La Notte
scritto il 2026-10-10 tempo di lettura 6 min
di
Ricominciodame
genere
confessioni
cura
A−
Un viaggio indietro nel tempo, una società completamente diversa, una città che era qualcosa più grande di un grosso paesotto, tra ricordi e qualche grammo di fantasia, quei meravigliosi anni ‘80 irripetibili, neppure così distanti ma per il tempo di oggi un abisso.
Il giorno che vestiva l’abito buono della Domenica, e la notte che indossava la sua maschera, diventavano così profondamente diversi tra loro, due mondi che correvano su binari paralleli che non si incontravano mai.
Il giorno che iniziava presto, anche prima dell’alba, fantasmi addormentati tra le nebbie correvano al lavoro, la notte lenta e discreta nascosta dal buio, illuminata dai pochi lampioni di ferro arrugginito e bidoni usati come stufe.
La miseria aveva la sua dignità e il poco era diviso tra molti, ogni piccola storia di provincia sapeva diventare un romanzo senza titolo ricco di personaggi d’altri tempi, così come ogni angolo aveva un nome e qualcosa da raccontare per chi aveva voglia di ascoltare, la notte parlava tra i suoi vicoli, portici e piazze.
Eccola là, come ogni notte nel suo angolo, Roberta una delle prime trans in città, veniva da lontano, forse era arrivata per studiare all’università ma poi per il suo essere diversa il giorno l’aveva esclusa, e così è stata la notte ad accoglierla dandole la sua luce.
Il passo verso quel destino è stata una conseguenza, tutti conoscevano Roberta, poco più alta di un metro e sessanta, le tette di silicone nuove di zecca che non passavano inosservate, i vestiti succinti di chi deve mostrare la sua mercanzia.
Il suo accento Siciliano, i capelli castano chiaro e ribelli come lei voleva essere, capelli lunghi che cadevano sulla schiena, era uno spettacolo vederla parlare con le persone che si fermavano, chi per curiosità, altri per consumare un quarto d’ora di proibito, e altri ancora per denigrarla.
Quante risate e sigarette fumate insieme nel cuore di notti che non sembravano finire mai, lunghe, umide o afose, solo ad Agosto Roberta se ne tornava nella sua amata Sicilia, poi una estate non tornò più, chissà oggi cosa starà facendo, se finalmente ha trovato nel giorno la sua notte, se è ancora viva
Dall’altra parte della città, che di notte attraversavi in pochi minuti, una coppia, marito e moglie, lei batteva vicino a una chiesa dalle parti della stazione, lui era il suo pappone, lo chiamavamo Elvis per via del taglio di capelli e una motocicletta che voleva vagamente assomigliare a una Harley, lei poveretta era zoppa, forse arrivava a un metro e cinquanta e calzava sempre delle Zeppe di almeno 20 centimetri.
Lui si fermava a qualche decina di metri da Lei, una sigaretta sempre tra le labbra, o spenta o accesa, un sacchetto di carta dove dentro c’era una bottiglia di vetro con del liquore che portava a sua moglie, specialmente nelle notti fredde e gelide di quegli inverni padani.
Quando litigavano erano uno spettacolo comico, urlavano in dialetto stretto e lei, nonostante lui volesse passare per un duro, lo prendeva a calci nel sedere e a borsettate in testa, non l’ho mai visto alzare una mano su di lei.
Nonostante tutto era protettivo e ogni volta che lei saliva in auto con il cliente di turno, lui la seguiva per accertarsi che non succedesse nulla alla Donna della sua vita, a suo modo un signore.
Lei se la portò via un cancro ai polmoni, di lui non si seppe più nulla, sparì nel buio della sua notte, mi piace pensare che entrambi sfrecciano ancora su quella specie di Harley per delle strade che non esistono più.
In centro, poco distante dalla stazione, in quelle vie che a quei tempi erano il salotto buono della città, c’erano due donne che avranno avuto sui 30, 35 anni, due belle donne, appariscenti ma non volgari, entrambe col fisico asciutto, curate, discrete.
