Io Marianna e letizia
scritto il 2026-11-01 tempo di lettura 6 min
di
Pirata del sesso
genere
Dominazione, Feticismo, Pissing
cura
A
Questo racconto è un'opera di pura finzione e fantasia.
La casa delle ombre e dei vizi
Tre anni. Tre anni passati a camminare su un filo sottile fatto di silenzi pesanti, gelosie soffocate e una convivenza che sapeva di prigione dorata. Marianna aveva cinquantasei anni, ed era la mia compagna. Una donna complessa, fredda, per la quale il sesso non era mai stato un piacere da condividere, ma un dovere silenzioso, un atto passivo in cui si lasciava usare più che godere. Amava subire, farsi possedere quasi per inerzia. Spesso la prendevo di sorpresa mentre dormiva, afferrandola per i capelli per infilarle il cazzo fino in fondo alla gola, soffocandole i gemiti, mentre molto raramente mi spingevo a scoparle la figa.
Eppure, era di una gelosia malata, nera. Controllava ogni mio movimento, mi vietava di frequentare altre donne in sua presenza, e sapeva perfettamente che casa nostra custodiva una bomba a orologeria: Letizia, sua figlia.
Letizia aveva trent'anni, trentadue ormai. Una ragazza stupenda, dal corpo esile, filiforme, bionda come il grano e maledettamente porca. Aveva quel vizio sottile e crudele di fare continuamente dispetti alla madre, provocandola con sguardi obliqui e mosse studiate, consapevole del mio sguardo addosso. Marianna la teneva d'occhio perché conosceva fin troppo bene la sua natura spregiudicata, ma non poteva fermare l'inevitabile.
Quando, dopo tre anni, la relazione con Marianna si è sfilacciata fino a spezzarsi, Letizia non ha perso un solo secondo. Si è buttata subito al lavoro per infliggere alla madre il torto supremo, iniziando un corteggiamento serrato nei miei confronti. Non c'erano mezzi termini tra noi: il suo unico scopo era portarmi a letto, e io non mi sono certo trattenuto.
Con lei il sesso era una macchina perfetta, eccitante e travolgente, anche se la sua corporatura minuta si scontrava violentemente con la realtà dei miei diciannove centimetri di cazzo, che ogni volta la riempivano e la sconquassavano da cima a fondo, lasciandola tremante e bagnata.
Ma io ero un porco depravato, e la mia mente non si accontentava mai. Volevo di più. Volevo il controllo assoluto.
Così, anche se la relazione con Marianna era ufficialmente finita sulla carta, sotto lo stesso tetto le regole le facevo io. L'avevo completamente sottomessa, costringendola a diventare la mia schiava personale, abusando di lei ogni volta che il mio istinto me lo chiedeva. Le avevo imposto una regola ferrea, scolpita nel terrore e nella sudditanza: ogni volta che mi vedeva comparire con il cazzo in mostra, doveva attaccarsi subito e ingoiare tutto quello che ne usciva, senza fiatare.
Le mattine sono diventate un rituale perverso. Verso le dieci, con una voglia pazza di farmi svuotare i testicoli, mi presentavo davanti a lei. Bastava un cenno, la vista del mio uccello duro, e Marianna sapeva già cosa fare: si metteva in ginocchio sul pavimento, pronta a fare il suo dovere. Letizia, invece, era la sera che godeva dei sapori della madre, assaggiando indirettamente tutto ciò che le passava tra le mani, anche se con lei il sesso era diventato ormai una routine rodata.
Ma la mia depravazione non aveva fondo, e la pratica delle pisciate in bocca era diventata il fulcro della mia supremazia e del suo annientamento.
Tutto era iniziato quel mattino verso le dieci. Avevo la vescica che stava per scoppiare, una pressione fortissima e un'idea malata che mi pulsava in testa. Appena entrato nella stanza di Marianna, mi sono messo in libertà tirandolo fuori. Lei, ligia alla regola e rassegnata alla sua sorte, si è subito messa in ginocchio per accogliermi in bocca.
Ma quella volta non volevo solo il suo calore. Senza alcun rispetto, mentre sentivo il bisogno impellente di svuotarmi, ho iniziato a pisciarle in bocca senza preavviso.
Marianna ha sgranato gli occhi, si è tolta di scatto con un sobbalzo, sputando quel liquido caldo con le lacrime agli occhi, tremante e indignata: «Perché l'hai fatto? Perché?!» ha singhiozzato.
La mia risposta non si è fatta attendere. Le ho mollato un sonoro ceffone che le ha girato la testa, facendole bruciare la guancia.
