Le mutande sporche di mamma
scritto il 2026-10-19 tempo di lettura 12 min
di
Nicola Pavelli
genere
incesti
cura
A
Scrivo racconti erotici personalizzati su commissione. Se interessati/e, scrivetemi sul mio indirizzo e-mail: nicola.pavelli@gmail.com
BUONA LETTURA
Davide aveva trentacinque anni e un segreto che gli pesava come un macigno nello stomaco ogni volta che saliva le scale verso la camera dei suoi genitori. Suo padre era morto cinque anni prima, sua madre, Clara, viveva ancora nella grande casa di periferia e lui, dopo il fallimento del piccolo negozio e della relazione, era tornato a casa. Un fallito, si diceva spesso. Ma non era questo il segreto più vergognoso.
Era il cassetto in alto a sinistra del comò di sua madre. Quello delle mutande. Lino, cotone, a volte delicati pizzi. E il loro odore. Non era l'odore del detersivo, era *il suo* odore. Un misto di pulito, di pelle, di qualcosa di profondamente femminile e familiare che lo faceva impazzire. Lo faceva eccitare in un modo distorto e colpevole che lo riempiva di disgusto immediatamente dopo.
Quel pomeriggio, sapendo che Clara era uscita per la spesa settimanale, aveva ceduto. La tensione era insopportabile. Salì le scale a piedi nudi, il cuore che gli batteva forte nelle orecchie. La porta della camera era socchiusa. Entrò, l'aria era ferma, profumata del suo talco. Aprì il cassetto con mani che tremavano leggermente. Il tessuto fresco gli sfiorò le dita. Ne prese un paio semplice, di cotone bianco. Li portò al viso e inspirò profondamente, chiudendo gli occhi. Il mondo esterno scomparve. Il suo cazzo, già semierezione dentro ai boxer, si indurì completamente, dolorosamente.
Non sentì i passi silenziosi sulle scale, né la porta che si apriva del tutto.
"Davide."
La voce di sua madre non era arrabbiata. Era calma. Piatta. Conosceva quella tonalità: era la voce che usava quando aveva già preso una decisione.
Lui sussultò, lasciando cadere le mutande come se gli bruciassero. Si voltò, il viso acceso di un rossore vergognoso, incapace di formulare una parola. Clara era sulla soglia. Non sembrava sorpresa. Indossava un vestito leggero estivo, i capelli raccolti in una coda bassa. I suoi occhi scuri passarono dal volto stravolto del figlio alle mutande cadute a terra.
"Quante volte?" chiese, semplicemente.
"Ma... mamma, io... non volevo..." balbettò lui, sentendo le viscere contrarsi.
"Quante volte, Davide?" ripeté, facendo un passo dentro la stanza.
Lui abbassò lo sguardo. "Tante," mormorò, la voce un filo di suono.
Clara annuì, come se avesse ricevuto una conferma a una domanda che si era fatta da tempo. Si avvicinò, si chinò con una fluidità sorprendente per i suoi sessant'anni, raccolse le mutande. Le fece scivolare tra le dita.
"Ti piacciono," disse. Non era una domanda.
Davide non riusciva a guardarla. Sentiva il suo cazzo duro premere contro la stoffa dei pantaloni, una testimonianza muta e oscena della sua colpa. Voleva sparire, dissolversi.
Invece, Clara si avvicinò ancora. Era così vicina che lui poteva sentire il profumo del suo shampoo. "Ti eccitano," sussurrò. "L'odore di tua madre ti fa venire il cazzo duro."
La brutalità di quelle parole, pronunciate con quella voce pacata, lo fece trasalire. Un gemito gli sfuggì, un suono di vergogna e di un'impossibile, terribile ammissione.
"È così, no?" insistette lei, alzando una mano. Non lo colpì. Gli posò le dita sulla guancia, poi le fece scivolare giù, lungo il collo, fino a toccare la tensione evidente nei suoi pantaloni di tela. Davide trattenne il respiro. Il mondo aveva smesso di girare.
