Il patto segreto di una famiglia per bene (Parte 2)
scritto il 2026-10-27 tempo di lettura 7 min
di
Valeria29
genere
incesti
cura
A+
Fin dove sarebbe arrivato?
Vedevo mio zio più rilassato, più accondiscendente; sembrava un'altra persona. Aveva trovato un equilibrio nuovo, e quel mutamento era tutto merito del mio corpo. Mi faceva tenerezza vederlo sorridere così, e non volevo spezzare quell'incantesimo.
La presenza di mio cugino Mattia nella casa rappresentava un problema, così decidemmo che i nostri incontri dovevano avvenire in un luogo più appartato e sicuro. Avevamo un piccolo deposito nel giardino, dove mio zio il pomeriggio andava a riposare un paio d'ore prima di riprendere l'attività. Quello divenne la nostra alcova notturna, un luogo dove la privacy ci permetteva di essere più liberi e meno timorosi di essere scoperti da Mattia.
Mio zio era un abile oratore e un fine psicologo: con le parole sapeva dare un senso a ogni cosa. Fu così che una sera si presentò davanti a me con un preservativo in mano.
"Cosa vuoi farci con quello?" chiesi, allibita.
"Secondo te?" rispose, con un sorriso malizioso.
"Non mi dirai che..."
"Ho aspettato tanto, Valeria. Sono ancora giovane e non posso privarmi del sesso. Solo tu puoi capirmi, sei sempre stata comprensiva con me."
"Ma zio, sono ancora vergine!"
"Sarò delicato come lo sono stato con tua zia, sarà una gioia per entrambi, credimi. Un onore per me, tuo zio."
Ero in panico, frastornata da una richiesta a cui non avevo risposta. Si trattava di un rapporto incestuoso, contro la morale di ogni essere umano. Intanto mi abbracciò, baciandomi sul collo e sul volto. Aveva il respiro affannoso, e anch'io mi sentivo allo stesso modo, per una scelta che sembrava fuori da ogni luogo. Cedetti, in onore del rapporto che ci legava, in onore della mia dedizione a questa famiglia. Il mio corpo si piegò al suo volere, alla sua trasgressione. Non solo seghe, pompini e carezze, ma qualcosa di più tangibile, più personale, più intimo.
Si spogliò velocemente, come se temesse che potessi ripensarci, ma avevo già deciso. Distesa sul letto, lo vidi posizionarsi tra le mie gambe.
"Per favore, zio, piano," sussurrai.
"Sarò il più delicato possibile, lo giuro," mi promise, "ma come prima volta sentirai un po' di dolore per la verginità persa."
Appena sentii il tocco del suo pene sulle grandi labbra, ebbi un sussulto, quasi una chiusura istintiva.
"Rilassati..." ripeteva mio zio.
Con gli occhi stretti e le labbra contratte aspettavo il momento in cui sarebbe entrato in me. Lo sentii scivolare lentamente, per poi fermarsi come se avesse trovato una barriera. Da lì a poco avrei perso la mia verginità. All'improvviso una fitta mi colse in pieno, sentii lacerarmi, gettai un grido che risuonò nella stanza, poi un senso di liberazione quando lo sentii entrare del tutto dentro. Mio zio si fermò un attimo per farmi riprendere fiato, per farmi metabolizzare il dolore. Mi baciava sul volto per coccolarmi un po', il calore del suo corpo che si diffondeva sul mio, in un certo senso, mi anestetizzava, facendo passare in secondo piano il dolore che provavo. Fu allora che impose un ritmo leggero. Avevo perso la mia verginità, e stranamente, non ero per niente dispiaciuta; qualcuno doveva farlo, e lo ha fatto mio zio con la dolcezza di un padre.
Mio zio venne abbastanza in fretta, carico per la tensione e l'eccitazione di avermi sverginata. Strana, ma bella sensazione sentirsi riempita. Una modesta emorragia certificava l'ufficialità di quella prima volta.
"Cara, vedrai che la prossima volta sarà molto più bello," mi sussurrò, accarezzandomi i capelli.
Rimasi una settimana a riprendermi dalla lacerazione dell'imene, poi mio zio mi volle di nuovo. Il deposito era ormai la nostra casa matrimoniale; dopo la prima volta mi sentivo più libera e leggera. Aveva ragione lui: fare sesso era davvero bello, e finalmente godevo appieno del rapporto. Mio zio mi faceva da maestro, insegnandomi posizioni nuove. In alcune mi sentivo protagonista della scena, come a smorzacandela, in altre, posseduta come oggetto del piacere. E poi le mani: le mani che mi accarezzavano ovunque, quando mi masturbava strofinandomi il clitoride; quelle manone che si stringevano sui miei seni sodi; i capezzoli che si inturgidivano al tocco delle sue dita; la passione che ci metteva quando mi penetrava. Erano elementi che mi gratificavano, e ormai lo definivo un grande amatore.
