La mia confessione
scritto il 2026-11-01 tempo di lettura 11 min
di
Nicola Pavelli
genere
Confessioni, Incesti
cura
A
Scrivo racconti erotici personalizzati su commissione. Se interessati/e, scrivetemi sul mio indirizzo e-mail: nicola.pavelli@gmail.com
BUONA LETTURA
Il confessionale odorava di legno vecchio e di cera. La grata di legno tra me e lei era un confine sottile, ma invalicabile. Dal mio lato, l’oscurità appiccicosa. Dal suo, il debole chiarore di una candela che le illuminava il viso, rendendolo una maschera pallida e intenta.
“Padre, ho peccato nei pensieri.”
La voce che uscì dalla mia gola era rauca, troppo bassa per i miei diciotto anni. Sembrava appartenere a qualcun altro.
Dall’altro lato, Carlotta non si mosse. Indossava l’abito semplice delle suore laiche che aiutavano in parrocchia, un grigio smorto che nascondeva tutto. Ma io sapevo cosa c’era sotto. L’avevo immaginato così tante volte che ormai era più reale di qualsiasi altra cosa.
“Continua, figliolo,” disse lei. La sua voce era calma, professionale. Una voce che ascoltava peccati ogni giorno.
Inspirai. L’aria sapeva di polvere e di me, del mio sudore nervoso. “È mia madre.”
Silenzio. Poi un lieve scricchiolio, come se si fosse spostata sulla panca di legno. “Tua madre?”
“Sì. Non… non riesco a smettere di pensare a lei. In quel modo.” Le parole uscivano a fatica, come pietre levigate dalla vergogna. “È iniziato quando ho compiuto i diciotto anni. Una notte, l’ho vista uscire dal bagno. Indossava solo l’accappatoio. Era aperto… qui.” Mi toccai il petto, anche se lei non poteva vedermi. “Vedere quella pelle, quella curva del seno… Da allora, è come se un interruttore si fosse acceso. Non riesco a spegnerlo.”
“Sono pensieri impuri, figliolo. Devi pregare per…”
“Non sono solo pensieri,” la interruppi, più brusco di quanto volessi. “Sono… fantasie. Molto precise.”
Un altro silenzio, più carico del primo. Sentii il mio cuore battere contro le costole. “Descrivi queste fantasie,” disse finalmente Carlotta. La sua voce era cambiata. Non era più solo calma. C’era una nota di curiosità, forse di qualcos’altro. Un’attenzione più acuta.
Chiusi gli occhi. Il confessionale scomparve. Vidi il salotto di casa, il tappeto beige, la luce del tramonto che entrava dalle finestre. “La immagino che torna dal lavoro. È stanca. Si toglie le scarpe, si stira la schiena. Io la guardo dalla porta della cucina. Lei mi sorride, dice che è una giornata lunga. Poi… poi nella mia testa, io mi avvicino. Non dico nulla. Le metto le mani sui fianchi, sopra il vestito. Lei trattiene il respiro, ma non si tira indietro.”
“E poi?” La voce di Carlotta era un sussurro ora.
“Le scendo le mani lungo i fianchi, sulle cosce. Sento il tessuto del vestito, caldo dal suo corpo. Le sollevo la gonna, lentamente. Lei trema. La sua pelle è calda, liscia. Le mie dita le scivolano sotto l’elastico delle mutandine. Sono bagnate. Così bagnate che sento l’umidità attraverso il cotone.”
Dall’altro lato della grata, sentii un respiro trattenuto. Un respiro affannoso.
“Le tiro giù le mutandine. Lei alza i piedi, uno dopo l’altro, per lasciarmi fare. È nuda davanti a me, dal bacino in giù. Io mi inginocchio. La guardo lì, la sua fica, scoperta. È bella. Morbida, con le labbra gonfie e lucide. Le avvicino il viso. Sento il suo odore, caldo, dolce, femminile. Lei mette una mano sulla mia testa, le dita si intrecciano nei miei capelli. Non mi spinge via. Mi spinge verso di lei.”
