Foresta bagnata 2. Il gusto di tradire
scritto il 2026-11-01 tempo di lettura 16 min
di
cochino
genere
Dominazione, Tradimenti
cura
A
Fulvio arrivò alle undici con la scusa del campionario. Un trolley, un fascicolo, la cravatta in ordine, l'aria perfetta del professionista. Michela lo ricevette in ufficio con la porta aperta, davanti a due colleghe, e fu bravissima: voce ferma, sorriso di circostanza, la firma sul modulo.
Solo che sotto la scrivania lui aveva il piede contro il suo, e lei non portava le mutandine.
— Per i campioni del reparto, dottoressa, bisognerebbe controllare il magazzino — disse lui, ad alta voce.
— Certo. Vi accompagno.
Il ripostiglio
Il locale in fondo al seminterrato: scaffali di garze e confezioni di siringhe, una lampadina nuda, una porta con la chiave che non girava. Michela non fece in tempo a chiuderla: la schiena contro lo scaffale, la bocca di lui sulla sua, le mani sotto la gonna.
— Nun porti le mutande. Brava.
— Fulvio, qua dentro passano tutti…
— E allora zitta. Se senti 'a voce de qualcuno, nun gemere.
Le alzò la gonna fino ai fianchi e la girò contro gli scaffali. L'«ammazzaò» gli scappò sottovoce: la pelliccia nera, fitta, già lucida di umori.
— Ammazzaò, bagnata come 'n pesce. Dalla mattina, eh? In ufficio, co' le colleghe, co' 'sta pelliccia che te gocciola sulla sedia.
Le infilò due dita, lente, il pollice sul clitoride, e lei si morse il polso per non gridare. Il rumore bagnato, ostinato, sembrava riempire tutta la stanza.
Passi nel corridoio. Due voci di donna che si avvicinavano.
— …no, il magazzino B è chiuso, mi hanno detto…
Fulvio non si fermò. Rallentò, e con la mano libera le coprì la bocca. Michela tremava, gli occhi sbarrati, le cosce che si strinsero attorno alle sue dita mentre le voci passavano oltre la porta, si fermavano, ripartivano.
— Senti che stretta che sei — le sussurrò all'orecchio. — Te piace, eh, er rischio. Te fa godere de più.
Lei scosse la testa contro il suo palmo, gli occhi sbarrati, e le labbra, premute sulla sua pelle, si mossero senza voce: ti prego… basta… pietà… Era terrorizzata e ansimava, e intanto le cosce le si erano già aperte da sole, spingendosi sulla sua mano.
— Ah, mo' preghi? — le sussurrò lui, soddisfatto, con il fiato caldo nell'orecchio. — 'Na dottoressa che prega 'n ripostiglio, co' le voci de le colleghe a du' metri. Mortacci, me fai impazzì.
E a ogni sua parola, più lei lo supplicava con gli occhi, più lui rallentava e affondava, godendosi la sua paura, e più le si stringeva dentro.
Lei annuì contro il suo palmo, e venne così, in silenzio, con un lungo brivido e un fiotto che gli bagnò il polso.
Sulla scatola dei guanti
Appena i passi si allontanarono la fece sedere sul bordo di un bancale di scatole, le aprì la camicetta, tirò fuori le tette dal reggiseno e le prese in bocca, mordendo i capezzoli rosei fino a farla ansimare.
— Tre figli e 'ste meraviglie. E ste mani, che firmano le delibere… ecco, guarda.
Le prese una mano e se la portò sul cazzo. Lei lo tirò fuori, lo strinse, lo segò lenta, con la saliva, guardandolo negli occhi. Ma quando lei accelerò, lui le fermò il polso.
— No. Piano. Oggi decido io quanto te ne do.
— Ti prego…
— Ti prego cosa?
— Scopami. Qui. Subito.
La vibrazione di un telefono, dall'altra parte della porta. Una voce:
— Michela? Dottoressa, la cercano di sopra!
Lui si fermò dentro di lei, immobile, le mani sui fianchi. Michela chiuse gli occhi, i muscoli che le si stringevano attorno a lui da soli. Rispose con la voce più professionale che aveva:
— Arrivo subito, Marta. Sto controllando le scorte.
I passi si allontanarono. Fulvio rise piano contro il suo collo.
— Brava la dottoressa. Ce vediamo la prossima settimana, da te. Organizzati.
Si consuma il tradimento
Fulvio la incontrò alle dieci in un corridoio dell'azienda sanitaria, un fascicolo sotto il braccio e la cravatta già allentata. Michela, cinquant'anni portati da dio, tailleur grigio, tacchi, l'orologio al polso destro, lo accolse con la professionalità di chi coordina un intero ufficio.
— Dottoressa, la fornitura per il reparto è a posto. Per i dettagli però servirebbe un posto più tranquillo — disse lui, con un mezzo sorriso.
— Ne parliamo dopo, Fulvio. Alle dodici e mezza. Esci prima tu.
Lui uscì. Lei restò altri dieci minuti alla scrivania, le cosce strette sotto la gonna, a rileggere la stessa riga senza capirla.
Lo trovò nel parcheggio dietro il distributore, l'auto aziendale con i vetri scuri. Michela salì e chiuse lo sportello. Non fece in tempo a mettersi la cintura.
