Quella puledra di mia suocera
scritto il 2026-10-16 tempo di lettura 21 min
di
Nicola Pavelli
genere
incesti
cura
A+
Scrivo anche racconti erotici su commissione. Se interessati/e, scrivetemi sul mio indirizzo e-mail: nicola.pavelli@gmail.com
BUONA LETTURA
Il telefono di mia suocera era appena stato fatto fuori da un ragazzo in scooter. Lei, Anna, era ancora fuori di sé, tremante contro il paraurti della mia station wagon grigia, mentre io cercavo di calmarla con parole che non ascoltava.
"Matteo, in quel telefono c’erano tutti i contatti, le foto... Mia nipote appena nata," ripeteva, le mani che stringevano il bordo della portiera come un salvagente. La sua voce era rotta, ma anche così, piena, calda. Niente a che vedere con il filo di voce di mia moglie, Clara.
E qui stavo io, a guardarla. Non la disperazione, ma il modo in cui il suo cappotto di lana beige si apriva, rivelando la scollatura di una maglia di seta color vino. Il respiro che le sollevava il petto, generoso, reale. Clara era tutta angoli, Anna era tutta curve. Era una cavalla, davvero. Una puledra di razza che il tempo aveva solo reso più potente, con fianchi larghi che promettevano una stabilità che nella mia vita coniugale non esisteva.
"Anna," dissi, posando una mano sulla sua spalla. Sentii il calore attraverso la lana. "Non serve a niente stare qui al freddo. Sali in macchina, ti porto a casa."
Lei annuì, un cenno meccanico, e scivolò sul sedile del passeggero. L'aria dentro l'auto era ancora tiepida, impregnata del mio caffè del mattino e del suo profumo, qualcosa di floreale ma con un fondo speziato, come il legno di sandalo. Chiudemmo le portiere e il mondo fuori scomparve. Restarono solo il ronzio del motore al minimo, il nostro respiro, e la tensione che da mesi, forse anni, si arrotolava nello stomaco come un serpente a sonagli.
Lei fissava il parabrezza, le lacrime finalmente silenziose che le solcavano il trucco leggero. "Sono una stupida," sussurrò.
"Non sei stupida," risposi. La mia mano era ancora sulla sua spalla. La feci scivolare, lentamente, lungo la schiena. Un gesto che poteva essere di conforto. Che poteva essere di altro. Lei trattenne il respiro.
Poi si girò a guardarmi. I suoi occhi, castani come il miele, erano lucidi, ma non più di paura. C’era qualcos'altro. Una domanda. Una sfida. La stessa che avevo visto tante volte durante le cene, quando il suo piede, per caso, sfiorava il mio sotto il tavolo.
Non ci fu un bacio. Ci fu una resa. Un’espirazione lunga, e poi la sua mano sulla mia nuca, le dita che si intrecciarono nei miei capelli e mi tirarono verso di lei. La sua bocca fu calda, salata per le lacrime, disperata e vorace. Un gemito le uscì dalla gola, un suono basso e roco che non le avevo mai sentito fare.
"Matteo," mormorò contro le mie labbra. "Da quanto tempo..."
Non finì la frase. Le mie mani erano già sul suo cappotto, lo sbottonai, lo feci scivolare via. La maglia di seta si rivelò per quello che era: un velo su un corpo magnifico. Le presi un seno attraverso la stoffa, pieno, pesante, il capezzolo già duro sotto il mio palmo. Lei inarcò la schiena contro il sedile, offrendosi.
"Qui," ansimò. "Fallo qui. Prima che torni la ragione."
Fu una lotta goffa e urgente. Abbassai il suo sedile all'indietro con una manovra. I nostri corpi si contorsero nello spazio angusto. Io mi liberai della giacca e della cintura. Lei sfilò i leggings neri e le mutandine di pizzo con movimenti impazienti, senza pudore. La vidi, allora, distesa sul velluto blu del sedile. La sua fica era protetta da un cespuglio di peli scuri, ben curati, già luccicanti di bagnato. L'odore di lei mi investì, muschiato, dolce, primordiale. Un profumo di donna vera, non imbottigliato.
Mi inginocchiai sul pavimento dell'auto, la testa tra le sue cosce. Lei emise un grido soffocato quando la mia lingua toccò il suo clitoride, già gonfio e teso. La leccai, la succhiai, sentendo il sapore intenso del suo desidero scorrermi in gola. Le sue mani si aggrappavano ai capelli, spingendomi più a fondo, guidandomi con una forza che non mi aspettavo. "Così," gemeva. "Proprio lì, sì. Non smettere."
La portai al limite, sentendo il suo corpo irrigidirsi, i muscoli delle cosce che tremavano ai lati della mia testa. Poi venne, con un urlo strozzato che diventò un singhiozzo, il suo succo che mi inondava la bocca. Rimase lì, a respirare affannosamente, gli occhi chiusi.
Ma non era finita. Lo sguardo che mi lanciò quando risalii era di pura fame. "Adesso," ordinò, voce roca. "Voglio sentirti. Tutto."
Mi slacciai i pantaloni, tirando fuori il cazzo, che era durissimo, pronto a scoppiare. Lei lo afferrò con una mano, senza esitazione, massaggiandomi la base con una presa sicura mentre con l'altra si apriva ancora. Non ci fu nessuna delicatezza, nessuna lentezza cerimoniale. Ci fu bisogno. Un bisogno fisico, grezzo, che bruciava.
La puntai contro la sua fica bagnatissima e spinsi. Entrai in un caldo abbraccio di carne che mi fece gemere a mia volta. Era stretto, incredibilmente caldo, e mi accoglieva con una pressione perfetta. Lei gridò, un suono di piacere e di conquista.
"Sei enorme," ansimò, le unghie che mi scavavano la schiena attraverso la camicia. "Dio, Matteo, finalmente."
Iniziai a muovermi. Il ritmo fu subito brutale, dettato dallo spazio limitato, dall'urgenza, dal peso di tutti gli sguardi rubati, di tutti i desideri repressi. L'auto oscillava leggermente. I vetri si appannarono. Il suono era quello della nostra pelle che si scontrava, umida, veloce, del suo gemito continuo e del mio respiro affannoso.
Lei alzò le gambe, me le appoggiò sulle spalle, offrendomi una penetrazione ancora più profonda. "Sfondami," sussurrò, e non era una metafora. Era una richiesta. "Fatti sentire. Non importa niente, adesso."
E io lo feci. La scopai con tutta la forza che avevo, ogni spinta un atto di sfogo, di rivendicazione. Guardavo il suo viso contorcersi in estasi, i suoi seni che rimbalzavano al ritmo dei miei colpi. Pensai a Clara, magra, distante, e poi scacciai il pensiero. Questo non era suo. Questo era mio. Questo corpo caldo, esigente, che mi stringeva e mi urlava di più, era la mia rivolta.
