Il prelievo - Terza parte -
di
Ricominciodame
genere
confessioni
I giorni successivi furono caratterizzati dal maltempo tanto che restammo chiusi un giorno e mezzo, ogni tanto mi tornava in mente Giulia, a dirla tutta erano anche altre che affollavano il cervello suscitando una serie di fantasie anche molto articolate e con una infinità di particolari, salvo svanire tutto poco prima di “consumare”, e poi quel pizzino piegato in otto e che conservavo, quella risata che anche se scritta, aveva la potenza di rimbombare nella testa, eh si, per certi versi me l’ero proprio segnata.
Ormai eravamo agli sgoccioli, ultima settimana, poi alcuni giorni per sistemare tutto e chiudere anche quella stagione, lunga e difficile. Il tempo si era sistemato e così in quei giorni ci fu parecchio lavoro, a parte questo mi era tornato un certo ottimismo di poter passare, una volta finito tutto e finalmente libero, alcuni giorni di relax prima di tornare alla confusione della città, e poi il prossimo mercoledì mattina avevo l’appuntamento per il prelievo che inizialmente era alle 7 e 30 ma che mi era stato spostato di un ora per non meglio precisati problemi tecnici, poco male, anzi ad essere sincero meglio così, considerata la mia cronica stanchezza e la poca propensione ad alzarmi presto al mattino.
Una parte di me pensava a un modo per pareggiare i conti visto quel pizzino, l’altra, quella della coscienza, mi suggeriva invece di lasciar perdere, di continuare a far “giocare” lei ed attendere eventuali sviluppi, ma l’idea di pareggiare il conto si stava facendo sempre più strada nella mia testa, alla fine prevalse la ragione di non farmi coinvolgere in qualcosa che poi sarebbe potuto diventare pericoloso e soprattutto dagli esiti imprevedibili, insomma sarei restato alla finestra, come si suol dire, con una punta di provocante indifferenza, così da vedere lei come si sarebbe comportata quella mattina.
O magari, come mi è capitato spesso nella vita, tutti questi machiavellici ragionamenti erano frutto solo di una fervida fantasia e null’altro, intanto quel Mercoledì era arrivato e nel mentre andavo verso l’appuntamento, tutti questi pensieri si mescolavano tra di loro, il solito problema nel trovare un posto dove parcheggiare mi fece tornare coi piedi per terra, questa volta però davanti al negozio dove ero riuscito a parcheggiare la volta prima c’erano già un paio di auto e così di giri attorno all’isolato ne feci più di qualcuno prima di decidere di fermarmi ed aspettare, intanto l’orologio nell’auto segnava le 8 e 15, e 17, e 21 e 29 e finalmente ecco che un signore montò nella sua auto, ingranò la prima e così potei parcheggiare praticamente sotto allo studio medico.
Solita rampa di scale prima di entrare all'entrata dove Antonella dietro alla sua postazione era al telefono impegnata a discutere con qualcuno, i toni erano accesi tanto che potevo ascoltare la voce di un uomo decisamente alterato, lei, come la maggior parte delle donne, era perfettamente in gradi di poter svolgere più cose nello stesso momento, e mentre parlava a tratti anche animosamente con il suo interlocutore, prima mi fece un cenno con gli occhi mimando con le mani il gesto dell’ora, eh si ero leggermente in ritardo, ma concedendo però un sorriso, poi mi fece cenno di passarle l’impegnativa che registrò nel terminale e sempre continuando ad ascoltare il tizio che ora era a urla tanto che la povera dovette allontanare l’apparecchio da vicino l’orecchio tanto quello gridava, minchia, pensai tra me e me, chissà cosa sarà successo, subito dopo Giulia si affacciò sulla porta dello stanzino dei prelievi, con la mano mi fece cenno di raggiungerla e come l’altra volta una volta entrato chiuse dietro di sé la porta.
< Intanto grazie per il bel tavolo che mi hai dato l’altro giorno, abbiamo mangiato molto bene, anche se la serata non era di quelle estive ma quasi autunnali > aggiunse.
< Figurati > replicai intanto che mi spogliavo della felpa per concedere la mia vena migliore per l’ennesimo prelievo.
< Oggi dove vuoi che te lo faccio…il prelievo > iniziando ad usare quel suo tono provocatorio, e mentre parlava sentivo il suo sguardo addosso, il mio era concentrato sulla scollatura decisamente audace, potevo ammirare la forma dei capezzoli che quasi bucavano il camice, sicuramente era senza reggiseno, oppure se lo indossava era veramente striminzito.
