Nelle mani di mamma - Parte 2

di
genere
incesti

Scrivo racconti erotici personalizzati su commissione. Se interessati/e, scrivetemi sul mio indirizzo e-mail: nicola.pavelli@gmail.com

BUONA LETTURA

La mia mano era ancora sospesa nell’aria, le dita appiccicose del suo seme che si stavano già raffreddando. La pioggia continuava a tamburellare sul tetto della veranda, un rumore bianco che sembrava amplificare il silenzio tra noi. Nico respirava a fatica, il petto che si alzava e si abbassava sotto la maglietta macchiata. Il suo sguardo era fisso, perso nelle travi di legno sopra di noi.

“Nico,” dissi, e la mia voce suonò strana, come se provenisse da un’altra stanza.

Lui non rispose. Un brivido improvviso lo scosse, e allora chiuse gli occhi. Le sue mani si staccarono dai braccioli della sedia, lentamente, come se ogni movimento richiedesse uno sforzo enorme. Le portò al viso, si passò le palme sugli occhi.

“Cazzo,” mormorò, la parola che usciva piatta, svuotata di ogni emozione.

Mi alzai. Le mie gambe tremavano. Andai al lavandino esterno, quello che usavamo per innaffiare le piante, e aprii il rubinetto. L’acqua fredda mi schizzò sulle dita mentre le lavavo, sciogliendo la viscosità. Tornai da lui con un asciugamano di cotone che avevo preso dallo stendibiancheria.

“Tieni,” dissi, porgendoglielo.

Lui aprì gli occhi. Li fissò sull’asciugamano, poi su di me. Per un attimo vidi il bambino che era stato, confuso dopo una caduta, e poi l’uomo che adesso era, con il mio stesso sperma sul corpo. Prese l’asciugamano senza una parola e iniziò a pulirsi il petto. I movimenti erano meccanici, distaccati.

“Mi dispiace,” dissi. Non sapevo per cosa. Per averlo fatto? Per averlo fermato? Per essere sua madre?

Lui scosse la testa, un gesto breve. “Non dire cazzate.” La voce era roca. Chiuse i jeans con movimenti goffi, senza alzarsi dalla sedia. La cerniera sembrò fare lo stesso rumore di prima.

Il silenzio ritornò, più spesso di prima. Guardai fuori, nella cortina di pioggia. Le piante del giardino erano piegate dal vento. Pensai a mio marito, a suo padre. A cosa avrebbe detto. Poi smisi di pensarci, perché era inutile.

Stavo per dire qualcosa, qualcosa di assurdo come “vuoi del tè?”, quando sentii il rumore di un motore avvicinarsi sulla strada sterrata. Un rumore familiare, il diesel ansimante del furgone di Luca.

Nico sollevò lo sguardo, allarmato. “È Luca.”

“Lo so,” dissi, il cuore che improvvisamente iniziò a battermi forte. Luca, il fratello minore. Ventisette anni, sempre in movimento, sempre con un sorriso pronto. Viveva in città, ma passava spesso nei weekend, soprattutto quando pioveva e il suo lavoro di muratore saltava.

Il furgone si fermò davanti al cancello. La portiera si aprì e sbatté. Sentii i suoi passi pesanti sulla ghiaia bagnata, poi lo vidi apparire sotto la veranda, i capelli biondi rasati ai lati completamente fradici, la felpa con il logo di una birra incollata al petto.

“Ciao prodi!” esclamò, scuotendo la testa come un cane. “Che tempaccio, eh? Mi sono detto, vado a trovare i miei.” I suoi occhi azzurri passarono da me a Nico, e il suo sorriso si attenuò di un grado. “Tutto bene? Sembrate due fantasmi.”

Nico si era irrigidito sulla sedia. Io feci un passo avanti, quasi a mettermi tra loro. “Tutto bene, Luca. Stavamo… prendendo il caffè.”

Luca guardò la tazza vuota sul tavolino, poi di nuovo noi. Un lampo di qualcosa, di intuizione forse, attraversò il suo sguardo. Ma era Luca, non faceva domande, prendeva la vita come veniva.

“Beh, io mi sono portato una birra,” disse, tirando fuori una bottiglia dalla borsa a tracolla. “E visto che piove ancora, penso che mi fermerò un po’. Si può?”

“Certo,” dissi troppo in fretta. “Certo che puoi.”

Lui entrò in veranda, lasciando una scia di umidità e dell’odore di pioggia e tabacco. Si lasciò cadere sulla sedia a dondolo accanto a quella di Nico, stappò la birra con l’anello della lattina e bevve un lungo sorso. I suoi occhi erano su Nico.

