Aico, real doll. Parte 9
scritto il 2026-11-05 tempo di lettura 12 min
di
Fanto-Gab80
genere
Fantascienza, Feticismo, Pulp
cura
A−
“Non è male l’aria quaggiù,” sorrise Colombo, faticando dietro Michele e Dante che lo precedevano con un’agilità che a lui mancava, per gli anni e la sua maledetta zoppia, saltando da un tubo all'altro, rischiando ogni volta di scivolare sul grasso e lo sporco che si era accumulato per poi precipitare nel vuoto, finire parecchie decine di metri sotto fracassato chi sa dove, con l’osso del collo rotto.
“Sì, c’è aria buona qui sotto!” disse senza alcun tono la ragazza. Impossibile capire se stesse ironizzando o fosse seria, visto che quella era casa sua.
Michele rimase in silenzio. La puzza per lui era insopportabile, e ad ogni respiro quell’olezzo terribile prendeva corpo nella sua gola, nei suoi polmoni, fino a diventare solido, fino a fargli venire la nausea. L'aria nelle condutture fognarie della Zona C era una miscela densa di umidità acida, vapore industriale, urina, merda e il puzzo dolciastro di sporco accumulato da generazioni. Le fogne non erano semplici condotti di scolo, ma una vera e propria cicatrice sotterranea della megalopoli trenta metri sopra di loro; un labirinto di cemento corroso dal tempo e dalle sostanze chimiche in cui la luce del giorno non era che un mito lontano.
“Qualcuno dice che da qui si arriva fino al cuore della City,” disse Piero, osservando i vecchi binari di una galleria ormai abbandonata, avanzando a fatica tra il buio illuminato dalle loro torce, la spazzatura, i resti umani fatti di ossa e stracci, i ratti che gli correvano tra i piedi.
“Una volta. Ora il Muro che circonda la Città ti sbarra la via,” rispose Dante senza alcuna inflessione nella voce. “Ci siamo quasi,” aggiunse.
“Confermo, tutti i vecchi accessi della metropolitana erano stati murati o fatti crollare con l'esplosivo. Saranno vent'anni che la City è isolata dal resto della città”, Michele lo sapeva bene: aveva contribuito personalmente a far sì che fosse impossibile avvicinarsi a quella che una volta era la sua città, con tutti i privilegi di una cittadinanza attiva. Ironia della sorte, quel lavoro per cui aveva ricevuto anche degli elogi, ora, da quando il sistema aveva deciso che ormai era "rotto", lo condannava a vivere ai margini di quel mondo.
“Quei figli di puttana avranno paura che qualche ratto gli possa rubare le briciole!” disse Piero, sputando per terra.
“Che si fottano, abbiamo tutto quello che ci serve qui!”, disse Dante, “Da questa parte!” aggiunse, indicando un cunicolo così stretto che dovettero proseguire carponi.
“Cristo, credo di aver pestato una merda con la mano,” si lamentò Piero.
“Porta fortuna!”, gli rispose la ragazza senza voltarsi.
Michele era proprio dietro di lei. Cercò di essere galante, di resistere all’istinto, ma fu inutile: per i venti metri nei quali strisciarono, il suo sguardo rimase fisso sul suo fondoschiena scoperto sotto l’orlo della gonna, e sulla lucina intermittente che le brillava tra le natiche sotto il tessuto dell’intimo.
“Siamo arrivati!” annunciò Dante, mettendosi in piedi, seguita subito dopo dagli altri due.