"Siediti sul letto," ordinò Clara, la voce che acquistava un timbro diverso, più autoritario.
Lui obbedì, le gambe molli. Si sedette sul bordo del letto matrimoniale, quello che un tempo aveva condiviso con suo padre. Clara rimase in piedi davanti a lui. Lo guardò dritto negli occhi mentre, con gesti lenti e deliberati, iniziava a slacciare la cintura dei suoi pantaloni, poi il bottone, la cerniera.
"Alzati," disse.
Lui si alzò. I pantaloni e i boxer gli caddero insieme alle caviglie. Il suo cazzo era completamente eretto, pulsante, la punta già umida. Si sentiva esposto, vulnerabile, un bambino cattivo in punizione. Ma l'eccitazione era un fiume in piena che spazzava via ogni altro pensiero.
Clara lo studiò per un momento. Poi si sedette lei sul letto, di fronte a lui. In mano aveva ancora le mutande bianche.
"Vieni qui," disse, indicando lo spazio tra le sue ginocchia.
Davide avanzò, il cuore in gola. Lei gli aprì le gambe ed egli vi si parò in mezzo, il suo cazzo a pochi centimetri dal suo viso. L'odore di lei, così vicino, era ancora più intenso, un'ossessione diventata realtà.
Clara non lo toccò subito. Si portò le mutande al viso, inspirò profondamente, tenendole contro il naso per un secondo. Poi, guardandolo negli occhi, avvolse il tessuto di cotone attorno alla mano destra, formando una sorta di guanto morbido.
"Se è questo che vuoi," mormorò, e finalmente gli afferrò il cazzo con la mano avvolta nella sua biancheria.
Un sibilo di piacere strappato uscì dalle labbra di Davide. La sensazione era incredibile. Non era il tocco diretto della sua pelle, ma il tessuto, *il suo* tessuto, quello che conosceva così bene, che ora strizzava e accarezzava la sua asta. Era ruvido e liscio insieme, impregnato del suo profumo, che ora si mescolava al precum che già gli colava dalla fessura.
Clara iniziò a muovere la mano, una presa salda, su e giù. Il cotone strofinava sul glande sensibile, sul frenulo, lungo tutta la lunghezza. Lei guardava il suo cazzo che scompariva e riappariva nell'impugnatura bianca, il suo volto era concentrato, quasi professionale.
"Ti piace?" chiese, aumentando leggermente il ritmo. "Ti piace sentire la mia roba su questo cazzo duro?"
"Si, mamma," gemette lui, la testa che gli ricadeva all'indietro. Le sue mani si aggrappavano alle sue stesse cosce, le unghie che affondavano nella carne. "Dio, si."
"Annusavi le mie mutandine e poi ti facevi le seghe, vero?" Continuò lei, la voce un basso monotono che scandiva ogni parola in tempo con i movimenti della mano. "Pensavi a me mentre lo facevi?"
La domanda era una pugnalata, ma anche una liberazione. "Si," ansimò. "Solo a te."
Un lieve sorriso le increspò le labbra. Accelerò il movimento. La mano avvolta nel cotone si muoveva veloce ora, uno scorrere umido e rumoroso. Il suolo delle mutande bagnate di precum che sfregano sulla pelle era osceno, eppure era la cosa più eccitante che avesse mai provato. Guardò in basso, vide il tessuto bianco che ormai era traslucido, inzuppato, che aderiva perfettamente alla forma del suo cazzo mentre lei lo pompava con vigore.
"Stai per venire?" Chiese Clara, osservando le sue palle che si contraevano, la tensione che invadeva tutto il suo corpo.
"Sto... sto per..." non riuscì a finire la frase. Il piacere si stava coagulando alla base della spina dorsale, un vortice inarrestabile.
"Vieni," ordinò lei, senza fermarsi. "Vieni sulle mutande di tua madre. Sporcale come volevi fare."
