Il sapore di Dario nel sesso di mia moglie

scritto il 2026-10-09 tempo di lettura 15 min

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voyeur
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BUONA LETTURA

La luce era bassa, una lampada di sale che proiettava ombre arancioni sulle pareti. Io ero seduto sulla poltrona di velluto, quella vecchia, con le molle che scricchiolavano ogni volta che mi muovevo. Ma ora non mi muovevo. Respiravo appena.

Lei era in piedi al centro della stanza, davanti al grande specchio opaco appoggiato al muro. Lucia. Mia moglie. Indossava solo la mia camicia, quella bianca di lino che le arrivava a metà coscia. I bottoni erano sbottonati, il tessuto cadeva aperto su un lato, rivelando la curva del seno, la pelle liscia dello stomaco. I suoi capelli scuri erano raccolti in una coda disfatta, alcuni riccioli aderivano alla sua nuca umida.

Dario era dietro di lei. Non dietro di me. Dietro di lei.

L’avevo visto entrare, dieci minuti fa. Non aveva bussato. Aveva solo aperto la porta, come se la casa fosse già sua, e i suoi occhi si erano immediatamente fissati su Lucia. Non su di me. Non mi aveva nemmeno degnato di uno sguardo. Era più alto di me di almeno una testa, più largo di spalle. Portava una maglietta nera aderente che delineava ogni muscolo del torace, dei bicipiti. I suoi jeans erano slavati, stretti. Camminava con una calma che era una minaccia silenziosa. Ora era lì, le sue mani grandi posate sui fianchi di Lucia, attraverso il tessuto della mia camicia.

“Sei bellissima stasera,” disse Dario. La sua voce era bassa, roca. Un rumore che mi fece rabbrividire lungo la schiena.

Lucia non rispose. Ma il suo respiro, nel silenzio della stanza, si fece più rapido. Vidi il suo petto sollevarsi sotto la camicia. Vidi il capezzolo, scuro e duro, premere contro il tessuto sottile.

Le mani di Dario si mossero. Una risalì lungo il suo fianco, lenta, fino a che il suo pollice non sfiorò il lato del seno. L’altra scese, scivolando sotto l’orlo della camicia, sulla pelle nuda della sua coscia. Lucia chiuse gli occhi. Un piccolo sospiro le uscì dalle labbra.

Io strinsi le mani sui braccioli della poltrona. Il velluto era ruvido sotto le mie dita. Sentivo il mio cuore battere in gola, un tamburo sordo e frenetico. E sentivo un’altra cosa, un peso caldo e insistente che cresceva nella mia boxer, che premeva contro la stoffa. Mi mossi, appena, e lo sfregamento della stoffa sul mio cazzo già duro mi fece emettere un gemito soffocato. Nessuno lo sentì.

Dario si chinò, avvicinò la bocca all’orecchio di Lucia. “La camicia è di lui?” Sussurrò. La voce era piena di disprezzo, ma anche di eccitazione.

Lei annuì, appena.

“Allora la tolgo io,” disse. E senza fretta, con una sicurezza che mi fece sentire piccolo, insignificante, afferrò il colletto della camicia e la tirò via dalle sue spalle. Il tessuto scivolò lungo le sue braccia e cadde in un mucchio sul pavimento di legno.

Lucia era nuda davanti allo specchio. Davanti a me. La luce arancione accarezzava ogni curva: le spalle strette, la schiena lunga, il sedere pieno e tonico, le gambe lunghe. Era splendida. Era mia. E stava tremando sotto le mani di un altro uomo.

Dario la studiò allo specchio, i suoi occhi scuri che percorrevano il suo riflesso come se stesse valutando un possedimento. Poi posò le sue mani sulle sue spalle, la girò lentamente fino a che non fu di fronte a lui, la schiena contro lo specchio. Ora io vedevo il suo profilo, vedevo il viso di Dario chinarsi sul suo.

“Guardami,” ordinò Dario.

Lei sollevò le palpebre. I suoi occhi erano lucidi, dilatati.

“Dimmi che lo vuoi.”

Lei esitò. La sua lingua bagnò le labbra. “Lo voglio,” sussurrò. La voce era rotta, piena di desiderio.

Fu allora che Dario la baciò. Non un bacio dolce. Fu un’appropriazione. La sua bocca si impadronì della sua, la testa di Lucia si inclinò all’indietro sotto la forza. Le sue mani le afferrarono i fianchi, la sollevarono da terra come se non pesasse nulla, e la appoggiò sul bordo del tavolo basso di legno che era lì vicino. Il legno scricchiolò.