Il paesaggio sotterraneo che si parò davanti agli occhi di Michele ricordava un incubo tribale, una versione distopica, orrorifica e cibernetica de Il signore delle mosche. Quell'abisso era popolato dai figli della strada: una tribù di bambini dimenticati, neonati dell'asfalto rimasti soli dopo aver perso i genitori, o abbandonati da chi non aveva cuore per amarli o la forza per sostenerli. A loro la superficie aveva offerto solo violenza e umiliazione. Crescevano in fretta, troppo in fretta, diventando adulti cinici e spietati prima ancora che i loro corpi avessero il tempo di maturare. Si muovevano nell'oscurità come ombre agili, con sguardi troppo vecchi incastonati in volti di bambini dimenticati, sporchi di grasso, sangue e fango. Si intravedevano piccoli arti magri avvolti in stracci tecnologici e giacche oversize strappate, recuperate dai rifiuti, rubate ai morti ,non di rado vittime delle loro stesse razzie , e cavi elettrici usati come cinture o ornamenti. Questa comunità di giovanissimi sopravviveva predando il mondo di sopra, rubando, riciclando e strappando con i denti ogni singola risorsa per non morire di fame.
Dante li guidò fino al cuore del territorio, un vecchio magazzino sotterraneo in disuso, un tempo parte del sistema di smistamento idrico. La stanza era vasta, soffocante e immersa in una penombra irreale, spezzata solo dal bagliore intermittente di vecchie lucine di Natale appese senza ordine alle tubature del soffitto. Quella luce festiva, anziché scaldare l'ambiente, ne accentuava la natura cupa e grottesca, proiettando ombre lunghe e distorte sulle pareti umide.
“Sono a casa, papà!” disse lei, come avrebbe fatto una figlia qualunque di rientro da scuola.
Al centro della sala, che appariva vuota, su un trono grottesco interamente edificato con rottami tecnologici, schede madri bruciate e monitor crepati, sedeva il loro sovrano, da tutti chiamato Malware.
“Piccola mia, mi sei mancata,” disse l’uomo, pur restando immobile sul suo seggio.
Era un tipo bizzarro, pelato, ricoperto da un caos di piercing e tatuaggi dalla testa ai piedi. Impossibile dargli un'età. Un uomo magro come un chiodo e dall'aspetto visibilmente malato. La pelle, tesa sulle ossa, aveva il colore malaticcio di chi non dorme, non mangia e non si idrata mai abbastanza, logorato dall'abuso di sostanze, da una perenne connessione neurale, il cui cavo usciva diritto sopra il suo cranio fino ad agganciarsi ad una macchina che michele non seppe riconoscere. Una personificazione fatta carne, circuiti stampati, degrado, sporcizia.
Indossava un succinto completo in quella che sembrava pelle nera: un'imbracatura di cinghie borchiate e fibbie metalliche che gli cingeva il petto nudo, un collare rigido e fasce coordinate sulle braccia, lasciando il resto del corpo quasi interamente scoperto, vulnerabile, fiero nella sua decadenza. Se ne stava lì, respirando attraverso una mascherina trasparente; Michele dubitò che fosse ossigeno quello che veniva erogato dalle bombole attorno al suo trono improvvisato.
Li osservava immobile tra le luci pulsanti, attendendoli con gli occhi sbarrati di chi ha visto troppo a lungo dentro la rete.
“Hai portato la cena, vedo,” disse. A quelle parole, dai rottami sparsi ovunque presero a comparire decine di ragazzini affamati.
“Non è cibo, papà. Sono clienti,” lo corresse lei.
“Oh, bene. Affari, bene. Cosa può fare questo onesto mercante per voi, miei cari signori?” disse in tono quasi teatrale.
“Cibo?” chiese uno dei ragazzini, avvicinandosi veloce al trono del suo signore.
“No, no cibo!” gli rispose Malware, mentre un velo di delusione si disegnava sul suo stesso viso smagrito.
“Quello vecchio almeno! Tra un po' muore, mangiamolo prima che marcisca!” insistette il piccolo predatore.
“Ho detto no!” ringhiò l'uomo, colpendolo con un calcio e facendolo scappare via tra i rottami, squittendo.
“Scusate i miei bambini, sono un po' irrequieti quando arrivano nuovi ospiti. Non sempre riesco ad... ordinare la pizza,” sorrise, sfoggiando le protesi in titanio con cui aveva sostituito entrambe le arcate dentali.