“Che hai fatto, fratello? Ti sei fatto la doccia con i vestiti addosso?” Indicò con la bottiglia le macchie umide e biancastre sulla maglietta di Nico.

Nico impallidì. “Sudore,” borbottò, guardando altrove.

Luca rise, un suono chiaro e giovane. “Sudare così, con questo freddo? Sei malato.” Poi il suo sguardo scivolò su di me, e si fermò sulla mia camicetta. Sulla macchia piccola, quasi impercettibile, di umido che avevo sul davanti, dove mi ero asciugata le dita. Il suo sorriso si congelò sulle labbra.

Bevve un altro sorso, più lento. Mise la bottiglia sul pavimento di legno. L’aria cambiò. Non era più la pioggia, o l’imbarazzo. Era qualcosa di elettrico, di pericoloso.

“Che diavolo sta succedendo qui?” chiese, la voce più bassa.

“Niente, Luca,” disse Nico, cercando di alzarsi.

“Siediti,” ordinò Luca, senza alzare la voce. E Nico, inspiegabilmente, obbedì. Si abbassò di nuovo sulla sedia.

Luca si rivolse a me. “Mamma?”

La parola mi trafisse come un ago. Avevo lo stesso tono con cui Nico l’aveva detta poco prima, sul limite del piacere. Adesso era una domanda, un’accusa.

“È stato… un momento,” dissi, la gola secca. “Un momento tra me e tuo fratello.”

Luca scoppiò a ridere, un suono senza gioia. “Un momento? Sembra più che ti sei segata il cazzo a Nico e lui ti è venuto addosso. È questo il ‘momento’?”

Il silenzio che seguì fu assoluto. Anche la pioggia sembrò smettere di fare rumore.

Nico chiuse gli ochi, la vergogna che gli bruciava il viso. Io non riuscivo a muovermi.

Luca si alzò dalla sedia a dondolo. Era più alto di Nico, più largo di spalle. Si avvicinò a me. Non con rabbia, ma con una curiosità oscura, animalesca. Mi prese il mento tra il pollice e l’indice, costringendomi a guardarlo.

“È vero?” sussurrò. Il suo alito sapeva di birra e di pioggia.

Annuii, un piccolo movimento. Non potevo mentirgli.

Lasciò il mio mento. Si voltò verso Nico. “E tu? Ti è piaciuto? Aver la mamma che ti fa una sega?”

Nico aprì la bocca, ma non uscì nessun suono.

“Rispondi,” disse Luca, e c’era un’autorità nella sua voce che non gli avevo mai sentito.

“Sì,” riuscì a dire Nico, la parola un filo di voce. “Cazzo, sì.”

Luca annuì, come se avesse ricevuto una conferma che si aspettava. Poi tornò a guardarmi. I suoi occhi erano scuri, pieni di una comprensione che mi fece rabbrividire.

“E tu, mamma? Hai sempre voluto farlo? Guardare tuo figlio venire?”

“Non… non era così,” mentii, ma la voce mi tremava.

Luca sorrise, un sorriso che non raggiungeva gli occhi. “Non importa com’era. Importa com’è adesso.” Si avvicinò ancora, fino a che il suo corpo non fu a pochi centimetri dal mio. Potevo sentire il calore che emanava, l’odore di uomo sudato e di pioggia. “E adesso,” continuò, la voce un basso brivido, “adesso che l’hai fatto a lui, cosa farai con me?”

Il mio respiro si fermò. Guardai Nico. Lui aveva lo sguardo fisso su di noi, gli occhi spalancati, la bocca socchiusa. Non c’era protesta nel suo sguardo. C’era solo attesa, una fame brutale che rispecchiava quella che sentivo crescere dentro di me.

Luca non aspettò una risposta. Prese la mia mano, quella che avevo appena lavato, e la portò ai suoi jeans. Premette il mio palmo contro il tessuto spesso. Sotto, sentii la stessa durezza, la stessa forma familiare eppure diversa. Suo fratello.

“Vedi?” mormorò, le labbra vicino al mio orecchio. “Anche io sono solo, mamma. Anche io ho bisogno che qualcuno si occupi di me.”

La mia mano tremava, ma non la ritrassi. Sentivo il calore attraverso il denim, la promessa di quello che c’era sotto. Guardai Luca negli occhi, poi Nico. Due miei figli. Due uomini.

“Nico,” dissi, la voce che finalmente trovava una nuova forza, bassa e determinata. “Vieni qui.”