— Damme 'sta mano — disse lui, e se la portò sul pacco, già duro sotto i pantaloni. — Senti che roba. Così sto dalle dieci, da quando hai attraversato quel corridoio co' quel culo.
— Fulvio, qualcuno potrebbe vederci…
— Allora annamo. Fa' strada, dottorè.
Guidò lui, lei indicò la strada verso l'ippodromo. Dopo il primo semaforo la mano di lui era già sotto la gonna, le dita che si facevano largo oltre le autoreggenti.
— Anvedi, nun porti manco le mutandine buone. Già fradicia a mezzogiorno. Brava signora, brava.
— Sono venuta bagnata dalla mattina.
— E io ar posto tuo me vergognerei, co' marito e tre figli. Invece te piace, eh?
Le entrò dentro con due dita mentre guidava con l'altra mano, il pollice sul clitoride. Michela si aggrappò alla maniglia, le cosce spalancate, un gemito basso e roco.
— Sai che c'è? Che a lavoro de 'sta cosa se sa già mezzo ambiente. Er rappresentante che se fa la coordinatrice. Je l'ho detto solo a du' persone, ma sai com'è, le voci…
Michela si irrigidì. Ma la figa le si strinse attorno alle sue dita, e lui lo sentì.
— Ah, ecco. Te piace. Te piace pure l'idea che se sappia.
Una villetta a schiera tranquilla, a due passi dall'ippodromo, la siepe alta, il garage chiuso. Il marito in trasferta fino a sera, i figli a scuola. Aprì la porta con le mani che tremavano.
Fulvio la spinse dentro e la inchiodò contro il muro dell'ingresso. Le strappò la camicetta, i bottoni che rimbalzarono sul parquet, e le tirò fuori le tette dal reggiseno.
— Sontuose. Cinquant'anni e tre figli, e ancora 'sta robba. Guarda che capezzoli rosei, pare 'na ragazzina.
Le strinse a piene mani, pesanti, calde, e pizzicò i capezzoli finché si fecero duri e scuri di sangue. Li tirò, li torse, poi le schiaffeggi i seni, uno e l'altro, mentre lei gemeva con la testa contro il muro.
— Inginocchiate.
Michela si inginocchiò sul pavimento dell'ingresso, in tailleur strappato, e gli slacciò i pantaloni. Il cazzo balzò fuori, duro, venoso, la cappella lucida. Lui le prese i capelli e glielo spinse in bocca fino in gola.
— Apri. Più larga. Così, brava, fa' cola' tutta la saliva.
Le scopò la bocca con colpi lenti e profondi, finché lei ebbe i conati, gli occhi lacrimanti e un filo di bava lunghissimo le colò dal mento fino alle tette. Lui glielo spalmò sul seno con la cappella, poi si tirò fuori, respirando forte.
— Guardate la dottoressa. Quella che comanda trenta persone. E mo' sta in ginocchio su 'n parquet a fa' la pulizia der cazzo. Piano, piano. Nun è ancora er momento. Mo' c'ho voja de fa' le cose bene.
La caricò di peso sul tavolo, le strappò via la gonna e le calze, le spalancò le cosce con le ginocchia. Il vello nero era incollato di umori, le grandi labbra gonfie e aperte, il clitoride teso. Ci affondò la faccia: lingua larga, vorace, due dita nella figa e un pollice che girava attorno al buchetto.
— Mortacci tua, quanto sei bagnata… Mo' te la bevo tutta.
Michela gli stringeva i capelli, strofinando la figa sulla sua bocca, il bacino che andava avanti e indietro senza pudore.
— Sì… così… leccami, porco…
— Porco io? Tu sei la troia, signo'. Dimmelo.
— Sono una troia…
— De chi?
— Tua. Oggi sono tua.
La fece venire così, con la schiena inarcata sul legno, un urlo roco che riempì la cucina e gli umori che gli colarono sul mento. Lui non le diede tregua. Si alzò, la afferrò per le caviglie, se le mise sulle spalle e la penetrò con una sola spinta.
Colpi duri, profondi, lo schiocco bagnato della carne contro la carne, il tavolo che sbatteva sul muro. Le tette le rimbalzavano sul petto, i capezzoli rosei che ballavano a ogni botta. Lui le sputò in bocca, le strinse il collo per un istante, poi le schiaffeggò le tette e la faccia, piano ma deciso.
— Dimme che te piace.
— Mi piace da morire… più forte…
— Più forte? A signo', io so' venuto pe' divertime. Ma pe' te faccio er sacrificio.
Le sbatté dentro un colpo così forte che il tavolo gemette sul parquet, e lei urlò un «no» che non era un no.
— Basta… Fulvio, ti prego… non ce la faccio… — La voce le si spezzò, sottile, quasi infantile. — Pietà, mi fai male…
Ma gli aveva piantato le unghie nei fianchi e se lo tirava contro, con le caviglie incrociate sulla sua schiena.
— Eh, ma te senti? — rise lui, sudato, con gli occhi lucidi. — ‘Pietà’, dice. E intanto me stringi come 'na tenaglia.
— Piano… ti prego…
— Piano 'sto cazzo.
Lo vide farsi più duro, più cattivo, e quella cattiveria le attraversò il ventre come una scossa. Implorò ancora, «ti prego, basta, ti prego», con la faccia bagnata di lacrime e il bacino che andava incontro a ogni colpo, e ogni supplica lo faceva impazzire di più.