"Sono... sto per venire," ansimò lei, le dita che si conficcavano nelle mie braccia.
"Vieni," le ordinai io, accelerando. "Vieni pure sul mio cazzo. È qui solo per te."
Il suo orgasmo la colse come un'onda elettrica. Il suo corpo si inarcò, bloccandosi, e un fiotto caldo mi inondò l'asta mentre lei urlava, una serie di gemiti rotti, animaleschi. La vista fu troppo. Sentii il nodo alla base del cazzo sciogliersi, un brivido che mi salì dalla schiena al cranio.
"Ti riempio la fica," grugnii, e spinsi una volta, due, tre volte più a fondo, prima di esplodere dentro di lei. Fu una scarica lunga, violenta, che mi lasciò senza fiato, le tempie che pulsavano. Rimanemmo uniti, ansimanti, mentre il mio seme caldo si mescolava a tutto il resto dentro di lei.
Il silenzio che seguì fu rotto solo dal nostro respiro affannoso e dal ticchettio del motore. Lei abbassò lentamente le gambe, io mi lasciai scivolare accanto a lei sul sedile, il cazzo ancora semi-dentro, flaccido e soddisfatto.
Anna girò la testa verso di me. Il trucco era sparito, i capelli erano un disastro. Sembrava più giovane, eppure più autentica di quanto l'avessi mai vista.
"Clara stasera lavora fino a tardi," disse, la voce un po' rauca. Non era una domanda. Era un dato di fatto.
Io guardai il vapore sui vetri, la nostra prigione temporanea e perfetta. "Sì," risposi. "Fino a tardi."
Il giorno dopo, il mio telefono vibrò sul tavolo della cucina mentre facevo colazione. Clara era già uscita, un’ombra silenziosa tra i mobili di casa nostra. Il nome sullo schermo mi fece sobbalzare il cuore in gola: Anna.
Aprii il messaggio. Non c’era saluto, né preambolo. Solo un indirizzo, il nome di un motel sulla tangenziale, e un orario: “14:30. Stanza 12. Chiave sotto lo zerbino.”
Seguiva una seconda riga: “Più comodi della macchina.”
Il sangue mi corse tutto verso il basso, un brivido immediato e vergognoso di eccitazione. Guardai l’orologio. Mancavano tre ore. Tre ore per pensare, per tornare in me, per dire di no. Ma il ricordo del suo corpo che si stringeva al mio, del suo odore sulla mia lingua, del suo seme caldo che mi era colato tra le cosce mentre tornavo a casa, era più forte di qualsiasi ragione.
Arrivai con venti minuti di anticipo. Il motel era un cubo di cemento anonimo, con un’insegna al neon spenta anche di giorno. Parcheggiai dietro l’edificio, lontano dalla strada. La chiave era dove aveva detto. La stanza 12 era al piano terra, in fondo a un corridoio che odorava di disinfettante e muffa.
Aprii. La stanza era esattamente quello che mi aspettavo: un letto matrimoniale con una coperta sintetica stinta, un televisore a schermo piatto inchiodato al muro, una moquette marrone consumata. Ma l’aria non era vuota. Sentii il profumo prima di vederla. Quel profumo muschiato, il suo.
Anna era in piedi vicino alla finestra, le tende di nylon parzialmente chiuse. Indossava un vestito semplice, di lino chiaro, che le cadeva morbidamente sulle curve. Sembrava calma, ma i suoi occhi mi scrutarono con un’intensità che spazzò via ogni residuo di imbarazzo.
“Puntuale,” disse, senza sorridere.
“Hai detto più comodi,” risposi, chiudendo la porta a chiave. Il click fu definitivo.
“La macchina aveva il suo fascino,” ammise, avvicinandosi. “Ma qui possiamo prenderci il nostro tempo.”
La distanza tra noi si ridusse a zero. Non ci furono baci preliminari, né parole. Le mie mani andarono dritte alla cerniera laterale del suo vestito. La abbassai. Il tessuto scivolò a terra, rivelando che sotto non aveva niente. Niente reggiseno, niente mutandine. Solo la sua pelle dorata, i seni pieni e pesanti, il cespuglio scuro di peli pubici che già conoscevo.
Un gemito mi sfuggì. Era ancora più bella alla luce grigia del neon. La afferrai per i fianchi e la spinsi verso il letto. Lei cadde all’indietro, le gambe che si aprivano in un invito senza vergogna. Mi spogliai in fretta, i vestiti che finivano in un mucchio sul pavimento. Il mio cazzo era già duro, dolorosamente teso, e pulsava quando mi inginocchiai tra le sue cosce.
La sua fica era già bagnata. La lucentezza tra le pieghe mi fece impazzire. Chinai la testa e le passai la lingua sul clitoride, un lungo, lento striscio che la fece contorcere.
“Sì,” sibilò. “Così. Fammelo ricordare.”
La leccai con ferocia, succhiando, premendo, mentre le sue mani si aggrappavano alle lenzuola. Sentii il suo sapore, più intenso del giorno prima, come se si fosse già eccitata aspettandomi. Il suo respiro diventò affannoso, i fianchi che spingevano incontro alla mia bocca. Stava per venire, lo sentivo nei tremori delle sue cosce.
Poi, dall’angolo dell’occhio, vidi un movimento.
La porta del bagno, che avevo dato per chiusa, era socchiusa. E nell’apertura, in piedi, immobile, c’era Clara.
Mia moglie. Magra, con il suo cardigan beige, i capelli raccolti in una coda stanca. Il suo viso era una maschera di pietra. Mi guardava. Guardava sua madre, distesa sul letto con le gambe spalancate, mentre io le leccavo la fica con devozione.
Mi bloccai. La lingua mi si seccò in bocca. Anna, sentendo la mia pausa, aprì gli occhi. Seguì il mio sguardo. Vidi un lampo di qualcosa nei suoi occhi: non sorpresa, non paura. Soddisfazione.
“Clara,” disse Anna, la voce stranamente calma, roca per l’eccitazione. “Finalmente ti unisci a noi.”
Io rimasi in ginocchio, nudo, il cuore che mi martellava contro le costole. Clara uscì dal bagno. Non sembrava arrabbiata. Non sembrava niente. Si avvicinò al letto, i suoi passi silenziosi sulla moquette.
“Mamma mi ha chiamata ieri sera,” disse Clara, guardando me. La sua voce era piatta, monotona. “Mi ha detto tutto. Del furto. Di quello che è successo dopo.”
“Clara, io…” provai a parlare, ma le parole morirono.
“Non dire niente, Matteo,” interruppe Anna, sollevandosi sui gomiti. Il suo seno oscillò. “Clara sa. E ha una proposta.”
Clara si fermò accanto al letto. I suoi occhi scesero sul mio cazzo, ancora lucido della saliva e del succo di sua madre. Poi guardò il viso di Anna.
