Chi sei tu? (parte-11)
scritto il 2026-10-14 tempo di lettura 26 min
di
DootCinque
genere
dominazione
cura
A−
Il momento di smarrimento
Arrivò due giorni dopo, di martedì, verso sera.
Margherita era in camera. Aveva già mandato il resoconto della giornata, aveva fatto i cinque minuti di posizione base obbligatori, aveva ricevuto il «Bene. Dormi» di Enzo. La casa era quieta. Rosa era uscita, i genitori guardavano la televisione in salotto.
Si sedette sul bordo del letto e restò a fissare il muro.
Per la prima volta da giorni non c’era un ordine immediato da eseguire. Non c’era un plug da inserire, una posizione da mantenere, un messaggio da mandare. C’era solo lei, e il silenzio, e la consapevolezza improvvisa e netta di quanto spazio Enzo avesse occupato.
Si rese conto che non ricordava l’ultima volta in cui aveva preso una decisione davvero sua. Non una decisione grande: anche solo scegliere di rispondere ad Angela senza chiedere prima, o restare mezz’ora in più all’università senza comunicarlo, o semplicemente mettersi a letto senza prima inginocchiarsi.
La voce piccola e stanca che a volte le parlava di notte, quella sera si fece più chiara.
Stai scomparendo.
Margherita si strinse le braccia intorno al corpo. Sentì i polsi ancora un poco sensibili dove c’erano state le manette. Sentì il fantasma del collare. Sentì il modo in cui il suo corpo ormai reagiva all’anticipo di un ordine prima ancora che la mente lo processasse.
Non stava più soltanto obbedendo. Stava diventando qualcuno che si aspettava di obbedire.
Si alzò, andò davanti allo specchio dell’armadio e si guardò a lungo. Stessa faccia, stessi capelli neri a caschetto, stesso corpo tonico. Ma gli occhi le sembrarono diversi. Più stanchi. Più… abitati da qualcun altro.
Si coprì la bocca con una mano, come per trattenere qualcosa che rischiava di uscire. Restò così per diversi minuti, ferma, mentre lo smarrimento le attraversava il petto in onde lente e fredde.
Poi, quasi senza pensarci, prese il telefono e scrisse a Enzo:
«Stasera mi sono sentita persa.»
Il messaggio partì prima che potesse cancellarlo. Si sedette di nuovo sul letto, il cuore in gola, non sapendo se aveva appena chiesto aiuto o se aveva semplicemente consegnato anche quello.
La risposta arrivò dopo undici minuti.
«Lo so. È normale. Domani sera vieni da me. Ne parliamo. E poi ti rimetto a posto.»
Margherita lesse le parole e chiuse gli occhi.
Ti rimetto a posto.
Come se fosse un oggetto spostato. Come se lo smarrimento fosse solo un’altra cosa da correggere.
E la parte più spaventosa era che una voce dentro di lei — ormai più forte di quella stanca e piccola — aveva quasi tirato un sospiro di sollievo.
La sera dopo Enzo la venne a prendere alle ventuno in punto. In macchina non parlarono. Solo quando furono nell’appartamento, e dopo che lei si fu tolta le scarpe, lui la guidò nel soggiorno invece che subito verso la scala.
«Siediti.»
Margherita si sedette sul divano. Enzo restò in piedi qualche secondo, poi si sedette di fronte a lei, non accanto. La distanza era voluta.
«Ieri hai scritto che ti sentivi persa.»
Non era una domanda. Lei annuì.
«Sì.»
«Spiega.»
Margherita guardò le proprie mani. Le dita si intrecciarono e si separarono più volte prima che riuscisse a parlare.
«Non ricordo più com’era prima. Non nel senso che non ricordo i fatti… ricordo il lavoro, l’università, Rosa, le amiche. Ma non ricordo più com’era decidere senza pensare a te. Senza controllare il telefono. Senza… chiedere. Ieri sera mi sono accorta che anche lo smarrimento l’ho portato a te. Come se non potessi più tenerlo nemmeno quello per me.»
Enzo la ascoltò senza interromperla. Quando lei finì, restò in silenzio ancora un poco.
«È esattamente quello che doveva succedere», disse alla fine. «Non ti sto togliendo pezzi a caso. Ti sto togliendo la possibilità di tornare indietro senza accorgertene. Lo smarrimento che hai sentito non è un errore. È il segnale che la vecchia versione di te sta cedendo il posto.»
Margherita alzò gli occhi. La domanda le uscì quasi senza che la filtrasse.
«Ma tu chi sei?»
Era la stessa domanda di settimane prima, nel parcheggio. Solo che adesso pesava in modo diverso. Allora era confusione. Adesso era quasi un ultimo tentativo di dare un nome a quello che le stava succedendo.
Enzo la guardò a lungo. Non sorrise. Non addolcì nulla.
«Sono quello che hai scelto quando avresti potuto uscire e non l’hai fatto. Sono quello che decide quando ti alzi, come ti vesti, se puoi parlare con le tue amiche, quanto a lungo resti in ginocchio e quando ti è concesso di sentirti persa. Il nome che vuoi darmi è l’ultima cosa che ti resta da consegnare. E lo consegnerai. Ma non stanotte.»
Si alzò, le tese una mano perché si alzasse anche lei, e la guidò verso il corridoio.
«Adesso saliamo. Stasera non ti punisco. Ti rimetto solo in ordine. Perché è quello che faccio, quando ti smarrisci.»
Margherita lo seguì verso la scala a chiocciola. Mentre saliva, la frase le girava ancora in testa.
Il nome che vuoi darmi è l’ultima cosa che ti resta da consegnare.
E per la prima volta capì che, prima o poi, lo avrebbe fatto.
Nella stanza di sopra Enzo non le fece togliere i vestiti subito. La guidò verso una sedia di legno robusta, senza braccioli, posizionata al centro. Le fece sedere [o sedere -> sedere, oppure la fece sedere], le chiuse i polsi ai montanti posteriori con le manette di acciaio e le bloccò anche le caviglie ai piedi della sedia con due cinghie corte. Margherita restò così, vestita, immobilizzata, il busto leggermente inclinato all’indietro.
Solo allora Enzo le tolse i jeans e le sollevò il maglione fino sopra il seno, lasciandoglielo arrotolato sotto il mento. Restò esposta dalla vita in giù e dal petto in su, mentre il resto del corpo era ancora coperto in modo disordinato.
Si sedette di fronte a lei, su un’altra sedia, e la guardò un momento in silenzio. Poi allungò una mano e iniziò a toccarla.