La fece venire una seconda volta, le cosce che tremavano sulle sue spalle, e lui si sfilò all'ultimo, col cazzo che pulsava, a denti stretti, senza lasciarsi andare.
La telefonata
Dalla giacca appesa alla sedia partì la suoneria. Guardò lo schermo e sbuffò.
— Il lavoro, dottorè. Nun se scappa.
Rispose con la voce da professionista, quella del corridoio, e si allontanò di due passi verso la porta della cucina, nudo dalla vita in giù, il cazzo ancora duro e lucido dei suoi umori che gli ondeggiava davanti. Non andò oltre la soglia. Voleva che sentisse.
— Pronto… Sì, capo, dimme… No, la consegna de martedì è confermata, quattrocento pezzi, lotto B… Eh, lo so, ho già parlato co' la logistica… Sì, mando la mail oggi.
Michela era rimasta sul tavolo, la schiena sul legno freddo, le cosce ancora spalancate, il pelo nero incollato e fradicio, il respiro che le sollevava le tette. Lo guardava parlare di lotti e di scadenze con quel cazzo in mano, e si accorse che si stava toccando. Due dita, piano, sul clitoride gonfio. Lui se ne accorse e le puntò addosso uno sguardo da padrone, un sorriso storto.
— No, no, il prezzo nun se tocca, è quello de gara… — continuò, la mano libera che si stringeva lentamente il cazzo mentre la fissava. — Come? Dove sto? Da 'n cliente. Sì, 'na visita.
Dall'altra parte una risata, una frase che Michela non sentì. Fulvio sogghignò.
— Eh, ha capito bene. Senta, me perdoni, ma la devo lassà, perché c'ho 'n troione fra le mani… — Una pausa, la voce che si abbassava appena, abbastanza perché lei lo sentisse comunque. — Ah, sì, certo… 'na signora, pure de livello. Co' 'na pelliccia che nun hai idea… Sì, me la dà tutta. Mo' me la voglio inculà.
Michela sentì il calore salirle in faccia, fino alle orecchie. Si coprì la bocca con la mano libera, ma l'altra non si fermò, e il piacere le salì dal ventre così forte che le cosce si strinsero attorno al polso.
— Va bene, la richiamo, coj dettaji pure. Ciao, ciao.
Buttò il telefono sulla sedia e tornò verso di lei con passo lento.
— Hai sentito, eh?
— Sì… — mormorò lei, rossa, ansimante.
— E te sei toccata. Mentre io parlavo de lotti e de consegne, tu te toccavi su 'a tavola de casa tua. — Le prese il polso e se lo portò alla bocca, leccandole le dita bagnate. — 'Na troia, signo'. Nun 'na signora. 'Na troia che se bagna quanno la insulta un rappresentante.
— Fulvio… — Non seppe aggiungere altro.
— Quello era Jacopo, er capo mio. Je racconto tutto. Er colore dei capezzoli, la pelliccia, come strigni. Domani lo sa pure lui che er culo de 'a dottoressa de Cesena è bono. E dopodomani lo sa un altro. Le voci, dottorè, se spargono da sole.
Lei trattenne il fiato. Un brivido di paura le attraversò la schiena e finì dritto in mezzo alle gambe, dove le sentì colare sul legno.
— Eccola. Lo sapevo. Te fa paura e te fa godere. Te piace pensà che a Bologna, a Rimini, in qualche sala d'attesa, 'sta storia circola. Che uno guarda er tailleur e pensa: quella è la troia che se fa inculà da Fulvio.
— Non dire il nome… — sussurrò, senza convinzione.
— Er nome nun lo dico. Ancora. — Sorrise. — Ma tu vorresti che lo dicessi, eh?
Lei non rispose. Non ce n'era bisogno.
— Sta tranquilla che Jacopo è serio.
Nella camera matrimoniale
La portò di sopra, sul letto che dormiva col marito. La mise a quattro zampe, le sculacciò il culo finché si arrossò e restarono impresse le dita. Le sputò fra le natiche, ci passò il pollice, poi due.
— Te lo fanno mai qui? Dimmelo.
— No… mai…
— Allora mo' c'è la prima volta. Rilassate, dottorè.
Piano, con la saliva e pazienza sporca, glielo aprì, un dito, poi due, mentre con l'altra mano le tormentava il clitoride. Michela mordeva il cuscino, ansimando come un animale. Quando lui spinse la cappella, lei urlò, ma non si ritrasse. Anzi spinse il culo all'indietro.
— Brava. Così. Pija tutto, fino in fondo.
La inculò con colpi lenti che diventarono violenti, una mano nei suoi capelli, l'altra a schiaffeggiarle le chiappe.
— Come te chiamano in azienda? La coordinatrice? La dottoressa? Mo' te chiamo io. Come te chiamerà Jacopo, quanno je dico com'è che 'sto culo se spalanca. 'A troia der letto matrimoniale.
— Sì… — ansimò lei, la faccia nel cuscino. — Dillo… diglielo…
— Che dico?
— Che sono… che mi piace… che sono tua…
Venne senza che la toccasse, un orgasmo lungo, urlato, il corpo sconvolto dagli spasmi.
— Guardate la signora de Cesena, col culo aperto da uno de Roma.
Lui uscì, lucido e teso, e restò un attimo a guardarla crollare sul lenzuolo, le chiappe rosse, il buchetto arrossato e dilatato.