Ero pronto a replicare, ma replicai semplicemente con un sorriso a mezza bocca, gli sguardi poi s’incrociarono, mentre le sue mani presero il braccio destro, con le dita iniziò a sbattere nella vena che s’indurì diventando violacea.
< Che bella vena gonfia che hai, ma scommetto che te l’avranno già detto in tanti, o sbaglio >.
Ecco, ora mi inizia a provocare, ormai le frasi e le parole che uscivano dalla sua bocca, avevano il potere di farmi indurire qualcos’altro, comunque in fin dei conti sempre di sangue si trattava, la battuta mi stava per uscire, non so come riuscii a ricacciarla dentro.
< Allora Giulia, cosa vuoi, ops volevo dire quale vuoi >
Come se si aspettasse qualcosa del genere, replicò immediatamente < eh sapessi, anche se so che lo sai, sotto sotto lo sai molto bene >
< Oddio, per un semplice prelievo, suvvia da, fai tu, prendi quello che vuoi >
< Attento che potrei prenderti in parola >
Ecco, lo sapevo, maledetta linguaccia, invece di gettare acqua sul fuocherello, stavo gettando benzina, taci emme, taci, pensa ad altro, anche se ormai, come minchia potevo pensare ad altro che avevo il coinquilino che ormai era duro come il marmo, e credetemi, non è più cosa così scontata.
Finalmente dopo aver stretto il laccio attorno al braccio, a proposito, scelse quello sinistro come la volta precedente, mi fece stringere forte il pugno e distendere il braccio, solo che questa volta mi sembrava che il cuscino di supporto fosse decisamente molto più vicino a lei, tanto che dovetti portare un po’ in avanti la sedia, e lei al contempo portò ancora più in avanti il busto, piegandosi quel tanto da creare spazio tra il tessuto bianco candido del camice che indossava e la sua pelle olivastra.
Avevo ragione, sotto il camice niente, il mio sguardo ormai era perso e rapito dall’incanto del suo seno che ormai mi appariva nudo, potevo ammirare l’ampia aureola marrone scura scura, e i capezzoli pronunciati, cazzo li avrei succhiati e poi presi a morsi, entrambi, non sentii neppure l’ago entrare nella vene, tanto ero rapito e tanto erano le fantasie che mi stavano assalendo.
Eh certo, per un paio di tette, no, non erano un paio di tette, era la situazione, quel vedere che era come una conquista, la sua voce che provocava, i suoi modi accattivanti, ormai era certo che tutto questo non poteva essere frutto solo della mia fantasia, per quanto fervida che fosse, Giulia mi stava mandando eloquenti segnali a una totale disponibilità, i suoi sguardi parlavano e nel farlo mi dicevano, dai, ecco, vedi, e fallo questo passo, dai cazzo, sono qua, cos’altro devo fare ancora.
Ad una a una infilava e levava le provette, le solite 5, e mi guardava e io guardavo le sue tette, mi era impossibile distogliere lo sguardo, erano piene, grandi, e lei così minuta e con quel sorriso stampato nel volto, gli occhi accesi, le labbra umide, intanto alcune gocce dense dei miei fluidi uscivano a bagnarmi la cappella ormai ingrossata ai suoi massimi, il battito accelerato, una voglia di saltarle addosso e farla mia, prenderla di peso e portarla sopra al tavolino dove stavo continuando a darle il mio sangue, mentre era altro che le avrei donato, ovunque, l’aria nell’angusta stanzetta priva di finestre iniziava a odorare di noi.
C’era un silenzio assoluto e quasi potevo sentire il sangue che riempiva le provette, ormai era l’ultima e una volta levata via, sempre in silenzio aprii il pugno, nel farlo Giulia di scosto poco di lato così che la mano aperta, quasi in modo naturale, s’infilò dentro al camice, sfiorando prima, toccando subito dopo la pelle liscia del suo petto gonfio, anche il suo cuore era accelerato, lo potevo ascoltare, come lei probabilmente poteva ascoltare il mio, le dita sull’aureola, Giulia che si spostò ancora, ora erano sul capezzolo, un sussulto da parte sua, una voglia quasi fuori controllo da parte mia, si passò la lingua tra le labbra, aumentandone la lucidità con la saliva, brillavano quasi quanto i nostri sguardi, ritraendo la mano sfiorai con più pressione un suo seno, prendendo il capezzolo tra le dita, poi tirai lentamente indietro il braccio.
< Abbiamo terminato > chiesi con voce bassa ma ferma, lei sembrava altrove, la sua testa non so dove potesse essere in quel momento, biascicò qualcosa che onestamente non compresi, deglutì tirandosi indietro di scatto, come se quella magia fosse svanita improvvisamente, deglutì una seconda volta, le sue guance ora erano rosse, lo notai anche se la sua pelle abbronzata le mascherava bene, abbozzò un sorriso nervoso, teso.