“Sono stanca,” disse Clara, e per la prima volta nella sua voce sentii un’emozione: una stanchezza profonda, corrosiva. “Stanca di fingere che vada tutto bene. Stanca di sentirmi… invisibile. Mamma mi ha detto che tu la desideravi. Che la fai sentire viva.” Fece una pausa. “Voglio vedere.”
“Cosa?” Riuscii a dire, la voce un rantolo.
“Voglio vedere come fai l’amore,” disse Clara, e ora c’era un filo di curiosità macabra, di bisogno malato nelle sue parole. “Con lei. Voglio vedere cosa ti manca con me.”
Anna sorrise, un sorriso lento, carnale. Allungò una mano verso di me, mi afferrò il cazzo. Lo strinse, facendomi sobbalzare.
“Allora guarda, cara,” disse Anna a sua figlia. “Guarda come il tuo uomo sa scopare una donna che lo vuole davvero.”
E poi, tenendomi lo sguardo, mi tirò verso di lei. “Continua, Matteo. Adesso che abbiamo un pubblico.”
L’imbarazzo, lo shock, si trasformarono in qualcos’altro sotto le dita di Anna e lo sguardo fisso di Clara. Una perversione più profonda, più oscura. Un’eccitazione che mi bruciò le vene. Clara voleva guardare. Sua madre voleva essere guardata.
Con un grugnito, riabbassai la testa tra le cosce di Anna. Questa volta non ci furono preliminari. Affondai la bocca su di lei, leccandola, succhiandola con un’urgenza rinnovata, sapendo che mia moglie vedeva ogni mio movimento, sentiva ogni gemito che strappavo a sua madre.
Anna urlò, una cosa lunga e roca, le dita che si conficcarono nei miei capelli. “Sì! Così! Clara, guarda! Guarda come mi divora!”
Spostai lo sguardo. Clara era rimasta in piedi, le braccia conserte. Il suo viso era ancora impassibile, ma le sue guance erano arrossate. E i suoi occhi… i suoi occhi erano fissi sul punto in cui la mia faccia spariva tra le cosce di sua madre.
Anna, vedendo lo sguardo di Clara, si divincolò. “Basta leccare. Adesso voglio il cazzo. Voglio che me lo metta davanti a lei.”
Mi alzai, tremante. Il mio cazzo era una verga di marmo, la punta violacea e gocciolante. Anna si girò, si mise a quattro zampe sul letto, presentandomi il suo culo e la sua fica da dietro. Era un’offerta oscena, magnifica. Si guardò alle spalle, gli occhi su Clara.
“Ecco, Clara. Ecco come mi prende.”
Non resistetti. Mi posizionai dietro di lei, la punta del cazzo che premeva contro la sua fica bagnatissima. Con uno spintone solo, entrai. Entrai nella stretta, nel caldo umido che mi conosceva già. Un gemito profondo mi strappò dal petto.
Anna gridò, la testa che cadeva in avanti. “Dio! Sì! Più forte!”
Iniziai a scoparla. Uno scatto brutale dei fianchi dopo l’altro. Il letto scricchiolava, battendo contro il muro. Il suono della nostra carne che si scontrava riempiva la stanza, umido, schiaffeggiante. Guardavo Clara. Lei guardava il mio cazzo che spariva e riemergeva dal corpo di sua madre, lucido, violento.
“Parla, Clara!” Ansimò Anna, sbattendo il culo contro di me. “Dimmi cosa vedi!”
Clara aprì la bocca. La sua voce era un sussurro roco. “Vedo… vedo tuo marito che ti sfonda. Vedo che gli piace.”
“Gli piace perché io so come prenderlo!” Urlò Anna. “Perché non mi trattengo! Senti come gemo? Senti come lo voglio tutto?”
Spingevo, spingevo, la follia del momento che mi dava una forza disumana. La vista di Clara, immobile e voyeur, di Anna, che si offriva con un abbandono totale, era la cosa più eccitante che avessi mai vissuto. Sentii il crampo dell’orgasmo avvicinarsi, un fuoco alla base della schiena.
Anna lo sentì. “Sta per venire!” Gridò a Clara. “Vieni qui! Vieni più vicino! Voglio che senta il tuo respiro quando mi riempie!”
Clara, come ipnotizzata, fece un passo avanti. Poi un altro. Fino a stare a un metro dal letto. Potevo sentire il profumo del suo shampoo, vedere le piccole vene sulle sue palpebre.
“Adesso, Matteo!” Ringhiò Anna. “Vieni dentro di me! Falle vedere cosa fai alla sua mamma!”
Quello fu il colpo di grazia. Con un ruggito, l’affondai fino all’osso e esplosi. Lo sperma uscì a fiotti, caldo, inesperto, pompando dentro di lei mentre lei stringeva e spasimava intorno a me. Rimanemmo uniti così, io curvo su di lei, lei con la faccia sul materasso, entrambi ansimanti, mentre l’ultima ondata di piacere mi attraversava.
Il silenzio che seguì fu rotto solo dal nostro respiro affannoso. Poi Anna si girò lentamente, facendomi scivolare fuori di lei. Un rivolo di sperma le colò subito lungo la coscia. Sorrise a Clara, un sorriso trionfante, selvaggio.
"Visto, cara?" Disse, la voce di nuovo roca. "Visto cosa significa volerlo davvero?"
Clara non rispose. Stava ancora fissando il fluido che scorreva sulla pelle di sua madre. Il suo viso era un conflitto di emozioni: disgusto, fascinazione, e qualcosa di più scuro, più famelico.
Anna si sedette sul bordo del letto. Mi prese la mano, la sua stretta era calda, sudata. Mi guardò, poi guardò Clara.
"Ora tocca a te, cara."
Le parole caddero nella stanza come un sasso in uno stagno. Clara alzò lo sguardo, gli occhi che si allargavano.
"Cosa?"
Anna si alzò. Era magnifica nella sua nudità sfacciata, potente. Si avvicinò a Clara e le afferrò la mano. La sua presa non era un invito. Era una guida.
"Voglio vedere come lo prendi tu," disse Anna, e la sua voce era pura sfida. "Voglio vedere se mia figlia sa ancora cosa fare con un uomo."
Trascinò Clara verso il letto. Clara non resistette. Si lasciò condurre, i suoi occhi fissi su di me, sul mio cazzo che stava già, incredibilmente, riprendendo forma, indurendosi di nuovo alla vista di mia moglie in quello stato di sottomissione ipnotica.
Anna la fece sedere sul bordo del letto, proprio dove era stata lei. Si chinò, mettendosi allo stesso livello di sua figlia. Le loro facce erano vicine, così simili eppure così diverse: Anna, carnale e sicura; Clara, pallida, tremante.
"Lui ti desidera," sussurrò Anna, una voce confidente e crudele. "Adesso ti desidera in un modo nuovo. Perché ti ha vista guardare. Perché sai il suo segreto. È elettrico, vero Matteo?"
