Aico, real doll. Parte 8

scritto il 2026-11-05 tempo di lettura 17 min

di
genere
Fantascienza, Pissing, Pulp
cura
A

“Sei pronto?” chiese Piero, guardando il suo nuovo amico che assonnato gli aveva aperto la porta del suo appartamento, picchiando sul pannello con un’energia tale da dargli l’impressione che volesse buttarla giù.
“Che cazzo, amico”, sbottò.
“Sei pronto o no?” chiese di nuovo l’anziano.
“Pronto per cosa?” chiese Michele nudo. “Sono le tre del mattino, Cristo”.
“È il sergente Colombo?” chiese Boh, apparendo anch’essa nuda alle sue spalle.
Piero la guardò, incapace di negare l’attrazione che quel corpo, fatto per generare attenzione, avesse anche su di lui un certo potere.
“Per le fogne. Ho un contatto che ci può far entrare, ma la finestra di opportunità è breve: abbiamo solo un’ora da adesso”.
“Di già? Ti muovi in fretta”, disse sorpreso Michele.
“Mi hai dato un lavoro, preferisco portarlo a termine il prima possibile. Inoltre, scendere lì sotto è solo una parte di quello che mi hai chiesto”.
«Nelle fogne? Secondo il regolamento municipale, articolo 76, comma 2, lettera C, l’accesso alle infrastrutture di servizio è severamente vietato ai civili», puntualizzò Boh, calcolando all'istante l'impennata del tasso di rischio per il suo utente. Si era presentata alla porta completamente nuda.
«Sta’ tranquilla, bambola», disse l’uomo sorridendole. La doll era uno spettacolo: il corpo era lucido di sudore e tra le cosce sinuose la sua intimità si offriva alla vista senza censure, eppure Boh non riusciva a nascondere il fastidio nella voce. «Il tuo padrone sarà al sicuro.» Relativamente al sicuro, aggiunse tra sé e sé.
«Quanto tempo ci vorrà?» domandò Michele. Cosa stava provando? Gelosia?
Ancora una volta il suo cuore lo tradiva. Gelosia per come Boh si era mostrata a quell'uomo e per come lui sembrava gradire ciò che l’androide offriva sfacciatamente, tenendole gli occhi incollati addosso.
«Un paio d’ore al massimo, se troviamo subito il tizio che ci serve e stringiamo un accordo», rispose Piero, tornando per un attimo con lo sguardo su di lui.
«Sarò qui prima di domani mattina, stai tranquilla, Boh», disse Michele, rivolgendosi all’androide.
«Tranquilla?» replicò lei, assumendo un’aria autenticamente preoccupata. La macchina è perfetta, pensò Piero: era impossibile dire che quella fosse solo un’espressione simulata.
«Non posso stare tranquilla», aggiunse l’androide, stringendo la mano intorno al braccio del suo utente.
«Andrà tutto bene, tu riposati. Stanotte abbiamo faticato parecchio; fai un po’ di manutenzione e verso le cinque sarò di ritorno, lo prometto», le disse Michele.
Sembrano due piccioncini, una fottuta coppietta di innamorati, pensò il veterano.
«È questo che desideri, Michele?» chiese lei, fissandolo negli occhi. Le iridi dorate brillarono piene di un’ansia che un automa non avrebbe dovuto provare. Cazzo, che tocco di classe, ha persino le lacrime agli occhi, notò tra sé Piero.
«Sì, è questo che desidero», le rispose lui.
«Bene, allora vai.» Poi, voltandosi verso il veterano, Boh aggiunse: «Bada bene a non mettere a rischio l’incolumità del mio Michele, o ne risponderai alle autorità. E a me». Il tono era leggero, ma carico di una concreta minaccia. Subito dopo si allontanò.
«Che gran culo!» esclamò l’anziano, fissandole il fondoschiena che ondeggiava via.
«Sì, va bene. Aspettami qui fuori, mi vesto e arrivo», gli disse Michele infastidito, sbattendogli la porta in faccia.
“Hai un ferro?” chiese Piero, quando Michele, dieci minuti dopo, uscì dal suo appartamento.
“Un ferro?” domandò perplesso. L’altro aprì la giacca, sotto la quale, nella cintura dei pantaloni, vide palese l’impugnatura di un’arma da fuoco: una rudimentale pistola.
