Spunte blu... Oltre

scritto il 2026-11-06 tempo di lettura 12 min

di
genere
Bondage, Saffico
cura
A

di Starman e Tilde



La porta della stanza si chiuse con uno scrocco sordo, lasciandoti sola in mezzo al disordine dei fogli e al profumo pesante di sandalo e intimità. La luce spenta ed il buio che scuriva il cielo fuori dalla finestra. Ti vestisti in fretta, con le dita che tremavano ancora per il residuo di quell'onda anomala, cercando di rimettere insieme i pezzi di una dignità che sapevi di aver smarrito tra le dispense di analisi. Ma la realtà aveva preso una piega che la tua mente confusa non riusciva del tutto a decifrare.

Gabriele se ne era andato, ordinandoti di aspettare dieci minuti prima di uscire, per poi chiudere la porta.
Aveva preso quello che voleva, quello che tu volevi prendesse.
Pensavi di esserti guadagnata il voto ed ipotecato il posto di ricercatore.

— Domani ripasso, Matilde, che sti limiti vanno superati — ti aveva detto.

Accecata dal desiderio, la tua mente non aveva minimamente sospettato che ti avrebbe soltanto usata, né al fatto che, quel video, era stato sì cancellato dal telefono, ma restava in copia sul server.
Ed era lì, sempre accessibile, un'arma di ricatto sfruttabile dal professore.

Più di tutto, c'era una cosa che non potevi sapere.

A casa Verro, nello studio, seduta davanti a un monitor ad alta definizione, c'era una lei: Vanessa, la moglie.
Aveva osservato ogni singolo secondo di quello che era appena successo in quell'ufficio dell'università.

I suoi occhi non esprimevano sorpresa, solo un gelido e tagliente ghiaccio. Scena già vista ripetersi troppe volte. Quella microcamera nascosta nella libreria dell'ufficio non era stata installata per gelosia amatoriale: era il frutto di mesi di sospetti, di notti in bianco, di scoperte raccapriccianti. Matilde non era che l'ultima della lista. Prima di lei c'era stata la studentessa di architettura, quella di matematica, l'assistente, molte matricole di ingegneria, ma anche una liceale nei due anni di insegnamento a Firenze.
Gabriele era un predatore seriale, un abile manipolatore che usava l'università come una riserva di caccia privata e, Vanessa, aveva deciso che lo scherzo era durato abbastanza.

Ma la sua rabbia, anziché concentrarsi esclusivamente sul marito fedifrago, si era riversata con un'intensità feroce soprattutto su te: su Matilde. L'ennesima ragazzina ingenua e sfacciata che si prestava a quel gioco perverso e che, soprattutto, era dannatamente simile a Penelope, la liceale fiorentina che portò il marito ad un passo dal divorzio.

La vendetta si mise in moto due pomeriggi dopo. Inesorabile.

Un messaggio anonimo, ma firmato con dettagli che solo il professore poteva conoscere, ti invitava a raggiungere un ufficio defilato, nella palazzina della biblioteca, con la scusa di recuperare alcuni appunti riservati prima della lezione ufficiale.

Matilde, tu ci cascasti con tutte le scarpe.

Quando varcasti la soglia polverosa della saletta in disuso al piano terra, credendo di trovare Gabriele, avvertisti solo un sibilo leggero nell'aria. Un odore dolciastro e acre invase i polmoni prima che potessi urlare. Un panno intriso di etere, premuto con forza da due mani esperte e implacabili, soffocò il respiro. Le ginocchia cedettero, il mondo si spense in una macchia nera e informe.

Riapristi gli occhi un tempo imprecisato dopo, eri in una stanza fiocamente illuminata da una singola lampadina, appesa nuda a un filo elettrico.
La tua visuale bassa faceva apparire altissimo un tavolo scuro poco distante, come la sedia impagliata accanto.