Io mi mordevo il labbro fino a sentire il sapore del sangue. Le mie gambe erano aperte, le mie mani ora non stringevano più i braccioli ma erano posate sulle mie cosce, le dita che si increspavano nel tessuto dei pantaloni. Attraverso la stoffa, sentivo la forma del mio cazzo, duro e palpitante. Era umido in punta già. Per lei. Per quello che stava succedendo.

Dario si mise in ginocchio davanti a lei, le sue mani che aprivano le sue gambe. Lucia emise un suono, un misto tra un gemito e un sospiro. Le sue ginocchia cedettero, si aprirono. Dario era lì in mezzo, il suo viso a livello del suo pube. La luce arancione della lampada di sale illuminava la pelle umida delle sue cosce interne, il ciuffo scuro e ordinato dei suoi peli pubici, e più in basso, il luccichio della sua fica già completamente bagnata.

I suoi occhi si posarono sul mio, lucidi di eccitazione e tradimento, mentre le labbra di lui affondavano nella sua fica bagnata e un gemito di piacere le sfuggiva, facendomi gemere a mia volta mentre mi masturbavo freneticamente.

Lucia mi guardava attraverso la stanza. Non Dario. Me. I suoi occhi erano due pozzi neri, pieni di una vergogna che non riusciva a sopraffare il piacere. La sua bocca era aperta in un piccolo “o” silenzioso mentre la lingua di quell’uomo le passava sulle labbra, su quel buco già pronto e luccicante. Vidi le sue dita affondare nei capelli scuri di Dario, non per spingerlo via, ma per tenerlo lì, per spingere la sua faccia ancora più dentro di lei.

Io non riuscivo a smettere di guardare. La mia mano era dentro i miei boxer ora, stringeva il mio cazzo, lo strofinava su e giù con una furia che mi faceva tremare le braccia. Il precum bagnava la mia punta, rendendo lo sfregamento più liscio, più disperato. Ogni volta che Dario succhiava o leccava, ogni volta che un suono umido e schifoso risuonava nella stanza, un brivido mi correva lungo la schiena e la mia mano accelerava.

Dario non si limitava a leccare. Lo stava facendo con una crudeltà metodica. Le sue mani salirono a prendere i suoi fianchi, le dita che affondavano nella carne morbida mentre tirava il suo pube contro la sua bocca. Sentii il rumore, chiaro e umido, della sua lingua che penetrava il suo buco. Lucia gridò, un suono acuto e spezzato. Il suo corpo si inarcò sul tavolo, la schiena che formava un arco perfetto.

“Così,” disse Dario, la voce roca e piena di lei. “Sei già tutta bagnata per me. Lo senti? Come mi vuoi.”

Lei non rispose con le parole. Rispose con il corpo. Le sue anche iniziarono a muoversi, a cercare il ritmo della sua lingua, a sfregarsi contro quella faccia. I suoi gemiti diventarono più alti, meno controllati. Una mano lasciò i capelli di Dario e andò al suo seno, pizzicando il capezzolo duro tra le dita, torcendolo.

Io stavo per venire. Lo sentivo, un nodo di fuoco che si stringeva alla base della schiena, un’urgenza che mi faceva vedere punti bianchi. Ma non volevo. Non ancora. Volevo vedere tutto.

Dario si staccò da lei con un ultimo leccata lenta e rumorosa. La sua faccia era lucida del suo succo. Si alzò in piedi, i suoi jeans stretti che mostravano chiaramente l’enorme rigonfiamento del suo cazzo. Sbottonò i pantaloni, li spinse giù insieme agli slip. Il suo cazzo saltò fuori, già completamente duro, spesso e lungo in un modo che mi fece sentire ridicolo, un bambino con un giocattolo. Era scuro, le vene in rilievo, la punta già umida di liquido.

Lucia lo guardò, e nei suoi occhi vidi paura, ma soprattutto desiderio. Una fame brutale.

“Su,” ordinò Dario, afferrandola per le braccia e tirandola giù dal tavolo. La fece girare, la chinò in avanti, il suo torso appoggiato sul legno, il sedere alto e offerto verso di lui. “Tieniti.”

Lei afferrò il bordo del tavolo, le nocche bianche. Dario mise una mano sulla sua schiena, la tenne giù. Con l’altra guidò la punta del suo cazzo tra le sue natiche, cercando l’ingresso già dilatato e viscido.

Io smisi di masturbarmi. La mia mano rimase lì, immobile, a stringere la base del mio cazzo mentre guardavo, incapace di respirare.

Dario non chiese permesso. Non ci fu una spinta lenta. Ci fu un colpo secco dei suoi fianchi, un suono di carne che schioccava contro carne, e un urlo strozzato di Lucia.

L’aveva sfondata in un solo movimento.