«Questo è quello che devi fare. Tu non parli, tu prendi tutto quello che ti do» le ho sibilato.
Senza darle tempo di riprendersi, l'ho afferrata per la nuca, gliel'ho ricacciato in gola con forza e ho ripreso a liberare la vescica dritta nel suo esofago. Sentivo il flusso caldo e abbondante riempirle la bocca, costringendola a deglutire in fretta per non soffocare, mentre il sapore acidulo del mio piscio le colava ai lati delle labbra. Lei sgranava gli occhi, le mani abbandonate lungo i fianchi, rassegnata e impotente, mentre io godevo nel vederla ridotta a una latrina vivente.
Da quel giorno, quel trattamento divenne un'abitudine fissa, il mio piacere più grande e la sua definitiva, tragica sottomissione.
Ogni volta che entravo nella stanza, Marianna sapeva esattamente cosa l'aspettava. Non c'era più bisogno di ordini verbali: mi bastava aprire la patta e lei si inginocchiava tremante. Mi piaceva farla aspettare, farla bagnare la lingua con le prime gocce calde prima di aprire del tutto il rubinetto della mia vescica. A volte la costringevo a tenere la bocca spalancata per minuti interi, riempiendogliela fino all'orlo mentre lei cercava disperatamente di ingoiare tutto, con il fiato corto e leccandosi avidamente il mento per non perdere una sola goccia del mio piscio. Spesso, subito dopo la pisciata, con il cazzo ancora bagnato e grondante di urina, glielo spingevo di nuovo in gola per costringerla a ripulirmi perfettamente con la lingua, mischiando i suoi succhi e il mio sapore acre in un rituale di assoluto degrado che mi mandava fuori di testa.
È andata avanti così per un anno intero. Un anno di doppi giochi, di schiave sottomesse, di pompini mattutini bagnati di urina e di scopate furibonde con la figlia. Fino a quando Letizia, frugando dove non doveva o cogliendoci nel momento sbagliato, ha scoperto il nostro segreto più marcio. Il vaso di pandora è esploso, e ho dovuto interrompere bruscamente entrambe le relazioni.
Adesso, a distanza di tempo, ripensa spesso a quel periodo con una strana nostalgia. Non ho più trovato una schiava così disposta a subire tutto, ad accettare il mio piscio in bocca senza fiatare... e devo ammetterlo, quel caos malato e crudele mi manca da morire.
La casa delle ombre e dei vizi
Tre anni. Tre anni passati a camminare su un filo sottile fatto di silenzi pesanti, gelosie soffocate e una convivenza che sapeva di prigione dorata. Marianna aveva cinquantasei anni, ed era la mia compagna. Una donna complessa, fredda, per la quale il sesso non era mai stato un piacere da condividere, ma un dovere silenzioso, un atto passivo in cui si lasciava usare più che godere. Amava subire, farsi possedere quasi per inerzia. Spesso la prendevo di sorpresa mentre dormiva, afferrandola per i capelli per infilarle il cazzo fino in fondo alla gola, soffocandole i gemiti, mentre molto raramente mi spingevo a scoparle la figa.
Eppure, era di una gelosia malata, nera. Controllava ogni mio movimento, mi vietava di frequentare altre donne in sua presenza, e sapeva perfettamente che casa nostra custodiva una bomba a orologeria: Letizia, sua figlia.
Letizia aveva trent'anni, trentadue ormai. Una ragazza stupenda, dal corpo esile, filiforme, bionda come il grano e maledettamente porca. Aveva quel vizio sottile e crudele di fare continuamente dispetti alla madre, provocandola con sguardi obliqui e mosse studiate, consapevole del mio sguardo addosso. Marianna la teneva d'occhio perché conosceva fin troppo bene la sua natura spregiudicata, ma non poteva fermare l'inevitabile.
Quando, dopo tre anni, la relazione con Marianna si è sfilacciata fino a spezzarsi, Letizia non ha perso un solo secondo. Si è buttata subito al lavoro per infliggere alla madre il torto supremo, iniziando un corteggiamento serrato nei miei confronti. Non c'erano mezzi termini tra noi: il suo unico scopo era portarmi a letto, e io non mi sono certo trattenuto.
Con lei il sesso era una macchina perfetta, eccitante e travolgente, anche se la sua corporatura minuta si scontrava violentemente con la realtà dei miei diciannove centimetri di cazzo, che ogni volta la riempivano e la sconquassavano da cima a fondo, lasciandola tremante e bagnata.
Ma io ero un porco depravato, e la mia mente non si accontentava mai. Volevo di più. Volevo il controllo assoluto.