Michele notò il cumulo di ossa ai piedi del suo trono e il gesto nervoso della mano di Piero, che si muoveva sotto la giacca a cercare l’impugnatura della sua Betty.
“Il mio amico ha un problema, e in giro dicono che tu sei l’unico che può risolverlo!” disse il veterano, stabilendo che a occhio gli sarebbero stati necessari altri quattro o cinque passi per avere un tiro utile e pulito e piazzare una palla di piombo nella fronte di quella bizzarria.
Poi sarebbe venuto il difficile: uscire da quel labirinto senza la guida di Dante sarebbe stata un'impresa da cui nemmeno loro, con un passato militare, avrebbero saputo trarsi in salvo, senza contare la reazione dei mocciosi che a ogni minuto apparivano sempre di più tra le ombre e i rottami sparsi ovunque.
“non siamo soli” pensò, decine e decine di occhi che brillavano famelici, pronti a scattare e fare di lui e del suo amico un saporito spuntino.
No, il dialogo e la possibilità di un guadagno erano l’unica via percorribile. Michele sentiva che erano in trappola; per quanto non avesse una gran voglia di vivere, essere mangiato vivo non era il modo che avrebbe preferito per chiudere la sua esistenza.
“Sì, ho una doll assegnata dal ministero. Vorrei hackerarla per renderla… diversa!” disse poi, trovando il coraggio.
“Voi, gente di superficie, mai contenti. Sempre ad affannarvi a cercare di cambiare le cose. Fate le guerre per questo e, in questo vostro affannarvi, il mondo è quasi morto,” disse ridacchiando. “Va bene, non sta a me giudicare. Vediamo le specifiche!” aggiunse, porgendo la mano verso i due uomini.
Piero tirò fuori il suo palmare e glielo passò, sperando che le sue dita non sfiorassero quelle dell’altro, visto ciò che le ricopriva.
Malware esaminò gli script e i codici con noia e indifferenza, poi si mise dritto sulla schiena. Ecco, pensò Michele, lo ha visto.
“Questa è roba corporativa. No, militare!” disse quasi eccitato. “Vieni piccola, vieni a vedere cosa ci hanno portato questi signori!” disse rivolgendosi a quella che aveva chiamato figlia.
Dante sollevò lo sguardo dal suo schermo e, senza dire una parola, lo raggiunse, andandosi a sedere sulle ginocchia dell’uomo. Sarebbe stato un gesto comune, confortante, un antico quadretto familiare, se non fosse stato per il fatto che, mentre la ragazza stava seduta sulle gambe dell’uomo, le dita scheletriche di lui si muovevano sul suo giovane corpo in maniera morbosa e indecente.
“È un po' vecchio, ma è interessante!” concluse lei.
“Cosa volevi farne?” gli chiese poi rivolgendosi a Michele.
“Cambiare alcune impostazioni. Renderla più naturale, sbloccare tutti quei dannati vincoli, vestirla come voglio!”
“Andare a riattivare i protocolli militari di sicurezza e difesa. Solo quello che serve per avere qualcuno che ci guardi le spalle lassù!” aggiunse Piero.
“Per quello non ho ancora deciso!” precisò Michele.
“Si può fare, ma mi serve tempo e non ti costerà poco!”
“Quanto?”
“Sei un ex tecnico della manutenzione municipale, giusto?”
“Sì. Inutile chiederti come lo sai.”
“Ho scansionato la tua ID e quella del tuo amico da quando siete entrati nelle fogne.”
“Un ingegnere,” precisò Michele.
“Cosa?” chiese confuso Malware.
“Sono un ingegnere. Uno degli ultimi umani, prima che le IA prendessero tutto!” disse lui con amarezza.
“Già, fottute, stronzissime IA!” aggiunse Piero, passandosi una mano sulla coscia malandata per cui, proprio a causa della valutazione di una IA, non era riuscito a farsi sistemare.