Nico si alzò, lentamente. Si avvicinò, incerto.

“Mettiti dietro di me,” ordinai.

Lui obbedì. Sentii il suo corpo dietro le mie spalle, il suo respiro sul mio collo.

Davanti a me, Luca sorrideva, un sorriso vero adesso, selvaggio. Sbottonò i suoi jeans da solo, con movimenti rapidi ed esperti. Li abbassò insieme agli slip, fino alle cosce. Il suo cazzo saltò fuori, libero. Era diverso da quello di Nico: più corto, più spesso, con il glande a fungo e una circoncisione netta. Era già completamente duro, la punta lucida.

“Ecco,” disse. “Tutto tuo.”

Dietro di me, Nico emise un gemito. Sentii le sue mani posarsi sui miei fianchi, le dita che affondavano nella carne attraverso la stoffa della gonna.

Allungai la mano e afferrai Luca. La pelle era più ruvida, più calda. Lui sospirò, un suono di sollievo profondo, e la sua testa ricadde all’indietro.

Iniziai a muovere la mano, la stessa stretta, lo stesso ritmo che avevo usato per Nico. Luca era meno controllato di Nico. Gemette forte, il suo respiro diventò affannoso, e il suo corpo si irrigidì sotto la mia mano. Dietro di me, Nico slacciò la mia gonna e infilò la mano dentro i miei slip. Le sue dita trovarono il mio buco bagnato e ci spingevano dentro con forza, facendomi gemere contro il cazzo di Luca.

"Così, mamma," sussurrò Nico, le labbra contro il mio orecchio. "Così ti piace?"

Annuii, incapace di parlare, mentre le sue dita continuavano a muoversi dentro di me. La sensazione era intensa, quasi dolorosa, ma non volevo che si fermasse. Sentivo il calore del cazzo di Luca nella mia mano, il ritmo dei suoi gemiti che si facevano sempre più frequenti.

Luca mi guardava, gli occhi pieni di desiderio. "Sei così bagnata," disse, la voce roca. "Vuoi che ti scopi, mamma?"

"Si," riuscii a dire, la voce rotta dal piacere. "Ti voglio dentro di me."

Luca sorrise, un sorriso selvaggio, e si avvicinò ancora di più. Prese il mio viso tra le mani e mi baciò con forza, le sue labbra che si muovevano contro le mie con un'urgenza che mi fece venire le vertigini. Sentii il suo cazzo premere contro la mia fica, la punta che cercava l'entrata.

"Pronta?" chiese, la voce un basso brivido.

"Si," dissi, mentre le dita di Nico continuavano a muoversi dentro di me, preparandomi per quello che stava per arrivare.

Luca spinse dentro di me con un solo movimento, riempiendomi completamente. Gemetti forte, la sensazione di pienezza che mi travolse. Era diverso da quello che mi aspettavo, più intenso, più crudo.

"Così," sussurrò Luca, le labbra contro il mio collo. "Così ti piace, mamma?"

"Si," gemetti, mentre lui iniziava a muoversi dentro di me, ogni spinta che mi portava sempre più vicina al limite.

Dietro di me, Nico continuava a muovere le dita dentro di me, il suo respiro affannoso contro il mio collo. "Sei così stretta," sussurrò. "Così bagnata."

Luca aumentò il ritmo, ogni spinta che mi faceva gemere più forte. Sentivo il calore che cresceva dentro di me, l'orgasmo che si avvicinava inesorabile.

"Sto per venire," gemetti, la voce rotta dal piacere.

"Vieni," disse Luca, la voce roca. "Vieni per me, mamma."

L'orgasmo mi travolse, un'onda di piacere che mi fece urlare. Sentii il corpo di Luca irrigidirsi, e poi il calore del suo seme che mi riempiva.

Dietro di me, Nico gemette forte, le sue dita che si muovevano ancora dentro di me, prolungando il mio orgasmo.

Quando finalmente ci fermammo, eravamo tutti e tre esausti, il respiro affannoso, il corpo coperto di sudore.

Luca si ritirò da me, il suo cazzo ancora duro, ma ora rilassato. Mi guardò negli occhi, un sorriso selvaggio sulle labbra. "Grazie, mamma," disse, la voce roca.

Annuii, incapace di parlare, mentre Nico si ritirava da dietro di me, le sue dita ancora bagnate.

Ci guardammo, tutti e tre, in silenzio. C'era qualcosa di nuovo tra noi, qualcosa di crudo, di primitivo. E sapevo che nulla sarebbe stato più lo stesso.
scritto il
2026-10-04
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