Il gioco dei Ruoli | 5 | La fine dei Ruoli
scritto il 2026-10-31 tempo di lettura 19 min
di
Jan Zarik
genere
cura
A−
Di Jan Zarik e Peanut Butter.
[NdA: Questo capitolo finale si ricollega in modo aderente e complementare al racconto “Anantomia di un incontro”, che potete trovare tra quelli pubblicati da Peanut Butter (senza spazio). Dopo un lungo wandering attorno a diverse esperienze e suggestioni, si chiude il cerchio. Si avverte l’utenza che il registro linguistico di questo ultimo atto non farà sconti a nessuno.
Buona lettura e grazie a chi ha espresso opinioni e giudizi fino ad adesso, li apprezziamo davvero tanto!
PB e JZ]
-LUI-
Percorro il corridoio, per gran parte vuoto. Alcuni ospiti sbucano da fuori le stanze o dentro gli ascensori. Alcune urla provengono da dietro le pareti, alternate a colpi di frusta. Ci danno dentro i ragazzi! Altre invece sembrano nascondere delle specie di rave party, con musica techno ad alto volume. Di lei nessuna traccia. Riconosco la sconfitta, per cui mi sa che mi tocca andare al bar e chiedere un doppio whiskey all'americana, il colletto slacciato e l'espressione da uomo malinconico. Oggi, sarò il poeta maledetto dei speed date fetish.
Mentre ripercorro il corridoio, sento aprirsi una porta dietro di me. "Grazie paparino, prometto che ritorno presto." "Non metterti nei guai, tesoro!"
Un dialogo surreale tra padre e figlia? In quel posto? In quel momento della notte? Con quella voce smaliziata?
Direi che è tutto nella norma.
Mi giro e la sorpresa mi coglie alla sprovvista. "Elena?" Domando io con sgomento. La donna mi guarda, sorpresa anche lei ma anche piuttosto glaciale. "Tutto bene, cara?" l'uomo dietro le domanda, in allerta. "Si, papà. E' tutto a posto. Buonanotte." Lo bacia sulla guancia e aspetta che chiuda la porta.
Si avvicina lentamente verso di me, le gambe snelle e sode si alternano con magnetica cadenza, i tacchi producono un rumore ottuso a contatto con la moquette e la sua presenza mi esalta, ma mi intimorisce un po'. Senza neanche accennare ad un saluto, mi stampa una forte cinquina in faccia. Io vedo bianco per una frazione di secondo. Poi, il bruciore forte mi invade la pelle e mi scuote dall'interno. "Ahi...!" lei rimane impassibile, davanti a me. "E questo per cosa è dovuto?"
"Lo sai."
"Sei venuta fino in stanza?"
"Potevi dirmelo subito che avresti voluto l'ammucchiata, non l'hai scritto nella targhetta."
"Sei arrivata troppo presto, in verità avresti dovuto trovarmi fuori la porta... quella stanza era per Sara..."
"Beh, forse dovresti tornarci. Non è carino fare aspettare..."
"Non è nei piani... questa sera...!"
Lei mi scruta con uno strano ardore, rabbiosa ma anche eccitata. "Non hai fatto bene i calcoli, mi sa che devi migliorare i tuoi progettini."
"Tu invece? Come sta paparino?"
"Lui è il papà migliore del mondo."
"E tu la figlia migliore che ci sia."
"Se dovesse sapere che parlo con te, ti spezzerebbe le gambe."
Stiamo giocando, Elena? Non ne sono sicuro, in qualche modo percepisco che tu sia delusa e anche arrabbiata, penso che sia pronto un altro schiaffo per me. Tuttavia, nell'aria si respira una carica nuova, quella pantomima da figlia di papà è molto verosimile, non so dire con certezza quanto possa calcare la mano o quanto debba farmi da parte. Tuttavia, di una cosa sono sicuro: Siamo entrambi arrapati. "Quindi per invitarti al ballo, devo prima chiedere il permesso a tuo padre?" Elena mi guarda sorridendo in modo beffardo. "Vado già al ballo con qualcun altro..."
"Con chi, con Johnny?"
"No, quello lì sta legato come un salame..."
Ridiamo entrambi. La sento respirare con affanno, la temperatura è salita. "Mi basterebbe stare con te anche senza sfiorarti. Mi piacerebbe raccontarti cosa farei col tuo corpo e con le mie mani per tutta la notte, senza muovere un muscolo. Adorerei sentire le tue storie e le tue fantasie su cosa faresti, dove lo faresti e con chi.... mi piacerebbe sentirti imprecare e insultare chicchessia... non servirebbe neanche spogliarti. Sarebbe una serata perfetta già così." dichiaro io, con profonda sincerità, senza più macchinazioni, senza più calcoli intricati, senza sotterfugi. La pura e semplice verità, ammettendo i limiti invalicabili di quella situazione. Elena, d'altro canto, mi guarda quasi con disprezzo. Non so se sia pronta a darmi un altro schiaffo o chissacché.
"Col cazzo, Jacopo. La serata è ancora molto lunga e stasera non ho alcuna intenzione di tornare a casa insoddisfatta."
-LEI-
Avverto la carica elettrica che si è creata tra noi. Jacopo mi studia, cerca di capire se stiamo ancora giocando o se la mia rabbia sia reale, ma capisce subito l'unica cosa che conta davvero in questo momento: siamo entrambi visceralmente arrapati. La sua confessione mi colpisce in un modo del tutto imprevisto. L'idea di un gioco puramente verbale, di uno scambio di porcate senza filtri né censure, stimola un corto circuito nuovo nella mia testa. L'immagine di Jacopo totalmente vulnerabile, sottomesso alle mie condizioni, ha un fascino perverso. Ma il mio corpo reclama altro.
Le mie labbra si increspano in una linea dura mentre azzero la distanza che ci separa, facendo scricchiolare il vinile del corsetto contro il suo petto e facendolo arretrare contro il muro.
«Col cazzo, Jacopo. La serata è ancora molto lunga e stasera non ho alcuna intenzione di tornare a casa insoddisfatta.»
Sostengo il suo sguardo per qualche secondo, gustandomi lo sgomento nei suoi occhi grigi, prima che la mia voce si addolcisca in una provocazione spietata.