“Mi servono tre settimane per quello che mi chiedi!” disse l’uomo, facendo alzare la ragazza.
“Sì, d'accordo, ma non mi hai detto cosa vuoi in cambio!”
“A suo tempo, amico mio, a suo tempo!” disse sogghignando. “Allora, abbiamo un accordo? Io ti hackero la bambola e tu mi fai un favore?” chiese in fine.
“Devi prima dirmi cosa devo fare, di cosa si tratta.”
“Non posso. Come ti ho detto, a suo tempo. Questo è il prezzo. Allora, cosa mi rispondi?”
“Mi assicuri che il lavoro sarà fatto bene e che la doll non sarà danneggiata?”
“Così mi offendi!” disse portandosi una mano al petto. “Ma capisco la preoccupazione. No, stai sereno: la soddisfazione dei miei clienti è una priorità per me e la mia famiglia!”
“Non puoi procurarci la shard militare e basta?” chiese Piero. Qualcosa gli mormorava all’orecchio che l’amico stava facendo un autentico patto col diavolo.
“E poi chi fa il lavoro, tu, vecchio drone scassato?” chiese irriverente Dante senza alzare lo sguardo dal suo palmare, facendo ridere suo padre.
“Già, vecchio. Questa è roba fuori dalla tua portata, lascia fare ai professionisti!” disse Malware, tossendo.
“Che ne dici?” chiese Michele all’amico.
“Tua la doll, tua la scelta!” rispose lui.
“D'accordo, affare fatto!” disse Michele.
“Bene, affare fatto! Sono contento, anche perché i miei bambini cominciano a fremere e non so per quanto ancora sarei riuscito a tenerli a bada!” disse.
Solo allora Michele e Piero si resero conto di essere letteralmente circondati da non meno di quaranta creature che avevano ben poco di umano e che poco ricordavano dei ragazzini, tutti piuttosto affamati.
“Tre settimane. Dante, accompagna i signori di sopra. Sarà lei a tenere i contatti,” disse Malware prima di congedarli.
“Non ti serve altro?” gli domandò Michele.
“Ho già tutto quello che mi serve. Non preoccuparti amico, sarai soddisfatto!” sorrise mostrando i denti in titanio ricoperti di saliva e sangue.
Michele, Piero e Dante risalirono in superficie, senza dire una parola la ragazza sparì appena furono in strada.
“Ora non resta che aspettare!” disse Michele davanti alla porta di casa.
“Già. Che storia però... Qualcosa da raccontare, o forse è meglio di no. Quel posto era un incubo!”
“Già,” rispose Michele, rammaricandosi per come la società si dimenticasse così facilmente dei più fragili, costringendoli a vivere nel degrado fino a trovare rifugio nelle fogne, proprio lì dove venivano lasciati gli scarti.
“Le gambe mi fanno un male cane. Vado a sdraiarmi, a domani amico mio!” lo salutò Piero.
“A domani, e grazie!”
“Non dirlo nemmeno.”
Quando Michele entrò nel suo monolocale, trovò Boh seduta sul bordo del letto.
“Perché stai al buio?” le chiese.
“Tu non c’eri, e io ci vedo benissimo anche senza luce,” gli rispose lei, alzandosi e muovendosi flessuosa verso il suo utente. “Puzzi. Vuoi fare una doccia?”
“Ho abbastanza credito idrico?”
“Se ti lavo io, ne basterà pochissimo,” gli disse lei, aiutandolo a spogliarsi. “Poi, quando sarai pulito e rilassato, c’è dell’altra carne che ti aspetta.”
“Sei uscita da sola?” chiese Michele, stupito. “E come ti sei procurata la carne?”
“Ho chiesto un altro favore al Cinghiale,” gli rispose, spogliandosi a sua volta.
“Forse dovrei chiamare anche Piero,” disse lui.