Quelle parole furono la goccia che fece traboccare il vaso. Un urlo soffocato gli lacerò la gola mentre il suo corpo era scosso dalle contrazioni. Lo sperma schizzò fuori, caldo e bianco, macchiando il tessuto bianco che lei ancora stringeva attorno al suo cazzo pulsante. Un getto, poi un altro, finendo per colare tra le sue dita e sul pavimento di legno. Clara continuò a strofinarlo delicatamente fino all'ultima spremuta, estraendo ogni singola goccia di piacere colpevole.
Quando finalmente si fermò, il silenzio nella stanza era assordante. Il solo suono era il respiro affannoso di Davide. Lei si liberò lentamente delle mutande, ormai imbrattate, e le lasciò cadere a terra, accanto ai suoi piedi.
Lui vacillò, esausto, svuotato, più confuso che mai. Clara si alzò, gli passò accanto senza toccarlo ulteriormente.
"La prossima volta che ne hai voglia," disse, fermandosi sulla soglia, "vieni da me. Bussare alla mia porta costa meno che frugare nei miei cassetti."
Se ne andò, lasciandolo solo nella stanza, nudo dalla vita in giù, circondato dal profumo di lei e dall'odore acre del suo stesso seme.
Davide rimase immobile, le gambe che tremavano ancora per le scosse dell'orgasmo. Il rumore dei passi di Clara si allontanò lungo il corridoio, poi scomparve dietro la porta della sua stanza. Un silenzio spesso, imbevuto di vergogna e di un residuo di eccitazione, calò su di lui.
Respirava a fatica, l'odore del seme che si mescolava al profumo delle mutande ancora a terra. Guardò in basso. Lì, sul pavimento di legno lucido, il bianco del cotone era macchiato di striature opache, ancora umide. Il suo cazzo, ora molle e sensibile, pendeva tra le sue cosce nude. Una goccia tardiva di sperma colò lungo l'asta e cadde a terra con un lieve toc.
Un brivido lo percorse. Non di freddo, ma di realtà che tornava a schiantarsi contro di lui. Sua madre. Sua madre lo aveva masturbato. Con le sue mutande. E lui aveva goduto come non gli era mai successo, urlando il suo assenso a quella profanazione.
Si chinò, le ginocchia che scricchiolavano. Raccogliere le mutande fu un movimento automatico, come se il suo corpo sapesse già cosa fare mentre la sua mente rifiutava di processarlo. Le sollevò. Erano calde, umide, pesanti del suo stesso seme. L'odore era intenso, una miscela dolceastra di lei e di lui, un ibrido che lo fece rabbrividire di nuovo, ma non di disgusto. Di bisogno.
Portò il tessuto al viso. Chiuse gli occhi. Inspirò profondamente, un ultimo, disperato respiro, cercando di catturare ogni traccia di lei prima che tutto svanisse, prima che la normalità, quella che conosceva, tornasse a reclamare il suo spazio. Era ancora lì, il profumo di Clara, ma ora avvolto, fuso con la sua stessa essenza. Era suo, ora. In un modo che non avrebbe mai potuto immaginare.
Il rumore di una porta che si apriva lo fece sobbalzare. I passi tornavano indietro, leggeri, familiari. Lasciò cadere le braccia, le mutande strette in una mano, mentre si girava verso l'ingresso della stanza.
Clara era sulla soglia. Non era cambiata. Indossava ancora i suoi pantaloni di lino e la camicetta, i capelli raccolti in una coda ordinata. Il suo volto era calmo, quasi impassibile. Guardò lui, nudo dalla vita in giù, ancora tremante, con le mutande sporche in pugno. Poi guardò la macchia sul pavimento.
"Non hai pulito," osservò, semplicemente. La sua voce era piatta, senza rimprovero, solo constatazione.
Davide aprì la bocca ma non uscì alcun suono. Cosa poteva dire? Scusa? Grazie? Le parole si erano seccate insieme alla sua saliva.