“Tu hai una pistola, qui?” si allarmò. Non che non ne avesse mai vista una in vita sua; anzi, ne aveva viste e usate molte, sia durante la guerra sia dopo, negli anni in cui da una di esse dipendeva la possibilità di vedere l’alba del giorno seguente. “Lo sai che il solo sospetto di detenere illegalmente un’arma è motivo di sfratto, vecchio?”.
“Certo che lo so. Che vuoi fare, denunciarmi?”.
“No, certo... ma dove cazzo l’hai presa?”
“L’ho fatta io, pezzo per pezzo, partendo da un vecchio utensile pneumatico industriale preso anni fa al mercato nero. L'ho smontata, tirata a lucido, aggiunto un regolatore di pressione modificato per reggere parecchi bar e sistemato la canna con un nuovo sistema di mira. Ho creato da zero i tre caricatori da sette colpi ognuno”, disse con un certo orgoglio. “Vuoi vederla?”
Michele rimase in silenzio, poi annuì.
«Ecco la mia Betty!» disse, sogghignando.
«Betty?» chiese Michele. Non era la prima volta che incontrava qualcuno che dava un nome alla propria arma.
«Sì, Betty. Come la mia gatta».
«Hai avuto una gatta? Che lusso!».
«Sì, quando ero bambino, prima che tutto diventasse fottutamente premium», aggiunse con un tono di amarezza sfilandola dai pantaloni. Poi continuò: «È alimentata attraverso piccole bombole di aria compressa ricaricabili, innestabili direttamente sotto la canna con un attacco rapido a baionetta inserito nel fusto dell'arma. Un carico completo garantisce sette colpi a piena potenza, abbastanza stabili da spingere dei pallini metallici calibro .22 a una portata letale di venticinque o trenta metri».
«E… funziona?» chiese Michele, non per sfiducia, ma per l’incredulità che quell’arma fosse stata ricavata da della spazzatura.
«Ci ho ammazzato un cane rognoso l’altra settimana, giù in strada; aveva deciso di fare del mio culo la colazione per i suoi cuccioli».
«Non male», disse Michele, «ma io non ho niente del genere».
Non era del tutto vero. In casa, nascosto sotto il letto, aveva il suo vecchio coltello da combattimento, un'arma in titanio che conservava ancora il filo della lama, tagliente e letale, ma non sarebbe rientrato per recuperarlo e allarmare Boh.
«Beh, se si mette male, comincia a correre mentre io ti copro le spalle», disse ammiccando. «Andiamo».
«Aspetta, sul serio è così pericoloso o stai facendo solo il Rambo?!».
«Naaaa, tranquillo. Tu lascia parlare me», disse battendogli una mano sulla spalla.
«Se le guardie ci beccano…»
«Le guardie?» chiese l’anziano con tono divertito. «Da quanto non esci di casa?».
«Ieri sono stato al mercato con Boh», disse imbarazzato. Non aveva molti motivi per andarsi a fare una passeggiata.
«E non ti sei accorto che non ci sono più guardie a pattugliare le strade?» chiese. «Nemmeno più i droni volano sopra le nostre teste», aggiunse.
Michele ci pensò. Al mercato non ci aveva fatto caso, ma a casa a volte volavano fuori dalla sua finestra, altre si limitavano a ronzare lente e poi passavano oltre. Però era vero: erano, quanto? Settimane che non ne vedeva nemmeno uno.
«Quindi non ci sono controlli. E le telecamere?»
«Quelle che non sono distrutte sono spente da anni».
«È incredibile».
«Già. Credo che sia solo una questione di tempo, poi qualcuno si renderà conto che non c’è più nessuno a guardare…»
«E qui scoppierà il pandemonio».
«Già... È ora di andare, forza, muoviamoci».
La strada era piena di gente anche a quell’ora della notte, la Zona C non dormiva mai.
“Dov’è il tuo contatto?” chiese nervoso Michele.
“Arriverà, sta’ tranquillo. Dante è una stronza affidabile,” disse l’uomo, fumando la sua pipa di vetro.
“Stronza?”
“Lo vedrai quando arriva,” disse Piero, avvolgendo l’attesa nel mistero.
“Be’, che aspetto ha almeno?”
“Ah… stai sereno che si farà notare,” gli sorrise.
“Cazzo, amico, perché tutti questi enigmi?”
“Non ti piacciono le sorprese?”
“No, preferisco sempre sapere dove sto andando.”
“Ma così è prevedibile, noioso.”