< Eh si, mi sa che abbiamo proprio finito >, purtroppo aggiunse…
Ormai eravamo agli sgoccioli, ultima settimana, poi alcuni giorni per sistemare tutto e chiudere anche quella stagione, lunga e difficile. Il tempo si era sistemato e così in quei giorni ci fu parecchio lavoro, a parte questo mi era tornato un certo ottimismo di poter passare, una volta finito tutto e finalmente libero, alcuni giorni di relax prima di tornare alla confusione della città, e poi il prossimo mercoledì mattina avevo l’appuntamento per il prelievo che inizialmente era alle 7 e 30 ma che mi era stato spostato di un ora per non meglio precisati problemi tecnici, poco male, anzi ad essere sincero meglio così, considerata la mia cronica stanchezza e la poca propensione ad alzarmi presto al mattino.
Una parte di me pensava a un modo per pareggiare i conti visto quel pizzino, l’altra, quella della coscienza, mi suggeriva invece di lasciar perdere, di continuare a far “giocare” lei ed attendere eventuali sviluppi, ma l’idea di pareggiare il conto si stava facendo sempre più strada nella mia testa, alla fine prevalse la ragione di non farmi coinvolgere in qualcosa che poi sarebbe potuto diventare pericoloso e soprattutto dagli esiti imprevedibili, insomma sarei restato alla finestra, come si suol dire, con una punta di provocante indifferenza, così da vedere lei come si sarebbe comportata quella mattina.
O magari, come mi è capitato spesso nella vita, tutti questi machiavellici ragionamenti erano frutto solo di una fervida fantasia e null’altro, intanto quel Mercoledì era arrivato e nel mentre andavo verso l’appuntamento, tutti questi pensieri si mescolavano tra di loro, il solito problema nel trovare un posto dove parcheggiare mi fece tornare coi piedi per terra, questa volta però davanti al negozio dove ero riuscito a parcheggiare la volta prima c’erano già un paio di auto e così di giri attorno all’isolato ne feci più di qualcuno prima di decidere di fermarmi ed aspettare, intanto l’orologio nell’auto segnava le 8 e 15, e 17, e 21 e 29 e finalmente ecco che un signore montò nella sua auto, ingranò la prima e così potei parcheggiare praticamente sotto allo studio medico.
Solita rampa di scale prima di entrare all'entrata dove Antonella dietro alla sua postazione era al telefono impegnata a discutere con qualcuno, i toni erano accesi tanto che potevo ascoltare la voce di un uomo decisamente alterato, lei, come la maggior parte delle donne, era perfettamente in gradi di poter svolgere più cose nello stesso momento, e mentre parlava a tratti anche animosamente con il suo interlocutore, prima mi fece un cenno con gli occhi mimando con le mani il gesto dell’ora, eh si ero leggermente in ritardo, ma concedendo però un sorriso, poi mi fece cenno di passarle l’impegnativa che registrò nel terminale e sempre continuando ad ascoltare il tizio che ora era a urla tanto che la povera dovette allontanare l’apparecchio da vicino l’orecchio tanto quello gridava, minchia, pensai tra me e me, chissà cosa sarà successo, subito dopo Giulia si affacciò sulla porta dello stanzino dei prelievi, con la mano mi fece cenno di raggiungerla e come l’altra volta una volta entrato chiuse dietro di sé la porta.
< Intanto grazie per il bel tavolo che mi hai dato l’altro giorno, abbiamo mangiato molto bene, anche se la serata non era di quelle estive ma quasi autunnali > aggiunse.
< Figurati > replicai intanto che mi spogliavo della felpa per concedere la mia vena migliore per l’ennesimo prelievo.
< Oggi dove vuoi che te lo faccio…il prelievo > iniziando ad usare quel suo tono provocatorio, e mentre parlava sentivo il suo sguardo addosso, il mio era concentrato sulla scollatura decisamente audace, potevo ammirare la forma dei capezzoli che quasi bucavano il camice, sicuramente era senza reggiseno, oppure se lo indossava era veramente striminzito.
Ero pronto a replicare, ma replicai semplicemente con un sorriso a mezza bocca, gli sguardi poi s’incrociarono, mentre le sue mani presero il braccio destro, con le dita iniziò a sbattere nella vena che s’indurì diventando violacea.
< Che bella vena gonfia che hai, ma scommetto che te l’avranno già detto in tanti, o sbaglio >.