“No, lascialo perdere. Passiamo una serata solo io e te, che ne dici?!”
Michele sapeva che quella di Boh non era una richiesta, ma una sorta di ordine. Eppure gli andava bene: doccia, carne e il corpo caldo e morbido, di una doll progettato per dare piacere a un uomo. Quello bastava a cancellare tutto il resto.
“Sì, c’è aria buona qui sotto!” disse senza alcun tono la ragazza. Impossibile capire se stesse ironizzando o fosse seria, visto che quella era casa sua.
Michele rimase in silenzio. La puzza per lui era insopportabile, e ad ogni respiro quell’olezzo terribile prendeva corpo nella sua gola, nei suoi polmoni, fino a diventare solido, fino a fargli venire la nausea. L'aria nelle condutture fognarie della Zona C era una miscela densa di umidità acida, vapore industriale, urina, merda e il puzzo dolciastro di sporco accumulato da generazioni. Le fogne non erano semplici condotti di scolo, ma una vera e propria cicatrice sotterranea della megalopoli trenta metri sopra di loro; un labirinto di cemento corroso dal tempo e dalle sostanze chimiche in cui la luce del giorno non era che un mito lontano.
“Qualcuno dice che da qui si arriva fino al cuore della City,” disse Piero, osservando i vecchi binari di una galleria ormai abbandonata, avanzando a fatica tra il buio illuminato dalle loro torce, la spazzatura, i resti umani fatti di ossa e stracci, i ratti che gli correvano tra i piedi.
“Una volta. Ora il Muro che circonda la Città ti sbarra la via,” rispose Dante senza alcuna inflessione nella voce. “Ci siamo quasi,” aggiunse.
“Confermo, tutti i vecchi accessi della metropolitana erano stati murati o fatti crollare con l'esplosivo. Saranno vent'anni che la City è isolata dal resto della città”, Michele lo sapeva bene: aveva contribuito personalmente a far sì che fosse impossibile avvicinarsi a quella che una volta era la sua città, con tutti i privilegi di una cittadinanza attiva. Ironia della sorte, quel lavoro per cui aveva ricevuto anche degli elogi, ora, da quando il sistema aveva deciso che ormai era "rotto", lo condannava a vivere ai margini di quel mondo.
“Quei figli di puttana avranno paura che qualche ratto gli possa rubare le briciole!” disse Piero, sputando per terra.
“Che si fottano, abbiamo tutto quello che ci serve qui!”, disse Dante, “Da questa parte!” aggiunse, indicando un cunicolo così stretto che dovettero proseguire carponi.
“Cristo, credo di aver pestato una merda con la mano,” si lamentò Piero.
“Porta fortuna!”, gli rispose la ragazza senza voltarsi.
Michele era proprio dietro di lei. Cercò di essere galante, di resistere all’istinto, ma fu inutile: per i venti metri nei quali strisciarono, il suo sguardo rimase fisso sul suo fondoschiena scoperto sotto l’orlo della gonna, e sulla lucina intermittente che le brillava tra le natiche sotto il tessuto dell’intimo.
“Siamo arrivati!” annunciò Dante, mettendosi in piedi, seguita subito dopo dagli altri due.
Il paesaggio sotterraneo che si parò davanti agli occhi di Michele ricordava un incubo tribale, una versione distopica, orrorifica e cibernetica de Il signore delle mosche. Quell'abisso era popolato dai figli della strada: una tribù di bambini dimenticati, neonati dell'asfalto rimasti soli dopo aver perso i genitori, o abbandonati da chi non aveva cuore per amarli o la forza per sostenerli. A loro la superficie aveva offerto solo violenza e umiliazione. Crescevano in fretta, troppo in fretta, diventando adulti cinici e spietati prima ancora che i loro corpi avessero il tempo di maturare. Si muovevano nell'oscurità come ombre agili, con sguardi troppo vecchi incastonati in volti di bambini dimenticati, sporchi di grasso, sangue e fango. Si intravedevano piccoli arti magri avvolti in stracci tecnologici e giacche oversize strappate, recuperate dai rifiuti, rubate ai morti ,non di rado vittime delle loro stesse razzie , e cavi elettrici usati come cinture o ornamenti. Questa comunità di giovanissimi sopravviveva predando il mondo di sopra, rubando, riciclando e strappando con i denti ogni singola risorsa per non morire di fame.