Non fu delicato né violento. Fu costante. Dita esperte, ritmo regolare, pressione precisa. Margherita strinse i denti quasi subito. Dopo pochi minuti il primo orgasmo arrivò secco, improvviso, e le strappò un gemito che non riuscì a trattenere. Enzo non si fermò.
Continuò.
«Vuoi tornare alla vita di prima?»
La domanda arrivò mentre le dita non smettevano di muoversi. Margherita scosse la testa, ancora nel residuo del primo orgasmo.
«Non… non lo sai.» [-> Non... non lo so.]
«Sì o no.»
«No», riuscì a dire, la voce rotta.
Enzo non commentò. Continuò a lavorarla con la stessa precisione. Il secondo orgasmo arrivò in fretta del primo, più forte. Lei tirò le manette senza rendersene conto, il metallo che batteva leggero contro il legno.
«Quando ti lascio sola troppo a lungo, cosa senti prima: sollievo o mancanza?»
Margherita chiuse gli occhi. Le dita di lui non le davano tregua.
«Mancanza», sussurrò.
«Più forte.»
«Mancanza.»
Il terzo orgasmo la fece inarcare sulla sedia nonostante i vincoli. Respirava a bocca aperta, le cosce che tremavano. Enzo rallentò appena, abbastanza da non farla scendere del tutto, poi riprese.
«Quando ti dico di rivestirti e di tornare a casa, cosa passa nei tuoi occhi?»
Lei scosse la testa, cercando di non rispondere. Enzo premette più forte, esattamente nel punto che ormai conosceva.
«Non… non lo so.»
«Bugia. L’ho visto. Frustrazione. Delusione. Quasi rabbia. Perché?»
Il quarto orgasmo fu più lungo, più esausto. Margherita lasciò andare un suono acuto, quasi un pianto, e quando tornò a respirare aveva le lacrime agli occhi.
«Perché…», la voce le si spezzò, «perché quando mi fai rivestire è come se mi togliessi qualcosa. Come se… mi mandassi via da un posto dove finalmente so stare.»
Enzo non sorrise. Continuò a toccarla, più lento ma senza interrompere il contatto. Il corpo di lei era ormai troppo sensibile: ogni movimento di dita era quasi troppo.
«Vuoi che ti possieda. Non solo con le regole. Non solo con gli ordini. Vuoi che ti prenda davvero. Corpo e testa. Sì o no?»
Margherita scosse la testa debolmente, ma le anche si muovevano già incontro alla sua mano. Il quinto orgasmo la colse quasi di sorpresa, più debole dei precedenti ma più devastante, perché arrivò insieme alle parole che finalmente le uscirono senza filtro:
«Sì… sì, lo voglio. Voglio che tu mi prenda. Tutta. Non… non riesco più a fingere che non sia così.»
Enzo fermò la mano solo allora. La lasciò tremante sulla sedia, ammanettata, il maglione ancora arrotolato sotto il mento, il respiro spezzato, il viso bagnato di lacrime e di sudore.
Si alzò, le sistemò una ciocca di capelli appiccicata alla fronte e le parlò a voce bassa, quasi neutra.
«Adesso l’hai detto. Non perché ti ho costretta con il dolore. Ma perché il tuo corpo non ti ha più permesso di mentire. Da stasera questa è un’altra cosa che non puoi più ritirare indietro.»
Margherita non rispose. Aveva gli occhi chiusi e le labbra leggermente aperte, come se stesse ancora cercando di tornare dentro di sé.
Enzo le sbloccò prima le caviglie, poi i polsi. La lasciò qualche secondo ferma sulla sedia, poi le tese una mano.
«Alzati. Ti rimetto in ordine. E poi ti porto a casa. Domani ricominciamo da qui.» [Aggiunto il punto mancante alla fine della battuta]
Enzo la rivestì in silenzio.
Le fece alzare le braccia per farle scendere il maglione, le tenne i jeans mentre lei ci metteva i piedi ancora tremanti, le chiuse il bottone e la cerniera con gesti precisi, quasi tecnici. Non ci fu tenerezza. Solo ordine. Quando fu di nuovo vestita, le sistemò i capelli con una mano e le indicò la scala.
«Scendi.»
Nell’appartamento di sotto le porse il giubbotto. Margherita lo indossò senza parlare. Aveva ancora le gambe molli e un leggero tremito che non riusciva a far passare. L’ammissione le ronzava nelle orecchie come un’eco che non voleva spegnersi.
Voglio che tu mi prenda. Tutta.
In macchina Enzo guidò con la stessa calma di sempre. Solo quando furono a metà strada parlò.
«Da domani le regole cambiano di nuovo. Non ti chiederò più se vuoi. Non ti lascerò più spazio per fingere che stai solo… subendo. Hai detto quello che volevi. Adesso lo userò.»
Margherita girò la testa verso il finestrino. Le luci della città scorrevano rapide. La voce le uscì bassa, roca.
«Lo so.»
«Lo sai. E resti comunque.» Enzo non alzò lo sguardo dalla strada. «Questo è il punto.»
Davanti al cancello di casa si fermò. Non spense il motore. Margherita posò la mano sulla portiera, poi esitò.
«Signore…»
Lui le guardò [-> la guardò o lo guardò / Lo guardò di lato] di lato, in attesa.
Lei aprì la bocca, la richiuse, poi scosse appena la testa. Non sapeva cosa volesse dire. O forse lo sapeva troppo bene e non riusciva ancora a formulare la frase.
«Niente», sussurrò. «Buonanotte.»
«Buonanotte. Domani mattina mi scrivi appena sveglia. E preparati: da adesso in poi non ti lascerò più solo la testa. Prenderò anche il resto.»
Margherita scese. L’aria fredda le sembrò quasi un sollievo sulla faccia ancora calda. Salì le scale di casa in silenzio, si chiuse in camera e si sedette sul letto senza nemmeno togliersi il giubbotto.
Restò ferma a lungo, le mani aperte sulle cosce, lo sguardo perso.
Aveva detto tutto. Aveva ammassato le ultime difese sotto cinque orgasmi e le aveva consegnate. E adesso Enzo aveva ragione: non c’era più modo di fingere che stesse solo subendo.
Si tolse finalmente il giubbotto, si sdraiò sopra le coperte e chiuse gli occhi. Tra le gambe sentiva ancora l’eco delle sue dita. Tra i pensieri, più insistente di ogni altro, c’era una sola frase che non riusciva a scacciare:
Domani prenderà anche il resto.
E per la prima volta la paura e l’anticipazione erano così intrecciate che non riusciva più a distinguerle.