«Però... l'idea non mi dispiace affatto,» riprendo, facendo scivolare un dito lento lungo il bordo del suo colletto. «Sentirti raccontare le tue fantasie mentre io ti racconto le mie ha il suo fascino. A un patto, però: dobbiamo trovarci subito una stanza tutta per noi. Di certo non ci spogliamo qui nel corridoio. E una volta dentro, ti spogli completamente nudo davanti a me. Te ne stai lì, scoperto, ad ascoltare le mie porcate... e spera solo di valere più di un quarto d'ora, perché dopo il fiasco di Valter stasera ho bisogno di un uomo che regga il passo.»
Vedo nel suo sguardo il momento esatto in cui la sua compostezza si sgretola del tutto. L'accenno al vecchio, unito all'ordine di spogliarsi a comando, lo colpisce dritto nell'orgoglio maschile.
Senza dire una parola, la sua mano scatta d'istinto verso la mia nuca, afferrando i miei capelli alla radice e stringendo la presa per costringermi a piegare la testa all'indietro. L'altra mano mi cinge il fianco con una forza possessiva, spingendomi d'impatto contro la parete tappezzata del corridoio.
«Continui a fare la sfrontata, Elena...» sibila a un millimetro dalle mie labbra, il respiro caldo e la voce ridotta a un sussurro scuro, vibrante di rabbia ed eccitazione. «Giochi a fare la padrona con gli uomini sbagliati. Ma quella porta la apriamo adesso, e voglio proprio vedere se hai lo stesso coraggio quando rimaniamo da soli.»
Un brivido violento mi corre lungo la spina dorsale. Socchiudo gli occhi per un istante, assaporando la scarica di adrenalina: finalmente ho ottenuto la sua reazione vera, pulita da ogni filtro o filosofia.
«Allora spingimi dentro una stanza, Jacopo,» lo sfido, riaprendo gli occhi per sostenerne lo sguardo e affondando le dita nel bavero della sua camicia per tirarlo ancora più vicino. «Troviamo questa chiave e vediamo chi dei due trema per primo.»
-LUI-
E' diventato un incontro di wrestling, altro che speed date fetish. Altro che dom e sub, altro che roleplay. Qui si rischia l'avantspettacolo, il circo e la compagnia di marionette. Tutte insieme. Elena è diventata la mia Rhea Ripley e io il suo Tom Ripley. Lei la mia Galadriel e io il suo Saruman. Lei una finestra sul suo mondo e io un istinto alla defenestrazione.
Lei un tamburo e io la quiete del vicinato. "La stanza del biondino è a nostra disposizione." Faccio io, rimanendo appeso al colletto tra le mani della femmina (che forza, per Dio!) e tirando fuori da una tasca un'altra tessera. "42".
"Gliel'hai rubata?" chiede Elena, incredula. "Presa in prestito, quasi uno scambio!" Lei mi guarda con aria di sfida. "Andiamo."
Ci guardiamo intorno come ladri, pur sapendo che nessun altro reclamerà quella camera, la sensazione di fare qualcosa di illecito è molta. Una volta dentro, mi rendo conto che il ragazzino aveva grana da spendere: suite ultra-comoda, divanetti in velluto, frigobar strapieno con champagne di pregio, anticamera con vasca da bagno jacuzzi, doccia grande da contenere una intera squadra di calcetto, vetrata ampia che dà sulla piazza antistante l'hotel. Letto sopraelevato su una base circolare. Rimango ancora due secondi fermo impalato, tradito da un nuovo fetish: L'arredomania.
I miei occhi, tuttavia, sono rapidamente distratti dall'incedere calzante di Elena, che percorre lenta a passi cadenzati la distanza dall'ingresso al letto. Le scruto per bene le spalle, la schiena chiusa dal corsetto, i capelli che cascano lungo di essa con leggiadria, il pantalone stretto a sagomarle il culo e le cosce da spavento, particolarmente suggestive. Si guarda intorno sfiorando il velluto di un divanetto. "Mmmh, accettabile." commenta la nobile con finta voce aristocratica. Sorrido, mi avvicino da dietro e le cingo la schiena, risalendo dalla pancia su per i seni, stringendoli in una morsa tra le dita. Incastro la convessità del mio pube in corrispondenza del suo posteriore, che scopro particolarmente morbido e sodo allo stesso tempo. Le bacio il collo e la carezzo sui fianchi, percorro le braccia e la ruoto su se stessa, per baciarla. Lei, tuttavia, si allontana. "Quanto sei noioso." mi irrita e provoca, la puttanella.
Tenendola ancora per i polsi, sollevo entrambe le braccia, distendendole verso l'alto, e la costringo a indietreggiare fino a che la sua schiena non incontra il muro. Tocca duro, con un tonfo sordo, sulla carta da parati. La serro stretta col mio corpo, tenendo ferme le braccia sopra la sua testa. "E tu molto irritante."
La bacio in bocca, un bacio che ho idealizzato e quasi temuto. La sua bocca si apre come un bocciolo, permettendomi di gustarne la saliva, il suo residuo di rossetto già sbavato e quella che ha tutta l'impressione di essere una nota salata non tanto riconoscibile. Col senno di poi, per cosa dovrei sconvolgermi?
La mia lingua si intreccia con la sua, mi godo quel bacio strappato, mordendole un labbro fino a sentirla lamentarsi. Prova a darmi una ginocchiata nei coglioni ma mi divincolo per tempo, con un braccio riesce a liberarsi e a stringermi la mano attorno al collo. Adesso è lei a baciarmi con durezza, mentre prova a strangolarmi. Bellissima, apprezzo questa energia, quasi mi sale l'istinto di schiacciarla ancora di più lungo il muro. Cerca di staccarsi dalla parete, provando a intrufolare una mano nei miei pantaloni, ma io la ricaccio indietro, stavolta il tonfo è chiaro e temo di averle fatto sbattere una spalla. Mi guarda con la faccia di chi dice "sei un coglione" e in fondo ha ragione, ma io a braccio di ferro divento competitivo. Le sollevo una gamba e le intrufolo una mano su una coscia, le colgo una natica e i fianchi. Affondo le dita dietro la nuca e stringo la base della sua chioma verso il basso, la sento gemere, ormai abbandonata tra le mie braccia. "Dimmi basta e io mi fermo."