Annuii, senza voce. Era vero. Il desiderio che mi bruciava ora per Clara era diverso, distorto, intriso del tradimento appena consumato e della sua complicità forzata.
Anna allungò una mano e iniziò a slacciare la camicia di Clara, un bottone dopo l’altro. Clara trattenne il respiro, ma non la fermò. Sotto, portava un semplice reggiseno di cotone bianco, sbiadito. Anna lo sganciò con un gesto esperto. I seni di Clara erano più piccoli di quelli di sua madre, più alti, con i capezzoli di un rosa pallido che si indurirono immediatamente nell’aria della stanza.
"Bella," mormorò Anna, non come un complimento, ma come una constatazione. Poi affondò la testa e prese un capezzolo tra le labbra.
Clara emise un suono strozzato, una via di mezzo tra un gemito e un singhiozzo. Le sue mani si aggrapparono alle spalle di Anna. La vidi chiudere gli occhi, la bocca socchiusa.
Anna si staccò, lasciando il capezzolo lucido e turgido. "Togliti i pantaloni," ordinò a Clara, tornando a dritta.
Clara, meccanicamente, si alzò e sfilò i jeans e le mutandine. Rimase in piedi nuda davanti a noi, le braccia che cercavano goffamente di coprirsi. Era magra, il suo corpo un contrasto netto con le curve opulente di Anna.
"Non coprirti," disse Anna. "Lui deve vederti. Tutta."
Mi avvicinai. Il profumo di Clara, diverso da quello di Anna, più leggero, più familiare eppure improvvisamente straniero, mi invase le narici. La guardai negli occhi. Vidi paura. Vidi vergogna. Ma sotto, tremante come una fiammella, vidi anche curiosità. Eccitazione.
"Clara," dissi, la mia voce finalmente tornata. "Lo vuoi?"
Lei non rispose con le parole. Abbassò lo sguardo sul mio cazzo, così vicino a lei ora. Poi, lentamente, come muovendosi in un sogno, allungò una mano e lo afferrò.
Fu una scossa elettrica. La sua mano era più fresca, più timida di quella di sua madre. La strinsi, incoraggiandola. Lei iniziò a strofinare, su e giù, guardando il movimento della sua mano su di me come fosse ipnotizzata.
Anna osservava da pochi passi di distanza, le braccia conserte, un’espressione di intensa concentrazione sul viso. Era la regista di questa follia.
"Bacialo," disse Anna, la voce un comando basso.
Clara mi guardò, incerta. Poi, spinta da una forza che non era solo sua, si inginocchiò sul tappeto. La sua bocca si avvicinò alla punta del mio cazzo. Sentii il suo respiro caldo. Poi, la punta della sua lingua, timida, che lambì la fessura.
Un brivido mi percorse la schiena. "Così," mormorai.
Prese coraggio. Aprì la bocca e mi prese dentro. Non era abile come Anna, era goffa, quasi timorosa, ma la novità, il tabù, la resero mille volte più eccitante. Sentivo i suoi denti sfiorarmi, la sua lingua che esplorava. Guardai in basso, vidi i suoi occhi chiusi, le sue guance incavate mentre succhiava.
Anna si avvicinò, si mise in ginocchio accanto a sua figlia. Mi guardava in faccia, studiando ogni mia espressione.
"Ti piace?" Chiese Clara, staccandosi per un secondo, la voce roca, un filo di sperma sulle labbra.
"Gli piace," rispose Anna per me, sorridendo. "Guarda come trema. Adesso vuole di più. Vuole la tua fica."
Anna aiutò Clara ad alzarsi e la fece stendere sul letto, nello stesso punto dove lei era stata scopata poco prima. Clara si sdraiò, le gambe leggermente divaricate. La sua fica era glabra, rasata, diversa da quella folta di Anna. Era già umida, le labbra gonfie e lucide.
Anna mi guardò e fece un cenno con la testa. "Va'. Prendi tua moglie. Falle dimenticare di essere invisibile."
Camminai fino al letto, il mio cazzo che pulsava di bisogno. Mi posizionai tra le sue cosce. La punta trovò subito l’ingresso, caldo e stretto. Guardai Clara negli occhi.
"Mi vuoi?" Le chiesi di nuovo, ma questa volta era una formalità. Lo vedevo nel suo respiro affrettato, nel modo in cui le sue anche si sollevavano per incontrarmi.
"Sì," sussurrò, e fu la prima parola vera, piena di consenso, che mi aveva detto da quando era entrata.
Spinsi.
Entrai in mia moglie con un senso di riconquista perversa. Era più stretta di Anna, diversa. Lei emise un lungo gemito, le dita che si aggrapparono alle lenzuola. Iniziai a muovermi, una lunga, lenta oscillazione dei fianchi, diversa dalla furia con cui avevo preso Anna. Questa era una scopata di possesso, di dimostrazione.
Anna si sedette su una sedia accanto al letto, osservando ogni cosa. I suoi occhi non lasciavano il punto in cui il mio corpo si univa a quello di sua figlia.
"Più forte," disse Clara all’improvviso, la voce piena di una sorpresa selvaggia. "Oh Dio, Matteo, più forte!"
Accelerai. Il letto ricominciò a scricchiolare. Clara alzò le gambe, le avvolse intorno alla mia vita, tirandomi più dentro di lei. I suoi gemiti diventarono più alti, meno trattenuti. Stava guardando sua madre mentre veniva scopata, cercando il suo sguardo, come per una conferma, una benedizione perversa.
Anna sorrideva, annuiva lentamente. Poi si alzò, si avvicinò al letto. Si chinò su Clara e la baciò sulla bocca, un bacio profondo, umido, mentre io continuavo a sbatterle dentro.
"Brava, cara," mormorò Anna contro le sue labbra. "Così. Prendilo tutto. È tuo marito. Senti come ti riempie?"
Clara annuì, incapace di parlare, i suoi occhi che si riempivano di lacrime che non erano di dolore. Il suo corpo iniziò a contrarsi sotto il mio, i muscoli della sua fica che si stringevano in spasmi ritmici.
"Sto venendo," ansimai, sentendo la pressione esplosiva accumularsi di nuovo.
"Vieni su di lei," ordinò Anna, i suoi occhi che brillavano di un fuoco oscuro. "Sul suo ventre. Voglio vederlo."
Mi staccai da Clara appena in tempo. Con pochi colpi di mano frenetici, l’orgasmo mi colpì. Lo sperma schizzò sull’addome piatto di Clara, strisce bianche e calde sulla sua pelle pallida. Gemetti, il corpo scosso dalle contrazioni.
Clara guardò lo sperma che le colava sui fianchi. Poi alzò lo sguardo su sua madre. E sorrise. Un sorriso stanco, distorto, ma vero.