Clara entrò nella stanza. Si avvicinò a lui. Lui non si mosse, paralizzato. Lei gli prese le mutande dalla mano, le sue dita che sfiorarono le sue per un attimo. Le esaminò, poi le appallottolò con noncuranza.
"Non si possono più lavare," disse, come se stesse commentando il tempo. Le gettò nel cestino della biancheria sporca accanto all'armadio. Poi si voltò verso di lui. I suoi occhi scorsero il suo corpo nudo, si soffermarono un attimo sul suo cazzo floscio, sulla lucentezza umida che ancora lo ricopriva. "Vestiti."
L'obbedienza tornò automatica. Davide si chinò, raccolse i suoi boxer e i pantaloni di tela, li infilò con movimenti goffi, le dita che non riuscivano a far funzionare bene la cerniera. Sentiva il suo sguardo su di sé, pesante come una mano.
"Vieni in cucina," disse Clara quando ebbe finito. "Ho comprato le pesche. Sono mature."
Se ne andò, lasciandolo di nuovo solo. Davide rimase lì per un altro minuto, a fissare il cestino dove le mutande macchiate erano sparite, nascoste tra lenzuola e asciugamani. Poi seguì il suo ordine.
La cucina era immersa nella luce calda del tardo pomeriggio. Clara era al lavello, sciacquando due pesche dorate e vellutate. L'aria profumava di frutta e del detersivo per i piatti. Una scena ordinaria, domestica. Surreale.
"Sediti," disse lei senza voltarsi.
Davide si sedette al tavolo di legno, lo stesso dove aveva fatto i compiti da bambino. Guardò le sue mani, le unghie pulite, le vene. Cercò di non pensare a dove quelle stesse mani erano state meno di dieci minuti prima, a cosa avevano fatto, a cosa avevano tenuto.
Clara posò un piatto davanti a lui. Su di esso, una pesca tagliata a metà, il nocciolo rimosso, la polpa succosa che luccicava. Ne posò un'altra metà sul suo piatto e si sedette di fronte a lui.
Mangiò un boccone. Il suono era umido, dolce. Davide guardò la sua pesca. La sua gola era stretta.
"Non hai fame?" Chiese Clara, masticando con calma.
"Clara..." iniziò lui, la voce roca. Non riusciva a chiamarla "mamma". Non ora. Non dopo quello che era successo. "Perché... perché hai fatto quello che hai fatto?"
Lei posò la forchetta. I suoi occhi, dello stesso colore nocciola dei suoi, lo fissarono. "Tu volevi quelle mutande. Le volevi così tanto da rischiare che ti scoprissi. Ti ho dato quello che volevi."
"Ma... sei mia madre."
"E tu sei mio figlio," rispose lei, come se stesse chiarendo un fatto ovvio. "Di trentacinque anni. Con un cazzo. E un desiderio." Prese un altro boccone. "È più semplice di quello che pensi, Davide. O lo nascondi e continui a frugare nei cassetti come un ladro, oppure lo fai alla luce del sole. Io ho scelto la luce del sole."
Davide fissò la polpa della pesca. Un succo ambrato colava sul piatto bianco. "E adesso?"
"Adesso mangi la tua pesca," disse Clara. Finì la sua, pulendosi le labbra con un tovagliolo di carta. Poi si alzò, prese il suo piatto vuoto e lo portò al lavello. Si voltò, appoggiandosi al bancone. Lo guardò. "E quando avrai di nuovo quel desiderio, verrai alla mia porta. E busserai. Non è complicato."
Lui alla fine prese la forchetta, infilzò un pezzo di pesca. Il sapore era dolcissimo, quasi troppo. Lo masticò, lo ingoiò. Era vero. Non era complicato. Era mostruosamente semplice.
Clara sorrise, un sorriso piccolo, appena accennato. "Vedi?" disse. "Tutto a posto."
