Dal dentista

scritto il 2026-10-29 tempo di lettura 8 min

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confessioni
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Entro dentro nella sala d’attesa dello studio dentistico, lo spazio è angusto, al piano terra, luci asettiche affianco alla porta, da sopra il muro perimetrale sale una finestra che per buona parte è oscurata da una pellicola che è sì trasparente ma che non fa vedere fuori e così al contrario.

Sono un po’ in anticipo, giusto qualche minuto, ho sempre detestato i ritardi, parto sempre molto prima del necessario e poi puntualmente finisco per aspettare, subendo così ciò che detesto, i ritardi appunto.

Prima di entrare ho fumato una sigaretta, un po’ per abitudine, un po’ per assecondare l’ansia che mi porto dentro ogni volta che vado dal dentista, anche se l’appuntamento di oggi non è per un intervento ai denti ma riguarda altro, poi non so, probabilmente l’ansia è proprio verso la figura del dentista, o del luogo, in questo posto poi è la prima volta che vengo.

Appena dentro saluto i presenti, con me siamo in quattro e la prima, una signora di mezza età si alza nell’esatto momento che ho varcato quella porta, uno sguardo veloce, anonimo, probabilmente non ci vedremo mai più, certamente ora se ripenso al suo volto, al suo corpo, ai suoi occhi, non mi sovverrebbe neppure uno straccio di particolare che me la fa ricordare, lo sguardo va oltre.

Ora restiamo in tre, pessima cosa, penso tra me e me mentre mi accomodo di fronte alle altre due persone, un uomo sui settanta, brizzolato, le sopracciglia molto folte, ricordo solo questo, al suo fianco, due sedie di lato e proprio di fronte a dove mi sono accomodato io, una ragazza, giovane, potrà avere venticinque anni, magari di meno, e in questo caso si potrebbe offendere la sua vanità, se ce l’ha, ma da come è vestita e truccata, penso di no.

Tutti, anche la signora che è sparita dietro la porta bianca che da nello studio, mi salutano, quei saluti che si ricambiano per semplice gentilezza, o educazione, magari entrambe, in ogni caso fa piacere trovare ancora questi gesti presenti in una società che ormai corre sempre più veloce.

La ragazza nel salutarmi mi concede uno sguardo veloce, poi torna a guardare lo schermo del telefono che ha tra le mani, anche il signore anziano ne ha uno in mano, sta leggendo qualcosa, sorrido e mi fisso i piedi, e poi penso, a loro che certamente entreranno prima di me, alla mia dannata puntualità, a cosa dire alla dentista, cerco di ricordarmi tutto, è un consulto, solo quello, poi probabilmente anche lei non la vedrò mai più.

La porta bianca si apre, una ragazza mi chiama per nome, poi mi passa un tablet dove devo compilare quello che una volta si faceva in un altro modo, la guardo quasi scocciato, penso che l’abbia notato, detesto tutto questa modernità, la odio proprio, forse anche l’altra ragazza coglie questo mio disappunto, per un attimo i nostri sguardi s’incrociano, è solo un attimo, ha due occhi grandi, neri, mi piacciono, prendo in mano la modernità e inizio impacciato a toccare quello schermo.

Intanto la segretaria chiama per nome la ragazza, Barbara, sei Barbara, le chiede, la ragazza risponde di si, la invita dentro, così resto in quella stanza solo con l’anziano che in tutto questo non s’è scomposto e ha continuato a leggere sul suo telefonino, chissà se venti o trent’anni prima si sarebbe immaginato tutto questo, onestamente non gli invidio nel loro essersi adeguati a questo tempo, io lo odio, per quanto trovi alcuni aspetti positivi, ma penso che siamo e ancor più andremo verso qualcosa di negativo, torno a fissarmi i piedi, penso a quei occhi grandi e neri, a quella testa piena di riccioli, al suo fisico minuto, inchiodo la fantasia, quasi un invito a non andare oltre, non è il caso.

Un paio di minuti dopo si riapre la porta e la ragazza, Barbara, torna nella saletta, si siede ma questa volta non prende il telefono, il suo sguardo si abbassa al pavimento, come il mio, anche se poco dopo mi sento osservato, una sensazione, solo una sensazione, ma che trova conferma appena alzo lo sguardo e inevitabilmente incrocio quello di lei che mi sta guardando, e così per la seconda volta i nostri sguardi s'incrociano, lei non fa nulla per nasconderlo, continua a guardarmi, due, tre, quattro secondi dove il silenzio cerca la parola, ma restiamo in silenzio entrambi, poi lei torna a fissarsi i piedi e io faccio altrettanto.