Elena rimane in silenzio. Le do uno schiaffo sul culo. Lei emette un piccolo grido e si stringe le labbra. Altro schiaffo a mano tesa, uno schiocco fortissimo tale da farmi quasi bruciare il palmo della mano. "Sei una brava troia, lo sai?" le bacio il collo con delicatezza e le permetto di rimettersi in piedi. Le sue unghie affondano nella carne, la sento fin dentro le ossa. "Sei un porco. Non mi hai fatto nemmeno mettere comoda." protesta lei. "Chi ha bisogno di comodità?" ribadisco io, con il sorriso da villain di fumetti. Le passo una mano sulla faccia, lei prova a morderla ma non riesce, le carezzo le guance e la bacio nuovamente, stavolta con dolcezza. Anche lei mi morde un labbro. La lascio fare. Ci sincronizziamo sulla delicatezza, passando da wrestler ad amanti gentili.
D'un tratto lei mi spinge verso il bordo del letto, facendomi incespicare. Mi abbandono sul materasso e la osservo dal basso, compiaciuto. "Spogliati." mi chiede.
Così, senza preliminari? Ah già, i preliminari sono iniziati molte ore fa, sembrano passate settimane da quel primo incontro sul tavolo. Adesso ha lei il comando, mi sbottono la camicia, provando a tenere lo sguardo fisso su di lei. Nel frattempo, mi allarga le gambe, piazzando il suo piede al centro del cavallo, premendo. Ho timore possa ributtarmi i testicoli in gola, ma resisto. Slaccio i pantaloni, calo anche i boxer.
Nudo. Esposto, indurito. Lei mi contempla dall'alto, con severità. Non mi sta guardando: mi sta giudicando. Mi sento mercificato, sotto esame. Si inginocchia, a pochi centimetri dalla mia erezione. La guarda, poi guarda me. Rimango in attesa di istruzioni, al momento. Mi piace molto il suo sguardo predatorio, imprevedibile. Ho profondo timore per cosa avverrà. "Quanto sai reggere?"
"Poco, se mi guardi così."
"Perché, come ti guardo?"
"Come una puttana affamata di cazzi."
"Questo, tuttavia, non ti dà comunque il diritto di venire prima che lo decida io."
"Sei bellissima." commento io.
"Lo so."
"Mi piacerebbe annaffiarti."
"Non so se ci riuscirai."
"Raccontami qualcosa di te..."
"Cosa vuoi sapere?" mi chiede Elena, mentre fa colare della saliva sulla punta del mio uccello, mandandomi in estasi. E' fresco e scivoloso, ma provo a trattenere l'impulso di segarmi.
"Qual è il tuo vizio nascosto?"
Elena ci pensa un po', mentre ammira la goccia della sua saliva ridiscendere lungo l'asta eretta davanti a sé. "Adoro il seme."
"L'ho intuito, scommetto che ne hai già avuto un assaggio."
"Sei geloso?"
"Sono curioso, che cosa ti piace del seme?"
"Il fatto di poterlo bere direttamente alla fonte, il senso del potere e il gusto a metà tra una sbarra di ferro e il caramello salato."
"Dipende anche da ciò che si mangia..." osservo io. Con coraggio, inizio una lenta masturbazione davanti a lei. L'alternarsi tra momenti focosi e momenti di dialogo è come una danza sinuosa, mi permette di rimanere coi piedi per terra e di estendere il piacere all'infinito. Lei si sorprende per questa mossa, forse immaginava di avermi ormai atterrito, la vedo piuttosto attratta da quel movimento. "Ora ti racconto una storia io..." le dico.
Elena contempla il mio cazzo mentre mi sego con lentezza, affascinata e in attesa della mia storia. "Vai pure, ma non distrarti...!" mi dice, divertita.
"C'era una volta una donna rispettabile, ligia al dovere, dal passato ignoto ma per qualche strano presentimento anche piuttosto misterioso, il cui lato oscuro si materializzava raramente, nei locali di un hotel di lusso. Una sera, mi ritrovai nudo davanti a lei, soggiogato dalla sua bellezza, le sue forme generose e rassodate, i capelli scuri e mossi, le labbra morbide e magnetiche, gli occhi taglienti e profondi, la guardavo mentre si massaggiava i seni davanti a me... dandomi del bastardo..."
Con fantastico tempismo, osservo Elena cogliere al volo il senso di quel siparietto, alzarsi e iniziare a massaggiarsi il petto, con lentezza. "Sei un bastardo." il suo sguardo è iniettato di desiderio.
"Si tolse lentamente il corsetto, slacciandolo con ampi movimenti dietro la schiena..."
Elena, nel frattempo, sta slacciando il corsetto.
"...per liberare le sue tette e offrirle alla vista." con accondiscendenza, il suo corpetto si libera dai lacci, per offrirmi una visione esclusiva delle sue dolci mammelle.
"Nonostante desiderassi tanto succhiare quei capezzoli, aspettai ancora un po', e iniziai a masturbarmi davanti a lei."
Elena si diverte a recitare le mie strofe, io mi diverto a descrivere i suoi movimenti. "Si tolse i pantaloni, lasciandomi scrutare il fondo delle sue cosce, tra le sue natiche." La donna ripete quei movimenti, senza perdermi di vista con lo sguardo. "D'un tratto, in silenzio si avvicinò..."
Vedo Elena salire sul letto, cavalcioni.
"Si mise cavalcioni su di me, senza mai interrompere il contatto di sguardo. Con una mano raggiunse la punta del pene e la premette sulle sue grandi labbra, strofinando quel che basta per inumidirla. Un calore devastante mi avvolse. Riconobbi che lo sentiva anche lei."
Elena si abbandona alla forza di gravità, permettendo all'asta di entrare dentro di lei. Inizialmente, qualche resistenza, poi con sempre più facilità. "Oddio..."
"In silenzio iniziò a scoparmi, o io iniziai a scopare lei, non saprei dirlo."