La mattina dopo
La mattina dopo Margherita si svegliò con la sensazione di avere ancora le manette ai polsi, anche se non c’erano.
Scrisse il messaggio di rito.
«Buongiorno. Sono sveglia.»
La risposta arrivò dopo sette minuti.
«Buongiorno. Oggi niente plug. Niente restrizioni particolari fino a stasera. Lavoro e università come sempre. Alle venti e quarantacinque sei fuori dal cancello. Vestiti leggera. Niente giubbotto pesante. Stasera resto qui da me e tu resti con me. Conferma.»
Margherita lesse l’ultima parte due volte. Stasera resto qui da me e tu resti con me. Non un’ora. Non una lezione. Una notte.
Digitò:
«Confermato, Signore.»
La giornata passò in uno stato di quieta allerta. In fabbrica lavorò quasi in automatico. All’università prese appunti senza davvero assorbire. Angela le chiese se stesse bene e lei rispose con un sorriso stretto e una scusa generica. Rosa, a cena, la guardò di sottecchi ma non fece battute. Forse anche lei aveva imparato a riconoscere quando la sorella non era in grado di sopportarle.
Alle venti e quaranta Margherita era già fuori. Maglione sottile, jeans, scarpe semplici. Nessun giubbotto pesante. Quando la macchina di Enzo si fermò, salì in silenzio.
Durante il tragitto lui non parlò. Solo quando furono dentro l’appartamento, e dopo che lei si fu tolta le scarpe, la guardò con quella calma che ormai conosceva troppo bene.
«Stasera non saliamo subito. Prima mangiamo. Poi parliamo. Poi ti prendo. Nell’ordine che decido io.»
Margherita annuì. La voce le uscì bassa.
«Sì, Signore.»
Enzo le indicò la cucina. Aveva preparato qualcosa di semplice: pasta, un po’ di verdura, acqua. Mangiarono in silenzio al tavolo. Ogni tanto lui alzava lo sguardo su di lei, come per verificare che fosse ancora lì, presente, senza fughe mentali. Quando ebbero finito, lei raccolse i piatti senza che glielo chiedesse. Lui non commentò, ma lei notò il leggero cenno di approvazione.
Nel soggiorno la fece sedere sul divano. Lui restò in piedi qualche secondo, poi si sedette accanto, non troppo vicino.
«Ieri hai detto che vuoi essere presa. Tutta. Oggi lo farò. Non come un ragazzo della tua età. Non con fretta o con la necessità di piacerti. Ti prenderò nel modo in cui prendo le cose che mi appartengono: con calma, con precisione, e senza chiederti se va bene. Se a un certo punto sarà troppo, userai “rosso”. Altrimenti resterai aperta e prenderai quello che ti do. Chiaro?»
Margherita sentì il cuore accelerare. Non era paura sola. Era anche quella stessa anticipazione oscura che ormai riconosceva.
«Chiaro, Signore.»
Enzo le posò una mano sul ginocchio, ferma.
«Allora alzati. Spogliati qui. Tutto. Poi vai nella stanza da letto e ti metti al centro del letto, sulla schiena, gambe piegate, piante dei piedi sul materasso, ginocchia aperte. Braccia lungo i fianchi. Aspetti. Non ti copri. Non chiudi le gambe. Non parlare finché non ti rivolgo la parola.»
Margherita si alzò. Le dita le tremavano leggermente mentre si toglieva i vestiti. Quando restò nuda, piegò ogni capo con cura e li posò sul divano. Poi, senza alzare lo sguardo, attraversò il corridoio ed entrò nella camera da letto.
Il letto era rifatto con la solita precisione. Si sdraiò al centro, come ordinato. Schiena contro il materasso, piante dei piedi appoggiate, ginocchia aperte, braccia lungo i fianchi. L’aria dell’appartamento le sembrò più fredda sulla pelle nuda. Restò così, gli occhi sul soffitto, in ascolto di ogni rumore.
Sentì i passi di Enzo avvicinarsi. Poi il silenzio. Lui era sulla soglia, e la stava guardando.
Per la prima volta non c’era la stanza di sopra, non c’era il collare, non c’erano manette. C’era solo il letto, la sua nudità offerta, e un uomo che aveva deciso di prendersi finalmente tutto quello che lei aveva ammesso di voler consegnare.
Enzo entrò in camera senza fretta.
Margherita restò ferma nella posizione che le aveva ordinato: sulla schiena, ginocchia piegate e aperte, piante dei piedi sul materasso, braccia lungo i fianchi. Lo seguì solo con gli occhi mentre lui si fermava ai piedi del letto e iniziava a spogliarsi.
Se lo era sempre immaginato in un certo modo: un uomo di cinquantasei anni, curato ma qualunque, forse un poco morbido sotto le camicie chiare. Invece, quando si tolse la maglia, restò a fissarlo.
Il corpo di Enzo era asciutto, tonico, tutto nervo. Non il fisico gonfio di chi passa ore in palestra per apparire: era il corpo di chi si tiene in ordine con disciplina silenziosa. Spalle strette ma solide, ventre piatto, braccia definite senza eccessi, la pelle ancora tesa. Una sparuta peluria grigia sul petto. Niente di esibito. Solo una secchezza allenata che, alla sua età, risultava quasi più inquietante di qualsiasi muscolatura appariscente.
Poi si tolse i pantaloni e l’intimo.
Margherita sentì il respiro fermarsi un attimo. Era dotato. Non in modo grottesco, ma in modo netto, pesante, proporzionato a quella stessa impressione di forza contenuta che aveva il resto del corpo. Già semi-eretto, spesso, con una presenza che faceva capire subito che non sarebbe stato facile “semplicemente prenderlo”.
Enzo non commentò il suo sguardo. Salì sul letto con calma, si sistemò tra le sue gambe già aperte e le poggiò una mano sull’interno coscia, fermandola.
«Guardami.»
Lei alzò gli occhi. Lui era sopra di lei, sorretto sui gomiti, il corpo vicino ma non ancora contro. L’odore della sua pelle le arrivò netto: sapone neutro, pelle calda, niente di artificiale.
«Da stasera questo fa parte di quello che ti prendo», disse a voce bassa. «Non ti chiederò se ti piace. Non ti chiederò di dirmi quanto mi vuoi. Ti aprirò e ti userò. Tu resterai aperta e prenderai. Se sarà troppo, “rosso”. Altrimenti niente. Chiaro?»
«Sì, Signore.»