—Nun te lavà ancora — ripeté Fulvio, ma poi la trascinò lui stesso in bagno, perché l'idea di vederla bagnata e nuda sotto la luce lo aveva fatto diventare ancora più duro. — Anzi, mo' te lavo io.
Aprì l'acqua calda e la spinse nella doccia, sotto il getto. Michela rise, esausta, i capelli incollati sulle guance, il mascara sciolto. Lui entrò dietro di lei, il cazzo teso contro le sue natiche.
— Girate. Fatte guardà.
Lei si voltò. L'acqua le scorreva sui seni, sul ventre morbido, giù fino al triangolo nero, fitto, che l'acqua appiattiva e lucidava come pelo bagnato.
— Ammazzaò, che pelliccia! — fischiò lui, affondandoci la mano a pugno. — Ma 'sta roba quanno la tosi, mai? Pare 'na foresta. Me ce perdo dentro. Jacopo ce vorrà fa' 'n sopralluogo.
— Mi piace tenerla così… — si giustificò lei.
— Figurate, me piace un casino, signo'. Pelo vero, de donna genuina, nun de quelle pelate che pare 'na bambola. Qua se sente l'odore.
Si chinò, ci affondò il naso e inspirò forte, poi ci passò la lingua in mezzo, sotto l'acqua, a cercare le labbra gonfie. Michela si aggrappò alla maniglia, le gambe che cedevano.
— Fulvio… non ce la faccio più… sono sensibile…
— Eh, e allora? Qua decido io.
Le infilò due dita, poi tre, muovendole in fretta, col rumore bagnato che si sentiva anche sotto lo scroscio, mentre con l'altra mano le tirava i peli, piano, giusto per farla sussultare.
— Basta… ti supplico… le gambe… non mi reggo… — Era quasi un singhiozzo. — Sono troppo sensibile, mi fai impazzire…
— Impazzisci, dottorè. — Le infilò anche il pollice, senza pietà. — Che se me preghi così, ce prendo gusto.
Lei si afflosciò contro il muro piastrellato, scuotendo la testa, dicendo «no, no, no» con una bocca che gemeva «ancora». Più lo implorava, più lui rideva e accelerava, e più accelerava, più lei si apriva, come se il corpo non sapesse più distinguere la paura dal piacere.
— Guarda 'sta cozza. Ancora aperta, ancora affamata. Tre figli ci so' passati e mo' ce passa pure il romano. E domani lo sapranno in tanti.
La fece venire così, in piedi, con un urlo che rimbombò sulle piastrelle e un fiotto caldo che gli colò lungo il polso. Lei scivolò contro il muro, ansimando.
La voltò con la faccia contro le piastrelle, le tette schiacciate sul muro freddo, il culo spinto indietro. Si insaponò il cazzo con una manata di gel e glielo strusciò fra le chiappe.
— Qua ce semo già stati poco fa. Mo' ce torno.
— Piano… è ancora…
— Zitta.
Spinse. Lei strinse i denti, poi si arrese e si aprì. Lui la inculò piano, a lungo, con le mani sui fianchi, l'acqua che scrosciava sulla schiena di lei, poi accelerò, sbattendo contro le natiche con lo schiocco bagnato che riempiva il box.
— Pija tutto, dottorè. Quella che firma le delibere, mo' se fa rompe er culo in doccia da 'n rappresentante.
Le tirò i capelli indietro, le morse la spalla, le scese con la mano fra le cosce a tormentarle il clitoride fra i peli fradici.
— Dimme com'è.
— È bellissimo… non fermarti… sono tua…
— Sei 'na troia, e sei de tutti quelli che te pagano er caffè. Dimmelo.
— Sono una troia… tua… — ansimò, e venne di nuovo, scossa da brividi, il culo che gli strizzava il cazzo.
Solo allora lui uscì, la fece inginocchiare sul fondo bagnato e le prese la testa fra le mani.
— Bocca. Apri.
Le scopò la gola con colpi corti, secchi, finché con un ringhio le venne sulla lingua, un getto lungo, e l'acqua le lavò il mento. Michela inghiottì, tossì, rise piangendo, gli occhi rossi.
— Ammazza che spettacolo — disse lui, chiudendo il rubinetto, e le diede un buffetto sulla guancia. — Mo' te puoi lavà. Ma la pelliccia lasciala così, che giovedì torno.
Il dopo
Uscì dal box, si asciugò con l'asciugamano di lei, si guardò allo specchio e si sistemò i capelli. Alle due e mezza era vestito, la cravatta storta, il fascicolo dimenticato in macchina. Il telefono vibrò sul lavandino. Lo lesse, rise, e lo girò verso di lei.
Jacopo: «Allora? Com'è 'sta signora? Voglio i dettagli.»
— Che je dico? — chiese Fulvio, il pollice sospeso sullo schermo.
Michela, ancora sul fondo della doccia, con l'acqua che le scorreva fra le cosce, restò un attimo in silenzio. Poi, con la voce rotta e un sorriso che non riuscì a trattenere:
— Digli quello che vuoi.
— Brava dottorè. — Scrisse, premette invio, e il telefono fece il suo suono secco. — Allora alla prossima fornitura. Per il reparto serve sempre un sopralluogo.
— Ti mando una mail — rispose lei, ridendo.