Anna tornò a sedersi sulla sedia, soddisfatta. La stanza era piena del nostro odore, del suono del nostro respiro. Il triangolo si era chiuso. Niente sarebbe stato più come prima.
BUONA LETTURA
Il telefono di mia suocera era appena stato fatto fuori da un ragazzo in scooter. Lei, Anna, era ancora fuori di sé, tremante contro il paraurti della mia station wagon grigia, mentre io cercavo di calmarla con parole che non ascoltava.
"Matteo, in quel telefono c’erano tutti i contatti, le foto... Mia nipote appena nata," ripeteva, le mani che stringevano il bordo della portiera come un salvagente. La sua voce era rotta, ma anche così, piena, calda. Niente a che vedere con il filo di voce di mia moglie, Clara.
E qui stavo io, a guardarla. Non la disperazione, ma il modo in cui il suo cappotto di lana beige si apriva, rivelando la scollatura di una maglia di seta color vino. Il respiro che le sollevava il petto, generoso, reale. Clara era tutta angoli, Anna era tutta curve. Era una cavalla, davvero. Una puledra di razza che il tempo aveva solo reso più potente, con fianchi larghi che promettevano una stabilità che nella mia vita coniugale non esisteva.
"Anna," dissi, posando una mano sulla sua spalla. Sentii il calore attraverso la lana. "Non serve a niente stare qui al freddo. Sali in macchina, ti porto a casa."
Lei annuì, un cenno meccanico, e scivolò sul sedile del passeggero. L'aria dentro l'auto era ancora tiepida, impregnata del mio caffè del mattino e del suo profumo, qualcosa di floreale ma con un fondo speziato, come il legno di sandalo. Chiudemmo le portiere e il mondo fuori scomparve. Restarono solo il ronzio del motore al minimo, il nostro respiro, e la tensione che da mesi, forse anni, si arrotolava nello stomaco come un serpente a sonagli.
Lei fissava il parabrezza, le lacrime finalmente silenziose che le solcavano il trucco leggero. "Sono una stupida," sussurrò.
"Non sei stupida," risposi. La mia mano era ancora sulla sua spalla. La feci scivolare, lentamente, lungo la schiena. Un gesto che poteva essere di conforto. Che poteva essere di altro. Lei trattenne il respiro.
Poi si girò a guardarmi. I suoi occhi, castani come il miele, erano lucidi, ma non più di paura. C’era qualcos'altro. Una domanda. Una sfida. La stessa che avevo visto tante volte durante le cene, quando il suo piede, per caso, sfiorava il mio sotto il tavolo.
Non ci fu un bacio. Ci fu una resa. Un’espirazione lunga, e poi la sua mano sulla mia nuca, le dita che si intrecciarono nei miei capelli e mi tirarono verso di lei. La sua bocca fu calda, salata per le lacrime, disperata e vorace. Un gemito le uscì dalla gola, un suono basso e roco che non le avevo mai sentito fare.
"Matteo," mormorò contro le mie labbra. "Da quanto tempo..."
Non finì la frase. Le mie mani erano già sul suo cappotto, lo sbottonai, lo feci scivolare via. La maglia di seta si rivelò per quello che era: un velo su un corpo magnifico. Le presi un seno attraverso la stoffa, pieno, pesante, il capezzolo già duro sotto il mio palmo. Lei inarcò la schiena contro il sedile, offrendosi.
"Qui," ansimò. "Fallo qui. Prima che torni la ragione."
Fu una lotta goffa e urgente. Abbassai il suo sedile all'indietro con una manovra. I nostri corpi si contorsero nello spazio angusto. Io mi liberai della giacca e della cintura. Lei sfilò i leggings neri e le mutandine di pizzo con movimenti impazienti, senza pudore. La vidi, allora, distesa sul velluto blu del sedile. La sua fica era protetta da un cespuglio di peli scuri, ben curati, già luccicanti di bagnato. L'odore di lei mi investì, muschiato, dolce, primordiale. Un profumo di donna vera, non imbottigliato.
Mi inginocchiai sul pavimento dell'auto, la testa tra le sue cosce. Lei emise un grido soffocato quando la mia lingua toccò il suo clitoride, già gonfio e teso. La leccai, la succhiai, sentendo il sapore intenso del suo desidero scorrermi in gola. Le sue mani si aggrappavano ai capelli, spingendomi più a fondo, guidandomi con una forza che non mi aspettavo. "Così," gemeva. "Proprio lì, sì. Non smettere."
La portai al limite, sentendo il suo corpo irrigidirsi, i muscoli delle cosce che tremavano ai lati della mia testa. Poi venne, con un urlo strozzato che diventò un singhiozzo, il suo succo che mi inondava la bocca. Rimase lì, a respirare affannosamente, gli occhi chiusi.
Ma non era finita. Lo sguardo che mi lanciò quando risalii era di pura fame. "Adesso," ordinò, voce roca. "Voglio sentirti. Tutto."
Mi slacciai i pantaloni, tirando fuori il cazzo, che era durissimo, pronto a scoppiare. Lei lo afferrò con una mano, senza esitazione, massaggiandomi la base con una presa sicura mentre con l'altra si apriva ancora. Non ci fu nessuna delicatezza, nessuna lentezza cerimoniale. Ci fu bisogno. Un bisogno fisico, grezzo, che bruciava.
La puntai contro la sua fica bagnatissima e spinsi. Entrai in un caldo abbraccio di carne che mi fece gemere a mia volta. Era stretto, incredibilmente caldo, e mi accoglieva con una pressione perfetta. Lei gridò, un suono di piacere e di conquista.
"Sei enorme," ansimò, le unghie che mi scavavano la schiena attraverso la camicia. "Dio, Matteo, finalmente."
Iniziai a muovermi. Il ritmo fu subito brutale, dettato dallo spazio limitato, dall'urgenza, dal peso di tutti gli sguardi rubati, di tutti i desideri repressi. L'auto oscillava leggermente. I vetri si appannarono. Il suono era quello della nostra pelle che si scontrava, umida, veloce, del suo gemito continuo e del mio respiro affannoso.
Lei alzò le gambe, me le appoggiò sulle spalle, offrendomi una penetrazione ancora più profonda. "Sfondami," sussurrò, e non era una metafora. Era una richiesta. "Fatti sentire. Non importa niente, adesso."
E io lo feci. La scopai con tutta la forza che avevo, ogni spinta un atto di sfogo, di rivendicazione. Guardavo il suo viso contorcersi in estasi, i suoi seni che rimbalzavano al ritmo dei miei colpi. Pensai a Clara, magra, distante, e poi scacciai il pensiero. Questo non era suo. Questo era mio. Questo corpo caldo, esigente, che mi stringeva e mi urlava di più, era la mia rivolta.
"Sono... sto per venire," ansimò lei, le dita che si conficcavano nelle mie braccia.
"Vieni," le ordinai io, accelerando. "Vieni pure sul mio cazzo. È qui solo per te."