Enzo scese una mano tra i loro corpi e la toccò. Trovò che fosse già bagnata, come quasi sempre adesso quando arrivava a quel punto. Non sorrise. Si limitò a scorrere le dita una volta, due, poi si allineò e iniziò a entrare.
Margherita aprì la bocca in un respiro corto. La penetrazione fu lenta, costante, senza strappi ma senza pietà. Lui era spesso abbastanza da farle sentire ogni centimetro che avanzava. A metà lei strinse le dita sul lenzuolo. Enzo non si fermò. Continuò fino a essere completamente dentro, poi restò fermo, sepolto fino in fondo, guardandola in faccia.
«Respira.»
Lei respirò. Il corpo stava cercando di abituarsi a quella presenza piena, pesante, che non le lasciava spazio interno. Enzo le scostò una ciocca di capelli dalla fronte con la mano libera, un gesto quasi meccanico, poi iniziò a muoversi.
Non fu un ritmo da innamorato. Fu un ritmo da uomo che sa esattamente cosa sta facendo e non ha bisogno di chiedere conferma. Spinte profonde, regolari, a volte più lente, a volte più decise. Ogni tanto cambiava angolo e lei sentiva l’aria mancarle. Le ginocchia le tremavano. Più di una volta il piacere saliva troppo in fretta e lei doveva stringere i denti per non venire senza permesso, anche se lui non aveva dato nessuna regola esplicita su quel punto.
Enzo la guardava mentre la prendeva. Non chiudeva gli occhi. Non nascondeva il viso contro il suo collo. La osservava, registrava ogni espressione, ogni verso soffocato, ogni volta che le anche di lei si sollevavano incontro alle sue nonostante tutto.
A un certo punto le prese i polsi e li bloccò sopra la sua testa, contro il materasso, tenendoli fermi con una sola mano. L’altra gliela tenne sul fianco, le dita scavate nella carne. La penetrazione diventò più profonda, più pesante. Margherita sentì gli occhi riempirsi di lacrime — non di dolore, o non solo — e voltò la testa di lato.
«No», disse lui. «Guardami.»
Lei obbedì. Lo guardò mentre lui continuava a prenderla, mentre il corpo le si apriva e si chiudeva intorno a quella presenza che adesso conosceva fino in fondo. Il piacere e la sensazione di essere completamente usata si mescolavano in un nodo solo, stretto, impossibile da sciogliere.
Quando Enzo accelerò negli ultimi minuti, Margherita non riuscì più a trattenere i suoni. Vennero fuori bassi, rochi, spezzati. Lui non le diede il permesso di venire e non glielo tolse: la lasciò semplicemente andare, e lei venne con un grido soffocato, il corpo che si tendeva sotto il suo mentre lui continuava ancora per qualche spinta, fino a scaricarsi dentro di lei con un gemito basso e controllato.
Restò fermo sopra di lei alcuni secondi, ancora sepolto in fondo. Poi uscì lentamente, si spostò di lato e si sdraiò sulla schiena, un braccio sotto la testa, lo sguardo al soffitto.
Margherita restò nella stessa posizione, gambe ancora aperte, il seme che le scorreva caldo tra le cosce, il petto che saliva e scendeva troppo in fretta. Non si coprì. Non chiuse le ginocchia. Aspettò.
Dopo un poco Enzo parlò, la voce di nuovo calma, quasi normale.
«Da stasera questo è un altro pezzo che non ti restituisco. Hai capito?»
Margherita girò la testa verso di lui. Gli occhi erano ancora umidi, ma lo sguardo non fuggiva.
«Sì, Signore. Ho capito.»
Enzo annuì una volta sola. Poi allungò una mano e le posò il palmo aperto sul ventre, caldo e pesante, proprio sopra il punto dove l’aveva appena presa.
«Bene. Adesso resta così un poco. Voglio vederti mentre mi esci ancora di dosso.»
E la lasciò lì, nuda, aperta, il corpo ancora percorso dai residui del piacere e dalla consapevolezza nuova, netta, di essere stata finalmente presa fino in fondo.
Enzo tenne la mano sul suo ventre ancora per alcuni minuti, senza parlare. Margherita restava ferma, le gambe ancora aperte come le aveva lasciate, sentendo il caldo del seme che le scorreva lentamente verso il materasso. Ogni tanto un piccolo brivido le attraversava i muscoli della coscia. Non sapeva se fosse il residuo dell’orgasmo o la semplice consapevolezza di essere ancora esposta sotto quello sguardo.
Alla fine lui ritirò la mano, si alzò e andò in bagno. Sentì scorrere l’acqua. Quando tornò aveva ancora il corpo nudo, asciutto, e le porse un asciugamano umido.
«Pulisci.»
Margherita si alzò a sedere, prese l’asciugamano e si pulì tra le cosce con gesti meccanici. Il tessuto caldo le strappò un piccolo brivido. Quando ebbe finito glielo riconsegnò. Enzo lo gettò nel cesto e le fece cenno di sdraiarsi di nuovo.
«Stasera resti qui. Dormi in questo letto. Niente pigiama. Se durante la notte ti svegli e hai bisogno di qualcosa, mi svegli. Altrimenti stai ferma. Chiaro?»
«Sì, Signore.»
Lui spense la luce principale, lasciò accesa solo una lampada bassa in un angolo, e si sdraiò accanto a lei. Non la strinse. Non le mise un braccio intorno. Restò sulla schiena, a una distanza di pochi centimetri, abbastanza vicino da farle sentire il calore del corpo ma senza nessun gesto che potesse essere scambiato per tenerezza.
Margherita restò a guardare il soffitto al buio. Il corpo le doleva in modo sordo, non per veri dolori ma per l’intensità di quello che aveva appena subìto e, soprattutto, accettato. Tra le gambe sentiva ancora la memoria di lui. Nella testa, più insistente di ogni altra cosa, c’era la frase che aveva detto:
Da stasera questo è un altro pezzo che non ti restituisco.
Si addormentò tardi, a tratti, con il respiro di Enzo regolare e vicino.
Si svegliò quando fuori iniziava appena a filtrare la luce dell’alba. Per un attimo non seppe dove fosse. Poi sentì il materasso diverso, l’odore neutro dell’appartamento, e il corpo nudo di lui ancora accanto.
Enzo era già sveglio. La stava guardando.
«Buongiorno.»
La voce era bassa, ancora roca di sonno.
«Buongiorno, Signore», rispose lei, e solo dopo si rese conto di quanto quella formula le fosse uscita naturale anche fuori dalla stanza di sopra.
Lui annuì, come se avesse registrato il dettaglio.