“Dio mi perdoni,” mormorò Carlotta. Non era una preghiera. Era un gemito.
“Le lecco via tutta la sua umidità. La succhio. Lei geme, piano all’inizio, poi più forte. Si tiene ai miei capelli, si piega in avanti. Sento il suo sapore salato, il suo battere contro la mia lingua. Voglio che venga nella mia bocca. Voglio sentirla tremare, sentire il suo cazzo…”
Mi fermai. Avevo detto quella parola. Cazzo. Nel confessionale.
“Non hai finito,” disse lei. La sua voce era roca, strozzata. “Che cazzo? Sua?”
“No,” dissi, aprendo gli occhi nell’oscurità. Vedevo solo la sagoma indistinta di Carlotta attraverso la grata. “Il mio. Nella mia fantasia, mentre le lecco la fica, mi slaccio i pantaloni. Mi tiro fuori il cazzo. È duro, fa male quanto è duro. Lo preme contro la sua coscia, lo strofina nella sua umidità. Lei lo afferra. Mi guarda negli occhi mentre lo fa. Lo guida dentro di sé.”
“Dentro di sé,” ripeté lei, meccanicamente.
“Sì. Me lo prende tutto. È stretto, così stretto che per un attimo non riesco a respirare. Poi inizio a muovermi. A scoparla. La tengo per i fianchi, la sbatto contro di me. Il suono della nostra pelle che si scontra, il suondo umido del mio cazzo che va e viene dentro di lei. Lei grida. Non più gemiti, grida. Mi dice di non fermarmi, di riempirla, di sborrare dentro di lei.”
“E lo fai?” Chiese Carlotta. La sua domanda era un filo di voce.
“Sì. Sento che sta per venire, sento le sue pareti che si stringono intorno a me. È allora che lascio andare tutto. Sborro dentro di lei, a fiotti, caldo, la riempio. Lei viene subito dopo, con un grido strozzato. Si irrigidisce tutta, poi collassa.”
Il silenzio che seguì era assoluto, rotto solo dal nostro respiro affannoso. Il mio era un rantolo. Il suo, dall’altro lato, era veloce e superficiale.
“Questa… questa è la tua fantasia?” Chiese finalmente.
“Una delle tante,” ammisi, esausto. “A volte la scopo sul lavandino della cucina. A volte sul letto matrimoniale, mentre mio padre è al lavoro. A volte è lei a volerlo, a iniziare. Mi sveglia di notte, si infila sotto le coperte e mi prende il cazzo in bocca.”
“Ti piace? La sua bocca?”
“Mi piace tutto. Il suo sapore, i suoi suoni, il modo in cui mi guarda mentre lo facciamo. Come se fossi l’unica cosa che conta al mondo. Ho bisogno di farlo per davvero. Il bisogno mi brucia dentro. È come una febbre.”
Mi aspettavo una condanna, una preghiera, un’esortazione alla penitenza. Invece, udii un altro suono. Un fruscio di stoffa. Poi un gemito basso, soffocato.
“Carlotta?” Sussurrai.
Nessuna risposta. Solo quel gemito, seguito da un respiro più affannoso. E poi un altro suono, piccolo, umido. Un suono che conoscevo. Il suono di una mano che si muove veloce, sotto una gonna.
“Stai… stai toccandoti?” La sfidai, la voce un misto di orrore e di eccitazione brutale.
“Zitto,” ansimò lei. “Continua a parlare. Raccontami un’altra. Raccontami come la scopi sul letto matrimoniale.”
E così feci. Parlai mentre, dall’altro lato della grata, i suoi gemiti si facevano più alti, più disperati. Descrissi ogni dettaglio, ogni volgarità, ogni immagine che mi aveva tormentato per mesi. La usai, le mie parole, per farla venire. E mentre descrivevo l’orgasmo di mia madre, sentii il suo, un singhiozzo acuto seguito da un lungo, tremante sospiro.
Poi, il silenzio. Un silenzio pesante, imbarazzato.
“La tua assoluzione…” iniziò Carlotta, la voce di nuovo lontana, vergognosa.