“Preferisco essere prevedibile e portare la pelle a casa!” disse Michele. Ormai da tempo aveva perso il coraggio che aveva avuto in guerra; no, preferiva solo cose sicure, prevedibili.
Erano passati altri dieci minuti. Niente. Michele continuò a guardarsi attorno: per strada c’era di tutto. Gente che passeggiava cercando un briciolo di normalità in quel degrado; altri stavano fermi e discutevano, non sempre in modo amichevole; qualcuno cercava di vendere i pochi oggetti che gli erano rimasti per provare a sopravvivere un altro giorno; altri spacciavano narcotici sintetici in grado di mandarti in pappa il cervello; altri ancora flirtavano, in cerca di compagnia, o vendevano se stessi per qualche credito o per una razione. Poi la notò.
Una ragazzina se ne stava accovacciata sotto la pioggia, a poco più di tre metri da dove lui stava in piedi. Sembrava comparsa dal nulla. Fissava un vecchio palmare rattoppato, su cui prendeva vita un videogioco in 3D.
Nel vecchio mondo fatto di confini, dove la provenienza geografica contava ancora qualcosa, qualcuno avrebbe detto che quelle della ragazza erano i tratti di una giovane asiatica.
Il vicolo era pieno di persone, come lo era a tutte le ore del giorno e della notte. Pioveva, ma lei se ne stava lì ferma ignorando tutto e tutti, con gli occhi di un blu elettrico acceso fissi sul suo palmare. La ragazza aveva lineamenti delicati, dotati di un’ingenuità che contrastava con lo squallore crudo della Zona C.
“Dio santo, quanti anni avrà?” si chiese Michele. “Cristo, sembra una ragazzina,” si rammaricò. Per strada capitava spessissimo di incontrare ragazze giovanissime che per sopravvivere si offrivano ai passanti; lui non ci si era mai abituato.
Aveva un viso quasi di porcellana, che contrastava nettamente con lo stile ribelle, cyberpunk, aggressivo, seducente, che molte ragazzine nelle strade di Nuova Milano avevano scelto per presentarsi al mondo. I Reel sulla rete erano pieni di giovani anime sole in cerca di attenzione e approvazione; quello per Michele era un mondo a cui non si sentiva di appartenere. Continuò a guardarla, cercando di scoprire chi fosse.
La sua pelle appariva chiara, ma le guance erano accese da un intenso rossore, forzato dal trucco deciso, che le attraversava il volto da parte a parte. I suoi occhi catturavano subito l'attenzione: erano grandi, espressivi e brillavano di una luce azzurra intensa e innaturale, completamente magnetizzati dallo schermo. Per un istante brevissimo, la ragazza piegò il volto verso di lui e i loro sguardi si incontrarono. Un trucco scuro intorno alle palpebre ne accentuava la profondità; lei ebbe un moto come di imbarazzo, poi tornò rapida allo schermo.
“Impianti?” si chiese Michele mentalmente. “No, da quelle parti nessuna ragazzina può permettersi impianti estetici. Probabilmente sono lenti a contatto, più economiche e facili da trovare,” pensò.
Portava un caschetto asimmetrico nero come le piume di un Corvo, almeno per come ricordava fossero fatte le piume di un Corvo; l’ultima volta che Michele ne aveva visto uno da vicino, beccava la carne dal cadavere di un suo commilitone squarciato da una granata. Fece fatica a scacciare l’immagine che si era formata nella sua mente.
I capelli della ragazza erano parzialmente raccolti in un codino sbarazzino sulla parte superiore della testa, e le ciocche erano texturizzate da vistose sfumature magenta, rosa e azzurro neon che sembravano quasi brillare da sole nell'oscurità della notte. Il lobo dell'orecchio era adornato da una fila di numerosi piercing metallici.
Indossava una giacca corta stile biker in pelle sintetica metallizzata viola effetto glitter, un po’ vissuta, ma ancora in grado di restituire riflessi e colore, ricca di vistose cerniere argentate sulle maniche e sui lati; la superficie lucida del tessuto rifletteva le luci della città, creando riflessi cangianti e oleosi sotto le gocce della pioggia. La giacca era scivolata di proposito sotto la spalla sinistra, lasciando scoperto un tatuaggio. Non era l’opera di una mano esperta, ma di qualcuno che non aveva molta esperienza o che aveva avuto troppa fretta per incidere quella pelle così delicata; dozzinale e impreciso, rappresentava un teschio circondato da spine e rose. Sembrava quasi più una marchiatura che un vezzo. No, non era un vezzo: Michele lo aveva già visto in alcuni Reel delle news che arrivavano dalla City. Quel segno era un avviso; diceva a tutti che apparteneva a una gang e che sarebbe stato meglio lasciarla in pace.