Ma nulla era a posto. E forse, capì Davide mentre un altro brivido di anticipazione gli percorreva la schiena, forse non doveva esserlo.
BUONA LETTURA
Davide aveva trentacinque anni e un segreto che gli pesava come un macigno nello stomaco ogni volta che saliva le scale verso la camera dei suoi genitori. Suo padre era morto cinque anni prima, sua madre, Clara, viveva ancora nella grande casa di periferia e lui, dopo il fallimento del piccolo negozio e della relazione, era tornato a casa. Un fallito, si diceva spesso. Ma non era questo il segreto più vergognoso.
Era il cassetto in alto a sinistra del comò di sua madre. Quello delle mutande. Lino, cotone, a volte delicati pizzi. E il loro odore. Non era l'odore del detersivo, era *il suo* odore. Un misto di pulito, di pelle, di qualcosa di profondamente femminile e familiare che lo faceva impazzire. Lo faceva eccitare in un modo distorto e colpevole che lo riempiva di disgusto immediatamente dopo.
Quel pomeriggio, sapendo che Clara era uscita per la spesa settimanale, aveva ceduto. La tensione era insopportabile. Salì le scale a piedi nudi, il cuore che gli batteva forte nelle orecchie. La porta della camera era socchiusa. Entrò, l'aria era ferma, profumata del suo talco. Aprì il cassetto con mani che tremavano leggermente. Il tessuto fresco gli sfiorò le dita. Ne prese un paio semplice, di cotone bianco. Li portò al viso e inspirò profondamente, chiudendo gli occhi. Il mondo esterno scomparve. Il suo cazzo, già semierezione dentro ai boxer, si indurì completamente, dolorosamente.
Non sentì i passi silenziosi sulle scale, né la porta che si apriva del tutto.
"Davide."
La voce di sua madre non era arrabbiata. Era calma. Piatta. Conosceva quella tonalità: era la voce che usava quando aveva già preso una decisione.
Lui sussultò, lasciando cadere le mutande come se gli bruciassero. Si voltò, il viso acceso di un rossore vergognoso, incapace di formulare una parola. Clara era sulla soglia. Non sembrava sorpresa. Indossava un vestito leggero estivo, i capelli raccolti in una coda bassa. I suoi occhi scuri passarono dal volto stravolto del figlio alle mutande cadute a terra.
"Quante volte?" chiese, semplicemente.
"Ma... mamma, io... non volevo..." balbettò lui, sentendo le viscere contrarsi.
"Quante volte, Davide?" ripeté, facendo un passo dentro la stanza.
Lui abbassò lo sguardo. "Tante," mormorò, la voce un filo di suono.
Clara annuì, come se avesse ricevuto una conferma a una domanda che si era fatta da tempo. Si avvicinò, si chinò con una fluidità sorprendente per i suoi sessant'anni, raccolse le mutande. Le fece scivolare tra le dita.
"Ti piacciono," disse. Non era una domanda.
Davide non riusciva a guardarla. Sentiva il suo cazzo duro premere contro la stoffa dei pantaloni, una testimonianza muta e oscena della sua colpa. Voleva sparire, dissolversi.
Invece, Clara si avvicinò ancora. Era così vicina che lui poteva sentire il profumo del suo shampoo. "Ti eccitano," sussurrò. "L'odore di tua madre ti fa venire il cazzo duro."
La brutalità di quelle parole, pronunciate con quella voce pacata, lo fece trasalire. Un gemito gli sfuggì, un suono di vergogna e di un'impossibile, terribile ammissione.
"È così, no?" insistette lei, alzando una mano. Non lo colpì. Gli posò le dita sulla guancia, poi le fece scivolare giù, lungo il collo, fino a toccare la tensione evidente nei suoi pantaloni di tela. Davide trattenne il respiro. Il mondo aveva smesso di girare.
"Siediti sul letto," ordinò Clara, la voce che acquistava un timbro diverso, più autoritario.
