Ilaria e Marco insieme - Capitolo 0: La nascita del nostro amore
scritto il 2026-11-04 tempo di lettura 5 min
di
mrb
genere
Corna, Dominazione
cura
A+
Prima che la cena a casa di Marica facesse saltare i cardini del nostro matrimonio, prima che le parole dirompenti di un'amica aprissero una crepa inaspettata nel nostro equilibrio, eravamo semplicemente due persone piene di fragilità invisibili,
tenute insieme dalla forza di un sentimento sincero e da un amore quotidiano che aveva anestetizzato i nostri vecchi fantasmi.
Ci eravamo incontrati che io avevo ventisette anni e lei venticinque.
Ilaria era appena entrata nel mondo del lavoro, laureata, figlia unica di buona famiglia, la classica ragazza da sposare. Ilaria era dolce e remissiva me portava dentro di sé un passato ingombrante, segnato interamente da Mario, il suo primo ragazzo, di tre anni più grande, sicuro di sé e spietatamente disinibito. Era stato lui a prenderle la verginità, ma quell'anno insieme era stato un percorso
di logoramento. Per Ilaria il sesso con Mario era quasi sempre coinciso con il dolore e con l'ansia di dover soddisfare standard che non le appartenevano.
Quando, dopo i primi mesi, lei aveva iniziato a irrigidirsi e a concedersi sempre meno, Mario aveva trasformato il sesso in un esercizio di potere e umiliazione.
Le sue "porcate" erano diventate un rituale fisso prima che lei potesse rivestirsi e tornare a casa: pretendeva che Ilaria lo masturbasse e lo svuotasse con la bocca fino in fondo, scaricando su di lei tutta la sua frustrazione. E alla fine, per imprimere il marchio del proprio possesso, Mario amava sporcarla deliberatamente: le imbrattava il viso, le colava lo sperma sul tailleur o sul cappotto, glielo lasciava asciugare sulle tette sotto i vestiti prima
di aprirle la porta di casa. Ilaria docile e sottomessa si impegnava per dimostrare la sua devozione al fidanzato che invece non mancava di deriderla scherzosamente e di continuare la serata con gli amici, o con qualche amichetta…
Mentre le usciva da quel palazzo con il cuore in gola e la vergogna appiccicata addosso, camminando a testa bassa nei vicoli bui, con l'accortezza di scegliere strade isolate e poco frequentate per azzerare il rischio che qualcuno la vedesse in quello stato degradante, finché non riusciva a chiudersi nel bagno
di casa sua a piangere e strofinarsi la pelle sotto l'acqua bollente.
Quando Mario l'aveva finalmente lasciata, Ilaria si portava dentro un senso di inadeguatezza e un rigetto di fondo per il sesso orale, sebbene non fosse una chiusura assoluta quanto piuttosto una stanchezza mista a timore.
Io, d'altro canto, arrivavo a quell'incontro con un bagaglio di insicurezze ben diverso, radicato nei pomeriggi afosi dell'adolescenza. Mi credevo un ragazzo normale,
ma convivevo con un complesso feroce: ero convinto di avere il cazzo corto. Nei bagni della scuola o in cameretta, durante i pomeriggi passati a confrontarci e masturbarsi con gli amici, io ero sempre quello meno dotato. In più, per anni avevo fatto fatica anche solo a scoprire il glande: la pelle era stretta e facevo fatica a scappellarlo del tutto. Il culmine l’avevo raggiunto un
pomeriggio nel quale, vedendomi in difficoltà, era stato proprio il mio migliore amico Luca ad aiutarmi con una inaspettata dolcezza: fu lui a prendersi cura di me, a massaggiarmi con delicatezza per scappellarmelo e farmi una sega per mostrarmi come funzionava, chiamandolo per la prima — e per ora unica — volta con un nomignolo affettuoso e un po' preso in giro: "ma che bel
pisellino". Quella volta era andata così, dopodiché avevo ben guardato di continuare a mettermi in situazione di quel tipo e mi ero chiuso in me stesso ma il tarlo dell'inadeguatezza mi era comunque rimasto dentro. In seguito durante l’università avevo avuto brevi storie con tre ragazze prima di Ilaria, e per un breve periodo, ero uscito tre o quattro volte con Maria Scapoli, conoscente di Ilaria — una ragazza seria e tagliente con cui c'erano state solo
toccate e qualche sega furtiva in auto, prima che le nostre strade si
dividessero.