“Non la voglio,” dissi, aprendo la porticina del confessionale. La luce fioca della chiesa mi investì. Mi alzai. “Volevo solo dirla a qualcuno. E tu… tu hai ascoltato.”
Attraverso la grata, vidi che anche lei si era alzata. I suoi occhi erano lucidi, la bocca leggermente aperta. Mi fissò, poi distolse lo sguardo, sistemandosi l’abito.
“Vattene,” sussurrò.
E io me ne andai, lasciando i miei peccati e i suoi, mescolati nell’aria densa del confessionale.La luce della sera era ancora calda quando varcai la porta di casa. L’odore della cena, un sugo di pomodoro che cuoceva da ore, mi avvolse come un abbraccio familiare. Ma non c’era conforto in quell’odore, solo un’altra stoccata al bisogno che mi rodeva le viscere. Avevo la bocca amara, gli occhi brucianti dal racconto e dalla tensione che ancora mi serrava la gola.
“Sei tu?” La voce di mia madre arrivò dal soggiorno, calda, un po’ stanca. Non risposi. Appoggiai le chiavi sul mobiletto dell’ingresso e mi tolsi le scarpe. I miei passi sul pavimento di cotto risuonarono vuoti.
La vidi spuntare dall’arco che portava in cucina. Indossava una vestaglia di velluto blu, legata in vita. I capelli castani erano raccolti in una coda bassa, qualche ciocca sfuggiva sulla nuca. Mi guardò, e nei suoi occhi scorsi qualcosa che non seppi decifrare. Non era la solita espressione materna, preoccupata o affettuosa. Era più intensa, più concentrata. Come se mi stesse vedendo davvero, per la prima volta dopo tanto tempo.
“Dov’eri?” Chiese, senza rimprovero. “In giro,” mormorai, distogliendo lo sguardo. Non potevo guardarla troppo a lungo. Non dopo quello che avevo detto, dopo quello che avevo fatto fare a quella donna nella chiesa. “Hai mangiato?” “No.” Fece un cenno con la testa. “Vieni.” Non era un invito a tavola. Mi prese per il polso. La sua presa era ferma, le dita calde attraverso la manica della mia felpa. Senza aggiungere altro, mi trascinò attraverso il corridoio, verso la sua camera da letto.
La porta si chiuse alle nostre spalle con un tonfo soffice. La stanza era in penombra, l’unica luce proveniva dalla lampada sul comodino. L’aria sapeva di lei, di lavanda e di pelle pulita. Il letto matrimoniale era fatto con precisione, la coperta stirata.
Mi lasciò il polso e fece un passo indietro, fissandomi. Poi, con un gesto lento, deliberato, portò le mani alla cintura della vestaglia. Slegò il nodo. Le due metà di velluto si aprirono, rivelando ciò che c’era sotto.
Non indossava nulla. Il mio respiro si fermò in gola. La vidi nuda davanti a me, illuminata dalla luce tenue. I suoi seni, pieni, con i capezzoli scuri già duri. La curva del ventre, morbida. E più in basso, il triangolo scuro dei suoi peli, ben curato. La sua fica, proprio come l’avevo immaginata in mille fantasie.
Non disse una parola. Lasciò che la vestaglia scivolasse dalle spalle e cadesse a terra, formando un mucchietto blu ai suoi piedi. Rimase lì, esposta, mentre il mio sguardo la divorava. Sentii il mio cazzo irrigidirsi all’istante, una fitta dolorosa di desiderio che mi fece piegare leggermente in avanti.
“Mamma...” uscì dalla mia gola, una parola strozzata. Lei scosse la testa, un gesto breve che fece dondolare i suoi capelli. “Non parlare.” Fece un passo verso di me. La sua pelle sembrava emanare calore. Quando fu a portata di mano, alzò le braccia e le mise attorno al mio collo. Il suo corpo nudo si premé contro il mio, attraverso i vestiti. Sentii la morbidezza dei suoi seni schiacciarsi sul mio torace, il calore del suo ventre, la punta dei suoi peli pubici che sfioravano la mia zip.