Loro non consumavano la notte appoggiate a un lampione o dentro l'abitacolo scomodo di una fiat 128 ma ricevevano in un piccolo pied-à-terre a pochi metri da dove si mettevano ogni notte.
Da loro si fermavano belle macchine, nessuna contrattazione, l’auto si accostava e faceva salire una o l’altra, a volte anche entrambe, faceva il giro dell’isolato ed entrava dentro a un garage sotterraneo e discreto, terminato lei usciva dal portoncino della palazzina mentre l’auto si allontanava in fretta, fino alla prossima notte.
Con loro non si poteva scherzare troppo, era “merce” di gente con pochi scrupoli e poco disponibili al dialogo, anche questa era la notte, dura e cruda.
Vicino a una delle porte antiche della città, un'altra coppia di donne, ma molto più in là negli anni, con loro ho trascorso delle simpatiche notti nel loro dopo lavoro, mi portavano in qualche locale che viveva solo la notte e dove magari alle 5 del mattino trovavi tutti o quasi gli attori di quelle notti, una specie di zona franca dove tutti conoscevano tutti ma se capitava avrebbero giurato di non conoscere nessuno.
Una delle due, probabilmente sulla cinquantina, da giovane dev’essere stata una bella donna, in parte lo era anche a quel tempo, divorziata, due figli, una vita difficile che ha attraversato gli anni 60 e 70.
All’altra mancavano almeno un paio di denti, grassottella, non alta, a primo acchito avresti detto che non batteva un chiodo ed invece aveva la sua clientela fatta quasi tutta di pensionati o uomini di una certa età, quando l’abito non fa il monaco, entrambe alla mano e simpatiche, era interessante ascoltarle quando raccontavano aneddoti del loro passato e della città che già era cambiata.
E la notte era così, nuda e cruda, pericolosa ma tremendamente vera, tra luci ingiallite di lampioni arrugginiti e regole non scritte che tutti però conoscevano, tempo che correva troppo veloce mentre lo consumavi e ti consumava.
Eh, se solo potessi lo rivivrei, era una società diversa, povera ma con dignità, la notte amava parlare e raccontarsi guardandoti negli occhi, la notte gridava, imprecava e bestemmiava, la notte era amica, amante e un po’ puttana!
Il giorno che vestiva l’abito buono della Domenica, e la notte che indossava la sua maschera, diventavano così profondamente diversi tra loro, due mondi che correvano su binari paralleli che non si incontravano mai.
Il giorno che iniziava presto, anche prima dell’alba, fantasmi addormentati tra le nebbie correvano al lavoro, la notte lenta e discreta nascosta dal buio, illuminata dai pochi lampioni di ferro arrugginito e bidoni usati come stufe.
La miseria aveva la sua dignità e il poco era diviso tra molti, ogni piccola storia di provincia sapeva diventare un romanzo senza titolo ricco di personaggi d’altri tempi, così come ogni angolo aveva un nome e qualcosa da raccontare per chi aveva voglia di ascoltare, la notte parlava tra i suoi vicoli, portici e piazze.
Eccola là, come ogni notte nel suo angolo, Roberta una delle prime trans in città, veniva da lontano, forse era arrivata per studiare all’università ma poi per il suo essere diversa il giorno l’aveva esclusa, e così è stata la notte ad accoglierla dandole la sua luce.
Il passo verso quel destino è stata una conseguenza, tutti conoscevano Roberta, poco più alta di un metro e sessanta, le tette di silicone nuove di zecca che non passavano inosservate, i vestiti succinti di chi deve mostrare la sua mercanzia.
Il suo accento Siciliano, i capelli castano chiaro e ribelli come lei voleva essere, capelli lunghi che cadevano sulla schiena, era uno spettacolo vederla parlare con le persone che si fermavano, chi per curiosità, altri per consumare un quarto d’ora di proibito, e altri ancora per denigrarla.