Così, anche se la relazione con Marianna era ufficialmente finita sulla carta, sotto lo stesso tetto le regole le facevo io. L'avevo completamente sottomessa, costringendola a diventare la mia schiava personale, abusando di lei ogni volta che il mio istinto me lo chiedeva. Le avevo imposto una regola ferrea, scolpita nel terrore e nella sudditanza: ogni volta che mi vedeva comparire con il cazzo in mostra, doveva attaccarsi subito e ingoiare tutto quello che ne usciva, senza fiatare.
Le mattine sono diventate un rituale perverso. Verso le dieci, con una voglia pazza di farmi svuotare i testicoli, mi presentavo davanti a lei. Bastava un cenno, la vista del mio uccello duro, e Marianna sapeva già cosa fare: si metteva in ginocchio sul pavimento, pronta a fare il suo dovere. Letizia, invece, era la sera che godeva dei sapori della madre, assaggiando indirettamente tutto ciò che le passava tra le mani, anche se con lei il sesso era diventato ormai una routine rodata.
Ma la mia depravazione non aveva fondo, e la pratica delle pisciate in bocca era diventata il fulcro della mia supremazia e del suo annientamento.
Tutto era iniziato quel mattino verso le dieci. Avevo la vescica che stava per scoppiare, una pressione fortissima e un'idea malata che mi pulsava in testa. Appena entrato nella stanza di Marianna, mi sono messo in libertà tirandolo fuori. Lei, ligia alla regola e rassegnata alla sua sorte, si è subito messa in ginocchio per accogliermi in bocca.
Ma quella volta non volevo solo il suo calore. Senza alcun rispetto, mentre sentivo il bisogno impellente di svuotarmi, ho iniziato a pisciarle in bocca senza preavviso.
Marianna ha sgranato gli occhi, si è tolta di scatto con un sobbalzo, sputando quel liquido caldo con le lacrime agli occhi, tremante e indignata: «Perché l'hai fatto? Perché?!» ha singhiozzato.
La mia risposta non si è fatta attendere. Le ho mollato un sonoro ceffone che le ha girato la testa, facendole bruciare la guancia.
«Questo è quello che devi fare. Tu non parli, tu prendi tutto quello che ti do» le ho sibilato.
Senza darle tempo di riprendersi, l'ho afferrata per la nuca, gliel'ho ricacciato in gola con forza e ho ripreso a liberare la vescica dritta nel suo esofago. Sentivo il flusso caldo e abbondante riempirle la bocca, costringendola a deglutire in fretta per non soffocare, mentre il sapore acidulo del mio piscio le colava ai lati delle labbra. Lei sgranava gli occhi, le mani abbandonate lungo i fianchi, rassegnata e impotente, mentre io godevo nel vederla ridotta a una latrina vivente.
Da quel giorno, quel trattamento divenne un'abitudine fissa, il mio piacere più grande e la sua definitiva, tragica sottomissione.
Ogni volta che entravo nella stanza, Marianna sapeva esattamente cosa l'aspettava. Non c'era più bisogno di ordini verbali: mi bastava aprire la patta e lei si inginocchiava tremante. Mi piaceva farla aspettare, farla bagnare la lingua con le prime gocce calde prima di aprire del tutto il rubinetto della mia vescica. A volte la costringevo a tenere la bocca spalancata per minuti interi, riempiendogliela fino all'orlo mentre lei cercava disperatamente di ingoiare tutto, con il fiato corto e leccandosi avidamente il mento per non perdere una sola goccia del mio piscio. Spesso, subito dopo la pisciata, con il cazzo ancora bagnato e grondante di urina, glielo spingevo di nuovo in gola per costringerla a ripulirmi perfettamente con la lingua, mischiando i suoi succhi e il mio sapore acre in un rituale di assoluto degrado che mi mandava fuori di testa.
È andata avanti così per un anno intero. Un anno di doppi giochi, di schiave sottomesse, di pompini mattutini bagnati di urina e di scopate furibonde con la figlia. Fino a quando Letizia, frugando dove non doveva o cogliendoci nel momento sbagliato, ha scoperto il nostro segreto più marcio. Il vaso di pandora è esploso, e ho dovuto interrompere bruscamente entrambe le relazioni.
Adesso, a distanza di tempo, ripensa spesso a quel periodo con una strana nostalgia. Non ho più trovato una schiava così disposta a subire tutto, ad accettare il mio piscio in bocca senza fiatare... e devo ammetterlo, quel caos malato e crudele mi manca da morire.
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