Sotto la giacca lasciata aperta, si intravedeva al collo un sottile girocollo di pelle borchiata scura. Più in basso, dalle clavicole all’ombelico che restava scoperto, indossava un crop top aderente a rete semitrasparente, sotto il quale il seno piccolo stava nudo; sui capezzoli era facile distinguere i piercing che li trafiggevano. L'elemento che più attirava lo sguardo era una minigonna a pieghe realizzata in PVC trasparente, un materiale traslucido che tratteneva l'umidità e i bagliori dei neon, lasciando intravedere l'intimo nero, ridotto a un triangolo e due strisce che le segnavano i fianchi, infilandosi tra le carni e nella pelle. A completare l'outfit c'erano delle calze lunghe fino a metà coscia a righe orizzontali rosse e nere, e dei pesanti anfibi stringati in pelle nera, logori e sporchi di fango alla base.
Si trovava in una posizione accovacciata, quasi rannicchiata contro il muro ruvido del vicolo per occupare meno spazio possibile e non intralciare la folla che le camminava accanto. Nonostante il trambusto e la pioggia battente, la sua postura rimaneva perfettamente immobile, totalmente assorta. Le sue mani stringevano un palmare dalla scocca mimetica azzurra e nera, il cui display illuminato proiettava un riflesso freddo sul suo viso, isolandola completamente dal resto del mondo.
Michele aveva la certezza che la ragazza l’avesse notato, sapeva di avere i suoi occhi su di lei, come quelli di molti altri presenti tra la folla. Eppure, con un gesto che parve naturale, sollevò leggermente i fianchi, allargò le ginocchia, spostò di lato la sottile striscia che ne copriva il sesso e prese a urinare sul marciapiede.
“Ecco Dante!” disse Piero, strappando l’amico dal suo sogno ipnotico. “Ehi, Dante, cazzo, è una vita che ti aspettiamo,” aggiunse, superando Michele e andando verso la ragazza.
“Sono qui che vi osservo,” rispose lei, alzandosi. Michele non poté non notare che non si era in alcun modo pulita; si era limitata a rimettere a posto gli slip e si era messa in piedi sulla pozza della propria urina che, lenta e calda, scorreva lungo il marciapiede.
Michele ne poteva percepire l’odore acre, ne fu turbato.
“Se ci hai visto, perché non hai detto niente?”
“È la regola della strada: non si avvicina mai il cliente, aspetti che sia lui ad avvicinarsi,” gli rispose.
“Dannate Proxy e le vostre fottute regole,” disse lui, scuotendo la testa.
“Certe regole a volte ti salvano la vita, Piero, soprattutto se sei per strada,” disse lei.
Michele osservò la ragazza. Qualcosa non tornava: il suo viso sembrava privo della capacità di esprimere alcunché. Persino Boh, da androide che simulava ogni interazione con lui, riusciva ad essere più naturale. Forse quello era l’effetto di qualche sostanza o, forse, era stata la vita a cui la ragazza era stata costretta a strapparle via dal viso ogni espressione.
“Dante, Michele, Michele, Dante” fece i convenevoli,Piero.
“Hai quello che mi serve?” aggiunse.
“non con me, dobbiamo andare di sotto dal capo”.rispose secca lei.
“Ciao piacere” si presentà Michele, restando ignorato per un istante, poi lei gli concesse uno sguardo. La ragazza guardò Michele dritto negli occhi. Lui si sentì accusato di una colpa che sentiva vera. “Ti piace quello che vedi?”, sembrò leggerle nei pensieri. Quel suo modo di presentarsi, mezza nuda, lasciando che ogni dettaglio del suo giovane corpo fosse esposto, offerto, venduto al suo sguardo e a quello degli uomini come lui, la riduceva a un mero oggetto di desiderio. Un pezzo di carne da consumare in fretta per poi proseguire, e non un individuo, una ragazza, un essere vivente.
