Nelle mani di mamma

di
genere
incesti

Scrivo racconti erotici personalizzati su commissione. Se interessati/e, scrivetemi sul mio indirizzo e-mail: nicola.pavelli@gmail.com


BUONA LETTURA


Il caffè era freddo nella tazza. Guardavo la tazza, non lui. Fuori, la pioggia batteva contro i vetri della veranda, un ritmo monotono che riempiva il silenzio tra noi. Nico era seduto dall’altra parte del tavolo di vetro, il corpo rilassato contro la sedia di vimini, le dita che tamburellavano una melodia assente sul bracciolo. Aveva trent’anni, mio figlio, e l’aria di chi aspetta che qualcosa finisca, o che inizi.

“Non hai mangiato la brioche,” dissi, indicando il piatto tra di noi. Era una scusa per parlare.

“Non ho fame, mamma.”

La sua voce era bassa, uguale a quella di suo padre, ma più morbida. Mi guardai le mani, le vene che si facevano più visibili ogni anno. Erano le stesse mani che l’avevano cullato, che gli avevano medicato i ginocchi sbucciati, che gli avevano stirato le camicie per il primo giorno di lavoro. Ora stringevano una tazza di porcellana fredda.

Il silenzio tornò, più spesso. La pioggia sembrò aumentare.

“È da un po’ che non esci con nessuno,” osservai, senza guardarlo. Era una domanda che facevo spesso, una di quelle frasi da mamma che scivolano via durante le cene domenicali. Stavolta, però, il peso era diverso. Lo sentivo nell’aria.

Nico sospirò, un suono lungo e stanco. “Mamma, per favore.”

“Non è una critica. Solo… ti vedo. Sembri solo.”

“Sono solo.”

Quelle due parole caddero tra noi come sassi. Semplici, definitive. Non era una lamentela, era un fatto. Lo guardai finalmente. I suoi capelli scuri erano un po’ più lunghi del solito, riccioluti sulle orecchie. Aveva gli occhi di suo nonno, grandi e di un marrone così scuro da sembrare neri. In quel momento, erano fissi sul giardino annegato dalla pioggia, ma vedevo la tensione nella sua mascella, l’ombra sotto i suoi occhi. Era la fatica di un uomo che ha smesso di combattere contro qualcosa, forse contro se stesso.

Una folata di vento fece sbattere una persiana. Mi alzai automaticamente per chiuderla. Mentre attraversavo la veranda, passai dietro la sua sedia. Il mio sguardo cadde sulla nuca, sulla curva familiare del suo collo, sulla pelle che conoscevo come la mia. E poi più in basso. I suoi jeans erano stretti, di un blu sbiadito. E lì, nel cavallo, c’era un rigonfiamento inconfondibile, anche da seduto. Non enorme, ma presente, definito contro la stoffa.

Mi fermai. Il cuore iniziò a battermi forte nelle orecchie, un rimbombo sordo che sovrastò la pioggia. Non era la prima volta che lo vedevo, certo. Vivevamo nella stessa casa, le lavatrici si fanno, le porte del bagno a volte rimangono socchiuse. Ma questa volta era diverso. Era il contesto. Era quella dichiarazione di solitudine che sembrava ancora vibrare nell’aria umida. Era il modo in cui quel rigonfiamento sembrava un’affermazione silenziosa, un bisogno fisico e crudo in contrasto con la sua espressione distante.

Tornai al mio posto lentamente. Le mie ginocchia erano deboli. Sedetti, bevvi un sorso del caffè freddo. Era amaro.

“Nico,” dissi, e la mia voce mi sembrò appartenere a qualcun altro. “Quella solitudine… fa male?”

Lui chiuse gli occhi per un secondo, come se la domanda fosse un pugno allo stomaco. “A volte,” ammise, aprendoli di nuovo. Non mi guardava. “A volte è solo… fisica. Sai? Una cosa che si accumula e non va via.”

Lo sapevo. Lo ricordavo. Dopo la morte di suo padre, dopo anni di vedovanza, il mio corpo aveva vissuto quella stessa fame muta, un’assenza che era più di un sentimento, era una mancanza nella carne. Un prurito che non potevi grattare.

Senza pensare, senza permettermi di pensare, allungai una mano attraverso il tavolo. Non verso la sua mano. Scivolai oltre il piatto con la brioche intatta, oltre il tovagliolo di carta. La mia mano atterrò sulla sua coscia, alta, vicino all’inguine. Sentii il tessuto ruvido del jeans, il calore del suo corpo sotto.

Nico trasalì. Un sussulto violento che fece tremare tutta la sedia. I suoi occhi si spalancarono e si fissarono sui miei, pieni di uno shock totale, primitivo.

“Mamma…”

“Stai zitto,” sussurrai. La mia voce era roca, ma ferma. La mia mano non si mosse. Poggiava lì, un peso caldo e assurdo. “Lasciami fare. Solo questo. Lasciami toglierti un po’ di quella solitudine.”

Vidi la lotta sul suo volto. L’orrore, la confusione, e sotto, una fiammata di qualcosa di antico e proibito che cercava disperatamente di emergere. La sua bocca si aprì, ma non uscì nessun suono. Il suo respiro diventò affannoso, veloce.