«Alzati. Fai la doccia. Usa l’asciugamano grigio. Poi vieni in cucina. Niente vestiti. Solo il collare.»
Margherita si alzò. Le gambe erano ancora un poco molli. In bagno si guardò allo specchio mentre l’acqua calda le scorreva addosso: occhi stanchi, labbra un poco gonfie, qualche piccolo segno rosato sui fianchi dove lui l’aveva tenuta ferma. Nessun livido grave. Solo la traccia evidente di essere stata presa con decisione.
Quando uscì, si asciugò, si mise il collare che trovò già pronto sul lavabo e andò in cucina a piedi nudi. Enzo era già seduto a tavola, in pantaloni e maglia, e stava bevendo un caffè. La guardò entrare, nuda, collare nero al collo, e le fece cenno di inginocchiarsi accanto alla sua sedia.
Lei obbedì. Il pavimento della cucina era freddo contro le ginocchia.
Enzo le posò una mano sui capelli, non in carezza, ma in un gesto di possesso quieto e abituale.
«Da oggi le cose sono così anche di mattina. Anche fuori dalla stanza. Anche quando mangiamo. Hai detto che volevi essere presa tutta. Adesso lo sei. E non torno indietro. Chiaro?»
Margherita tenne lo sguardo basso, il collare caldo contro la gola, il corpo ancora segnato dalla notte.
«Chiaro, Signore.»
Lui le lasciò la mano sui capelli ancora un secondo, poi la ritirò e tornò al suo caffè.
«Alzati. Prepara anche il tuo. Poi ti vesto e ti porto a casa. Hai università e lavoro. Stasera ti farò sapere.»
Margherita si alzò. Mentre preparava il caffè sentiva il collare a ogni movimento, e la consapevolezza nuova, netta, che non stava più soltanto entrando e uscendo da un ruolo.
Stava diventando quello che lui aveva deciso.
E per la prima volta, mentre il caffè scendeva nella tazza, non riuscì a trovare dentro di sé nessuna parte che volesse davvero opporsi.
Enzo la rivestì lui stesso.
Le scelse i vestiti dall’armadio di lei che ormai teneva un piccolo cassetto riservato nel suo appartamento: mutande nere (per la prima volta dopo giorni gliele concesse), jeans scuri, maglione grigio, scarpe semplici. Le sistemò il collare dentro una tasca interna del giubbotto.
«A casa lo tieni nascosto. Lo rimetti solo quando sei sola in camera o quando te lo dico io. Chiaro?»
«Sì, Signore.»
La riaccompagnò. Davanti al cancello non ci fu nessun gesto di congedo particolare. Solo un ultimo sguardo e la frase bassa:
«Messaggio quando sei dentro. Poi vivi la giornata. Ma ricordati a chi appartieni adesso.»
Margherita entrò. La casa odorava di caffè e di pane tostato. Sua madre era in cucina, Rosa ancora mezzo addormentata a tavola in pigiama. Nessuna delle due notò nulla di particolare, o almeno non lo diede a vedere. Margherita disse buongiorno, bevve un sorso di caffè in piedi e salì in camera a prendere i libri.
Solo quando chiuse la porta alle sue spalle si fermò. Si tolse il giubbotto, estrasse il collare dalla tasca e lo tenne qualche secondo tra le mani. Poi lo rinchiuse nel cassetto più basso, sotto una pila di magliette, e si sedette sul bordo del letto.
Il corpo le ricordava ancora la notte. Non era solo la stanchezza tra le cosce o i leggeri segni sui fianchi. Era qualcosa di più interno. Come se Enzo, prendendola, avesse spostato un asse che prima, nonostante tutto, era ancora in qualche modo suo.
La giornata trascorse in modo strano, sospeso.
In università i professori parlavano e lei prendeva appunti, ma una parte della mente restava agganciata a quella mano sul ventre, alla voce che diceva questo è un altro pezzo che non ti restituisco. A un certo punto Angela le mise una mano sul braccio.
«Ehi. Sei su un altro pianeta oggi.»
Margherita scosse la testa e forzò un mezzo sorriso. «Ho dormito poco.»
«Di nuovo il misterioso?» [-> Il misterioso / Il misterioso uomo?]
Lei non rispose. Angela alzò le sopracciglia ma non insistette.
In fabbrica fu peggio. Il lavoro manuale le lasciava troppa testa libera. Ogni volta che si chinava sentiva il leggero indolenzimento tra le gambe e il pensiero tornava lì, inevitabile. Durante la pausa pranzo controllò il telefono. Nessun messaggio di Enzo. Quella assenza, dopo la notte appena trascorsa, le pesava più di quanto avrebbe voluto ammettere.
Solo alle quindici e diciassette arrivò un messaggio breve.
«Come stai?»
Rispose dopo aver esitato:
«Il corpo ricorda. La testa pure.»
«Bene. Stasera non ti chiamo. Dormi a casa tua. Domani sera invece vieni. Porta il collare. E preparati a restare di nuovo.»
Margherita lesse e sentì lo stomaco chiudersi in quel mix ormai familiare di tensione e di qualcosa che non osava più chiamare solo paura.
«Sì, Signore.»
La sera a casa cercò di studiare. Non ci riuscì davvero. Rosa entrò in camera verso le ventidue senza bussare, si buttò sul letto di fronte al suo e la fissò.
«Ok, adesso mi dici che ti sta succedendo. Perché da settimane hai una faccia che non ti riconosco più.»
Margherita chiuse il libro. Per un attimo pensò di mandarla via. Poi scosse la testa.
«Non è niente che possa spiegarti.»
Rosa restò in silenzio qualche secondo. Poi, più seria del solito, disse:
«Se qualcuno ti sta facendo del male, me lo dici. Ok?»
Margherita la guardò. La sorella minore, appena maggiorenne, che per una volta non stava prendendo in giro. Sentì una stretta strana al petto.
«Non mi sta facendo del male», rispose a voce bassa. E, nel dirlo, si rese conto che una parte di lei lo pensava davvero. «È solo… complicato.»
Rosa non sembrò del tutto convincente [-> convinta], ma annuì. Si alzò e, prima di uscire, aggiunse:
«Comunque io ci sono. Anche se fai la stronza e non parli.»
Quando la porta si chiuse, Margherita restò a lungo a fissare il punto vuoto. Poi si alzò, aprì il cassetto, prese il collare e se lo sistemò intorno al collo. Solo per qualche minuto. Solo per sentirlo.
Si guardò allo specchio.
Gli stessi occhi di sempre. La stessa faccia. Ma adesso, con il collare nero chiuso alla gola, le sembrò di vedere finalmente quello che stava diventando.