Il passato di Ilaria, del resto, non era rimasto un segreto chiuso nel cassetto. Mario aveva la lingua lunga, e tra conoscenti comuni le sue spacconate sui dettagli di come riduceva la sua ex erano arrivate alle orecchie di alcuni miei amici, che me le avevano riferite. Quando io e Ilaria ne avevamo parlato apertamente, stretti in
un abbraccio sul divano, le nostre fragilità si erano sciolte in una promessa d'amore. Lei mi aveva raccontato tutto con gli occhi lucidi, e in quel momento, dopo le sue confessioni, avevamo fatto un intenso e dolcissimo petting: ricordo ancora la sensazione di aver trovato Ilaria incredibilmente bagnata, di un'umidità calda e traboccante come poi, negli anni successivi, non mi sarebbe
mai più capitato.
Proprio per proteggere quel legame, avevamo trovato un nostro equilibrio perfetto. Due lavori soddisfacenti, una routine fatta di famiglia, amici e dolcezza dopo un matrimonio classico che aveva reso contenti i nostri famigliari. Il nostro sesso era diventato dolce, pulito, privo di pretese violente. A Ilaria quella delicatezza faceva bene e le restituiva pace, o così almeno credevo. Io mi
sentivo finalmente un uomo normale, un marito che la rispettava. Ignoravo colpevolmente i dettagli della mia inadeguatezza: non mi curavo del fatto che i preservativi che compravamo mi andassero larghi, abbondanti sul membro, e facevo finta di niente quando, divorato da un'ansia sotterranea, venivo quasi
sempre in pochissimi minuti, lasciando a Ilaria solo una dolcezza incompiuta ma rassicurante. Nella nostra routine era infrequente vederci nudi, Ilaria girava per casa sempre vestita, io mai mi mostravo nudo se non durante l’atto sessuale. Tutto questo mi rendeva sereno e mi bastava con l’aggiunta di qualche
toccamento solitario sotto la doccia.
Quei ricordi dolorosi, le umiliazioni di Mario e le insicurezze d'infanzia erano rimasti a lungo sopiti, sepolti sotto strati di normalità, calore domestico e un affetto sincero. Eravamo convinti che il nostro amore ci avesse salvato per sempre,
senza sapere che le fondamenta di quell'equilibrio erano fatte di carta velina.
Sono molto graditi commenti e suggerimenti: pasipaolo7@gmail.com
tenute insieme dalla forza di un sentimento sincero e da un amore quotidiano che aveva anestetizzato i nostri vecchi fantasmi.
Ci eravamo incontrati che io avevo ventisette anni e lei venticinque.
Ilaria era appena entrata nel mondo del lavoro, laureata, figlia unica di buona famiglia, la classica ragazza da sposare. Ilaria era dolce e remissiva me portava dentro di sé un passato ingombrante, segnato interamente da Mario, il suo primo ragazzo, di tre anni più grande, sicuro di sé e spietatamente disinibito. Era stato lui a prenderle la verginità, ma quell'anno insieme era stato un percorso
di logoramento. Per Ilaria il sesso con Mario era quasi sempre coinciso con il dolore e con l'ansia di dover soddisfare standard che non le appartenevano.
Quando, dopo i primi mesi, lei aveva iniziato a irrigidirsi e a concedersi sempre meno, Mario aveva trasformato il sesso in un esercizio di potere e umiliazione.
Le sue "porcate" erano diventate un rituale fisso prima che lei potesse rivestirsi e tornare a casa: pretendeva che Ilaria lo masturbasse e lo svuotasse con la bocca fino in fondo, scaricando su di lei tutta la sua frustrazione. E alla fine, per imprimere il marchio del proprio possesso, Mario amava sporcarla deliberatamente: le imbrattava il viso, le colava lo sperma sul tailleur o sul cappotto, glielo lasciava asciugare sulle tette sotto i vestiti prima
di aprirle la porta di casa. Ilaria docile e sottomessa si impegnava per dimostrare la sua devozione al fidanzato che invece non mancava di deriderla scherzosamente e di continuare la serata con gli amici, o con qualche amichetta…
Mentre le usciva da quel palazzo con il cuore in gola e la vergogna appiccicata addosso, camminando a testa bassa nei vicoli bui, con l'accortezza di scegliere strade isolate e poco frequentate per azzerare il rischio che qualcuno la vedesse in quello stato degradante, finché non riusciva a chiudersi nel bagno
di casa sua a piangere e strofinarsi la pelle sotto l'acqua bollente.