Il nostro rapporto si era consolidato a tal punto che ogni occasione, anche la più semplice, sfociava inevitabilmente nella trasgressione. Ricordo quella volta in cui, avvicinandomi al recinto della stalla, fui colpita da un nitrito lungo e profondo. Trovai mio zio seduto su uno sgabello, intento a masturbare lo stallone: un bestione nero e potente.
"Cosa stai facendo, zio?" chiesi incuriosita.
"Si chiama pratica pre-accoppiamento", rispose lui senza smettere il movimento, "Serve a preparare lo stallone per la monta".
A pochi passi, una fattrice in calore attendeva impaziente di essere ingravidata. Restai lì a guardare con la bocca aperta. Zio Tommaso si guardò intorno, esitò un istante e poi mi invitò:
"Vieni qui, prova tu!".
Rimasi interdetta per quell'invito così diretto di cui non avevo esperienza prima di quel momento. Sempre incoraggiata dal suo
"Dai, un po’ di coraggio. Ti spiego io cosa devi fare", mi sedetti sullo sgabello.
Non c’era molto da spiegare; presi il membro dello stallone tra le mani e ne scoprii l’enormità: era caldo e pulsante, ma ancora un po' flaccido. Lo guidai con doti manuali, via via più sicure finché non lo vidi erigersi, lungo e duro; potevo sentire il sangue scorrere all’interno del membro che prendeva volume sotto le mie dita.
In quella situazione mi sentivo stranamente eccitata. Zio se ne accorse; credo che anche dentro di lui qualcosa avesse iniziato a vibrare. Lo stallone nitriva ai miei massaggi, quando all’improvviso sentii delle mani palpeggiarmi da dietro. Mi girai e vidi zio Tommaso con una espressione che già conoscevo, una richiesta a cui non potevo negare. Si sedette dietro di me, insinuando le mani sotto la maglietta, accogliendo i miei seni con delle carezze possessive.
"Zio cosa fai? Non vedi che sto lavorando? E poi Mattia potrebbe scoprirci."
"Lo vedo", sussurrò lui con quegli occhi fissi sul mio corpo, "e lo fai anche bene; ma non impegnarti troppo con lui... ci sono anch’io".
Lasciammo lo stallone libero di muoversi verso la fattrice e gli si montò sopra con tutto il suo peso, piantando le zampe anteriori sui fianchi di lei, e in un colpo unico e profondo che fece tremare ogni fibra del corpo della femmina. Intanto zio Tommaso mi fece alzare e mi piegò contro la staccionata: le mani aggrappate al legno. Le natiche offerte e la gonna sollevata fin sopra la schiena. Lui era dietro di me; indossò velocemente il preservativo, e tenendomi ferma con una mano per le spalle, mi penetrò con una spinta sola e profonda che mi strappò un gemito forte, senza preoccuparmi di chi potesse sentirmi fuori dalla stalla.
"Così... ti piace così", mormorava stringendomi i fianchi "Sono io il tuo stallone".
"Sì... sì zio... più forte..." sussurrai.
Inarcai in avanti ancora di più la schiena offrendomi come si era offerta la fattrice al suo stallone: senza pudore, senza pensare, solo per essere riempita completamente. Ogni spinta mi schiacciava contro il legno della staccionata, sotto il peso del nostro piacere. Da uomo maturo, fare sesso con zio non era affatto banale: era come scoprire nuovi orizzonti, come quando un maestro insegna all'allievo l'arte del benessere. Cominciò a muoversi col ritmo dello stallone: lento, pesante, inesorabile. Il rumore sordo delle nostre carni si mischiava ai nitriti degli animali davanti a noi. Quando venni, fui travolta da un'onda che mi spezzò in due. Poco dopo anche zio con un grugnito profondo si spinse dentro di me fino al limite restando immobile col respiro corto, le gambe tremanti e un gemito lungo che si perse nell'aria calda della stalla. Restammo così, appoggiati sulla staccionata, ansimanti, mentre lo stallone si staccava finalmente dalla fattrice e si allontanava indifferente, come se nulla fosse successo. Ma per noi era successo tutto.