Si tolse il collare, lo rimise a posto e si sdraiò al buio.
Domani sera sarebbe tornata da lui. E questa volta sapeva già che non sarebbe più uscita uguale.
Arrivò due giorni dopo, di martedì, verso sera.
Margherita era in camera. Aveva già mandato il resoconto della giornata, aveva fatto i cinque minuti di posizione base obbligatori, aveva ricevuto il «Bene. Dormi» di Enzo. La casa era quieta. Rosa era uscita, i genitori guardavano la televisione in salotto.
Si sedette sul bordo del letto e restò a fissare il muro.
Per la prima volta da giorni non c’era un ordine immediato da eseguire. Non c’era un plug da inserire, una posizione da mantenere, un messaggio da mandare. C’era solo lei, e il silenzio, e la consapevolezza improvvisa e netta di quanto spazio Enzo avesse occupato.
Si rese conto che non ricordava l’ultima volta in cui aveva preso una decisione davvero sua. Non una decisione grande: anche solo scegliere di rispondere ad Angela senza chiedere prima, o restare mezz’ora in più all’università senza comunicarlo, o semplicemente mettersi a letto senza prima inginocchiarsi.
La voce piccola e stanca che a volte le parlava di notte, quella sera si fece più chiara.
Stai scomparendo.
Margherita si strinse le braccia intorno al corpo. Sentì i polsi ancora un poco sensibili dove c’erano state le manette. Sentì il fantasma del collare. Sentì il modo in cui il suo corpo ormai reagiva all’anticipo di un ordine prima ancora che la mente lo processasse.
Non stava più soltanto obbedendo. Stava diventando qualcuno che si aspettava di obbedire.
Si alzò, andò davanti allo specchio dell’armadio e si guardò a lungo. Stessa faccia, stessi capelli neri a caschetto, stesso corpo tonico. Ma gli occhi le sembrarono diversi. Più stanchi. Più… abitati da qualcun altro.
Si coprì la bocca con una mano, come per trattenere qualcosa che rischiava di uscire. Restò così per diversi minuti, ferma, mentre lo smarrimento le attraversava il petto in onde lente e fredde.
Poi, quasi senza pensarci, prese il telefono e scrisse a Enzo:
«Stasera mi sono sentita persa.»
Il messaggio partì prima che potesse cancellarlo. Si sedette di nuovo sul letto, il cuore in gola, non sapendo se aveva appena chiesto aiuto o se aveva semplicemente consegnato anche quello.
La risposta arrivò dopo undici minuti.
«Lo so. È normale. Domani sera vieni da me. Ne parliamo. E poi ti rimetto a posto.»
Margherita lesse le parole e chiuse gli occhi.
Ti rimetto a posto.
Come se fosse un oggetto spostato. Come se lo smarrimento fosse solo un’altra cosa da correggere.
E la parte più spaventosa era che una voce dentro di lei — ormai più forte di quella stanca e piccola — aveva quasi tirato un sospiro di sollievo.
La sera dopo Enzo la venne a prendere alle ventuno in punto. In macchina non parlarono. Solo quando furono nell’appartamento, e dopo che lei si fu tolta le scarpe, lui la guidò nel soggiorno invece che subito verso la scala.
«Siediti.»
Margherita si sedette sul divano. Enzo restò in piedi qualche secondo, poi si sedette di fronte a lei, non accanto. La distanza era voluta.
«Ieri hai scritto che ti sentivi persa.»
Non era una domanda. Lei annuì.
«Sì.»
«Spiega.»
Margherita guardò le proprie mani. Le dita si intrecciarono e si separarono più volte prima che riuscisse a parlare.
«Non ricordo più com’era prima. Non nel senso che non ricordo i fatti… ricordo il lavoro, l’università, Rosa, le amiche. Ma non ricordo più com’era decidere senza pensare a te. Senza controllare il telefono. Senza… chiedere. Ieri sera mi sono accorta che anche lo smarrimento l’ho portato a te. Come se non potessi più tenerlo nemmeno quello per me.»
Enzo la ascoltò senza interromperla. Quando lei finì, restò in silenzio ancora un poco.
«È esattamente quello che doveva succedere», disse alla fine. «Non ti sto togliendo pezzi a caso. Ti sto togliendo la possibilità di tornare indietro senza accorgertene. Lo smarrimento che hai sentito non è un errore. È il segnale che la vecchia versione di te sta cedendo il posto.»
Margherita alzò gli occhi. La domanda le uscì quasi senza che la filtrasse.
«Ma tu chi sei?»
Era la stessa domanda di settimane prima, nel parcheggio. Solo che adesso pesava in modo diverso. Allora era confusione. Adesso era quasi un ultimo tentativo di dare un nome a quello che le stava succedendo.
Enzo la guardò a lungo. Non sorrise. Non addolcì nulla.
«Sono quello che hai scelto quando avresti potuto uscire e non l’hai fatto. Sono quello che decide quando ti alzi, come ti vesti, se puoi parlare con le tue amiche, quanto a lungo resti in ginocchio e quando ti è concesso di sentirti persa. Il nome che vuoi darmi è l’ultima cosa che ti resta da consegnare. E lo consegnerai. Ma non stanotte.»
Si alzò, le tese una mano perché si alzasse anche lei, e la guidò verso il corridoio.
«Adesso saliamo. Stasera non ti punisco. Ti rimetto solo in ordine. Perché è quello che faccio, quando ti smarrisci.»
Margherita lo seguì verso la scala a chiocciola. Mentre saliva, la frase le girava ancora in testa.
Il nome che vuoi darmi è l’ultima cosa che ti resta da consegnare.
E per la prima volta capì che, prima o poi, lo avrebbe fatto.
Nella stanza di sopra Enzo non le fece togliere i vestiti subito. La guidò verso una sedia di legno robusta, senza braccioli, posizionata al centro. Le fece sedere [o sedere -> sedere, oppure la fece sedere], le chiuse i polsi ai montanti posteriori con le manette di acciaio e le bloccò anche le caviglie ai piedi della sedia con due cinghie corte. Margherita restò così, vestita, immobilizzata, il busto leggermente inclinato all’indietro.
Solo allora Enzo le tolse i jeans e le sollevò il maglione fino sopra il seno, lasciandoglielo arrotolato sotto il mento. Restò esposta dalla vita in giù e dal petto in su, mentre il resto del corpo era ancora coperto in modo disordinato.
Si sedette di fronte a lei, su un’altra sedia, e la guardò un momento in silenzio. Poi allungò una mano e iniziò a toccarla.