Nel frattempo, credo che Elena non stia più ascoltando le mie farneticazioni. Le do un altro schiaffo sul culo, lei geme "Oh, si. Cazzo!"
"La donna gemette, godendo quando la schiaffeggiavo." proseguo io nella narrazione. "Implorandomi di sculacciarla più forte."
"più forte..." ripete lei, mentre mi cavalca. E io la sculaccio, con tutta la determinazione che ho in corpo, cercando di non sborrarle dentro entro cinque secondi.
La mia mente è costretta a divagare, ripensando a momenti diversi e non tanto edificanti, quelli in cui preferivo la libertà all'amore, interrompendo relazioni, cambiando città, cambiando lavori alla ricerca di un nuovo costante e forse mai davvero possibile. Forse è anche per questo che si finisce inghiottiti dai fetish e da tutte quelle altre bizzarrie di cui spesso mi piace parlare, forse l'idea di una normalità che sfugge al senso, il bisogno di una fuga costante da se stessi prima ancora che dagli altri. Nel dare della puttana a una donna, nel venerare i suoi glutei o nell'ammirare il suo coito, c'è tutta la purezza di una eversione che non accenna a placarsi. Nel potersi abbandonare ai sensi, c'è il senso stesso di una vita in cui prevale la vana ambizione, il sacrificio e la libertà a scapito della comodità, del pranzo della domenica, della famiglia tradizionale. Un bacio in fronte sostituito da un risucchio del clitoride. Una gita fuori porta convertita in viaggio in Sud Corea, da solo, per perdersi nelle periferie mal frequentate di Seoul. Scopare sostituito con lo scopare con schiaffi.
"Stai qui con me." mi sussurra Elena, mentre ansima di piacere, dandomi un piccolo schiaffo sul viso, forse ha capito qual è la mia tecnica. "E non barare."
Chi è questa donna? Come ha fatto a capire così tanto di me, solo dalla punta del cazzo e qualche battuta qui e là?
Fermo il suo inchiodare stringendole i fianchi. La sollevo di peso con la sola forza delle braccia, emergendo da quell'anfratto umido, per poi metterla carponi. In ginocchio alle sue spalle, raccolgo la sua chioma con le mani e la tiro a me. La pettino fino a formare una coda di cavallo, che stringo. Mi bagno le dita con i suoi umori e la schiaffeggio due-tre volte con intensità. Sento i suoi singulti ad ogni colpo. Strofino un pollice sul suo sfintere, ne apprezzo la resistenza non eccessiva. Il giusto equilibrio tra novità ed esperienza. Premo con il glande, lasciando intendere dove voglio entrare. Elena mi guarda carica di desiderio. Premo ancora di più, il glande scompare e una profonda stretta mi circonda. "Oh, porco dio, si."
Ha bestemmiato proprio ora. Poteva farlo in qualsiasi circostanza e invece lo ha fatto solo adesso. Lo interpreto come una strana spiritualità. Questa cosa mi manda in estasi, per cui mi concentro per non finire tutto con quella mossa. La tengo salda sui fianchi e affondo. La sento reagire ad ogni millimetro. È una morsa potentissima. "Porca madonna..." rispondo io, per equilibrare la sacralità. Adesso siamo complici nella dannazione, nella trasgressione. La scopata in culo come atto estremo di purificazione del più sporco dei desideri. Roba che in confronto i feticisti dei piedi sono angioletti.
Incedo sull'inculata della mia partner-in-crime, le sue braccia sono come burro, ormai, abbandonate sul letto come morte, i suoi occhi portati all'insù per godere di ogni centimetro di invasione. E io mi godo quella penetrazione, quel buco violato, quella posizione di dominazione. Faccio di tutto per non sborrare proprio in questo momento, ripenso a quando sarà nuovamente stagione dei funghi, ma la porca mi affonda le unghie nella carne nuovamente e ribadisce "resta con me."
È impossibile! Ma come fa? Io provo a divagare, lei mi trascina di nuovo dentro, come faccio a tenere il controllo, in questo modo?
Forse è questo il senso... cercare il controllo, trovarlo e poi saperlo lasciare.
Come una cloche di un aereo pronto a schiantarsi, alleggerisco la presa dei fianchi di Elena, su cui osservo i segni rossi lasciati dai miei polpastrelli. Proseguo a scoparla, senza mani, senza più pensieri, senza strozzature. Sento il lento e inesorabile fluire del sangue a pompare i miei seni cavernosi, sento il fiato accelerare ma anche assumere una frequenza costante. Sento Elena godere in preda a un orgasmo, spalmata sul letto in preda agli spasmi. Si è strofinata tutto il tempo la fica mentre la pompavo, lurida ingorda! Voleva proprio godersela appieno questa notte, brava figliola. Nel frattempo sono ormai senza più freni, senza più strozzature, vedo il mio cazzo dentro di lei e penso quanto sia arrapante come immagine, quasi scatterei una foto ricordo.
"Fammi vedere..." mi dice lei, con la faccia immersa tra due cuscini. Ma cosa, la foto? Ah no certo, lei non legge i miei pensieri, non ancora credo. Con una calma serafica sento l'orgasmo arrivare, ma riesco comunque a tirare fuori il membro giusto in tempo per offrirlo alla sua vista.
Un fiotto, due fiotti, tre fiotti, un quarto e un quinto. Sono come siluri che mi scuotono l'animo. Raggiungono Elena sul collo, sulle labbra, sugli occhi. Urlo di piacere e mi accascio dopo l'impallinata.
Lei sorride, è molto bella quando sorride. Intorno e sopra di lei sembra un campo di battaglia. Ancora ansimante, ne assaggia una parte prima che coli sul materasso, raccoglie con la lingua la goccia rimasta sul glande.
Ci guardiamo esausti, sono le 6 del mattino, tra due ore devo essere al lavoro e sono svuotato come un banco dell'ortofrutta durante gli scioperi. Rimaniamo a guardarci ancora, in silenzio, per un tempo indefinito, tra poco le nostre vite routinarie ricominceranno, ma al momento non ci pensiamo.