Quando Mario l'aveva finalmente lasciata, Ilaria si portava dentro un senso di inadeguatezza e un rigetto di fondo per il sesso orale, sebbene non fosse una chiusura assoluta quanto piuttosto una stanchezza mista a timore.
Io, d'altro canto, arrivavo a quell'incontro con un bagaglio di insicurezze ben diverso, radicato nei pomeriggi afosi dell'adolescenza. Mi credevo un ragazzo normale,
ma convivevo con un complesso feroce: ero convinto di avere il cazzo corto. Nei bagni della scuola o in cameretta, durante i pomeriggi passati a confrontarci e masturbarsi con gli amici, io ero sempre quello meno dotato. In più, per anni avevo fatto fatica anche solo a scoprire il glande: la pelle era stretta e facevo fatica a scappellarlo del tutto. Il culmine l’avevo raggiunto un
pomeriggio nel quale, vedendomi in difficoltà, era stato proprio il mio migliore amico Luca ad aiutarmi con una inaspettata dolcezza: fu lui a prendersi cura di me, a massaggiarmi con delicatezza per scappellarmelo e farmi una sega per mostrarmi come funzionava, chiamandolo per la prima — e per ora unica — volta con un nomignolo affettuoso e un po' preso in giro: "ma che bel
pisellino". Quella volta era andata così, dopodiché avevo ben guardato di continuare a mettermi in situazione di quel tipo e mi ero chiuso in me stesso ma il tarlo dell'inadeguatezza mi era comunque rimasto dentro. In seguito durante l’università avevo avuto brevi storie con tre ragazze prima di Ilaria, e per un breve periodo, ero uscito tre o quattro volte con Maria Scapoli, conoscente di Ilaria — una ragazza seria e tagliente con cui c'erano state solo
toccate e qualche sega furtiva in auto, prima che le nostre strade si
dividessero.
Il passato di Ilaria, del resto, non era rimasto un segreto chiuso nel cassetto. Mario aveva la lingua lunga, e tra conoscenti comuni le sue spacconate sui dettagli di come riduceva la sua ex erano arrivate alle orecchie di alcuni miei amici, che me le avevano riferite. Quando io e Ilaria ne avevamo parlato apertamente, stretti in
un abbraccio sul divano, le nostre fragilità si erano sciolte in una promessa d'amore. Lei mi aveva raccontato tutto con gli occhi lucidi, e in quel momento, dopo le sue confessioni, avevamo fatto un intenso e dolcissimo petting: ricordo ancora la sensazione di aver trovato Ilaria incredibilmente bagnata, di un'umidità calda e traboccante come poi, negli anni successivi, non mi sarebbe
mai più capitato.
Proprio per proteggere quel legame, avevamo trovato un nostro equilibrio perfetto. Due lavori soddisfacenti, una routine fatta di famiglia, amici e dolcezza dopo un matrimonio classico che aveva reso contenti i nostri famigliari. Il nostro sesso era diventato dolce, pulito, privo di pretese violente. A Ilaria quella delicatezza faceva bene e le restituiva pace, o così almeno credevo. Io mi
sentivo finalmente un uomo normale, un marito che la rispettava. Ignoravo colpevolmente i dettagli della mia inadeguatezza: non mi curavo del fatto che i preservativi che compravamo mi andassero larghi, abbondanti sul membro, e facevo finta di niente quando, divorato da un'ansia sotterranea, venivo quasi
sempre in pochissimi minuti, lasciando a Ilaria solo una dolcezza incompiuta ma rassicurante. Nella nostra routine era infrequente vederci nudi, Ilaria girava per casa sempre vestita, io mai mi mostravo nudo se non durante l’atto sessuale. Tutto questo mi rendeva sereno e mi bastava con l’aggiunta di qualche
toccamento solitario sotto la doccia.
Quei ricordi dolorosi, le umiliazioni di Mario e le insicurezze d'infanzia erano rimasti a lungo sopiti, sepolti sotto strati di normalità, calore domestico e un affetto sincero. Eravamo convinti che il nostro amore ci avesse salvato per sempre,
senza sapere che le fondamenta di quell'equilibrio erano fatte di carta velina.
Sono molto graditi commenti e suggerimenti: pasipaolo7@gmail.com
di
mrb
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