Spostai la mano di qualche centimetro verso l’interno, verso il rigonfiamento che avevo visto. Lo sentii attraverso il denim. Era duro, caldissimo. Un brivido mi percorse la schiena, un misto di terrore ed eccitazione così intenso che mi sentii mancare il fiato. Premetti il palmo contro di esso.

Nico emise un gemito, un suono strozzato che non gli era mai uscito dalla gola. La sua testa ricadde all’indietro, gli occhi chiusi a forza. “Non… non dovremmo…”

“Lo so,” dissi. Ero io, sua madre, che parlavo. Eppure non lo ero più. Ero una donna con la mano sul cazzo duro di suo figlio, e ogni parte di me, ogni cellula, era concentrata su quella verità tattile, brutale. “Ma lo faccio lo stesso.”

Con le dita tremanti, trovai il bottone dei suoi jeans. Lo sbottonai. La cerniera sembrò fare un rumore assordante nel silenzio della veranda. L’abbassai lentamente, un dente dopo l’altro. Sotto, il tessuto degli slip grigi era tirato, deformato dalla sua erezione. Un’umidità scura macchiava già il cotone in punta.

Infilai la mano dentro. La pelle del suo basso ventre era calda, vellutata. Tirai giù l’elastico degli slip. E lì, libero dalla stoffa, il suo cazzo si raddrizzò completamente, toccando il suo stomaco. Era più bello di quanto avessi immaginato. Lungo, diritto, con una vena prominente che ne percorreva il lato. Il glande era scuro, lucido di pre-secrezione. L’odore, muschiato e maschile, mi raggiunse le narici, e inspirai profondamente, imprimendomelo nella memoria.

“Dio, mamma…” gemette lui, la voce spezzata.

“Ti fa male?” chiesi, la mia mano che finalmente lo avvolse. La pelle era morbidissima, come seta tesa su un’asta di ferro. Era bollente.

“No… fa… Dio…” Non riusciva a formare una frase.

Iniziai a muovere la mano. Lentamente, all’inizio, una strisciata lunga dalla base alla punta. Sentii sotto le mie dita il suo corpo irrigidirsi, i muscoli dell’addome contrarsi. Un altro gemito, più lungo, gli sfuggì dalle labbra. Premi il pollice sul frenulo, quella pelle sensibile sotto il glande, e lo strofinai con un movimento circolare.

La sua reazione fu immediata. Il suo cazzo sobbalzò nella mia mano, e un altro filo di liquido chiaro e appiccicoso uscì dalla fessura in punta. Lo raccolsi con il pollice e lo spalmai sul glande, lubrificando il mio movimento. Il suono era umido, schioccante, oscenamente intimo.

Aumentai il ritmo. La mia mano su e giù, il palmo che strofinava contro la sua pelle sensibile. Lui aveva gli occhi chiusi, la bocca aperta in un’espressione di agonia e piacere puro. Le sue mani erano aggrappate ai braccioli della sedia, le nocche bianche. Il suo respiro era un rantolo.

“Così?” sussurrai, avvicinando il mio viso al suo. Potevo sentire il suo calore, il suo odore. “Dimmi se è così che ti serve.”

“Sì… sì, cazzo…” ansimò. “Non fermarti… per favore…”

Il suo “per favore” mi trafisse. Era il bambino che implorava per un giocattolo, ma era l’uomo che supplicava per il rilascio. Cambiai presa, stringendo di più, accelerando. Usai l’altra mano per accarezzare i suoi testicoli, pesanti e tesi nel loro sacco. Li massaggiai delicatamente tra le dita.

“Stai per venire?” chiesi, la voce un basso sussurro contro la sua guancia. “Voglio vederti venire, Nico. Voglio vedere il mio bambino che viene per mano di sua madre.”

Quelle parole, quel tabù pronunciato ad alta voce, furono la goccia che fece traboccare il vaso. Il suo corpo si contorse, un arco violento che lo sollevò dalla sedia. Un grido roco gli strappò la gola.

“Mamma! Sto… sto venendo!”

Il suo cazzo pulsò violentemente nella mia stretta. Il primo getto fu potente, bianco e caldo, che gli schizzò sul petto, sulla maglietta grigia. Il secondo, il terzo seguirono, meno potenti ma più copiosi, mentre io continuavo a pomparlo, a spremere ogni ultima goccia di quella sua solitudine fisica. Il seme gli colava tra i peli dell’addome, un contrasto brutale contro la stoffa della maglietta.

Alla fine, il suo corpo cedette, ricadendo sulla sedia come un burattino i cui fili erano stati tagliati. Il suo respiro era un rombo irregolare. Il suo cazzo, ancora nella mia mano, iniziò a rammollirsi, coperto del suo stesso sperma e del mio tocco.

Tirai fuori lentamente la mia mano. Era bagnata, viscida. La guardai, poi la guardai lui. I suoi occhi erano aperti adesso, fissi sul soffitto della veranda.
scritto il
2026-10-04
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