[Ringrazio PB per la complicità entusiastica che ha messo sul tavolo per creare questi scenari, personaggi e intrecci. Confermo quanto sia una autrice talentuosissima e versatile, sono lieto di aver stuzzicato la tua fantasia romanzesca! JZ]
[NdA: Questo capitolo finale si ricollega in modo aderente e complementare al racconto “Anantomia di un incontro”, che potete trovare tra quelli pubblicati da Peanut Butter (senza spazio). Dopo un lungo wandering attorno a diverse esperienze e suggestioni, si chiude il cerchio. Si avverte l’utenza che il registro linguistico di questo ultimo atto non farà sconti a nessuno.
Buona lettura e grazie a chi ha espresso opinioni e giudizi fino ad adesso, li apprezziamo davvero tanto!
PB e JZ]
-LUI-
Percorro il corridoio, per gran parte vuoto. Alcuni ospiti sbucano da fuori le stanze o dentro gli ascensori. Alcune urla provengono da dietro le pareti, alternate a colpi di frusta. Ci danno dentro i ragazzi! Altre invece sembrano nascondere delle specie di rave party, con musica techno ad alto volume. Di lei nessuna traccia. Riconosco la sconfitta, per cui mi sa che mi tocca andare al bar e chiedere un doppio whiskey all'americana, il colletto slacciato e l'espressione da uomo malinconico. Oggi, sarò il poeta maledetto dei speed date fetish.
Mentre ripercorro il corridoio, sento aprirsi una porta dietro di me. "Grazie paparino, prometto che ritorno presto." "Non metterti nei guai, tesoro!"
Un dialogo surreale tra padre e figlia? In quel posto? In quel momento della notte? Con quella voce smaliziata?
Direi che è tutto nella norma.
Mi giro e la sorpresa mi coglie alla sprovvista. "Elena?" Domando io con sgomento. La donna mi guarda, sorpresa anche lei ma anche piuttosto glaciale. "Tutto bene, cara?" l'uomo dietro le domanda, in allerta. "Si, papà. E' tutto a posto. Buonanotte." Lo bacia sulla guancia e aspetta che chiuda la porta.
Si avvicina lentamente verso di me, le gambe snelle e sode si alternano con magnetica cadenza, i tacchi producono un rumore ottuso a contatto con la moquette e la sua presenza mi esalta, ma mi intimorisce un po'. Senza neanche accennare ad un saluto, mi stampa una forte cinquina in faccia. Io vedo bianco per una frazione di secondo. Poi, il bruciore forte mi invade la pelle e mi scuote dall'interno. "Ahi...!" lei rimane impassibile, davanti a me. "E questo per cosa è dovuto?"
"Lo sai."
"Sei venuta fino in stanza?"
"Potevi dirmelo subito che avresti voluto l'ammucchiata, non l'hai scritto nella targhetta."
"Sei arrivata troppo presto, in verità avresti dovuto trovarmi fuori la porta... quella stanza era per Sara..."
"Beh, forse dovresti tornarci. Non è carino fare aspettare..."
"Non è nei piani... questa sera...!"
Lei mi scruta con uno strano ardore, rabbiosa ma anche eccitata. "Non hai fatto bene i calcoli, mi sa che devi migliorare i tuoi progettini."
"Tu invece? Come sta paparino?"
"Lui è il papà migliore del mondo."
"E tu la figlia migliore che ci sia."
"Se dovesse sapere che parlo con te, ti spezzerebbe le gambe."
Stiamo giocando, Elena? Non ne sono sicuro, in qualche modo percepisco che tu sia delusa e anche arrabbiata, penso che sia pronto un altro schiaffo per me. Tuttavia, nell'aria si respira una carica nuova, quella pantomima da figlia di papà è molto verosimile, non so dire con certezza quanto possa calcare la mano o quanto debba farmi da parte. Tuttavia, di una cosa sono sicuro: Siamo entrambi arrapati. "Quindi per invitarti al ballo, devo prima chiedere il permesso a tuo padre?" Elena mi guarda sorridendo in modo beffardo. "Vado già al ballo con qualcun altro..."
"Con chi, con Johnny?"
"No, quello lì sta legato come un salame..."
Ridiamo entrambi. La sento respirare con affanno, la temperatura è salita. "Mi basterebbe stare con te anche senza sfiorarti. Mi piacerebbe raccontarti cosa farei col tuo corpo e con le mie mani per tutta la notte, senza muovere un muscolo. Adorerei sentire le tue storie e le tue fantasie su cosa faresti, dove lo faresti e con chi.... mi piacerebbe sentirti imprecare e insultare chicchessia... non servirebbe neanche spogliarti. Sarebbe una serata perfetta già così." dichiaro io, con profonda sincerità, senza più macchinazioni, senza più calcoli intricati, senza sotterfugi. La pura e semplice verità, ammettendo i limiti invalicabili di quella situazione. Elena, d'altro canto, mi guarda quasi con disprezzo. Non so se sia pronta a darmi un altro schiaffo o chissacché.
"Col cazzo, Jacopo. La serata è ancora molto lunga e stasera non ho alcuna intenzione di tornare a casa insoddisfatta."
-LEI-
Avverto la carica elettrica che si è creata tra noi. Jacopo mi studia, cerca di capire se stiamo ancora giocando o se la mia rabbia sia reale, ma capisce subito l'unica cosa che conta davvero in questo momento: siamo entrambi visceralmente arrapati. La sua confessione mi colpisce in un modo del tutto imprevisto. L'idea di un gioco puramente verbale, di uno scambio di porcate senza filtri né censure, stimola un corto circuito nuovo nella mia testa. L'immagine di Jacopo totalmente vulnerabile, sottomesso alle mie condizioni, ha un fascino perverso. Ma il mio corpo reclama altro.
Le mie labbra si increspano in una linea dura mentre azzero la distanza che ci separa, facendo scricchiolare il vinile del corsetto contro il suo petto e facendolo arretrare contro il muro.
«Col cazzo, Jacopo. La serata è ancora molto lunga e stasera non ho alcuna intenzione di tornare a casa insoddisfatta.»
Sostengo il suo sguardo per qualche secondo, gustandomi lo sgomento nei suoi occhi grigi, prima che la mia voce si addolcisca in una provocazione spietata.