Forse era vero. Lui non riuscì a toglierle gli occhi di dosso. Il suo sguardo percorreva la pelle liscia, il collo sottile, il seno sotto la maglia, i fianchi che sembravano scolpiti morbidi nella cera, le gambe non troppo lunghe e magre. Non c'era nulla da dire. Si sentì un predatore che stava per balzare sulla preda. Ma era la preda che si era offerta, la preda che lo stava chiamando. Lui non riuscì a resistere.
La sua fervida fantasia corse: non erano più per strada, erano nel suo appartamento. La megalopoli non esisteva più, c'erano solo lui e lei.
Lei stava seduta, gli occhi persi nel palmare. Famelico, Michele si muoveva nella stanza, nudo ed eretto. Le si avvicinò. Un passo, e un altro. Il divano era vicino. Si sedette accanto a lei, muovendosi per prendere ciò che lei offriva e lui desiderava. La sua mano trovò il seno, caldo e morbido sotto il tessuto sottile. Non c'era bisogno di parole. Lei sospirò, lasciò cadere il dispositivo sul divano: un suono basso che era un invito e una resa. L'altra mano di lui scese lungo la schiena, seguendo la curva della vita, posandosi sul gluteo sodo. La strinse a sé, sentendo il corpo di lei adattarsi al suo come se le fosse sempre appartenuto. Il profumo della sua pelle, un mix di sudore e dolcezza, gli riempì i polmoni, esaltandolo. La baciò. Le sue labbra erano morbide, calde. Il bacio non era delicato. Era affamato. Un bacio che diceva "voglio divorarti". La lingua di lui cercò e trovò quella di lei, un incontro di sapore e desiderio.
“Bene, andiamo,” disse Piero, allargando le braccia e facendole poi ricadere con un tonfo sui fianchi della giacca, destando Michele da quel suo sogno ad occhi aperti.
“Prima gli affari, vecchio Drone,” disse la ragazza sollevando una mano. “Hai il mio compenso?” chiese voltando il palmo verso l’alto, come se cercasse un obolo per la sua commissione.
Dante sembrò aver letto la mente di Michele il suo desiderio, e la sua fantasia, strinse gli occhi, come a dirgli: “Vedi? Avevo ragione”.
“Sì, certo,” rispose l'anziano, prendendo dalla tasca della giacca un piccolo astuccio di plastica trasparente. Dentro era conservata una micro SD, un supporto che non si usava più da decenni, ma che evidentemente per la ragazza doveva essere l’unico lusso accessibile.
“È il gioco che ti ho chiesto?” disse lei, prenderglielo dalle mani e aprendo l’astuccio. In quell’istante, per un millesimo di secondo, Michele vide qualcosa sul volto della ragazza: un’emozione.
“Sì, Trauma Girl 2. Versione Vanilla, patch originale, senza mod,” le confermò l’anziano.
La ragazza lasciò cadere l’astuccio vuoto ai suoi piedi, nell’urina lavata via dalla pioggia. Estrasse la vecchia SD dal suo palmare, la mise rapida in tasca e inserì subito dopo quella nuova. Lo schermo si riempì di una marea di luci colorate; una ragazza con lunghissimi capelli bianchi, indosso un body argentato e stivali alti, emerse in una posa plastica impugnando due grosse pistole, pronta all’azione.
Dante era sparita, pure restando lì in piedi davanti ai due uomini, a meno di un metro da loro. Non esisteva più nessuno per lei: non esisteva Piero con quel suo strano amico, non esistevano i passanti che la divoravano con gli occhi, non esisteva la strada o la pioggia. Solo lei e l’eroina del suo videogame.
“Non dovremmo fare aspettare il tuo vecchio,” le disse Piero, impaziente.
“Da questa parte,” gli rispose lei senza staccare gli occhi dallo schermo, voltandosi e camminando flessuosa davanti a loro.
“Allora, come sta quel pazzo di tuo padre?” chiese ancora il veterano affiancandola, posando senza alcuna grazia la mano nodosa sul suo magnifico culo.
"Malware è sempre più paranoico e stronzo,” gli rispose lei senza badarci, mentre l’uomo stringeva le sue dita nella carne, sopra la natica.
Fu in quell’istante, quando la mano di Piero tese il minimo tessuto che la copriva, che Michele notò qualcosa brillare febbrilmente tra i glutei della ragazza. Nel suo ano, un plug aveva trovato spazio e ora grazie ai led che ne decoravano il pomo, pulsava come l'insegna al neon rosa di un alberghetto ad ore.
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