Il suo cazzo scomparve dentro di lei fino alle palle. Il corpo di Lucia sobbalzò in avanti, un singhiozzo le uscì dalla gola. Dario rimase immobile per un secondo, godendosi la sensazione, la stretta bollente. Poi ritrasse i fianchi e glielo rifilò dentro di nuovo, più forte.

“Cazzo,” gemette Dario. “Sei strettissima. Mi stai strozzando il cazzo, puttana.”

E poi iniziò a scoparla. Davvero.

Il ritmo era brutale, meccanico. I suoi fianchi sbattevano contro il suo sedere con una forza che faceva tremare il tavolo. Ogni spinta produceva un suono umido, schifoso, erotico. La pelle di Dario sudava, luccicava sotto la luce. Le sue mani stringevano i fianchi di Lucia, le dita che affondavano nella carne, lasciando lividi che sarebbero rimasti domani.

Lucia non gridava più. Gemeva, un suono basso e continuo che usciva da lei ad ogni colpo. La sua faccia era premuta contro il legno del tavolo, i capelli le cadevano sugli occhi. Le sue mani scivolavano sul legno lucido, incapaci di tenersi.

Io ricominciai a masturbarmi, il ritmo della mia mano che cercava di sincronizzarsi con le spinte di Dario. Ma era inutile. Lui era un martello. Io ero un moscerino.

“Ti piace?” Ringhiò Dario, piegandosi su di lei. “Ti piace come ti scopo la fica davanti a tuo marito?”

“Sì,” ansimò Lucia, la voce rotta dalle scosse. “Sì, cazzo, ti prego…”

“Diglielo. Digli cosa sta succedendo.”

Lei sollevò la testa, si girò abbastanza da guardarmi. I suoi occhi erano persi, annebbiati dal piacere. “Mi… mi sta scopando,” sussurrò, poi un gemito le tagliò la frase mentre Dario le dava un colpo particolarmente profondo. “Mi sta scopando la fica… e mi piace… oh, Dio, mi piace così tanto…”

Quelle parole furono la goccia. Un tremito mi percorse dalla testa ai piedi, un’esplosione di calore che non riuscii a fermare. Il mio cazzo pulsò nella mia mano e venni, in silenzio, gli occhi spalancati su di lei, sul suo tradimento, sul mio piacere malato che schizzava fuori in fiotti caldi sulla mia maglietta e sul pavimento.

Dario vide. I suoi occhi scuri mi incontrarono per un istante mentre continuava a pompare dentro di lei, e nei suoi vidi una fiamma di disgusto e di trionfo. Un sorriso storto gli deformò la bocca.

“Guarda,” disse, senza rallentare il ritmo. “Il tuo uomo. Ha appena sborrato guardandoti prendere il mio cazzo. Sei così fottutamente porca che persino lui si eccita.”

Lucia chiuse gli occhi, un singhiozzo le uscì dalla gola, ma le sue anche continuavano a muoversi all’indietro, ad accogliere ogni spinta.

Io ero paralizzato, il respiro corto, il mio cazzo ancora pulsante e molle nella mia mano sporca. Il senso di vergogna era una fiamma che mi bruciava le viscere, ma sotto, molto più in fondo, il carbone dell’eccitazione continuava a covare. Guardai il mio seme sulla maglietta grigia, una macchia umida e opaca, e sul pavimento di legno scuro.

Dario cambiò ritmo. Le sue spinte divennero più lente, più profonde, quasi torturanti. Si piegò completamente su di lei, il suo petto sudato che premeva contro la sua schiena, la bocca vicino al suo orecchio.

“Adesso vengo io, troia,” sibilò. “Vengo dentro quella fica che ora è mia. E tu la terrai tutta dentro. Ogni goccia. Lo vuoi?”

“Sì,” gemette lei, una supplica disperata. “Per favore, Dario. Sborrami dentro. Riempi tutto.”

“Fottila, Dario,” sussurrai, la voce rotta dall’eccitazione, mentre osservavo ogni dettaglio di quel corpo che si piegava al piacere di un altro uomo, e il mio cazzo pulsava ancora nella mia mano.

Le parole mi erano uscite senza controllo, un soffio che forse solo io avevo sentito. Ma Dario aveva l’udito di un predatore. Girò di nuovo la testa verso di me, quel sorriso ancora stampato in faccia.

“Lo senti, Lucia? Ti sta incoraggiando. Vuole vederti piena del mio seme.” Affondò un’ultima, lunga spinta e rimase immobile, schiacciato contro di lei. Un ringhio basso, animale, gli strappò la gola. Vidi i muscoli della sua schiena contrarsi, le sue dita artigliarsi ancora più forte sui fianchi di lei. Stava venendo. Lo stava scaricando tutto dentro mia moglie.