Il suo orgasmo la colse come un'onda elettrica. Il suo corpo si inarcò, bloccandosi, e un fiotto caldo mi inondò l'asta mentre lei urlava, una serie di gemiti rotti, animaleschi. La vista fu troppo. Sentii il nodo alla base del cazzo sciogliersi, un brivido che mi salì dalla schiena al cranio.
"Ti riempio la fica," grugnii, e spinsi una volta, due, tre volte più a fondo, prima di esplodere dentro di lei. Fu una scarica lunga, violenta, che mi lasciò senza fiato, le tempie che pulsavano. Rimanemmo uniti, ansimanti, mentre il mio seme caldo si mescolava a tutto il resto dentro di lei.
Il silenzio che seguì fu rotto solo dal nostro respiro affannoso e dal ticchettio del motore. Lei abbassò lentamente le gambe, io mi lasciai scivolare accanto a lei sul sedile, il cazzo ancora semi-dentro, flaccido e soddisfatto.
Anna girò la testa verso di me. Il trucco era sparito, i capelli erano un disastro. Sembrava più giovane, eppure più autentica di quanto l'avessi mai vista.
"Clara stasera lavora fino a tardi," disse, la voce un po' rauca. Non era una domanda. Era un dato di fatto.
Io guardai il vapore sui vetri, la nostra prigione temporanea e perfetta. "Sì," risposi. "Fino a tardi."
Il giorno dopo, il mio telefono vibrò sul tavolo della cucina mentre facevo colazione. Clara era già uscita, un’ombra silenziosa tra i mobili di casa nostra. Il nome sullo schermo mi fece sobbalzare il cuore in gola: Anna.
Aprii il messaggio. Non c’era saluto, né preambolo. Solo un indirizzo, il nome di un motel sulla tangenziale, e un orario: “14:30. Stanza 12. Chiave sotto lo zerbino.”
Seguiva una seconda riga: “Più comodi della macchina.”
Il sangue mi corse tutto verso il basso, un brivido immediato e vergognoso di eccitazione. Guardai l’orologio. Mancavano tre ore. Tre ore per pensare, per tornare in me, per dire di no. Ma il ricordo del suo corpo che si stringeva al mio, del suo odore sulla mia lingua, del suo seme caldo che mi era colato tra le cosce mentre tornavo a casa, era più forte di qualsiasi ragione.
Arrivai con venti minuti di anticipo. Il motel era un cubo di cemento anonimo, con un’insegna al neon spenta anche di giorno. Parcheggiai dietro l’edificio, lontano dalla strada. La chiave era dove aveva detto. La stanza 12 era al piano terra, in fondo a un corridoio che odorava di disinfettante e muffa.
Aprii. La stanza era esattamente quello che mi aspettavo: un letto matrimoniale con una coperta sintetica stinta, un televisore a schermo piatto inchiodato al muro, una moquette marrone consumata. Ma l’aria non era vuota. Sentii il profumo prima di vederla. Quel profumo muschiato, il suo.
Anna era in piedi vicino alla finestra, le tende di nylon parzialmente chiuse. Indossava un vestito semplice, di lino chiaro, che le cadeva morbidamente sulle curve. Sembrava calma, ma i suoi occhi mi scrutarono con un’intensità che spazzò via ogni residuo di imbarazzo.
“Puntuale,” disse, senza sorridere.
“Hai detto più comodi,” risposi, chiudendo la porta a chiave. Il click fu definitivo.
“La macchina aveva il suo fascino,” ammise, avvicinandosi. “Ma qui possiamo prenderci il nostro tempo.”
La distanza tra noi si ridusse a zero. Non ci furono baci preliminari, né parole. Le mie mani andarono dritte alla cerniera laterale del suo vestito. La abbassai. Il tessuto scivolò a terra, rivelando che sotto non aveva niente. Niente reggiseno, niente mutandine. Solo la sua pelle dorata, i seni pieni e pesanti, il cespuglio scuro di peli pubici che già conoscevo.
Un gemito mi sfuggì. Era ancora più bella alla luce grigia del neon. La afferrai per i fianchi e la spinsi verso il letto. Lei cadde all’indietro, le gambe che si aprivano in un invito senza vergogna. Mi spogliai in fretta, i vestiti che finivano in un mucchio sul pavimento. Il mio cazzo era già duro, dolorosamente teso, e pulsava quando mi inginocchiai tra le sue cosce.
La sua fica era già bagnata. La lucentezza tra le pieghe mi fece impazzire. Chinai la testa e le passai la lingua sul clitoride, un lungo, lento striscio che la fece contorcere.
“Sì,” sibilò. “Così. Fammelo ricordare.”
La leccai con ferocia, succhiando, premendo, mentre le sue mani si aggrappavano alle lenzuola. Sentii il suo sapore, più intenso del giorno prima, come se si fosse già eccitata aspettandomi. Il suo respiro diventò affannoso, i fianchi che spingevano incontro alla mia bocca. Stava per venire, lo sentivo nei tremori delle sue cosce.
Poi, dall’angolo dell’occhio, vidi un movimento.
La porta del bagno, che avevo dato per chiusa, era socchiusa. E nell’apertura, in piedi, immobile, c’era Clara.
Mia moglie. Magra, con il suo cardigan beige, i capelli raccolti in una coda stanca. Il suo viso era una maschera di pietra. Mi guardava. Guardava sua madre, distesa sul letto con le gambe spalancate, mentre io le leccavo la fica con devozione.
Mi bloccai. La lingua mi si seccò in bocca. Anna, sentendo la mia pausa, aprì gli occhi. Seguì il mio sguardo. Vidi un lampo di qualcosa nei suoi occhi: non sorpresa, non paura. Soddisfazione.
“Clara,” disse Anna, la voce stranamente calma, roca per l’eccitazione. “Finalmente ti unisci a noi.”
Io rimasi in ginocchio, nudo, il cuore che mi martellava contro le costole. Clara uscì dal bagno. Non sembrava arrabbiata. Non sembrava niente. Si avvicinò al letto, i suoi passi silenziosi sulla moquette.
“Mamma mi ha chiamata ieri sera,” disse Clara, guardando me. La sua voce era piatta, monotona. “Mi ha detto tutto. Del furto. Di quello che è successo dopo.”
“Clara, io…” provai a parlare, ma le parole morirono.
“Non dire niente, Matteo,” interruppe Anna, sollevandosi sui gomiti. Il suo seno oscillò. “Clara sa. E ha una proposta.”
Clara si fermò accanto al letto. I suoi occhi scesero sul mio cazzo, ancora lucido della saliva e del succo di sua madre. Poi guardò il viso di Anna.
