatto. Le labbra hanno ancora il sapore di Nancy.
[CONTINUA...]
di
Michael035
Michael035
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