Non fu delicato né violento. Fu costante. Dita esperte, ritmo regolare, pressione precisa. Margherita strinse i denti quasi subito. Dopo pochi minuti il primo orgasmo arrivò secco, improvviso, e le strappò un gemito che non riuscì a trattenere. Enzo non si fermò.
Continuò.
«Vuoi tornare alla vita di prima?»
La domanda arrivò mentre le dita non smettevano di muoversi. Margherita scosse la testa, ancora nel residuo del primo orgasmo.
«Non… non lo sai.» [-> Non... non lo so.]
«Sì o no.»
«No», riuscì a dire, la voce rotta.
Enzo non commentò. Continuò a lavorarla con la stessa precisione. Il secondo orgasmo arrivò in fretta del primo, più forte. Lei tirò le manette senza rendersene conto, il metallo che batteva leggero contro il legno.
«Quando ti lascio sola troppo a lungo, cosa senti prima: sollievo o mancanza?»
Margherita chiuse gli occhi. Le dita di lui non le davano tregua.
«Mancanza», sussurrò.
«Più forte.»
«Mancanza.»
Il terzo orgasmo la fece inarcare sulla sedia nonostante i vincoli. Respirava a bocca aperta, le cosce che tremavano. Enzo rallentò appena, abbastanza da non farla scendere del tutto, poi riprese.
«Quando ti dico di rivestirti e di tornare a casa, cosa passa nei tuoi occhi?»
Lei scosse la testa, cercando di non rispondere. Enzo premette più forte, esattamente nel punto che ormai conosceva.
«Non… non lo so.»
«Bugia. L’ho visto. Frustrazione. Delusione. Quasi rabbia. Perché?»
Il quarto orgasmo fu più lungo, più esausto. Margherita lasciò andare un suono acuto, quasi un pianto, e quando tornò a respirare aveva le lacrime agli occhi.
«Perché…», la voce le si spezzò, «perché quando mi fai rivestire è come se mi togliessi qualcosa. Come se… mi mandassi via da un posto dove finalmente so stare.»
Enzo non sorrise. Continuò a toccarla, più lento ma senza interrompere il contatto. Il corpo di lei era ormai troppo sensibile: ogni movimento di dita era quasi troppo.
«Vuoi che ti possieda. Non solo con le regole. Non solo con gli ordini. Vuoi che ti prenda davvero. Corpo e testa. Sì o no?»
Margherita scosse la testa debolmente, ma le anche si muovevano già incontro alla sua mano. Il quinto orgasmo la colse quasi di sorpresa, più debole dei precedenti ma più devastante, perché arrivò insieme alle parole che finalmente le uscirono senza filtro:
«Sì… sì, lo voglio. Voglio che tu mi prenda. Tutta. Non… non riesco più a fingere che non sia così.»
Enzo fermò la mano solo allora. La lasciò tremante sulla sedia, ammanettata, il maglione ancora arrotolato sotto il mento, il respiro spezzato, il viso bagnato di lacrime e di sudore.
Si alzò, le sistemò una ciocca di capelli appiccicata alla fronte e le parlò a voce bassa, quasi neutra.
«Adesso l’hai detto. Non perché ti ho costretta con il dolore. Ma perché il tuo corpo non ti ha più permesso di mentire. Da stasera questa è un’altra cosa che non puoi più ritirare indietro.»
Margherita non rispose. Aveva gli occhi chiusi e le labbra leggermente aperte, come se stesse ancora cercando di tornare dentro di sé.
Enzo le sbloccò prima le caviglie, poi i polsi. La lasciò qualche secondo ferma sulla sedia, poi le tese una mano.
«Alzati. Ti rimetto in ordine. E poi ti porto a casa. Domani ricominciamo da qui.» [Aggiunto il punto mancante alla fine della battuta]
Enzo la rivestì in silenzio.
Le fece alzare le braccia per farle scendere il maglione, le tenne i jeans mentre lei ci metteva i piedi ancora tremanti, le chiuse il bottone e la cerniera con gesti precisi, quasi tecnici. Non ci fu tenerezza. Solo ordine. Quando fu di nuovo vestita, le sistemò i capelli con una mano e le indicò la scala.
«Scendi.»
Nell’appartamento di sotto le porse il giubbotto. Margherita lo indossò senza parlare. Aveva ancora le gambe molli e un leggero tremito che non riusciva a far passare. L’ammissione le ronzava nelle orecchie come un’eco che non voleva spegnersi.
Voglio che tu mi prenda. Tutta.
In macchina Enzo guidò con la stessa calma di sempre. Solo quando furono a metà strada parlò.
«Da domani le regole cambiano di nuovo. Non ti chiederò più se vuoi. Non ti lascerò più spazio per fingere che stai solo… subendo. Hai detto quello che volevi. Adesso lo userò.»
Margherita girò la testa verso il finestrino. Le luci della città scorrevano rapide. La voce le uscì bassa, roca.
«Lo so.»
«Lo sai. E resti comunque.» Enzo non alzò lo sguardo dalla strada. «Questo è il punto.»
Davanti al cancello di casa si fermò. Non spense il motore. Margherita posò la mano sulla portiera, poi esitò.
«Signore…»
Lui le guardò [-> la guardò o lo guardò / Lo guardò di lato] di lato, in attesa.
Lei aprì la bocca, la richiuse, poi scosse appena la testa. Non sapeva cosa volesse dire. O forse lo sapeva troppo bene e non riusciva ancora a formulare la frase.
«Niente», sussurrò. «Buonanotte.»
«Buonanotte. Domani mattina mi scrivi appena sveglia. E preparati: da adesso in poi non ti lascerò più solo la testa. Prenderò anche il resto.»
Margherita scese. L’aria fredda le sembrò quasi un sollievo sulla faccia ancora calda. Salì le scale di casa in silenzio, si chiuse in camera e si sedette sul letto senza nemmeno togliersi il giubbotto.
Restò ferma a lungo, le mani aperte sulle cosce, lo sguardo perso.
Aveva detto tutto. Aveva ammassato le ultime difese sotto cinque orgasmi e le aveva consegnate. E adesso Enzo aveva ragione: non c’era più modo di fingere che stesse solo subendo.
Si tolse finalmente il giubbotto, si sdraiò sopra le coperte e chiuse gli occhi. Tra le gambe sentiva ancora l’eco delle sue dita. Tra i pensieri, più insistente di ogni altro, c’era una sola frase che non riusciva a scacciare:
Domani prenderà anche il resto.