“Sono stanca,” disse Clara, e per la prima volta nella sua voce sentii un’emozione: una stanchezza profonda, corrosiva. “Stanca di fingere che vada tutto bene. Stanca di sentirmi… invisibile. Mamma mi ha detto che tu la desideravi. Che la fai sentire viva.” Fece una pausa. “Voglio vedere.”
“Cosa?” Riuscii a dire, la voce un rantolo.
“Voglio vedere come fai l’amore,” disse Clara, e ora c’era un filo di curiosità macabra, di bisogno malato nelle sue parole. “Con lei. Voglio vedere cosa ti manca con me.”
Anna sorrise, un sorriso lento, carnale. Allungò una mano verso di me, mi afferrò il cazzo. Lo strinse, facendomi sobbalzare.
“Allora guarda, cara,” disse Anna a sua figlia. “Guarda come il tuo uomo sa scopare una donna che lo vuole davvero.”
E poi, tenendomi lo sguardo, mi tirò verso di lei. “Continua, Matteo. Adesso che abbiamo un pubblico.”
L’imbarazzo, lo shock, si trasformarono in qualcos’altro sotto le dita di Anna e lo sguardo fisso di Clara. Una perversione più profonda, più oscura. Un’eccitazione che mi bruciò le vene. Clara voleva guardare. Sua madre voleva essere guardata.
Con un grugnito, riabbassai la testa tra le cosce di Anna. Questa volta non ci furono preliminari. Affondai la bocca su di lei, leccandola, succhiandola con un’urgenza rinnovata, sapendo che mia moglie vedeva ogni mio movimento, sentiva ogni gemito che strappavo a sua madre.
Anna urlò, una cosa lunga e roca, le dita che si conficcarono nei miei capelli. “Sì! Così! Clara, guarda! Guarda come mi divora!”
Spostai lo sguardo. Clara era rimasta in piedi, le braccia conserte. Il suo viso era ancora impassibile, ma le sue guance erano arrossate. E i suoi occhi… i suoi occhi erano fissi sul punto in cui la mia faccia spariva tra le cosce di sua madre.
Anna, vedendo lo sguardo di Clara, si divincolò. “Basta leccare. Adesso voglio il cazzo. Voglio che me lo metta davanti a lei.”
Mi alzai, tremante. Il mio cazzo era una verga di marmo, la punta violacea e gocciolante. Anna si girò, si mise a quattro zampe sul letto, presentandomi il suo culo e la sua fica da dietro. Era un’offerta oscena, magnifica. Si guardò alle spalle, gli occhi su Clara.
“Ecco, Clara. Ecco come mi prende.”
Non resistetti. Mi posizionai dietro di lei, la punta del cazzo che premeva contro la sua fica bagnatissima. Con uno spintone solo, entrai. Entrai nella stretta, nel caldo umido che mi conosceva già. Un gemito profondo mi strappò dal petto.
Anna gridò, la testa che cadeva in avanti. “Dio! Sì! Più forte!”
Iniziai a scoparla. Uno scatto brutale dei fianchi dopo l’altro. Il letto scricchiolava, battendo contro il muro. Il suono della nostra carne che si scontrava riempiva la stanza, umido, schiaffeggiante. Guardavo Clara. Lei guardava il mio cazzo che spariva e riemergeva dal corpo di sua madre, lucido, violento.
“Parla, Clara!” Ansimò Anna, sbattendo il culo contro di me. “Dimmi cosa vedi!”
Clara aprì la bocca. La sua voce era un sussurro roco. “Vedo… vedo tuo marito che ti sfonda. Vedo che gli piace.”
“Gli piace perché io so come prenderlo!” Urlò Anna. “Perché non mi trattengo! Senti come gemo? Senti come lo voglio tutto?”
Spingevo, spingevo, la follia del momento che mi dava una forza disumana. La vista di Clara, immobile e voyeur, di Anna, che si offriva con un abbandono totale, era la cosa più eccitante che avessi mai vissuto. Sentii il crampo dell’orgasmo avvicinarsi, un fuoco alla base della schiena.
Anna lo sentì. “Sta per venire!” Gridò a Clara. “Vieni qui! Vieni più vicino! Voglio che senta il tuo respiro quando mi riempie!”
Clara, come ipnotizzata, fece un passo avanti. Poi un altro. Fino a stare a un metro dal letto. Potevo sentire il profumo del suo shampoo, vedere le piccole vene sulle sue palpebre.
“Adesso, Matteo!” Ringhiò Anna. “Vieni dentro di me! Falle vedere cosa fai alla sua mamma!”
Quello fu il colpo di grazia. Con un ruggito, l’affondai fino all’osso e esplosi. Lo sperma uscì a fiotti, caldo, inesperto, pompando dentro di lei mentre lei stringeva e spasimava intorno a me. Rimanemmo uniti così, io curvo su di lei, lei con la faccia sul materasso, entrambi ansimanti, mentre l’ultima ondata di piacere mi attraversava.
Il silenzio che seguì fu rotto solo dal nostro respiro affannoso. Poi Anna si girò lentamente, facendomi scivolare fuori di lei. Un rivolo di sperma le colò subito lungo la coscia. Sorrise a Clara, un sorriso trionfante, selvaggio.
"Visto, cara?" Disse, la voce di nuovo roca. "Visto cosa significa volerlo davvero?"
Clara non rispose. Stava ancora fissando il fluido che scorreva sulla pelle di sua madre. Il suo viso era un conflitto di emozioni: disgusto, fascinazione, e qualcosa di più scuro, più famelico.
Anna si sedette sul bordo del letto. Mi prese la mano, la sua stretta era calda, sudata. Mi guardò, poi guardò Clara.
"Ora tocca a te, cara."
Le parole caddero nella stanza come un sasso in uno stagno. Clara alzò lo sguardo, gli occhi che si allargavano.
"Cosa?"
Anna si alzò. Era magnifica nella sua nudità sfacciata, potente. Si avvicinò a Clara e le afferrò la mano. La sua presa non era un invito. Era una guida.
"Voglio vedere come lo prendi tu," disse Anna, e la sua voce era pura sfida. "Voglio vedere se mia figlia sa ancora cosa fare con un uomo."
Trascinò Clara verso il letto. Clara non resistette. Si lasciò condurre, i suoi occhi fissi su di me, sul mio cazzo che stava già, incredibilmente, riprendendo forma, indurendosi di nuovo alla vista di mia moglie in quello stato di sottomissione ipnotica.
Anna la fece sedere sul bordo del letto, proprio dove era stata lei. Si chinò, mettendosi allo stesso livello di sua figlia. Le loro facce erano vicine, così simili eppure così diverse: Anna, carnale e sicura; Clara, pallida, tremante.
"Lui ti desidera," sussurrò Anna, una voce confidente e crudele. "Adesso ti desidera in un modo nuovo. Perché ti ha vista guardare. Perché sai il suo segreto. È elettrico, vero Matteo?"
Annuii, senza voce. Era vero. Il desiderio che mi bruciava ora per Clara era diverso, distorto, intriso del tradimento appena consumato e della sua complicità forzata.