“Lo vuoi?” Sussurrò, la voce roca, vicina al mio orecchio. “Dopo tutto quello che hai pensato? Dopo tutto quello che hai sognato?” Non potevo rispondere. Il nodo in gola era troppo stretto. Annui, un movimento convulso della testa. Lei sorrise, un sorriso triste, complicato. Poi portò una mano tra di noi, sulla mia pancia, e la fece scivolare verso il basso. Aprì la patta dei miei jeans. La cerniera cedette con un suono metallico. Le sue dita affondarono dentro, sotto l’elastico della mia mutanda, e afferrarono il mio cazzo.
Un gemito mi sfuggì. Era duro, pulsante, e il suo tocco fu come una scossa elettrica. “Guarda,” disse lei, tirandolo fuori. Lo teneva in mano, lo osservava alla luce fioca. “Guarda cosa mi fai diventare. Cosa mi fai desiderare.” Iniziò a strofinarlo, lentamente, con la mano che si muoveva su e giù. Il liquido già sgorgava dalla cappella, lucido. Lei raccolse quella umidità con il pollice, lo sparse sul glande. Il movimento divenne più fluido, più deciso.
“Ti ho sentito,” mormorò, mentre continuava a segarmi. “Ogni volta che pensavi a me. Ogni volta che ti toccavi pensando a me. Lo sentivo, qui.” Premtte la sua mano libera contro il suo ventre, poi più in basso, tra le sue cosce. “Mi bagnavo. Di notte, mi svegliavo bagnata, e sapevo che era per colpa tua. Per colpa dei tuoi pensieri.” Le sue parole mi trafiggevano, mi eccitavano fino al dolore. Affondai le dita nei suoi capelli, sciolsi la coda. I suoi capelli mi cascarono sulle spalle, un’ondata scura e profumata.
“Adesso,” disse, fermando il movimento della mano. “Adesso lo vuoi davvero?” “Sì,” riuscii a dire, la voce spezzata. “Ti prego.” Lei annuì. Mi spinse indietro, verso il letto. Caddo seduto sul bordo del materasso. Lei rimase in piedi davanti a me, le gambe leggermente divaricate. Mi prese il cazzo e lo guidò verso di sé...
BUONA LETTURA
Il confessionale odorava di legno vecchio e di cera. La grata di legno tra me e lei era un confine sottile, ma invalicabile. Dal mio lato, l’oscurità appiccicosa. Dal suo, il debole chiarore di una candela che le illuminava il viso, rendendolo una maschera pallida e intenta.
“Padre, ho peccato nei pensieri.”
La voce che uscì dalla mia gola era rauca, troppo bassa per i miei diciotto anni. Sembrava appartenere a qualcun altro.
Dall’altro lato, Carlotta non si mosse. Indossava l’abito semplice delle suore laiche che aiutavano in parrocchia, un grigio smorto che nascondeva tutto. Ma io sapevo cosa c’era sotto. L’avevo immaginato così tante volte che ormai era più reale di qualsiasi altra cosa.
“Continua, figliolo,” disse lei. La sua voce era calma, professionale. Una voce che ascoltava peccati ogni giorno.
Inspirai. L’aria sapeva di polvere e di me, del mio sudore nervoso. “È mia madre.”
Silenzio. Poi un lieve scricchiolio, come se si fosse spostata sulla panca di legno. “Tua madre?”
“Sì. Non… non riesco a smettere di pensare a lei. In quel modo.” Le parole uscivano a fatica, come pietre levigate dalla vergogna. “È iniziato quando ho compiuto i diciotto anni. Una notte, l’ho vista uscire dal bagno. Indossava solo l’accappatoio. Era aperto… qui.” Mi toccai il petto, anche se lei non poteva vedermi. “Vedere quella pelle, quella curva del seno… Da allora, è come se un interruttore si fosse acceso. Non riesco a spegnerlo.”
“Sono pensieri impuri, figliolo. Devi pregare per…”
“Non sono solo pensieri,” la interruppi, più brusco di quanto volessi. “Sono… fantasie. Molto precise.”