Ecco, ora mi inizia a provocare, ormai le frasi e le parole che uscivano dalla sua bocca, avevano il potere di farmi indurire qualcos’altro, comunque in fin dei conti sempre di sangue si trattava, la battuta mi stava per uscire, non so come riuscii a ricacciarla dentro.
< Allora Giulia, cosa vuoi, ops volevo dire quale vuoi >
Come se si aspettasse qualcosa del genere, replicò immediatamente < eh sapessi, anche se so che lo sai, sotto sotto lo sai molto bene >
< Oddio, per un semplice prelievo, suvvia da, fai tu, prendi quello che vuoi >
< Attento che potrei prenderti in parola >
Ecco, lo sapevo, maledetta linguaccia, invece di gettare acqua sul fuocherello, stavo gettando benzina, taci emme, taci, pensa ad altro, anche se ormai, come minchia potevo pensare ad altro che avevo il coinquilino che ormai era duro come il marmo, e credetemi, non è più cosa così scontata.
Finalmente dopo aver stretto il laccio attorno al braccio, a proposito, scelse quello sinistro come la volta precedente, mi fece stringere forte il pugno e distendere il braccio, solo che questa volta mi sembrava che il cuscino di supporto fosse decisamente molto più vicino a lei, tanto che dovetti portare un po’ in avanti la sedia, e lei al contempo portò ancora più in avanti il busto, piegandosi quel tanto da creare spazio tra il tessuto bianco candido del camice che indossava e la sua pelle olivastra.
Avevo ragione, sotto il camice niente, il mio sguardo ormai era perso e rapito dall’incanto del suo seno che ormai mi appariva nudo, potevo ammirare l’ampia aureola marrone scura scura, e i capezzoli pronunciati, cazzo li avrei succhiati e poi presi a morsi, entrambi, non sentii neppure l’ago entrare nella vene, tanto ero rapito e tanto erano le fantasie che mi stavano assalendo.
Eh certo, per un paio di tette, no, non erano un paio di tette, era la situazione, quel vedere che era come una conquista, la sua voce che provocava, i suoi modi accattivanti, ormai era certo che tutto questo non poteva essere frutto solo della mia fantasia, per quanto fervida che fosse, Giulia mi stava mandando eloquenti segnali a una totale disponibilità, i suoi sguardi parlavano e nel farlo mi dicevano, dai, ecco, vedi, e fallo questo passo, dai cazzo, sono qua, cos’altro devo fare ancora.
Ad una a una infilava e levava le provette, le solite 5, e mi guardava e io guardavo le sue tette, mi era impossibile distogliere lo sguardo, erano piene, grandi, e lei così minuta e con quel sorriso stampato nel volto, gli occhi accesi, le labbra umide, intanto alcune gocce dense dei miei fluidi uscivano a bagnarmi la cappella ormai ingrossata ai suoi massimi, il battito accelerato, una voglia di saltarle addosso e farla mia, prenderla di peso e portarla sopra al tavolino dove stavo continuando a darle il mio sangue, mentre era altro che le avrei donato, ovunque, l’aria nell’angusta stanzetta priva di finestre iniziava a odorare di noi.
C’era un silenzio assoluto e quasi potevo sentire il sangue che riempiva le provette, ormai era l’ultima e una volta levata via, sempre in silenzio aprii il pugno, nel farlo Giulia di scosto poco di lato così che la mano aperta, quasi in modo naturale, s’infilò dentro al camice, sfiorando prima, toccando subito dopo la pelle liscia del suo petto gonfio, anche il suo cuore era accelerato, lo potevo ascoltare, come lei probabilmente poteva ascoltare il mio, le dita sull’aureola, Giulia che si spostò ancora, ora erano sul capezzolo, un sussulto da parte sua, una voglia quasi fuori controllo da parte mia, si passò la lingua tra le labbra, aumentandone la lucidità con la saliva, brillavano quasi quanto i nostri sguardi, ritraendo la mano sfiorai con più pressione un suo seno, prendendo il capezzolo tra le dita, poi tirai lentamente indietro il braccio.
< Abbiamo terminato > chiesi con voce bassa ma ferma, lei sembrava altrove, la sua testa non so dove potesse essere in quel momento, biascicò qualcosa che onestamente non compresi, deglutì tirandosi indietro di scatto, come se quella magia fosse svanita improvvisamente, deglutì una seconda volta, le sue guance ora erano rosse, lo notai anche se la sua pelle abbronzata le mascherava bene, abbozzò un sorriso nervoso, teso.
< Eh si, mi sa che abbiamo proprio finito >, purtroppo aggiunse…
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