Lui obbedì, le gambe molli. Si sedette sul bordo del letto matrimoniale, quello che un tempo aveva condiviso con suo padre. Clara rimase in piedi davanti a lui. Lo guardò dritto negli occhi mentre, con gesti lenti e deliberati, iniziava a slacciare la cintura dei suoi pantaloni, poi il bottone, la cerniera.
"Alzati," disse.
Lui si alzò. I pantaloni e i boxer gli caddero insieme alle caviglie. Il suo cazzo era completamente eretto, pulsante, la punta già umida. Si sentiva esposto, vulnerabile, un bambino cattivo in punizione. Ma l'eccitazione era un fiume in piena che spazzava via ogni altro pensiero.
Clara lo studiò per un momento. Poi si sedette lei sul letto, di fronte a lui. In mano aveva ancora le mutande bianche.
"Vieni qui," disse, indicando lo spazio tra le sue ginocchia.
Davide avanzò, il cuore in gola. Lei gli aprì le gambe ed egli vi si parò in mezzo, il suo cazzo a pochi centimetri dal suo viso. L'odore di lei, così vicino, era ancora più intenso, un'ossessione diventata realtà.
Clara non lo toccò subito. Si portò le mutande al viso, inspirò profondamente, tenendole contro il naso per un secondo. Poi, guardandolo negli occhi, avvolse il tessuto di cotone attorno alla mano destra, formando una sorta di guanto morbido.
"Se è questo che vuoi," mormorò, e finalmente gli afferrò il cazzo con la mano avvolta nella sua biancheria.
Un sibilo di piacere strappato uscì dalle labbra di Davide. La sensazione era incredibile. Non era il tocco diretto della sua pelle, ma il tessuto, *il suo* tessuto, quello che conosceva così bene, che ora strizzava e accarezzava la sua asta. Era ruvido e liscio insieme, impregnato del suo profumo, che ora si mescolava al precum che già gli colava dalla fessura.
Clara iniziò a muovere la mano, una presa salda, su e giù. Il cotone strofinava sul glande sensibile, sul frenulo, lungo tutta la lunghezza. Lei guardava il suo cazzo che scompariva e riappariva nell'impugnatura bianca, il suo volto era concentrato, quasi professionale.
"Ti piace?" chiese, aumentando leggermente il ritmo. "Ti piace sentire la mia roba su questo cazzo duro?"
"Si, mamma," gemette lui, la testa che gli ricadeva all'indietro. Le sue mani si aggrappavano alle sue stesse cosce, le unghie che affondavano nella carne. "Dio, si."
"Annusavi le mie mutandine e poi ti facevi le seghe, vero?" Continuò lei, la voce un basso monotono che scandiva ogni parola in tempo con i movimenti della mano. "Pensavi a me mentre lo facevi?"
La domanda era una pugnalata, ma anche una liberazione. "Si," ansimò. "Solo a te."
Un lieve sorriso le increspò le labbra. Accelerò il movimento. La mano avvolta nel cotone si muoveva veloce ora, uno scorrere umido e rumoroso. Il suolo delle mutande bagnate di precum che sfregano sulla pelle era osceno, eppure era la cosa più eccitante che avesse mai provato. Guardò in basso, vide il tessuto bianco che ormai era traslucido, inzuppato, che aderiva perfettamente alla forma del suo cazzo mentre lei lo pompava con vigore.
"Stai per venire?" Chiese Clara, osservando le sue palle che si contraevano, la tensione che invadeva tutto il suo corpo.
"Sto... sto per..." non riuscì a finire la frase. Il piacere si stava coagulando alla base della spina dorsale, un vortice inarrestabile.
"Vieni," ordinò lei, senza fermarsi. "Vieni sulle mutande di tua madre. Sporcale come volevi fare."