Quando sentì la porta chiudersi, Michela si portò una mano fra le cosce e si toccò ancora, lentamente, sotto l'acqua che non aveva chiuso, pensando a un uomo che non aveva mai visto, che da qualche parte, in quel momento, stava leggendo di lei.
Solo che sotto la scrivania lui aveva il piede contro il suo, e lei non portava le mutandine.
— Per i campioni del reparto, dottoressa, bisognerebbe controllare il magazzino — disse lui, ad alta voce.
— Certo. Vi accompagno.
Il ripostiglio
Il locale in fondo al seminterrato: scaffali di garze e confezioni di siringhe, una lampadina nuda, una porta con la chiave che non girava. Michela non fece in tempo a chiuderla: la schiena contro lo scaffale, la bocca di lui sulla sua, le mani sotto la gonna.
— Nun porti le mutande. Brava.
— Fulvio, qua dentro passano tutti…
— E allora zitta. Se senti 'a voce de qualcuno, nun gemere.
Le alzò la gonna fino ai fianchi e la girò contro gli scaffali. L'«ammazzaò» gli scappò sottovoce: la pelliccia nera, fitta, già lucida di umori.
— Ammazzaò, bagnata come 'n pesce. Dalla mattina, eh? In ufficio, co' le colleghe, co' 'sta pelliccia che te gocciola sulla sedia.
Le infilò due dita, lente, il pollice sul clitoride, e lei si morse il polso per non gridare. Il rumore bagnato, ostinato, sembrava riempire tutta la stanza.
Passi nel corridoio. Due voci di donna che si avvicinavano.
— …no, il magazzino B è chiuso, mi hanno detto…
Fulvio non si fermò. Rallentò, e con la mano libera le coprì la bocca. Michela tremava, gli occhi sbarrati, le cosce che si strinsero attorno alle sue dita mentre le voci passavano oltre la porta, si fermavano, ripartivano.
— Senti che stretta che sei — le sussurrò all'orecchio. — Te piace, eh, er rischio. Te fa godere de più.
Lei scosse la testa contro il suo palmo, gli occhi sbarrati, e le labbra, premute sulla sua pelle, si mossero senza voce: ti prego… basta… pietà… Era terrorizzata e ansimava, e intanto le cosce le si erano già aperte da sole, spingendosi sulla sua mano.
— Ah, mo' preghi? — le sussurrò lui, soddisfatto, con il fiato caldo nell'orecchio. — 'Na dottoressa che prega 'n ripostiglio, co' le voci de le colleghe a du' metri. Mortacci, me fai impazzì.
E a ogni sua parola, più lei lo supplicava con gli occhi, più lui rallentava e affondava, godendosi la sua paura, e più le si stringeva dentro.
Lei annuì contro il suo palmo, e venne così, in silenzio, con un lungo brivido e un fiotto che gli bagnò il polso.
Sulla scatola dei guanti
Appena i passi si allontanarono la fece sedere sul bordo di un bancale di scatole, le aprì la camicetta, tirò fuori le tette dal reggiseno e le prese in bocca, mordendo i capezzoli rosei fino a farla ansimare.
— Tre figli e 'ste meraviglie. E ste mani, che firmano le delibere… ecco, guarda.
Le prese una mano e se la portò sul cazzo. Lei lo tirò fuori, lo strinse, lo segò lenta, con la saliva, guardandolo negli occhi. Ma quando lei accelerò, lui le fermò il polso.
— No. Piano. Oggi decido io quanto te ne do.
— Ti prego…
— Ti prego cosa?
— Scopami. Qui. Subito.
La vibrazione di un telefono, dall'altra parte della porta. Una voce:
— Michela? Dottoressa, la cercano di sopra!
Lui si fermò dentro di lei, immobile, le mani sui fianchi. Michela chiuse gli occhi, i muscoli che le si stringevano attorno a lui da soli. Rispose con la voce più professionale che aveva:
— Arrivo subito, Marta. Sto controllando le scorte.
I passi si allontanarono. Fulvio rise piano contro il suo collo.
— Brava la dottoressa. Ce vediamo la prossima settimana, da te. Organizzati.
Si consuma il tradimento
Fulvio la incontrò alle dieci in un corridoio dell'azienda sanitaria, un fascicolo sotto il braccio e la cravatta già allentata. Michela, cinquant'anni portati da dio, tailleur grigio, tacchi, l'orologio al polso destro, lo accolse con la professionalità di chi coordina un intero ufficio.
— Dottoressa, la fornitura per il reparto è a posto. Per i dettagli però servirebbe un posto più tranquillo — disse lui, con un mezzo sorriso.
— Ne parliamo dopo, Fulvio. Alle dodici e mezza. Esci prima tu.
Lui uscì. Lei restò altri dieci minuti alla scrivania, le cosce strette sotto la gonna, a rileggere la stessa riga senza capirla.
Lo trovò nel parcheggio dietro il distributore, l'auto aziendale con i vetri scuri. Michela salì e chiuse lo sportello. Non fece in tempo a mettersi la cintura.
— Damme 'sta mano — disse lui, e se la portò sul pacco, già duro sotto i pantaloni. — Senti che roba. Così sto dalle dieci, da quando hai attraversato quel corridoio co' quel culo.
— Fulvio, qualcuno potrebbe vederci…
— Allora annamo. Fa' strada, dottorè.