Un altro silenzio, più carico del primo. Sentii il mio cuore battere contro le costole. “Descrivi queste fantasie,” disse finalmente Carlotta. La sua voce era cambiata. Non era più solo calma. C’era una nota di curiosità, forse di qualcos’altro. Un’attenzione più acuta.
Chiusi gli occhi. Il confessionale scomparve. Vidi il salotto di casa, il tappeto beige, la luce del tramonto che entrava dalle finestre. “La immagino che torna dal lavoro. È stanca. Si toglie le scarpe, si stira la schiena. Io la guardo dalla porta della cucina. Lei mi sorride, dice che è una giornata lunga. Poi… poi nella mia testa, io mi avvicino. Non dico nulla. Le metto le mani sui fianchi, sopra il vestito. Lei trattiene il respiro, ma non si tira indietro.”
“E poi?” La voce di Carlotta era un sussurro ora.
“Le scendo le mani lungo i fianchi, sulle cosce. Sento il tessuto del vestito, caldo dal suo corpo. Le sollevo la gonna, lentamente. Lei trema. La sua pelle è calda, liscia. Le mie dita le scivolano sotto l’elastico delle mutandine. Sono bagnate. Così bagnate che sento l’umidità attraverso il cotone.”
Dall’altro lato della grata, sentii un respiro trattenuto. Un respiro affannoso.
“Le tiro giù le mutandine. Lei alza i piedi, uno dopo l’altro, per lasciarmi fare. È nuda davanti a me, dal bacino in giù. Io mi inginocchio. La guardo lì, la sua fica, scoperta. È bella. Morbida, con le labbra gonfie e lucide. Le avvicino il viso. Sento il suo odore, caldo, dolce, femminile. Lei mette una mano sulla mia testa, le dita si intrecciano nei miei capelli. Non mi spinge via. Mi spinge verso di lei.”
“Dio mi perdoni,” mormorò Carlotta. Non era una preghiera. Era un gemito.
“Le lecco via tutta la sua umidità. La succhio. Lei geme, piano all’inizio, poi più forte. Si tiene ai miei capelli, si piega in avanti. Sento il suo sapore salato, il suo battere contro la mia lingua. Voglio che venga nella mia bocca. Voglio sentirla tremare, sentire il suo cazzo…”
Mi fermai. Avevo detto quella parola. Cazzo. Nel confessionale.
“Non hai finito,” disse lei. La sua voce era roca, strozzata. “Che cazzo? Sua?”
“No,” dissi, aprendo gli occhi nell’oscurità. Vedevo solo la sagoma indistinta di Carlotta attraverso la grata. “Il mio. Nella mia fantasia, mentre le lecco la fica, mi slaccio i pantaloni. Mi tiro fuori il cazzo. È duro, fa male quanto è duro. Lo preme contro la sua coscia, lo strofina nella sua umidità. Lei lo afferra. Mi guarda negli occhi mentre lo fa. Lo guida dentro di sé.”
“Dentro di sé,” ripeté lei, meccanicamente.
“Sì. Me lo prende tutto. È stretto, così stretto che per un attimo non riesco a respirare. Poi inizio a muovermi. A scoparla. La tengo per i fianchi, la sbatto contro di me. Il suono della nostra pelle che si scontra, il suondo umido del mio cazzo che va e viene dentro di lei. Lei grida. Non più gemiti, grida. Mi dice di non fermarmi, di riempirla, di sborrare dentro di lei.”
“E lo fai?” Chiese Carlotta. La sua domanda era un filo di voce.
“Sì. Sento che sta per venire, sento le sue pareti che si stringono intorno a me. È allora che lascio andare tutto. Sborro dentro di lei, a fiotti, caldo, la riempio. Lei viene subito dopo, con un grido strozzato. Si irrigidisce tutta, poi collassa.”
Il silenzio che seguì era assoluto, rotto solo dal nostro respiro affannoso. Il mio era un rantolo. Il suo, dall’altro lato, era veloce e superficiale.
“Questa… questa è la tua fantasia?” Chiese finalmente.