Il secondo senso a risvegliarsi fu il tatto. Un freddo agghiacciante che ti morse la pelle nuda. Tentasti di muovere le braccia, ma una resistenza metallica lo impedì. Eri completamente nuda, stesa su un pavimento di cemento grezzo. I polsi erano bloccati sopra la testa da solide cinghie, forse di cuoio o di corda, fissate a un qualcosa che non vedevi, mentre le caviglie erano strette allo stesso modo, divaricate e sospese.

Ti accorsi di non poter gridare: una gag ball di gomma riempiva la bocca, tenuta stretta da una fibbia dietro la nuca che tirava la pelle del viso. Il panico ti prese alla gola, trasformandosi in un mugolio disperato e strozzato.

— Finalmente ti sei svegliata, piccola stronza.

La voce, glaciale, elegante e priva di qualsiasi inflessione umana, rimbombò nell'ambiente vuoto. Dalle ombre emerse una figura femminile. Pantaloni sartoriali grigi, come il bolero indossato, stivaletti lucidi neri e camicia di seta abbinata, sbottonata fino a metà busto e niente reggiseno. Lunghissimi capelli biondi raccolti in una coda tirata e uno sguardo che fenderebbe l'acciaio.

Lei si avvicinò lentamente, facendo risuonare i tacchi sul cemento. Si fermò a un passo da te, osservando il corpo esposto, tremante e indifeso con un misto di disprezzo e morbosa curiosità.

— Mi chiamo Vanessa. Ti piace la scenografia, puttanella?

Sussurrò Vanessa, chinandosi leggermente per afferrarti il mento con due dita e costringerti a guardarla nel celeste dei suoi occhi.

— Ti sei divertita a fare la troia nel suo ufficio, eh? A gridare il suo nome come se fossi l'unica al mondo?

Scotesti la testa freneticamente, con le lacrime che già rigavano le guance, mentre il bavaglio impediva qualsiasi parola sensata se non singhiozzi muti.

— Zitta. Non sprecare fiato — continuò, raddrizzandosi — Voglio che tu sappia una cosa prima che io inizi a farti capire come stanno realmente le cose. Gabriele non è il dio che credi. È un predatore schifoso, un manipolatore seriale. Tu non sei speciale, Matilde. Sei solo la centesima fotocopia di una collezione che ho intenzione di distruggere pezzo per pezzo. E tu sei solo la prima che paga il conto per tutti.

Ciò che seguì fu un trattamento di una crudeltà inaudita, cinica e calcolata.

Con un colpo deciso, Vanessa azionò un meccanismo a carrucola collegato alla barra a cui eri legata. I ganci ai polsi e alle caviglie si sollevarono, tirando i tendini e le articolazioni fino al limite dello strappo, finché il tuo corpo non fu sospeso a mezz'aria, orizzontale e teso come la corda di un violino, a formare una sorta di amaca di carne viva tra due travi di metallo.

Ogni minimo movimento faceva oscillare il corpo nel vuoto, privandolo di qualsiasi punto d'appoggio.

Vanessa prese dalla sedia vicina un nerbato frustino di cuoio intrecciato. Un nuovo crepitio di carrucola e ritoccasti in punta di piedi terra, rimanendo sospesa per le braccia. Nessuna parola di troppo. Solo il rumore secco dell'aria tagliata e poi lo schiocco vibrato sulla tua pelle bianca e tesa dei fianchi e delle cosce.

Un urlo soffocato, ricacciato in gola dal bavaglio, esplose nel petto, mentre i segni rossi e violacei fiorivano immediati sulla carne. Vanessa infierì con sadica precisione, alternando colpi misurati a pause in cui osservava i sobbalzi di quel corpo appeso, godendo della totale vulnerabilità della sua rivale.

Ma la punizione prese rapidamente una piega diversa, ancora più contorta.