Anna allungò una mano e iniziò a slacciare la camicia di Clara, un bottone dopo l’altro. Clara trattenne il respiro, ma non la fermò. Sotto, portava un semplice reggiseno di cotone bianco, sbiadito. Anna lo sganciò con un gesto esperto. I seni di Clara erano più piccoli di quelli di sua madre, più alti, con i capezzoli di un rosa pallido che si indurirono immediatamente nell’aria della stanza.
"Bella," mormorò Anna, non come un complimento, ma come una constatazione. Poi affondò la testa e prese un capezzolo tra le labbra.
Clara emise un suono strozzato, una via di mezzo tra un gemito e un singhiozzo. Le sue mani si aggrapparono alle spalle di Anna. La vidi chiudere gli occhi, la bocca socchiusa.
Anna si staccò, lasciando il capezzolo lucido e turgido. "Togliti i pantaloni," ordinò a Clara, tornando a dritta.
Clara, meccanicamente, si alzò e sfilò i jeans e le mutandine. Rimase in piedi nuda davanti a noi, le braccia che cercavano goffamente di coprirsi. Era magra, il suo corpo un contrasto netto con le curve opulente di Anna.
"Non coprirti," disse Anna. "Lui deve vederti. Tutta."
Mi avvicinai. Il profumo di Clara, diverso da quello di Anna, più leggero, più familiare eppure improvvisamente straniero, mi invase le narici. La guardai negli occhi. Vidi paura. Vidi vergogna. Ma sotto, tremante come una fiammella, vidi anche curiosità. Eccitazione.
"Clara," dissi, la mia voce finalmente tornata. "Lo vuoi?"
Lei non rispose con le parole. Abbassò lo sguardo sul mio cazzo, così vicino a lei ora. Poi, lentamente, come muovendosi in un sogno, allungò una mano e lo afferrò.
Fu una scossa elettrica. La sua mano era più fresca, più timida di quella di sua madre. La strinsi, incoraggiandola. Lei iniziò a strofinare, su e giù, guardando il movimento della sua mano su di me come fosse ipnotizzata.
Anna osservava da pochi passi di distanza, le braccia conserte, un’espressione di intensa concentrazione sul viso. Era la regista di questa follia.
"Bacialo," disse Anna, la voce un comando basso.
Clara mi guardò, incerta. Poi, spinta da una forza che non era solo sua, si inginocchiò sul tappeto. La sua bocca si avvicinò alla punta del mio cazzo. Sentii il suo respiro caldo. Poi, la punta della sua lingua, timida, che lambì la fessura.
Un brivido mi percorse la schiena. "Così," mormorai.
Prese coraggio. Aprì la bocca e mi prese dentro. Non era abile come Anna, era goffa, quasi timorosa, ma la novità, il tabù, la resero mille volte più eccitante. Sentivo i suoi denti sfiorarmi, la sua lingua che esplorava. Guardai in basso, vidi i suoi occhi chiusi, le sue guance incavate mentre succhiava.
Anna si avvicinò, si mise in ginocchio accanto a sua figlia. Mi guardava in faccia, studiando ogni mia espressione.
"Ti piace?" Chiese Clara, staccandosi per un secondo, la voce roca, un filo di sperma sulle labbra.
"Gli piace," rispose Anna per me, sorridendo. "Guarda come trema. Adesso vuole di più. Vuole la tua fica."
Anna aiutò Clara ad alzarsi e la fece stendere sul letto, nello stesso punto dove lei era stata scopata poco prima. Clara si sdraiò, le gambe leggermente divaricate. La sua fica era glabra, rasata, diversa da quella folta di Anna. Era già umida, le labbra gonfie e lucide.
Anna mi guardò e fece un cenno con la testa. "Va'. Prendi tua moglie. Falle dimenticare di essere invisibile."
Camminai fino al letto, il mio cazzo che pulsava di bisogno. Mi posizionai tra le sue cosce. La punta trovò subito l’ingresso, caldo e stretto. Guardai Clara negli occhi.
"Mi vuoi?" Le chiesi di nuovo, ma questa volta era una formalità. Lo vedevo nel suo respiro affrettato, nel modo in cui le sue anche si sollevavano per incontrarmi.
"Sì," sussurrò, e fu la prima parola vera, piena di consenso, che mi aveva detto da quando era entrata.
Spinsi.
Entrai in mia moglie con un senso di riconquista perversa. Era più stretta di Anna, diversa. Lei emise un lungo gemito, le dita che si aggrapparono alle lenzuola. Iniziai a muovermi, una lunga, lenta oscillazione dei fianchi, diversa dalla furia con cui avevo preso Anna. Questa era una scopata di possesso, di dimostrazione.
Anna si sedette su una sedia accanto al letto, osservando ogni cosa. I suoi occhi non lasciavano il punto in cui il mio corpo si univa a quello di sua figlia.
"Più forte," disse Clara all’improvviso, la voce piena di una sorpresa selvaggia. "Oh Dio, Matteo, più forte!"
Accelerai. Il letto ricominciò a scricchiolare. Clara alzò le gambe, le avvolse intorno alla mia vita, tirandomi più dentro di lei. I suoi gemiti diventarono più alti, meno trattenuti. Stava guardando sua madre mentre veniva scopata, cercando il suo sguardo, come per una conferma, una benedizione perversa.
Anna sorrideva, annuiva lentamente. Poi si alzò, si avvicinò al letto. Si chinò su Clara e la baciò sulla bocca, un bacio profondo, umido, mentre io continuavo a sbatterle dentro.
"Brava, cara," mormorò Anna contro le sue labbra. "Così. Prendilo tutto. È tuo marito. Senti come ti riempie?"
Clara annuì, incapace di parlare, i suoi occhi che si riempivano di lacrime che non erano di dolore. Il suo corpo iniziò a contrarsi sotto il mio, i muscoli della sua fica che si stringevano in spasmi ritmici.
"Sto venendo," ansimai, sentendo la pressione esplosiva accumularsi di nuovo.
"Vieni su di lei," ordinò Anna, i suoi occhi che brillavano di un fuoco oscuro. "Sul suo ventre. Voglio vederlo."
Mi staccai da Clara appena in tempo. Con pochi colpi di mano frenetici, l’orgasmo mi colpì. Lo sperma schizzò sull’addome piatto di Clara, strisce bianche e calde sulla sua pelle pallida. Gemetti, il corpo scosso dalle contrazioni.
Clara guardò lo sperma che le colava sui fianchi. Poi alzò lo sguardo su sua madre. E sorrise. Un sorriso stanco, distorto, ma vero.
Anna tornò a sedersi sulla sedia, soddisfatta. La stanza era piena del nostro odore, del suono del nostro respiro. Il triangolo si era chiuso. Niente sarebbe stato più come prima.
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