«Però... l'idea non mi dispiace affatto,» riprendo, facendo scivolare un dito lento lungo il bordo del suo colletto. «Sentirti raccontare le tue fantasie mentre io ti racconto le mie ha il suo fascino. A un patto, però: dobbiamo trovarci subito una stanza tutta per noi. Di certo non ci spogliamo qui nel corridoio. E una volta dentro, ti spogli completamente nudo davanti a me. Te ne stai lì, scoperto, ad ascoltare le mie porcate... e spera solo di valere più di un quarto d'ora, perché dopo il fiasco di Valter stasera ho bisogno di un uomo che regga il passo.»
Vedo nel suo sguardo il momento esatto in cui la sua compostezza si sgretola del tutto. L'accenno al vecchio, unito all'ordine di spogliarsi a comando, lo colpisce dritto nell'orgoglio maschile.
Senza dire una parola, la sua mano scatta d'istinto verso la mia nuca, afferrando i miei capelli alla radice e stringendo la presa per costringermi a piegare la testa all'indietro. L'altra mano mi cinge il fianco con una forza possessiva, spingendomi d'impatto contro la parete tappezzata del corridoio.
«Continui a fare la sfrontata, Elena...» sibila a un millimetro dalle mie labbra, il respiro caldo e la voce ridotta a un sussurro scuro, vibrante di rabbia ed eccitazione. «Giochi a fare la padrona con gli uomini sbagliati. Ma quella porta la apriamo adesso, e voglio proprio vedere se hai lo stesso coraggio quando rimaniamo da soli.»
Un brivido violento mi corre lungo la spina dorsale. Socchiudo gli occhi per un istante, assaporando la scarica di adrenalina: finalmente ho ottenuto la sua reazione vera, pulita da ogni filtro o filosofia.
«Allora spingimi dentro una stanza, Jacopo,» lo sfido, riaprendo gli occhi per sostenerne lo sguardo e affondando le dita nel bavero della sua camicia per tirarlo ancora più vicino. «Troviamo questa chiave e vediamo chi dei due trema per primo.»
-LUI-
E' diventato un incontro di wrestling, altro che speed date fetish. Altro che dom e sub, altro che roleplay. Qui si rischia l'avantspettacolo, il circo e la compagnia di marionette. Tutte insieme. Elena è diventata la mia Rhea Ripley e io il suo Tom Ripley. Lei la mia Galadriel e io il suo Saruman. Lei una finestra sul suo mondo e io un istinto alla defenestrazione.
Lei un tamburo e io la quiete del vicinato. "La stanza del biondino è a nostra disposizione." Faccio io, rimanendo appeso al colletto tra le mani della femmina (che forza, per Dio!) e tirando fuori da una tasca un'altra tessera. "42".
"Gliel'hai rubata?" chiede Elena, incredula. "Presa in prestito, quasi uno scambio!" Lei mi guarda con aria di sfida. "Andiamo."
Ci guardiamo intorno come ladri, pur sapendo che nessun altro reclamerà quella camera, la sensazione di fare qualcosa di illecito è molta. Una volta dentro, mi rendo conto che il ragazzino aveva grana da spendere: suite ultra-comoda, divanetti in velluto, frigobar strapieno con champagne di pregio, anticamera con vasca da bagno jacuzzi, doccia grande da contenere una intera squadra di calcetto, vetrata ampia che dà sulla piazza antistante l'hotel. Letto sopraelevato su una base circolare. Rimango ancora due secondi fermo impalato, tradito da un nuovo fetish: L'arredomania.
I miei occhi, tuttavia, sono rapidamente distratti dall'incedere calzante di Elena, che percorre lenta a passi cadenzati la distanza dall'ingresso al letto. Le scruto per bene le spalle, la schiena chiusa dal corsetto, i capelli che cascano lungo di essa con leggiadria, il pantalone stretto a sagomarle il culo e le cosce da spavento, particolarmente suggestive. Si guarda intorno sfiorando il velluto di un divanetto. "Mmmh, accettabile." commenta la nobile con finta voce aristocratica. Sorrido, mi avvicino da dietro e le cingo la schiena, risalendo dalla pancia su per i seni, stringendoli in una morsa tra le dita. Incastro la convessità del mio pube in corrispondenza del suo posteriore, che scopro particolarmente morbido e sodo allo stesso tempo. Le bacio il collo e la carezzo sui fianchi, percorro le braccia e la ruoto su se stessa, per baciarla. Lei, tuttavia, si allontana. "Quanto sei noioso." mi irrita e provoca, la puttanella.
Tenendola ancora per i polsi, sollevo entrambe le braccia, distendendole verso l'alto, e la costringo a indietreggiare fino a che la sua schiena non incontra il muro. Tocca duro, con un tonfo sordo, sulla carta da parati. La serro stretta col mio corpo, tenendo ferme le braccia sopra la sua testa. "E tu molto irritante."
La bacio in bocca, un bacio che ho idealizzato e quasi temuto. La sua bocca si apre come un bocciolo, permettendomi di gustarne la saliva, il suo residuo di rossetto già sbavato e quella che ha tutta l'impressione di essere una nota salata non tanto riconoscibile. Col senno di poi, per cosa dovrei sconvolgermi?
La mia lingua si intreccia con la sua, mi godo quel bacio strappato, mordendole un labbro fino a sentirla lamentarsi. Prova a darmi una ginocchiata nei coglioni ma mi divincolo per tempo, con un braccio riesce a liberarsi e a stringermi la mano attorno al collo. Adesso è lei a baciarmi con durezza, mentre prova a strangolarmi. Bellissima, apprezzo questa energia, quasi mi sale l'istinto di schiacciarla ancora di più lungo il muro. Cerca di staccarsi dalla parete, provando a intrufolare una mano nei miei pantaloni, ma io la ricaccio indietro, stavolta il tonfo è chiaro e temo di averle fatto sbattere una spalla. Mi guarda con la faccia di chi dice "sei un coglione" e in fondo ha ragione, ma io a braccio di ferro divento competitivo. Le sollevo una gamba e le intrufolo una mano su una coscia, le colgo una natica e i fianchi. Affondo le dita dietro la nuca e stringo la base della sua chioma verso il basso, la sento gemere, ormai abbandonata tra le mie braccia. "Dimmi basta e io mi fermo."