Vanessa posò il frustino, respirando leggermente con le froge dilatate dall'adrenalina. Si tolse il bolero grigio, rimanendo in camicia. Di nuovo le catene si mossero e tornasti con i piedi in aria. Un rapido ed abile movimento delle sue mani e le corde si strinsero intorno alle tue cosce, rannicchiando le gambe e lasciando il tuo sesso esposto e vulnerabile. Un altro passaggio di corda attorno alla vita e sentisti il bacino sollevarsi
Aprì una valigetta di pelle poggiata sul tavolo vicino e ne estrasse un attrezzo complesso, un dispositivo di stimolazione avanzata provvisto di un imbrago in cuoio e di un lungo elemento vibrante — uno "strappon" di ultima generazione — che Vanessa strinse nella mano destra.
Poscia si avvicinò all'altalena di carne dove dondolavi debolmente, consumata dal dolore e dal pianto.

— Vediamo se ti ricordi ancora le lezioni di anatomia, Matilde — mormorò Vanessa con voce roca, salita di tono per l'eccitazione.

Sfregò il corpo della ragazza con quello strumento. Percorse le cosce arrossate e rese sensibili dalla fustigazione. Lentamente risalì la pelle martoriata, accarezzando la parte interna più delicata, soffermò quel dildo minaccioso sulla tua femminilità. Mugolasti.
Il tuo desiderio stava salendo, il tuo corpo era fuori controllo e ti stava piacendo quel dolore che, fino a una manciata di minuti prima, non avresti creduto possibile ti attraesse.

Lei, sadica, premette leggermente la cuspide di quel fallo di gomma fra le labbra già gonfie e imperlate di piacere e sofferenza. Tu, imbrigliata e sospesa nel vuoto, ti contorsi gemendo.
Vanessa sorrise per la prima volta. Una piccola smorfia del viso: un angolo della bocca contratto e una fossetta maliziosa si formò sulla guancia.

Ma l'agonia non era conclusa.

La moglie di Gabriele riprese ad accarezzare il tuo fisico atletico e inerme con lo strumento. Sfiorò il ventre disegnando pigramente cerchi attorno all'ombelico e ai piccoli seni, ogni movimento un brivido e una contrazione di piacere, un'eccitazione che cresceva a ogni tocco; chiudesti gli occhi sospirando. E lei, Vanessa, cominciò a vedere in te, la rivale, un'opportunità.

Sfilò le scarpe con un movimento sgraziato, quasi maschile; con la stessa foga si tolse i pantaloni a sigaretta, gettandoli lontano e rivelando la pelle chiara e liscia delle sue gambe affusolate.
Coprì il pizzo rosso del suo tanga con l'imbragatura e l'asta di silicone rosa; dritta, lunga e grossa da intimorire.
Trasudasti terrore, Vanessa assaporò l'apice della vendetta.
La corda che teneva alte le braccia si allungò, lo strappo fu violento e sentisti il graffio delle spire di canapa sulla schiena e sui lombi maltrattati. Scivolasti con le spalle in basso, la testa improvvisamente pesante, la fronte a contatto col cuoio dell'imbragatura oscena.
Tu eri oscena, totalmente alla mercé di Vanessa, che avrebbe potuto fare di te ogni cosa; e quel pensiero scatenò in te l'irrefrenabile, l'indicibile.
Gli occhi della tua domina guardavano dall'alto i tuoi, imploranti.

— Finiscimi!

Urlasti, ma la voce resto imprigionata, soffocata dalla saliva che colava copiosa rigandoti le guance, gonfie della sfera rossa serrata in bocca.

Lei percosse il tuo viso con quella verga sintetica, poi il corpo, mentre ti roteva per andare a posizionare davanti a sé le tue gambe vergognosamente aperte.

Con una spinta decisa, Vanessa, fece ondeggiare la sua preda: tu. Ancora una piccola stimolazione al clitoride, poi si piantò contro il tuo corpo sospeso — viscido di sudore e succhi densi — con il glande finto e minaccioso pronto a sfruttare l'oscillazione dell'altalena. Un primo colpo a vuoto sfiorò il tuo ano scivolando fra le natiche.