Lucia urlò. Un suono crudo, primordiale, che non le avevo mai sentito fare. Il suo corpo fu scosso da spasmi violenti, le sue gambe tremarono. Stava venendo anche lei, schiacciata sotto il suo peso, impalata dal suo cazzo che le pompava la sborra calda nell’utero.

Il mondo si ridusse a quel suono: i loro respiri affannosi, il gocciolio umido, il legno del tavolo che scricchiolava sotto il loro peso. Dario rimase così per quello che mi parve un minuto, poi si ritrasse lentamente.

Il suo cazzo, ancora semiduro e lucido del loro misto di fluidi, uscì da lei con un suono schifosamente bagnato. Una goccia bianca e densa colò immediatamente lungo la coscia interna di Lucia, tracciando un sentiero sulla sua pelle sudata.

Lui si raddrizzò, si pulì la punta con le dita e poi, guardandomi dritto negli occhi, si leccò quelle dita con lentezza voluttuosa. “Ha un buon sapore, tua moglie,” disse. “Adesso è un po’ anche mio.”

Lucia scivolò giù dal tavolo, le gambe che non la reggevano. Cadde in ginocchio sul pavimento, accanto alla mia piccola pozza di sperma. Respirava a bocca aperta, i capelli incollati al viso, gli occhi vuoti. Il suo sesso era rosso, gonfio, e una stilla di Dario continuava a gocciolare da lei.

Nessuno di noi parlò. Il solo rumore era il nostro respiro affannoso. Dario si rimise in sesto i jeans, senza pulirsi, la macchia umida del suo precum e del suo sperma che avrebbe lasciato un cerchio scuro sulla stoffa. Camminò verso di me, i passi pesanti sul legno. Si fermò a un metro di distanza, dominando la stanza con la sua sola presenza.

“Beh,” disse, la voce tornata calma, quasi annoiata. “È stato divertente.” I suoi occhi scorsero la mia maglietta macchiata, poi la pozza sul pavimento. “Pulisciti. E pulisci anche questo schifo.”

Poi si voltò, andò verso il divano e vi si lasciò cadere, prendendo il pacchetto di sigarette dal tavolino. Accese una sigaretta, aspirò una boccata lunga e la espirò verso il soffitto, come se noi non esistessimo più.

Io guardai Lucia. Lei sollevò lo sguardo verso di me. Nei suoi occhi non c’era più vergogna, né trionfo. C’era solo un vuoto siderale, e una domanda muta. Cosa siamo adesso?

Mi alzai, le gambe tremanti. Andai in bagno, staccai un po’ di carta igienica. Tornai nella stanza. Mi chinai e pulii il pavimento, strofinando via la prova della mia debolezza. Poi mi tolsi la maglietta, la appallottolai e la misi in un angolo. Ero nudo dalla vita in su, sudato e sporco.

Lucia era ancora in ginocchio. Mi avvicinai, le tesi una mano. Lei la guardò per un momento, come se non capisse cosa fosse, poi la prese. La sua mano era fredda. La tirai su in piedi. Vacillò e si aggrappò a me. Sentii il calore del suo corpo, l’odore di sesso e di sudore che le usciva dai pori, l’odore di lui su di lei.

Dario, dal divano, osservava attraverso il fumo della sigaretta. Non disse nulla.

“Vieni,” mormorai, la voce più rauca del solito. La condussi verso la porta della stanza, lontano da lui, lontano da quello spazio saturo di umiliazione.

La porta della camera da letto era socchiusa. La spinsi ed entrammo. Era al buio. La feci sedere sul bordo del letto. Lei mi guardava, ancora senza parlare.

Mi inginocchiai davanti a lei. Senza pensare, spinto da un impulso che non volli analizzare, avvicinai la faccia alle sue cosce. Respirai il suo odore, intenso, dolciastro, salato. Poi allungai la lingua e leccai via quella goccia di sperma che ancora colava da lei. Era calda, densa, con un sapore che era lei e lui insieme.

Lei emise un piccolo gemito, una vibrazione nella gola. Le sue dita si intrecciarono nei miei capelli, non per spingermi via, ma per tenermi lì.

Quando alzai lo sguardo, vidi che stava piangendo. Silenziosamente. Le lacrime le scendevano lungo le guance senza un singhiozzo.

“Perché l’hai fatto?” Sussurrò.

Non risposi subito. Mi alzai, mi sedetti accanto a lei sul letto. Il nostro fianchi si toccavano.

“Perché volevo vedere,” dissi alla fine, guardando il vuoto davanti a noi. “E perché, mentre guardavo, ho capito che lo volevo anch’io.”

Dalla stanza accanto, sentimmo il rumore della televisione che si accendeva. Dario aveva deciso di restare.
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