Elena rimane in silenzio. Le do uno schiaffo sul culo. Lei emette un piccolo grido e si stringe le labbra. Altro schiaffo a mano tesa, uno schiocco fortissimo tale da farmi quasi bruciare il palmo della mano. "Sei una brava troia, lo sai?" le bacio il collo con delicatezza e le permetto di rimettersi in piedi. Le sue unghie affondano nella carne, la sento fin dentro le ossa. "Sei un porco. Non mi hai fatto nemmeno mettere comoda." protesta lei. "Chi ha bisogno di comodità?" ribadisco io, con il sorriso da villain di fumetti. Le passo una mano sulla faccia, lei prova a morderla ma non riesce, le carezzo le guance e la bacio nuovamente, stavolta con dolcezza. Anche lei mi morde un labbro. La lascio fare. Ci sincronizziamo sulla delicatezza, passando da wrestler ad amanti gentili.
D'un tratto lei mi spinge verso il bordo del letto, facendomi incespicare. Mi abbandono sul materasso e la osservo dal basso, compiaciuto. "Spogliati." mi chiede.
Così, senza preliminari? Ah già, i preliminari sono iniziati molte ore fa, sembrano passate settimane da quel primo incontro sul tavolo. Adesso ha lei il comando, mi sbottono la camicia, provando a tenere lo sguardo fisso su di lei. Nel frattempo, mi allarga le gambe, piazzando il suo piede al centro del cavallo, premendo. Ho timore possa ributtarmi i testicoli in gola, ma resisto. Slaccio i pantaloni, calo anche i boxer.
Nudo. Esposto, indurito. Lei mi contempla dall'alto, con severità. Non mi sta guardando: mi sta giudicando. Mi sento mercificato, sotto esame. Si inginocchia, a pochi centimetri dalla mia erezione. La guarda, poi guarda me. Rimango in attesa di istruzioni, al momento. Mi piace molto il suo sguardo predatorio, imprevedibile. Ho profondo timore per cosa avverrà. "Quanto sai reggere?"
"Poco, se mi guardi così."
"Perché, come ti guardo?"
"Come una puttana affamata di cazzi."
"Questo, tuttavia, non ti dà comunque il diritto di venire prima che lo decida io."
"Sei bellissima." commento io.
"Lo so."
"Mi piacerebbe annaffiarti."
"Non so se ci riuscirai."
"Raccontami qualcosa di te..."
"Cosa vuoi sapere?" mi chiede Elena, mentre fa colare della saliva sulla punta del mio uccello, mandandomi in estasi. E' fresco e scivoloso, ma provo a trattenere l'impulso di segarmi.
"Qual è il tuo vizio nascosto?"
Elena ci pensa un po', mentre ammira la goccia della sua saliva ridiscendere lungo l'asta eretta davanti a sé. "Adoro il seme."
"L'ho intuito, scommetto che ne hai già avuto un assaggio."
"Sei geloso?"
"Sono curioso, che cosa ti piace del seme?"
"Il fatto di poterlo bere direttamente alla fonte, il senso del potere e il gusto a metà tra una sbarra di ferro e il caramello salato."
"Dipende anche da ciò che si mangia..." osservo io. Con coraggio, inizio una lenta masturbazione davanti a lei. L'alternarsi tra momenti focosi e momenti di dialogo è come una danza sinuosa, mi permette di rimanere coi piedi per terra e di estendere il piacere all'infinito. Lei si sorprende per questa mossa, forse immaginava di avermi ormai atterrito, la vedo piuttosto attratta da quel movimento. "Ora ti racconto una storia io..." le dico.
Elena contempla il mio cazzo mentre mi sego con lentezza, affascinata e in attesa della mia storia. "Vai pure, ma non distrarti...!" mi dice, divertita.
"C'era una volta una donna rispettabile, ligia al dovere, dal passato ignoto ma per qualche strano presentimento anche piuttosto misterioso, il cui lato oscuro si materializzava raramente, nei locali di un hotel di lusso. Una sera, mi ritrovai nudo davanti a lei, soggiogato dalla sua bellezza, le sue forme generose e rassodate, i capelli scuri e mossi, le labbra morbide e magnetiche, gli occhi taglienti e profondi, la guardavo mentre si massaggiava i seni davanti a me... dandomi del bastardo..."
Con fantastico tempismo, osservo Elena cogliere al volo il senso di quel siparietto, alzarsi e iniziare a massaggiarsi il petto, con lentezza. "Sei un bastardo." il suo sguardo è iniettato di desiderio.
"Si tolse lentamente il corsetto, slacciandolo con ampi movimenti dietro la schiena..."
Elena, nel frattempo, sta slacciando il corsetto.
"...per liberare le sue tette e offrirle alla vista." con accondiscendenza, il suo corpetto si libera dai lacci, per offrirmi una visione esclusiva delle sue dolci mammelle.
"Nonostante desiderassi tanto succhiare quei capezzoli, aspettai ancora un po', e iniziai a masturbarmi davanti a lei."
Elena si diverte a recitare le mie strofe, io mi diverto a descrivere i suoi movimenti. "Si tolse i pantaloni, lasciandomi scrutare il fondo delle sue cosce, tra le sue natiche." La donna ripete quei movimenti, senza perdermi di vista con lo sguardo. "D'un tratto, in silenzio si avvicinò..."
Vedo Elena salire sul letto, cavalcioni.
"Si mise cavalcioni su di me, senza mai interrompere il contatto di sguardo. Con una mano raggiunse la punta del pene e la premette sulle sue grandi labbra, strofinando quel che basta per inumidirla. Un calore devastante mi avvolse. Riconobbi che lo sentiva anche lei."
Elena si abbandona alla forza di gravità, permettendo all'asta di entrare dentro di lei. Inizialmente, qualche resistenza, poi con sempre più facilità. "Oddio..."
"In silenzio iniziò a scoparmi, o io iniziai a scopare lei, non saprei dirlo."
Nel frattempo, credo che Elena non stia più ascoltando le mie farneticazioni. Le do un altro schiaffo sul culo, lei geme "Oh, si. Cazzo!"