Guidò lui, lei indicò la strada verso l'ippodromo. Dopo il primo semaforo la mano di lui era già sotto la gonna, le dita che si facevano largo oltre le autoreggenti.
— Anvedi, nun porti manco le mutandine buone. Già fradicia a mezzogiorno. Brava signora, brava.
— Sono venuta bagnata dalla mattina.
— E io ar posto tuo me vergognerei, co' marito e tre figli. Invece te piace, eh?
Le entrò dentro con due dita mentre guidava con l'altra mano, il pollice sul clitoride. Michela si aggrappò alla maniglia, le cosce spalancate, un gemito basso e roco.
— Sai che c'è? Che a lavoro de 'sta cosa se sa già mezzo ambiente. Er rappresentante che se fa la coordinatrice. Je l'ho detto solo a du' persone, ma sai com'è, le voci…
Michela si irrigidì. Ma la figa le si strinse attorno alle sue dita, e lui lo sentì.
— Ah, ecco. Te piace. Te piace pure l'idea che se sappia.
Una villetta a schiera tranquilla, a due passi dall'ippodromo, la siepe alta, il garage chiuso. Il marito in trasferta fino a sera, i figli a scuola. Aprì la porta con le mani che tremavano.
Fulvio la spinse dentro e la inchiodò contro il muro dell'ingresso. Le strappò la camicetta, i bottoni che rimbalzarono sul parquet, e le tirò fuori le tette dal reggiseno.
— Sontuose. Cinquant'anni e tre figli, e ancora 'sta robba. Guarda che capezzoli rosei, pare 'na ragazzina.
Le strinse a piene mani, pesanti, calde, e pizzicò i capezzoli finché si fecero duri e scuri di sangue. Li tirò, li torse, poi le schiaffeggi i seni, uno e l'altro, mentre lei gemeva con la testa contro il muro.
— Inginocchiate.
Michela si inginocchiò sul pavimento dell'ingresso, in tailleur strappato, e gli slacciò i pantaloni. Il cazzo balzò fuori, duro, venoso, la cappella lucida. Lui le prese i capelli e glielo spinse in bocca fino in gola.
— Apri. Più larga. Così, brava, fa' cola' tutta la saliva.
Le scopò la bocca con colpi lenti e profondi, finché lei ebbe i conati, gli occhi lacrimanti e un filo di bava lunghissimo le colò dal mento fino alle tette. Lui glielo spalmò sul seno con la cappella, poi si tirò fuori, respirando forte.
— Guardate la dottoressa. Quella che comanda trenta persone. E mo' sta in ginocchio su 'n parquet a fa' la pulizia der cazzo. Piano, piano. Nun è ancora er momento. Mo' c'ho voja de fa' le cose bene.
La caricò di peso sul tavolo, le strappò via la gonna e le calze, le spalancò le cosce con le ginocchia. Il vello nero era incollato di umori, le grandi labbra gonfie e aperte, il clitoride teso. Ci affondò la faccia: lingua larga, vorace, due dita nella figa e un pollice che girava attorno al buchetto.
— Mortacci tua, quanto sei bagnata… Mo' te la bevo tutta.
Michela gli stringeva i capelli, strofinando la figa sulla sua bocca, il bacino che andava avanti e indietro senza pudore.
— Sì… così… leccami, porco…
— Porco io? Tu sei la troia, signo'. Dimmelo.
— Sono una troia…
— De chi?
— Tua. Oggi sono tua.
La fece venire così, con la schiena inarcata sul legno, un urlo roco che riempì la cucina e gli umori che gli colarono sul mento. Lui non le diede tregua. Si alzò, la afferrò per le caviglie, se le mise sulle spalle e la penetrò con una sola spinta.
Colpi duri, profondi, lo schiocco bagnato della carne contro la carne, il tavolo che sbatteva sul muro. Le tette le rimbalzavano sul petto, i capezzoli rosei che ballavano a ogni botta. Lui le sputò in bocca, le strinse il collo per un istante, poi le schiaffeggò le tette e la faccia, piano ma deciso.
— Dimme che te piace.
— Mi piace da morire… più forte…
— Più forte? A signo', io so' venuto pe' divertime. Ma pe' te faccio er sacrificio.
Le sbatté dentro un colpo così forte che il tavolo gemette sul parquet, e lei urlò un «no» che non era un no.
— Basta… Fulvio, ti prego… non ce la faccio… — La voce le si spezzò, sottile, quasi infantile. — Pietà, mi fai male…
Ma gli aveva piantato le unghie nei fianchi e se lo tirava contro, con le caviglie incrociate sulla sua schiena.
— Eh, ma te senti? — rise lui, sudato, con gli occhi lucidi. — ‘Pietà’, dice. E intanto me stringi come 'na tenaglia.
— Piano… ti prego…
— Piano 'sto cazzo.
Lo vide farsi più duro, più cattivo, e quella cattiveria le attraversò il ventre come una scossa. Implorò ancora, «ti prego, basta, ti prego», con la faccia bagnata di lacrime e il bacino che andava incontro a ogni colpo, e ogni supplica lo faceva impazzire di più.
La fece venire una seconda volta, le cosce che tremavano sulle sue spalle, e lui si sfilò all'ultimo, col cazzo che pulsava, a denti stretti, senza lasciarsi andare.
La telefonata
Dalla giacca appesa alla sedia partì la suoneria. Guardò lo schermo e sbuffò.