Il mio sguardo verso il pavimento resiste poco, ancora una volta la stessa sensazione di avere il suo sguardo addosso, aspetto, pochi secondi e lo rialzo e ancora una volta gli occhi si incontrano, e ancora una volta lei sostiene il suo verso di me, non sfugge, questa volta restiamo ancora più di prima a guardarci, sono quasi in imbarazzo, di solito sono io a guardare, anche se non così sfacciatamente, in ogni caso l’immaginazione inizia a reclamare un ruolo verso questa situazione in parte irreale, poi come prima entrambi torniamo a fissare il vuoto, a terra, e l’immaginazione alza l’asticella dell’indecenza, naturale riflesso di un vecchio lupo ormai senza denti.

Ancora una volta la porta bianca si apre, la voce impostata della segretaria chiama il signore, mi ero quasi dimenticato della sua discreta presenza, lui si alza e segue la ragazza fin dentro, la porta si richiude, ora restiamo solo noi due dentro a quella saletta angusta che all’improvviso diventa anche troppo grande, ci separano forse un metro, o poco più, potrei sentire il suo respiro, e lei il mio, intanto gli sguardi continuano, sfacciati, insistenti, pericolosi.

La situazione ha del surreale, entrambi restiamo in silenzio, come se tutti e due aspettassimo dall’altro la prima mossa che non arriva, e quando poteva succedere ecco il suono del campanello e subito dopo il click metallico di una serratura che si sblocca, la porta a vetri si apre ed entra un ragazzo sui trent’anni, vestito elegante come se stesse andando ad un appuntamento importante di lavoro, e magari arrivava proprio da quello o forse ce l’aveva dopo, o più probabilmente si vestiva sempre così.

La sua presenza ricaccia la fantasia a una distanza di sicurezza, torno a fissarmi le punte dei piedi, ma lo sento nuovamente su di me lo sguardo di Barbara, di quella giovane ragazza minuta e poco truccata, ma questa volta decido di continuare a guardare per terra, continuare potrebbe essere pericoloso, però lascio libera la fantasia di galoppare libera, l’immaginazione riempie ciò che non conoscerò mai, le sue forme, cosa le piacerà, violo la sua intimità pregando che lei, in modo assurdo, riesca a vedere cosa le sto facendo, o cosa le avrei fatto, con la fantasia, vigliaccamente solo con quella.

Dopo quel breve viaggio rialzo lo sguardo, la ritrovo a fissarmi, e anche se nella saletta ora c’è questo ragazzo elegante, mi decido a rompere il ghiaccio, nel mentre che in fretta cerco di elaborare un qualcosa di sensato e non sciocco per rivolgerle la parola, ecco che nuovamente si riapre quella dannata porta bianca, la segretaria sempre con quel tono professionale chiama Barbara, la ragazza esita, pochi istanti, poi si alza e sparisce dietro la porta che si richiude.

Abbasso ancora lo sguardo verso terra, sorrido, sospiro e ringrazio il destino, alcuni minuti dopo tocca a me, entro e percorro il corridoio dove ci sono una serie di porte chiuse, dietro a una di quelle ci sono i grandi occhioni di quella giovane ragazza minuta, il consulto dura una ventina di minuti, finito la ringrazio e la saluto, certamente non la rivedrò mai più, faccio la decina di metri del corridoio fino all’uscita, un’altra porta a vetri che apro, è pesante, esco e la lascio che si chiuda da sola, sbatte, il rumore echeggia sotto al piccolo portico della palazzina, cammino lungo il perimetro fino al parcheggio, salgo in auto e faccio manovra per uscire ed immettermi nella strada e tornare verso casa, un breve rettilineo, poi una curva e un altro rettilineo che mi porta nella strada principale, svolto a destra dove pochi metri dopo c’è la fermata dell’autobus, svolto, la manovra è lenta, senza fretta, la vedo in piedi che aspetta l’autobus, proseguo lento, gli sguardi s’incrociano ancora una volta, proseguono attraverso lo specchietto retrovisore, forse un suo sorriso, forse ha visto il mio, vado oltre, anche lei non la rivedrò mai più.
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