Le cose andarono bene per un po' di tempo, finché non accadde l'imprevedibile. Cosa successe? (Vedi nella Parte 3)
Vedevo mio zio più rilassato, più accondiscendente; sembrava un'altra persona. Aveva trovato un equilibrio nuovo, e quel mutamento era tutto merito del mio corpo. Mi faceva tenerezza vederlo sorridere così, e non volevo spezzare quell'incantesimo.
La presenza di mio cugino Mattia nella casa rappresentava un problema, così decidemmo che i nostri incontri dovevano avvenire in un luogo più appartato e sicuro. Avevamo un piccolo deposito nel giardino, dove mio zio il pomeriggio andava a riposare un paio d'ore prima di riprendere l'attività. Quello divenne la nostra alcova notturna, un luogo dove la privacy ci permetteva di essere più liberi e meno timorosi di essere scoperti da Mattia.
Mio zio era un abile oratore e un fine psicologo: con le parole sapeva dare un senso a ogni cosa. Fu così che una sera si presentò davanti a me con un preservativo in mano.
"Cosa vuoi farci con quello?" chiesi, allibita.
"Secondo te?" rispose, con un sorriso malizioso.
"Non mi dirai che..."
"Ho aspettato tanto, Valeria. Sono ancora giovane e non posso privarmi del sesso. Solo tu puoi capirmi, sei sempre stata comprensiva con me."
"Ma zio, sono ancora vergine!"
"Sarò delicato come lo sono stato con tua zia, sarà una gioia per entrambi, credimi. Un onore per me, tuo zio."
Ero in panico, frastornata da una richiesta a cui non avevo risposta. Si trattava di un rapporto incestuoso, contro la morale di ogni essere umano. Intanto mi abbracciò, baciandomi sul collo e sul volto. Aveva il respiro affannoso, e anch'io mi sentivo allo stesso modo, per una scelta che sembrava fuori da ogni luogo. Cedetti, in onore del rapporto che ci legava, in onore della mia dedizione a questa famiglia. Il mio corpo si piegò al suo volere, alla sua trasgressione. Non solo seghe, pompini e carezze, ma qualcosa di più tangibile, più personale, più intimo.
Si spogliò velocemente, come se temesse che potessi ripensarci, ma avevo già deciso. Distesa sul letto, lo vidi posizionarsi tra le mie gambe.
"Per favore, zio, piano," sussurrai.
"Sarò il più delicato possibile, lo giuro," mi promise, "ma come prima volta sentirai un po' di dolore per la verginità persa."
Appena sentii il tocco del suo pene sulle grandi labbra, ebbi un sussulto, quasi una chiusura istintiva.
"Rilassati..." ripeteva mio zio.
Con gli occhi stretti e le labbra contratte aspettavo il momento in cui sarebbe entrato in me. Lo sentii scivolare lentamente, per poi fermarsi come se avesse trovato una barriera. Da lì a poco avrei perso la mia verginità. All'improvviso una fitta mi colse in pieno, sentii lacerarmi, gettai un grido che risuonò nella stanza, poi un senso di liberazione quando lo sentii entrare del tutto dentro. Mio zio si fermò un attimo per farmi riprendere fiato, per farmi metabolizzare il dolore. Mi baciava sul volto per coccolarmi un po', il calore del suo corpo che si diffondeva sul mio, in un certo senso, mi anestetizzava, facendo passare in secondo piano il dolore che provavo. Fu allora che impose un ritmo leggero. Avevo perso la mia verginità, e stranamente, non ero per niente dispiaciuta; qualcuno doveva farlo, e lo ha fatto mio zio con la dolcezza di un padre.
Mio zio venne abbastanza in fretta, carico per la tensione e l'eccitazione di avermi sverginata. Strana, ma bella sensazione sentirsi riempita. Una modesta emorragia certificava l'ufficialità di quella prima volta.
"Cara, vedrai che la prossima volta sarà molto più bello," mi sussurrò, accarezzandomi i capelli.
Rimasi una settimana a riprendermi dalla lacerazione dell'imene, poi mio zio mi volle di nuovo. Il deposito era ormai la nostra casa matrimoniale; dopo la prima volta mi sentivo più libera e leggera. Aveva ragione lui: fare sesso era davvero bello, e finalmente godevo appieno del rapporto. Mio zio mi faceva da maestro, insegnandomi posizioni nuove. In alcune mi sentivo protagonista della scena, come a smorzacandela, in altre, posseduta come oggetto del piacere. E poi le mani: le mani che mi accarezzavano ovunque, quando mi masturbava strofinandomi il clitoride; quelle manone che si stringevano sui miei seni sodi; i capezzoli che si inturgidivano al tocco delle sue dita; la passione che ci metteva quando mi penetrava. Erano elementi che mi gratificavano, e ormai lo definivo un grande amatore.