Dante li guidò fino al cuore del territorio, un vecchio magazzino sotterraneo in disuso, un tempo parte del sistema di smistamento idrico. La stanza era vasta, soffocante e immersa in una penombra irreale, spezzata solo dal bagliore intermittente di vecchie lucine di Natale appese senza ordine alle tubature del soffitto. Quella luce festiva, anziché scaldare l'ambiente, ne accentuava la natura cupa e grottesca, proiettando ombre lunghe e distorte sulle pareti umide.
“Sono a casa, papà!” disse lei, come avrebbe fatto una figlia qualunque di rientro da scuola.
Al centro della sala, che appariva vuota, su un trono grottesco interamente edificato con rottami tecnologici, schede madri bruciate e monitor crepati, sedeva il loro sovrano, da tutti chiamato Malware.
“Piccola mia, mi sei mancata,” disse l’uomo, pur restando immobile sul suo seggio.
Era un tipo bizzarro, pelato, ricoperto da un caos di piercing e tatuaggi dalla testa ai piedi. Impossibile dargli un'età. Un uomo magro come un chiodo e dall'aspetto visibilmente malato. La pelle, tesa sulle ossa, aveva il colore malaticcio di chi non dorme, non mangia e non si idrata mai abbastanza, logorato dall'abuso di sostanze, da una perenne connessione neurale, il cui cavo usciva diritto sopra il suo cranio fino ad agganciarsi ad una macchina che michele non seppe riconoscere. Una personificazione fatta carne, circuiti stampati, degrado, sporcizia.
Indossava un succinto completo in quella che sembrava pelle nera: un'imbracatura di cinghie borchiate e fibbie metalliche che gli cingeva il petto nudo, un collare rigido e fasce coordinate sulle braccia, lasciando il resto del corpo quasi interamente scoperto, vulnerabile, fiero nella sua decadenza. Se ne stava lì, respirando attraverso una mascherina trasparente; Michele dubitò che fosse ossigeno quello che veniva erogato dalle bombole attorno al suo trono improvvisato.
Li osservava immobile tra le luci pulsanti, attendendoli con gli occhi sbarrati di chi ha visto troppo a lungo dentro la rete.
“Hai portato la cena, vedo,” disse. A quelle parole, dai rottami sparsi ovunque presero a comparire decine di ragazzini affamati.
“Non è cibo, papà. Sono clienti,” lo corresse lei.
“Oh, bene. Affari, bene. Cosa può fare questo onesto mercante per voi, miei cari signori?” disse in tono quasi teatrale.
“Cibo?” chiese uno dei ragazzini, avvicinandosi veloce al trono del suo signore.
“No, no cibo!” gli rispose Malware, mentre un velo di delusione si disegnava sul suo stesso viso smagrito.
“Quello vecchio almeno! Tra un po' muore, mangiamolo prima che marcisca!” insistette il piccolo predatore.
“Ho detto no!” ringhiò l'uomo, colpendolo con un calcio e facendolo scappare via tra i rottami, squittendo.
“Scusate i miei bambini, sono un po' irrequieti quando arrivano nuovi ospiti. Non sempre riesco ad... ordinare la pizza,” sorrise, sfoggiando le protesi in titanio con cui aveva sostituito entrambe le arcate dentali.
Michele notò il cumulo di ossa ai piedi del suo trono e il gesto nervoso della mano di Piero, che si muoveva sotto la giacca a cercare l’impugnatura della sua Betty.