— Il lavoro, dottorè. Nun se scappa.
Rispose con la voce da professionista, quella del corridoio, e si allontanò di due passi verso la porta della cucina, nudo dalla vita in giù, il cazzo ancora duro e lucido dei suoi umori che gli ondeggiava davanti. Non andò oltre la soglia. Voleva che sentisse.
— Pronto… Sì, capo, dimme… No, la consegna de martedì è confermata, quattrocento pezzi, lotto B… Eh, lo so, ho già parlato co' la logistica… Sì, mando la mail oggi.
Michela era rimasta sul tavolo, la schiena sul legno freddo, le cosce ancora spalancate, il pelo nero incollato e fradicio, il respiro che le sollevava le tette. Lo guardava parlare di lotti e di scadenze con quel cazzo in mano, e si accorse che si stava toccando. Due dita, piano, sul clitoride gonfio. Lui se ne accorse e le puntò addosso uno sguardo da padrone, un sorriso storto.
— No, no, il prezzo nun se tocca, è quello de gara… — continuò, la mano libera che si stringeva lentamente il cazzo mentre la fissava. — Come? Dove sto? Da 'n cliente. Sì, 'na visita.
Dall'altra parte una risata, una frase che Michela non sentì. Fulvio sogghignò.
— Eh, ha capito bene. Senta, me perdoni, ma la devo lassà, perché c'ho 'n troione fra le mani… — Una pausa, la voce che si abbassava appena, abbastanza perché lei lo sentisse comunque. — Ah, sì, certo… 'na signora, pure de livello. Co' 'na pelliccia che nun hai idea… Sì, me la dà tutta. Mo' me la voglio inculà.
Michela sentì il calore salirle in faccia, fino alle orecchie. Si coprì la bocca con la mano libera, ma l'altra non si fermò, e il piacere le salì dal ventre così forte che le cosce si strinsero attorno al polso.
— Va bene, la richiamo, coj dettaji pure. Ciao, ciao.
Buttò il telefono sulla sedia e tornò verso di lei con passo lento.
— Hai sentito, eh?
— Sì… — mormorò lei, rossa, ansimante.
— E te sei toccata. Mentre io parlavo de lotti e de consegne, tu te toccavi su 'a tavola de casa tua. — Le prese il polso e se lo portò alla bocca, leccandole le dita bagnate. — 'Na troia, signo'. Nun 'na signora. 'Na troia che se bagna quanno la insulta un rappresentante.
— Fulvio… — Non seppe aggiungere altro.
— Quello era Jacopo, er capo mio. Je racconto tutto. Er colore dei capezzoli, la pelliccia, come strigni. Domani lo sa pure lui che er culo de 'a dottoressa de Cesena è bono. E dopodomani lo sa un altro. Le voci, dottorè, se spargono da sole.
Lei trattenne il fiato. Un brivido di paura le attraversò la schiena e finì dritto in mezzo alle gambe, dove le sentì colare sul legno.
— Eccola. Lo sapevo. Te fa paura e te fa godere. Te piace pensà che a Bologna, a Rimini, in qualche sala d'attesa, 'sta storia circola. Che uno guarda er tailleur e pensa: quella è la troia che se fa inculà da Fulvio.
— Non dire il nome… — sussurrò, senza convinzione.
— Er nome nun lo dico. Ancora. — Sorrise. — Ma tu vorresti che lo dicessi, eh?
Lei non rispose. Non ce n'era bisogno.
— Sta tranquilla che Jacopo è serio.
Nella camera matrimoniale
La portò di sopra, sul letto che dormiva col marito. La mise a quattro zampe, le sculacciò il culo finché si arrossò e restarono impresse le dita. Le sputò fra le natiche, ci passò il pollice, poi due.
— Te lo fanno mai qui? Dimmelo.
— No… mai…
— Allora mo' c'è la prima volta. Rilassate, dottorè.
Piano, con la saliva e pazienza sporca, glielo aprì, un dito, poi due, mentre con l'altra mano le tormentava il clitoride. Michela mordeva il cuscino, ansimando come un animale. Quando lui spinse la cappella, lei urlò, ma non si ritrasse. Anzi spinse il culo all'indietro.
— Brava. Così. Pija tutto, fino in fondo.
La inculò con colpi lenti che diventarono violenti, una mano nei suoi capelli, l'altra a schiaffeggiarle le chiappe.
— Come te chiamano in azienda? La coordinatrice? La dottoressa? Mo' te chiamo io. Come te chiamerà Jacopo, quanno je dico com'è che 'sto culo se spalanca. 'A troia der letto matrimoniale.
— Sì… — ansimò lei, la faccia nel cuscino. — Dillo… diglielo…
— Che dico?
— Che sono… che mi piace… che sono tua…
Venne senza che la toccasse, un orgasmo lungo, urlato, il corpo sconvolto dagli spasmi.
— Guardate la signora de Cesena, col culo aperto da uno de Roma.
Lui uscì, lucido e teso, e restò un attimo a guardarla crollare sul lenzuolo, le chiappe rosse, il buchetto arrossato e dilatato.
—Nun te lavà ancora — ripeté Fulvio, ma poi la trascinò lui stesso in bagno, perché l'idea di vederla bagnata e nuda sotto la luce lo aveva fatto diventare ancora più duro. — Anzi, mo' te lavo io.