Quante risate e sigarette fumate insieme nel cuore di notti che non sembravano finire mai, lunghe, umide o afose, solo ad Agosto Roberta se ne tornava nella sua amata Sicilia, poi una estate non tornò più, chissà oggi cosa starà facendo, se finalmente ha trovato nel giorno la sua notte, se è ancora viva
Dall’altra parte della città, che di notte attraversavi in pochi minuti, una coppia, marito e moglie, lei batteva vicino a una chiesa dalle parti della stazione, lui era il suo pappone, lo chiamavamo Elvis per via del taglio di capelli e una motocicletta che voleva vagamente assomigliare a una Harley, lei poveretta era zoppa, forse arrivava a un metro e cinquanta e calzava sempre delle Zeppe di almeno 20 centimetri.
Lui si fermava a qualche decina di metri da Lei, una sigaretta sempre tra le labbra, o spenta o accesa, un sacchetto di carta dove dentro c’era una bottiglia di vetro con del liquore che portava a sua moglie, specialmente nelle notti fredde e gelide di quegli inverni padani.
Quando litigavano erano uno spettacolo comico, urlavano in dialetto stretto e lei, nonostante lui volesse passare per un duro, lo prendeva a calci nel sedere e a borsettate in testa, non l’ho mai visto alzare una mano su di lei.
Nonostante tutto era protettivo e ogni volta che lei saliva in auto con il cliente di turno, lui la seguiva per accertarsi che non succedesse nulla alla Donna della sua vita, a suo modo un signore.
Lei se la portò via un cancro ai polmoni, di lui non si seppe più nulla, sparì nel buio della sua notte, mi piace pensare che entrambi sfrecciano ancora su quella specie di Harley per delle strade che non esistono più.
In centro, poco distante dalla stazione, in quelle vie che a quei tempi erano il salotto buono della città, c’erano due donne che avranno avuto sui 30, 35 anni, due belle donne, appariscenti ma non volgari, entrambe col fisico asciutto, curate, discrete.
Loro non consumavano la notte appoggiate a un lampione o dentro l'abitacolo scomodo di una fiat 128 ma ricevevano in un piccolo pied-à-terre a pochi metri da dove si mettevano ogni notte.
Da loro si fermavano belle macchine, nessuna contrattazione, l’auto si accostava e faceva salire una o l’altra, a volte anche entrambe, faceva il giro dell’isolato ed entrava dentro a un garage sotterraneo e discreto, terminato lei usciva dal portoncino della palazzina mentre l’auto si allontanava in fretta, fino alla prossima notte.
Con loro non si poteva scherzare troppo, era “merce” di gente con pochi scrupoli e poco disponibili al dialogo, anche questa era la notte, dura e cruda.
Vicino a una delle porte antiche della città, un'altra coppia di donne, ma molto più in là negli anni, con loro ho trascorso delle simpatiche notti nel loro dopo lavoro, mi portavano in qualche locale che viveva solo la notte e dove magari alle 5 del mattino trovavi tutti o quasi gli attori di quelle notti, una specie di zona franca dove tutti conoscevano tutti ma se capitava avrebbero giurato di non conoscere nessuno.
Una delle due, probabilmente sulla cinquantina, da giovane dev’essere stata una bella donna, in parte lo era anche a quel tempo, divorziata, due figli, una vita difficile che ha attraversato gli anni 60 e 70.
All’altra mancavano almeno un paio di denti, grassottella, non alta, a primo acchito avresti detto che non batteva un chiodo ed invece aveva la sua clientela fatta quasi tutta di pensionati o uomini di una certa età, quando l’abito non fa il monaco, entrambe alla mano e simpatiche, era interessante ascoltarle quando raccontavano aneddoti del loro passato e della città che già era cambiata.
E la notte era così, nuda e cruda, pericolosa ma tremendamente vera, tra luci ingiallite di lampioni arrugginiti e regole non scritte che tutti però conoscevano, tempo che correva troppo veloce mentre lo consumavi e ti consumava.
Eh, se solo potessi lo rivivrei, era una società diversa, povera ma con dignità, la notte amava parlare e raccontarsi guardandoti negli occhi, la notte gridava, imprecava e bestemmiava, la notte era amica, amante e un po’ puttana!
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