“Il mio amico ha un problema, e in giro dicono che tu sei l’unico che può risolverlo!” disse il veterano, stabilendo che a occhio gli sarebbero stati necessari altri quattro o cinque passi per avere un tiro utile e pulito e piazzare una palla di piombo nella fronte di quella bizzarria.
Poi sarebbe venuto il difficile: uscire da quel labirinto senza la guida di Dante sarebbe stata un'impresa da cui nemmeno loro, con un passato militare, avrebbero saputo trarsi in salvo, senza contare la reazione dei mocciosi che a ogni minuto apparivano sempre di più tra le ombre e i rottami sparsi ovunque.
“non siamo soli” pensò, decine e decine di occhi che brillavano famelici, pronti a scattare e fare di lui e del suo amico un saporito spuntino.
No, il dialogo e la possibilità di un guadagno erano l’unica via percorribile. Michele sentiva che erano in trappola; per quanto non avesse una gran voglia di vivere, essere mangiato vivo non era il modo che avrebbe preferito per chiudere la sua esistenza.
“Sì, ho una doll assegnata dal ministero. Vorrei hackerarla per renderla… diversa!” disse poi, trovando il coraggio.
“Voi, gente di superficie, mai contenti. Sempre ad affannarvi a cercare di cambiare le cose. Fate le guerre per questo e, in questo vostro affannarvi, il mondo è quasi morto,” disse ridacchiando. “Va bene, non sta a me giudicare. Vediamo le specifiche!” aggiunse, porgendo la mano verso i due uomini.
Piero tirò fuori il suo palmare e glielo passò, sperando che le sue dita non sfiorassero quelle dell’altro, visto ciò che le ricopriva.
Malware esaminò gli script e i codici con noia e indifferenza, poi si mise dritto sulla schiena. Ecco, pensò Michele, lo ha visto.
“Questa è roba corporativa. No, militare!” disse quasi eccitato. “Vieni piccola, vieni a vedere cosa ci hanno portato questi signori!” disse rivolgendosi a quella che aveva chiamato figlia.
Dante sollevò lo sguardo dal suo schermo e, senza dire una parola, lo raggiunse, andandosi a sedere sulle ginocchia dell’uomo. Sarebbe stato un gesto comune, confortante, un antico quadretto familiare, se non fosse stato per il fatto che, mentre la ragazza stava seduta sulle gambe dell’uomo, le dita scheletriche di lui si muovevano sul suo giovane corpo in maniera morbosa e indecente.
“È un po' vecchio, ma è interessante!” concluse lei.
“Cosa volevi farne?” gli chiese poi rivolgendosi a Michele.
“Cambiare alcune impostazioni. Renderla più naturale, sbloccare tutti quei dannati vincoli, vestirla come voglio!”
“Andare a riattivare i protocolli militari di sicurezza e difesa. Solo quello che serve per avere qualcuno che ci guardi le spalle lassù!” aggiunse Piero.
“Per quello non ho ancora deciso!” precisò Michele.
“Si può fare, ma mi serve tempo e non ti costerà poco!”
“Quanto?”
“Sei un ex tecnico della manutenzione municipale, giusto?”
“Sì. Inutile chiederti come lo sai.”
“Ho scansionato la tua ID e quella del tuo amico da quando siete entrati nelle fogne.”
“Un ingegnere,” precisò Michele.
“Cosa?” chiese confuso Malware.
“Sono un ingegnere. Uno degli ultimi umani, prima che le IA prendessero tutto!” disse lui con amarezza.
“Già, fottute, stronzissime IA!” aggiunse Piero, passandosi una mano sulla coscia malandata per cui, proprio a causa della valutazione di una IA, non era riuscito a farsi sistemare.
“Mi servono tre settimane per quello che mi chiedi!” disse l’uomo, facendo alzare la ragazza.
“Sì, d'accordo, ma non mi hai detto cosa vuoi in cambio!”