“Una delle tante,” ammisi, esausto. “A volte la scopo sul lavandino della cucina. A volte sul letto matrimoniale, mentre mio padre è al lavoro. A volte è lei a volerlo, a iniziare. Mi sveglia di notte, si infila sotto le coperte e mi prende il cazzo in bocca.”
“Ti piace? La sua bocca?”
“Mi piace tutto. Il suo sapore, i suoi suoni, il modo in cui mi guarda mentre lo facciamo. Come se fossi l’unica cosa che conta al mondo. Ho bisogno di farlo per davvero. Il bisogno mi brucia dentro. È come una febbre.”
Mi aspettavo una condanna, una preghiera, un’esortazione alla penitenza. Invece, udii un altro suono. Un fruscio di stoffa. Poi un gemito basso, soffocato.
“Carlotta?” Sussurrai.
Nessuna risposta. Solo quel gemito, seguito da un respiro più affannoso. E poi un altro suono, piccolo, umido. Un suono che conoscevo. Il suono di una mano che si muove veloce, sotto una gonna.
“Stai… stai toccandoti?” La sfidai, la voce un misto di orrore e di eccitazione brutale.
“Zitto,” ansimò lei. “Continua a parlare. Raccontami un’altra. Raccontami come la scopi sul letto matrimoniale.”
E così feci. Parlai mentre, dall’altro lato della grata, i suoi gemiti si facevano più alti, più disperati. Descrissi ogni dettaglio, ogni volgarità, ogni immagine che mi aveva tormentato per mesi. La usai, le mie parole, per farla venire. E mentre descrivevo l’orgasmo di mia madre, sentii il suo, un singhiozzo acuto seguito da un lungo, tremante sospiro.
Poi, il silenzio. Un silenzio pesante, imbarazzato.
“La tua assoluzione…” iniziò Carlotta, la voce di nuovo lontana, vergognosa.
“Non la voglio,” dissi, aprendo la porticina del confessionale. La luce fioca della chiesa mi investì. Mi alzai. “Volevo solo dirla a qualcuno. E tu… tu hai ascoltato.”
Attraverso la grata, vidi che anche lei si era alzata. I suoi occhi erano lucidi, la bocca leggermente aperta. Mi fissò, poi distolse lo sguardo, sistemandosi l’abito.
“Vattene,” sussurrò.
E io me ne andai, lasciando i miei peccati e i suoi, mescolati nell’aria densa del confessionale.La luce della sera era ancora calda quando varcai la porta di casa. L’odore della cena, un sugo di pomodoro che cuoceva da ore, mi avvolse come un abbraccio familiare. Ma non c’era conforto in quell’odore, solo un’altra stoccata al bisogno che mi rodeva le viscere. Avevo la bocca amara, gli occhi brucianti dal racconto e dalla tensione che ancora mi serrava la gola.
“Sei tu?” La voce di mia madre arrivò dal soggiorno, calda, un po’ stanca. Non risposi. Appoggiai le chiavi sul mobiletto dell’ingresso e mi tolsi le scarpe. I miei passi sul pavimento di cotto risuonarono vuoti.
La vidi spuntare dall’arco che portava in cucina. Indossava una vestaglia di velluto blu, legata in vita. I capelli castani erano raccolti in una coda bassa, qualche ciocca sfuggiva sulla nuca. Mi guardò, e nei suoi occhi scorsi qualcosa che non seppi decifrare. Non era la solita espressione materna, preoccupata o affettuosa. Era più intensa, più concentrata. Come se mi stesse vedendo davvero, per la prima volta dopo tanto tempo.
“Dov’eri?” Chiese, senza rimprovero. “In giro,” mormorai, distogliendo lo sguardo. Non potevo guardarla troppo a lungo. Non dopo quello che avevo detto, dopo quello che avevo fatto fare a quella donna nella chiesa. “Hai mangiato?” “No.” Fece un cenno con la testa. “Vieni.” Non era un invito a tavola. Mi prese per il polso. La sua presa era ferma, le dita calde attraverso la manica della mia felpa. Senza aggiungere altro, mi trascinò attraverso il corridoio, verso la sua camera da letto.