"La donna gemette, godendo quando la schiaffeggiavo." proseguo io nella narrazione. "Implorandomi di sculacciarla più forte."
"più forte..." ripete lei, mentre mi cavalca. E io la sculaccio, con tutta la determinazione che ho in corpo, cercando di non sborrarle dentro entro cinque secondi.
La mia mente è costretta a divagare, ripensando a momenti diversi e non tanto edificanti, quelli in cui preferivo la libertà all'amore, interrompendo relazioni, cambiando città, cambiando lavori alla ricerca di un nuovo costante e forse mai davvero possibile. Forse è anche per questo che si finisce inghiottiti dai fetish e da tutte quelle altre bizzarrie di cui spesso mi piace parlare, forse l'idea di una normalità che sfugge al senso, il bisogno di una fuga costante da se stessi prima ancora che dagli altri. Nel dare della puttana a una donna, nel venerare i suoi glutei o nell'ammirare il suo coito, c'è tutta la purezza di una eversione che non accenna a placarsi. Nel potersi abbandonare ai sensi, c'è il senso stesso di una vita in cui prevale la vana ambizione, il sacrificio e la libertà a scapito della comodità, del pranzo della domenica, della famiglia tradizionale. Un bacio in fronte sostituito da un risucchio del clitoride. Una gita fuori porta convertita in viaggio in Sud Corea, da solo, per perdersi nelle periferie mal frequentate di Seoul. Scopare sostituito con lo scopare con schiaffi.
"Stai qui con me." mi sussurra Elena, mentre ansima di piacere, dandomi un piccolo schiaffo sul viso, forse ha capito qual è la mia tecnica. "E non barare."
Chi è questa donna? Come ha fatto a capire così tanto di me, solo dalla punta del cazzo e qualche battuta qui e là?
Fermo il suo inchiodare stringendole i fianchi. La sollevo di peso con la sola forza delle braccia, emergendo da quell'anfratto umido, per poi metterla carponi. In ginocchio alle sue spalle, raccolgo la sua chioma con le mani e la tiro a me. La pettino fino a formare una coda di cavallo, che stringo. Mi bagno le dita con i suoi umori e la schiaffeggio due-tre volte con intensità. Sento i suoi singulti ad ogni colpo. Strofino un pollice sul suo sfintere, ne apprezzo la resistenza non eccessiva. Il giusto equilibrio tra novità ed esperienza. Premo con il glande, lasciando intendere dove voglio entrare. Elena mi guarda carica di desiderio. Premo ancora di più, il glande scompare e una profonda stretta mi circonda. "Oh, porco dio, si."
Ha bestemmiato proprio ora. Poteva farlo in qualsiasi circostanza e invece lo ha fatto solo adesso. Lo interpreto come una strana spiritualità. Questa cosa mi manda in estasi, per cui mi concentro per non finire tutto con quella mossa. La tengo salda sui fianchi e affondo. La sento reagire ad ogni millimetro. È una morsa potentissima. "Porca madonna..." rispondo io, per equilibrare la sacralità. Adesso siamo complici nella dannazione, nella trasgressione. La scopata in culo come atto estremo di purificazione del più sporco dei desideri. Roba che in confronto i feticisti dei piedi sono angioletti.
Incedo sull'inculata della mia partner-in-crime, le sue braccia sono come burro, ormai, abbandonate sul letto come morte, i suoi occhi portati all'insù per godere di ogni centimetro di invasione. E io mi godo quella penetrazione, quel buco violato, quella posizione di dominazione. Faccio di tutto per non sborrare proprio in questo momento, ripenso a quando sarà nuovamente stagione dei funghi, ma la porca mi affonda le unghie nella carne nuovamente e ribadisce "resta con me."
È impossibile! Ma come fa? Io provo a divagare, lei mi trascina di nuovo dentro, come faccio a tenere il controllo, in questo modo?
Forse è questo il senso... cercare il controllo, trovarlo e poi saperlo lasciare.
Come una cloche di un aereo pronto a schiantarsi, alleggerisco la presa dei fianchi di Elena, su cui osservo i segni rossi lasciati dai miei polpastrelli. Proseguo a scoparla, senza mani, senza più pensieri, senza strozzature. Sento il lento e inesorabile fluire del sangue a pompare i miei seni cavernosi, sento il fiato accelerare ma anche assumere una frequenza costante. Sento Elena godere in preda a un orgasmo, spalmata sul letto in preda agli spasmi. Si è strofinata tutto il tempo la fica mentre la pompavo, lurida ingorda! Voleva proprio godersela appieno questa notte, brava figliola. Nel frattempo sono ormai senza più freni, senza più strozzature, vedo il mio cazzo dentro di lei e penso quanto sia arrapante come immagine, quasi scatterei una foto ricordo.
"Fammi vedere..." mi dice lei, con la faccia immersa tra due cuscini. Ma cosa, la foto? Ah no certo, lei non legge i miei pensieri, non ancora credo. Con una calma serafica sento l'orgasmo arrivare, ma riesco comunque a tirare fuori il membro giusto in tempo per offrirlo alla sua vista.
Un fiotto, due fiotti, tre fiotti, un quarto e un quinto. Sono come siluri che mi scuotono l'animo. Raggiungono Elena sul collo, sulle labbra, sugli occhi. Urlo di piacere e mi accascio dopo l'impallinata.
Lei sorride, è molto bella quando sorride. Intorno e sopra di lei sembra un campo di battaglia. Ancora ansimante, ne assaggia una parte prima che coli sul materasso, raccoglie con la lingua la goccia rimasta sul glande.
Ci guardiamo esausti, sono le 6 del mattino, tra due ore devo essere al lavoro e sono svuotato come un banco dell'ortofrutta durante gli scioperi. Rimaniamo a guardarci ancora, in silenzio, per un tempo indefinito, tra poco le nostre vite routinarie ricominceranno, ma al momento non ci pensiamo.
[Ringrazio PB per la complicità entusiastica che ha messo sul tavolo per creare questi scenari, personaggi e intrecci. Confermo quanto sia una autrice talentuosissima e versatile, sono lieto di aver stuzzicato la tua fantasia romanzesca! JZ]
di
Jan Zarik
Jan Zarik
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