“A suo tempo, amico mio, a suo tempo!” disse sogghignando. “Allora, abbiamo un accordo? Io ti hackero la bambola e tu mi fai un favore?” chiese in fine.
“Devi prima dirmi cosa devo fare, di cosa si tratta.”
“Non posso. Come ti ho detto, a suo tempo. Questo è il prezzo. Allora, cosa mi rispondi?”
“Mi assicuri che il lavoro sarà fatto bene e che la doll non sarà danneggiata?”
“Così mi offendi!” disse portandosi una mano al petto. “Ma capisco la preoccupazione. No, stai sereno: la soddisfazione dei miei clienti è una priorità per me e la mia famiglia!”
“Non puoi procurarci la shard militare e basta?” chiese Piero. Qualcosa gli mormorava all’orecchio che l’amico stava facendo un autentico patto col diavolo.
“E poi chi fa il lavoro, tu, vecchio drone scassato?” chiese irriverente Dante senza alzare lo sguardo dal suo palmare, facendo ridere suo padre.
“Già, vecchio. Questa è roba fuori dalla tua portata, lascia fare ai professionisti!” disse Malware, tossendo.
“Che ne dici?” chiese Michele all’amico.
“Tua la doll, tua la scelta!” rispose lui.
“D'accordo, affare fatto!” disse Michele.
“Bene, affare fatto! Sono contento, anche perché i miei bambini cominciano a fremere e non so per quanto ancora sarei riuscito a tenerli a bada!” disse.
Solo allora Michele e Piero si resero conto di essere letteralmente circondati da non meno di quaranta creature che avevano ben poco di umano e che poco ricordavano dei ragazzini, tutti piuttosto affamati.
“Tre settimane. Dante, accompagna i signori di sopra. Sarà lei a tenere i contatti,” disse Malware prima di congedarli.
“Non ti serve altro?” gli domandò Michele.
“Ho già tutto quello che mi serve. Non preoccuparti amico, sarai soddisfatto!” sorrise mostrando i denti in titanio ricoperti di saliva e sangue.
Michele, Piero e Dante risalirono in superficie, senza dire una parola la ragazza sparì appena furono in strada.
“Ora non resta che aspettare!” disse Michele davanti alla porta di casa.
“Già. Che storia però... Qualcosa da raccontare, o forse è meglio di no. Quel posto era un incubo!”
“Già,” rispose Michele, rammaricandosi per come la società si dimenticasse così facilmente dei più fragili, costringendoli a vivere nel degrado fino a trovare rifugio nelle fogne, proprio lì dove venivano lasciati gli scarti.
“Le gambe mi fanno un male cane. Vado a sdraiarmi, a domani amico mio!” lo salutò Piero.
“A domani, e grazie!”
“Non dirlo nemmeno.”
Quando Michele entrò nel suo monolocale, trovò Boh seduta sul bordo del letto.
“Perché stai al buio?” le chiese.
“Tu non c’eri, e io ci vedo benissimo anche senza luce,” gli rispose lei, alzandosi e muovendosi flessuosa verso il suo utente. “Puzzi. Vuoi fare una doccia?”
“Ho abbastanza credito idrico?”
“Se ti lavo io, ne basterà pochissimo,” gli disse lei, aiutandolo a spogliarsi. “Poi, quando sarai pulito e rilassato, c’è dell’altra carne che ti aspetta.”
“Sei uscita da sola?” chiese Michele, stupito. “E come ti sei procurata la carne?”
“Ho chiesto un altro favore al Cinghiale,” gli rispose, spogliandosi a sua volta.
“Forse dovrei chiamare anche Piero,” disse lui.
“No, lascialo perdere. Passiamo una serata solo io e te, che ne dici?!”
Michele sapeva che quella di Boh non era una richiesta, ma una sorta di ordine. Eppure gli andava bene: doccia, carne e il corpo caldo e morbido, di una doll progettato per dare piacere a un uomo. Quello bastava a cancellare tutto il resto.
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