Aprì l'acqua calda e la spinse nella doccia, sotto il getto. Michela rise, esausta, i capelli incollati sulle guance, il mascara sciolto. Lui entrò dietro di lei, il cazzo teso contro le sue natiche.
— Girate. Fatte guardà.
Lei si voltò. L'acqua le scorreva sui seni, sul ventre morbido, giù fino al triangolo nero, fitto, che l'acqua appiattiva e lucidava come pelo bagnato.
— Ammazzaò, che pelliccia! — fischiò lui, affondandoci la mano a pugno. — Ma 'sta roba quanno la tosi, mai? Pare 'na foresta. Me ce perdo dentro. Jacopo ce vorrà fa' 'n sopralluogo.
— Mi piace tenerla così… — si giustificò lei.
— Figurate, me piace un casino, signo'. Pelo vero, de donna genuina, nun de quelle pelate che pare 'na bambola. Qua se sente l'odore.
Si chinò, ci affondò il naso e inspirò forte, poi ci passò la lingua in mezzo, sotto l'acqua, a cercare le labbra gonfie. Michela si aggrappò alla maniglia, le gambe che cedevano.
— Fulvio… non ce la faccio più… sono sensibile…
— Eh, e allora? Qua decido io.
Le infilò due dita, poi tre, muovendole in fretta, col rumore bagnato che si sentiva anche sotto lo scroscio, mentre con l'altra mano le tirava i peli, piano, giusto per farla sussultare.
— Basta… ti supplico… le gambe… non mi reggo… — Era quasi un singhiozzo. — Sono troppo sensibile, mi fai impazzire…
— Impazzisci, dottorè. — Le infilò anche il pollice, senza pietà. — Che se me preghi così, ce prendo gusto.
Lei si afflosciò contro il muro piastrellato, scuotendo la testa, dicendo «no, no, no» con una bocca che gemeva «ancora». Più lo implorava, più lui rideva e accelerava, e più accelerava, più lei si apriva, come se il corpo non sapesse più distinguere la paura dal piacere.
— Guarda 'sta cozza. Ancora aperta, ancora affamata. Tre figli ci so' passati e mo' ce passa pure il romano. E domani lo sapranno in tanti.
La fece venire così, in piedi, con un urlo che rimbombò sulle piastrelle e un fiotto caldo che gli colò lungo il polso. Lei scivolò contro il muro, ansimando.
La voltò con la faccia contro le piastrelle, le tette schiacciate sul muro freddo, il culo spinto indietro. Si insaponò il cazzo con una manata di gel e glielo strusciò fra le chiappe.
— Qua ce semo già stati poco fa. Mo' ce torno.
— Piano… è ancora…
— Zitta.
Spinse. Lei strinse i denti, poi si arrese e si aprì. Lui la inculò piano, a lungo, con le mani sui fianchi, l'acqua che scrosciava sulla schiena di lei, poi accelerò, sbattendo contro le natiche con lo schiocco bagnato che riempiva il box.
— Pija tutto, dottorè. Quella che firma le delibere, mo' se fa rompe er culo in doccia da 'n rappresentante.
Le tirò i capelli indietro, le morse la spalla, le scese con la mano fra le cosce a tormentarle il clitoride fra i peli fradici.
— Dimme com'è.
— È bellissimo… non fermarti… sono tua…
— Sei 'na troia, e sei de tutti quelli che te pagano er caffè. Dimmelo.
— Sono una troia… tua… — ansimò, e venne di nuovo, scossa da brividi, il culo che gli strizzava il cazzo.
Solo allora lui uscì, la fece inginocchiare sul fondo bagnato e le prese la testa fra le mani.
— Bocca. Apri.
Le scopò la gola con colpi corti, secchi, finché con un ringhio le venne sulla lingua, un getto lungo, e l'acqua le lavò il mento. Michela inghiottì, tossì, rise piangendo, gli occhi rossi.
— Ammazza che spettacolo — disse lui, chiudendo il rubinetto, e le diede un buffetto sulla guancia. — Mo' te puoi lavà. Ma la pelliccia lasciala così, che giovedì torno.
Il dopo
Uscì dal box, si asciugò con l'asciugamano di lei, si guardò allo specchio e si sistemò i capelli. Alle due e mezza era vestito, la cravatta storta, il fascicolo dimenticato in macchina. Il telefono vibrò sul lavandino. Lo lesse, rise, e lo girò verso di lei.
Jacopo: «Allora? Com'è 'sta signora? Voglio i dettagli.»
— Che je dico? — chiese Fulvio, il pollice sospeso sullo schermo.
Michela, ancora sul fondo della doccia, con l'acqua che le scorreva fra le cosce, restò un attimo in silenzio. Poi, con la voce rotta e un sorriso che non riuscì a trattenere:
— Digli quello che vuoi.
— Brava dottorè. — Scrisse, premette invio, e il telefono fece il suo suono secco. — Allora alla prossima fornitura. Per il reparto serve sempre un sopralluogo.
— Ti mando una mail — rispose lei, ridendo.
Quando sentì la porta chiudersi, Michela si portò una mano fra le cosce e si toccò ancora, lentamente, sotto l'acqua che non aveva chiuso, pensando a un uomo che non aveva mai visto, che da qualche parte, in quel momento, stava leggendo di lei.
di
cochino
cochino
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