— No, lì no! — avresti voluto gridare.

Un'altra piccola spinta e, nel ritorno, penetrò brutalmente in te con lo strappon, tutto insieme, tutto in una volta sola. Tu spalancasti gli occhi, irrigidendoti nel buio della stanza, mentre un dolore lancinante e, al tempo stesso, una sensazione anomala di calore chimico ti attraversò il bacino.

Vanessa iniziò a spingere con ritmo ossessivo, usando il proprio corpo imbragato come un pistone, sbattendo contro di te, mentre ti costringeva a dondolare avanti e indietro, sospesa nell'aria; entrando ed uscendo da tuo corpo, dilatando e torturando la tua fica stretta, sempre più calda e fradicia di desiderio.

Ma la ferocia iniziale mutò lentamente natura.

Stille luccichenti imperlavano la fronte di Vanessa e, mentre i tuoi gemiti afoni riempivano la cantina, il suo sguardo cambiò fuoco. Guardando quella pelle così giovane, i riccioli castani bagnati di pianto appiccicati alla fronte e ondeggianti sotto di te, il seno sodo che sobbalzava ritmicamente a ogni urto e le labbra aperte, nel tentativo disperato di respirare ed urlare intorno alla pallina serrata nella bocca, Vanessa avvertì una scossa improvvisa all'altezza del basso ventre.

Matilde, eri bellissima nella tua disperazione. Il tuo corpo perfetto, così malleabile e sottomesso, rispondeva agli stimoli con una intensità che accese in Vanessa una lussuria improvvisa e perversa, ben diversa dalla sete di vendetta.

Il movimento dei fianchi di Vanessa rallentò, facendosi più fluido, quasi carezzevole nella sua violenza. Una mano della donna si allungò ad accarezzare con possessività il tuo viso bagnato, spostando i capelli con dita morbide e leggere.

— Guarda un po' come sei ridotta... — mormorò Vanessa, con la voce che tradiva un brivido di inaspettato piacere e un'attrazione viscerale che non riusciva più a nascondere. — Sei uno spettacolo, Matilde. Forse, in fondo, mio marito aveva proprio ragione su di te...

L'approccio tra voi due cambiò repentino. La donna ti afferrò per la vita, nella parte più soffice, subito sopra le corde tese che ti sostenevano. La presa si fece una carezza delicata, continuava a scoparti, ma il movimento diventava dolce, stimolato, lento e dannatamente erotico.
Lei agì sulle corde, alzandoti il busto, un'onda di ricci s'infranse sulla tua schiena; le braccia non le sentivi più, tanto stava durando quella sospensione, ma il fallo piantato dentro di te ti devastò premendo l'orlo della cervice. La sensazione che stesse invadendo l'utero fu un dolore immenso, ma una penetrazione così profonda non sapevi nemmeno esistesse. Stavi per esplodere, stavi per provare un orgasmo che ti avrebbe sconquassata, come un fulmine che attraversa un albero, dalla punta dei piedi a quella dei capelli.

I suoi occhi celesti, fissando il nocciola dei tuoi, videro la velatura dell'estasi formarsi e le sue labbra sussurrarono il piacere che voleva donarti.

Poi fu un attimo. Vibrazioni, coito, carezze e spinte, pressione, tutto stava portando al tuo godimento, quando Vanessa si chinò su di te sfiorando le labbra con le sue.
Un rapido gioco di dita dietro la nuca e la gag ball scivolò via, di lato, liberando la voce ad un grido d'orgasmo. Subito affogato dalla lingua di Vanessa, che invase la tua bocca per assaggiarla. Mentre le contrazioni convulse stritolarono la gomma rosa che stava vibrando dentro la tua femminilità.
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