Quelle parole furono la goccia che fece traboccare il vaso. Un urlo soffocato gli lacerò la gola mentre il suo corpo era scosso dalle contrazioni. Lo sperma schizzò fuori, caldo e bianco, macchiando il tessuto bianco che lei ancora stringeva attorno al suo cazzo pulsante. Un getto, poi un altro, finendo per colare tra le sue dita e sul pavimento di legno. Clara continuò a strofinarlo delicatamente fino all'ultima spremuta, estraendo ogni singola goccia di piacere colpevole.
Quando finalmente si fermò, il silenzio nella stanza era assordante. Il solo suono era il respiro affannoso di Davide. Lei si liberò lentamente delle mutande, ormai imbrattate, e le lasciò cadere a terra, accanto ai suoi piedi.
Lui vacillò, esausto, svuotato, più confuso che mai. Clara si alzò, gli passò accanto senza toccarlo ulteriormente.
"La prossima volta che ne hai voglia," disse, fermandosi sulla soglia, "vieni da me. Bussare alla mia porta costa meno che frugare nei miei cassetti."
Se ne andò, lasciandolo solo nella stanza, nudo dalla vita in giù, circondato dal profumo di lei e dall'odore acre del suo stesso seme.
Davide rimase immobile, le gambe che tremavano ancora per le scosse dell'orgasmo. Il rumore dei passi di Clara si allontanò lungo il corridoio, poi scomparve dietro la porta della sua stanza. Un silenzio spesso, imbevuto di vergogna e di un residuo di eccitazione, calò su di lui.
Respirava a fatica, l'odore del seme che si mescolava al profumo delle mutande ancora a terra. Guardò in basso. Lì, sul pavimento di legno lucido, il bianco del cotone era macchiato di striature opache, ancora umide. Il suo cazzo, ora molle e sensibile, pendeva tra le sue cosce nude. Una goccia tardiva di sperma colò lungo l'asta e cadde a terra con un lieve toc.
Un brivido lo percorse. Non di freddo, ma di realtà che tornava a schiantarsi contro di lui. Sua madre. Sua madre lo aveva masturbato. Con le sue mutande. E lui aveva goduto come non gli era mai successo, urlando il suo assenso a quella profanazione.
Si chinò, le ginocchia che scricchiolavano. Raccogliere le mutande fu un movimento automatico, come se il suo corpo sapesse già cosa fare mentre la sua mente rifiutava di processarlo. Le sollevò. Erano calde, umide, pesanti del suo stesso seme. L'odore era intenso, una miscela dolceastra di lei e di lui, un ibrido che lo fece rabbrividire di nuovo, ma non di disgusto. Di bisogno.
Portò il tessuto al viso. Chiuse gli occhi. Inspirò profondamente, un ultimo, disperato respiro, cercando di catturare ogni traccia di lei prima che tutto svanisse, prima che la normalità, quella che conosceva, tornasse a reclamare il suo spazio. Era ancora lì, il profumo di Clara, ma ora avvolto, fuso con la sua stessa essenza. Era suo, ora. In un modo che non avrebbe mai potuto immaginare.
Il rumore di una porta che si apriva lo fece sobbalzare. I passi tornavano indietro, leggeri, familiari. Lasciò cadere le braccia, le mutande strette in una mano, mentre si girava verso l'ingresso della stanza.
Clara era sulla soglia. Non era cambiata. Indossava ancora i suoi pantaloni di lino e la camicetta, i capelli raccolti in una coda ordinata. Il suo volto era calmo, quasi impassibile. Guardò lui, nudo dalla vita in giù, ancora tremante, con le mutande sporche in pugno. Poi guardò la macchia sul pavimento.
"Non hai pulito," osservò, semplicemente. La sua voce era piatta, senza rimprovero, solo constatazione.
Davide aprì la bocca ma non uscì alcun suono. Cosa poteva dire? Scusa? Grazie? Le parole si erano seccate insieme alla sua saliva.