Il nostro rapporto si era consolidato a tal punto che ogni occasione, anche la più semplice, sfociava inevitabilmente nella trasgressione. Ricordo quella volta in cui, avvicinandomi al recinto della stalla, fui colpita da un nitrito lungo e profondo. Trovai mio zio seduto su uno sgabello, intento a masturbare lo stallone: un bestione nero e potente.
"Cosa stai facendo, zio?" chiesi incuriosita.
"Si chiama pratica pre-accoppiamento", rispose lui senza smettere il movimento, "Serve a preparare lo stallone per la monta".
A pochi passi, una fattrice in calore attendeva impaziente di essere ingravidata. Restai lì a guardare con la bocca aperta. Zio Tommaso si guardò intorno, esitò un istante e poi mi invitò:
"Vieni qui, prova tu!".
Rimasi interdetta per quell'invito così diretto di cui non avevo esperienza prima di quel momento. Sempre incoraggiata dal suo
"Dai, un po’ di coraggio. Ti spiego io cosa devi fare", mi sedetti sullo sgabello.
Non c’era molto da spiegare; presi il membro dello stallone tra le mani e ne scoprii l’enormità: era caldo e pulsante, ma ancora un po' flaccido. Lo guidai con doti manuali, via via più sicure finché non lo vidi erigersi, lungo e duro; potevo sentire il sangue scorrere all’interno del membro che prendeva volume sotto le mie dita.
In quella situazione mi sentivo stranamente eccitata. Zio se ne accorse; credo che anche dentro di lui qualcosa avesse iniziato a vibrare. Lo stallone nitriva ai miei massaggi, quando all’improvviso sentii delle mani palpeggiarmi da dietro. Mi girai e vidi zio Tommaso con una espressione che già conoscevo, una richiesta a cui non potevo negare. Si sedette dietro di me, insinuando le mani sotto la maglietta, accogliendo i miei seni con delle carezze possessive.
"Zio cosa fai? Non vedi che sto lavorando? E poi Mattia potrebbe scoprirci."
"Lo vedo", sussurrò lui con quegli occhi fissi sul mio corpo, "e lo fai anche bene; ma non impegnarti troppo con lui... ci sono anch’io".
Lasciammo lo stallone libero di muoversi verso la fattrice e gli si montò sopra con tutto il suo peso, piantando le zampe anteriori sui fianchi di lei, e in un colpo unico e profondo che fece tremare ogni fibra del corpo della femmina. Intanto zio Tommaso mi fece alzare e mi piegò contro la staccionata: le mani aggrappate al legno. Le natiche offerte e la gonna sollevata fin sopra la schiena. Lui era dietro di me; indossò velocemente il preservativo, e tenendomi ferma con una mano per le spalle, mi penetrò con una spinta sola e profonda che mi strappò un gemito forte, senza preoccuparmi di chi potesse sentirmi fuori dalla stalla.
"Così... ti piace così", mormorava stringendomi i fianchi "Sono io il tuo stallone".
"Sì... sì zio... più forte..." sussurrai.
Inarcai in avanti ancora di più la schiena offrendomi come si era offerta la fattrice al suo stallone: senza pudore, senza pensare, solo per essere riempita completamente. Ogni spinta mi schiacciava contro il legno della staccionata, sotto il peso del nostro piacere. Da uomo maturo, fare sesso con zio non era affatto banale: era come scoprire nuovi orizzonti, come quando un maestro insegna all'allievo l'arte del benessere. Cominciò a muoversi col ritmo dello stallone: lento, pesante, inesorabile. Il rumore sordo delle nostre carni si mischiava ai nitriti degli animali davanti a noi. Quando venni, fui travolta da un'onda che mi spezzò in due. Poco dopo anche zio con un grugnito profondo si spinse dentro di me fino al limite restando immobile col respiro corto, le gambe tremanti e un gemito lungo che si perse nell'aria calda della stalla. Restammo così, appoggiati sulla staccionata, ansimanti, mentre lo stallone si staccava finalmente dalla fattrice e si allontanava indifferente, come se nulla fosse successo. Ma per noi era successo tutto.
Le cose andarono bene per un po' di tempo, finché non accadde l'imprevedibile. Cosa successe? (Vedi nella Parte 3)
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