La porta si chiuse alle nostre spalle con un tonfo soffice. La stanza era in penombra, l’unica luce proveniva dalla lampada sul comodino. L’aria sapeva di lei, di lavanda e di pelle pulita. Il letto matrimoniale era fatto con precisione, la coperta stirata.
Mi lasciò il polso e fece un passo indietro, fissandomi. Poi, con un gesto lento, deliberato, portò le mani alla cintura della vestaglia. Slegò il nodo. Le due metà di velluto si aprirono, rivelando ciò che c’era sotto.
Non indossava nulla. Il mio respiro si fermò in gola. La vidi nuda davanti a me, illuminata dalla luce tenue. I suoi seni, pieni, con i capezzoli scuri già duri. La curva del ventre, morbida. E più in basso, il triangolo scuro dei suoi peli, ben curato. La sua fica, proprio come l’avevo immaginata in mille fantasie.
Non disse una parola. Lasciò che la vestaglia scivolasse dalle spalle e cadesse a terra, formando un mucchietto blu ai suoi piedi. Rimase lì, esposta, mentre il mio sguardo la divorava. Sentii il mio cazzo irrigidirsi all’istante, una fitta dolorosa di desiderio che mi fece piegare leggermente in avanti.
“Mamma...” uscì dalla mia gola, una parola strozzata. Lei scosse la testa, un gesto breve che fece dondolare i suoi capelli. “Non parlare.” Fece un passo verso di me. La sua pelle sembrava emanare calore. Quando fu a portata di mano, alzò le braccia e le mise attorno al mio collo. Il suo corpo nudo si premé contro il mio, attraverso i vestiti. Sentii la morbidezza dei suoi seni schiacciarsi sul mio torace, il calore del suo ventre, la punta dei suoi peli pubici che sfioravano la mia zip.
“Lo vuoi?” Sussurrò, la voce roca, vicina al mio orecchio. “Dopo tutto quello che hai pensato? Dopo tutto quello che hai sognato?” Non potevo rispondere. Il nodo in gola era troppo stretto. Annui, un movimento convulso della testa. Lei sorrise, un sorriso triste, complicato. Poi portò una mano tra di noi, sulla mia pancia, e la fece scivolare verso il basso. Aprì la patta dei miei jeans. La cerniera cedette con un suono metallico. Le sue dita affondarono dentro, sotto l’elastico della mia mutanda, e afferrarono il mio cazzo.
Un gemito mi sfuggì. Era duro, pulsante, e il suo tocco fu come una scossa elettrica. “Guarda,” disse lei, tirandolo fuori. Lo teneva in mano, lo osservava alla luce fioca. “Guarda cosa mi fai diventare. Cosa mi fai desiderare.” Iniziò a strofinarlo, lentamente, con la mano che si muoveva su e giù. Il liquido già sgorgava dalla cappella, lucido. Lei raccolse quella umidità con il pollice, lo sparse sul glande. Il movimento divenne più fluido, più deciso.
“Ti ho sentito,” mormorò, mentre continuava a segarmi. “Ogni volta che pensavi a me. Ogni volta che ti toccavi pensando a me. Lo sentivo, qui.” Premtte la sua mano libera contro il suo ventre, poi più in basso, tra le sue cosce. “Mi bagnavo. Di notte, mi svegliavo bagnata, e sapevo che era per colpa tua. Per colpa dei tuoi pensieri.” Le sue parole mi trafiggevano, mi eccitavano fino al dolore. Affondai le dita nei suoi capelli, sciolsi la coda. I suoi capelli mi cascarono sulle spalle, un’ondata scura e profumata.
“Adesso,” disse, fermando il movimento della mano. “Adesso lo vuoi davvero?” “Sì,” riuscii a dire, la voce spezzata. “Ti prego.” Lei annuì. Mi spinse indietro, verso il letto. Caddo seduto sul bordo del materasso. Lei rimase in piedi davanti a me, le gambe leggermente divaricate. Mi prese il cazzo e lo guidò verso di sé...
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