Clara entrò nella stanza. Si avvicinò a lui. Lui non si mosse, paralizzato. Lei gli prese le mutande dalla mano, le sue dita che sfiorarono le sue per un attimo. Le esaminò, poi le appallottolò con noncuranza.
"Non si possono più lavare," disse, come se stesse commentando il tempo. Le gettò nel cestino della biancheria sporca accanto all'armadio. Poi si voltò verso di lui. I suoi occhi scorsero il suo corpo nudo, si soffermarono un attimo sul suo cazzo floscio, sulla lucentezza umida che ancora lo ricopriva. "Vestiti."
L'obbedienza tornò automatica. Davide si chinò, raccolse i suoi boxer e i pantaloni di tela, li infilò con movimenti goffi, le dita che non riuscivano a far funzionare bene la cerniera. Sentiva il suo sguardo su di sé, pesante come una mano.
"Vieni in cucina," disse Clara quando ebbe finito. "Ho comprato le pesche. Sono mature."
Se ne andò, lasciandolo di nuovo solo. Davide rimase lì per un altro minuto, a fissare il cestino dove le mutande macchiate erano sparite, nascoste tra lenzuola e asciugamani. Poi seguì il suo ordine.
La cucina era immersa nella luce calda del tardo pomeriggio. Clara era al lavello, sciacquando due pesche dorate e vellutate. L'aria profumava di frutta e del detersivo per i piatti. Una scena ordinaria, domestica. Surreale.
"Sediti," disse lei senza voltarsi.
Davide si sedette al tavolo di legno, lo stesso dove aveva fatto i compiti da bambino. Guardò le sue mani, le unghie pulite, le vene. Cercò di non pensare a dove quelle stesse mani erano state meno di dieci minuti prima, a cosa avevano fatto, a cosa avevano tenuto.
Clara posò un piatto davanti a lui. Su di esso, una pesca tagliata a metà, il nocciolo rimosso, la polpa succosa che luccicava. Ne posò un'altra metà sul suo piatto e si sedette di fronte a lui.
Mangiò un boccone. Il suono era umido, dolce. Davide guardò la sua pesca. La sua gola era stretta.
"Non hai fame?" Chiese Clara, masticando con calma.
"Clara..." iniziò lui, la voce roca. Non riusciva a chiamarla "mamma". Non ora. Non dopo quello che era successo. "Perché... perché hai fatto quello che hai fatto?"
Lei posò la forchetta. I suoi occhi, dello stesso colore nocciola dei suoi, lo fissarono. "Tu volevi quelle mutande. Le volevi così tanto da rischiare che ti scoprissi. Ti ho dato quello che volevi."
"Ma... sei mia madre."
"E tu sei mio figlio," rispose lei, come se stesse chiarendo un fatto ovvio. "Di trentacinque anni. Con un cazzo. E un desiderio." Prese un altro boccone. "È più semplice di quello che pensi, Davide. O lo nascondi e continui a frugare nei cassetti come un ladro, oppure lo fai alla luce del sole. Io ho scelto la luce del sole."
Davide fissò la polpa della pesca. Un succo ambrato colava sul piatto bianco. "E adesso?"
"Adesso mangi la tua pesca," disse Clara. Finì la sua, pulendosi le labbra con un tovagliolo di carta. Poi si alzò, prese il suo piatto vuoto e lo portò al lavello. Si voltò, appoggiandosi al bancone. Lo guardò. "E quando avrai di nuovo quel desiderio, verrai alla mia porta. E busserai. Non è complicato."
Lui alla fine prese la forchetta, infilzò un pezzo di pesca. Il sapore era dolcissimo, quasi troppo. Lo masticò, lo ingoiò. Era vero. Non era complicato. Era mostruosamente semplice.
Clara sorrise, un sorriso piccolo, appena accennato. "Vedi?" disse. "Tutto a posto."
Ma nulla era a posto. E forse, capì Davide mentre un altro brivido di anticipazione gli percorreva la schiena, forse non doveva esserlo.
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