E per la prima volta la paura e l’anticipazione erano così intrecciate che non riusciva più a distinguerle.
La mattina dopo
La mattina dopo Margherita si svegliò con la sensazione di avere ancora le manette ai polsi, anche se non c’erano.
Scrisse il messaggio di rito.
«Buongiorno. Sono sveglia.»
La risposta arrivò dopo sette minuti.
«Buongiorno. Oggi niente plug. Niente restrizioni particolari fino a stasera. Lavoro e università come sempre. Alle venti e quarantacinque sei fuori dal cancello. Vestiti leggera. Niente giubbotto pesante. Stasera resto qui da me e tu resti con me. Conferma.»
Margherita lesse l’ultima parte due volte. Stasera resto qui da me e tu resti con me. Non un’ora. Non una lezione. Una notte.
Digitò:
«Confermato, Signore.»
La giornata passò in uno stato di quieta allerta. In fabbrica lavorò quasi in automatico. All’università prese appunti senza davvero assorbire. Angela le chiese se stesse bene e lei rispose con un sorriso stretto e una scusa generica. Rosa, a cena, la guardò di sottecchi ma non fece battute. Forse anche lei aveva imparato a riconoscere quando la sorella non era in grado di sopportarle.
Alle venti e quaranta Margherita era già fuori. Maglione sottile, jeans, scarpe semplici. Nessun giubbotto pesante. Quando la macchina di Enzo si fermò, salì in silenzio.
Durante il tragitto lui non parlò. Solo quando furono dentro l’appartamento, e dopo che lei si fu tolta le scarpe, la guardò con quella calma che ormai conosceva troppo bene.
«Stasera non saliamo subito. Prima mangiamo. Poi parliamo. Poi ti prendo. Nell’ordine che decido io.»
Margherita annuì. La voce le uscì bassa.
«Sì, Signore.»
Enzo le indicò la cucina. Aveva preparato qualcosa di semplice: pasta, un po’ di verdura, acqua. Mangiarono in silenzio al tavolo. Ogni tanto lui alzava lo sguardo su di lei, come per verificare che fosse ancora lì, presente, senza fughe mentali. Quando ebbero finito, lei raccolse i piatti senza che glielo chiedesse. Lui non commentò, ma lei notò il leggero cenno di approvazione.
Nel soggiorno la fece sedere sul divano. Lui restò in piedi qualche secondo, poi si sedette accanto, non troppo vicino.
«Ieri hai detto che vuoi essere presa. Tutta. Oggi lo farò. Non come un ragazzo della tua età. Non con fretta o con la necessità di piacerti. Ti prenderò nel modo in cui prendo le cose che mi appartengono: con calma, con precisione, e senza chiederti se va bene. Se a un certo punto sarà troppo, userai “rosso”. Altrimenti resterai aperta e prenderai quello che ti do. Chiaro?»
Margherita sentì il cuore accelerare. Non era paura sola. Era anche quella stessa anticipazione oscura che ormai riconosceva.
«Chiaro, Signore.»
Enzo le posò una mano sul ginocchio, ferma.
«Allora alzati. Spogliati qui. Tutto. Poi vai nella stanza da letto e ti metti al centro del letto, sulla schiena, gambe piegate, piante dei piedi sul materasso, ginocchia aperte. Braccia lungo i fianchi. Aspetti. Non ti copri. Non chiudi le gambe. Non parlare finché non ti rivolgo la parola.»
Margherita si alzò. Le dita le tremavano leggermente mentre si toglieva i vestiti. Quando restò nuda, piegò ogni capo con cura e li posò sul divano. Poi, senza alzare lo sguardo, attraversò il corridoio ed entrò nella camera da letto.
Il letto era rifatto con la solita precisione. Si sdraiò al centro, come ordinato. Schiena contro il materasso, piante dei piedi appoggiate, ginocchia aperte, braccia lungo i fianchi. L’aria dell’appartamento le sembrò più fredda sulla pelle nuda. Restò così, gli occhi sul soffitto, in ascolto di ogni rumore.
Sentì i passi di Enzo avvicinarsi. Poi il silenzio. Lui era sulla soglia, e la stava guardando.
Per la prima volta non c’era la stanza di sopra, non c’era il collare, non c’erano manette. C’era solo il letto, la sua nudità offerta, e un uomo che aveva deciso di prendersi finalmente tutto quello che lei aveva ammesso di voler consegnare.
Enzo entrò in camera senza fretta.
Margherita restò ferma nella posizione che le aveva ordinato: sulla schiena, ginocchia piegate e aperte, piante dei piedi sul materasso, braccia lungo i fianchi. Lo seguì solo con gli occhi mentre lui si fermava ai piedi del letto e iniziava a spogliarsi.
Se lo era sempre immaginato in un certo modo: un uomo di cinquantasei anni, curato ma qualunque, forse un poco morbido sotto le camicie chiare. Invece, quando si tolse la maglia, restò a fissarlo.
Il corpo di Enzo era asciutto, tonico, tutto nervo. Non il fisico gonfio di chi passa ore in palestra per apparire: era il corpo di chi si tiene in ordine con disciplina silenziosa. Spalle strette ma solide, ventre piatto, braccia definite senza eccessi, la pelle ancora tesa. Una sparuta peluria grigia sul petto. Niente di esibito. Solo una secchezza allenata che, alla sua età, risultava quasi più inquietante di qualsiasi muscolatura appariscente.
Poi si tolse i pantaloni e l’intimo.
Margherita sentì il respiro fermarsi un attimo. Era dotato. Non in modo grottesco, ma in modo netto, pesante, proporzionato a quella stessa impressione di forza contenuta che aveva il resto del corpo. Già semi-eretto, spesso, con una presenza che faceva capire subito che non sarebbe stato facile “semplicemente prenderlo”.
Enzo non commentò il suo sguardo. Salì sul letto con calma, si sistemò tra le sue gambe già aperte e le poggiò una mano sull’interno coscia, fermandola.
«Guardami.»
Lei alzò gli occhi. Lui era sopra di lei, sorretto sui gomiti, il corpo vicino ma non ancora contro. L’odore della sua pelle le arrivò netto: sapone neutro, pelle calda, niente di artificiale.
«Da stasera questo fa parte di quello che ti prendo», disse a voce bassa. «Non ti chiederò se ti piace. Non ti chiederò di dirmi quanto mi vuoi. Ti aprirò e ti userò. Tu resterai aperta e prenderai. Se sarà troppo, “rosso”. Altrimenti niente. Chiaro?»
«Sì, Signore.»
Enzo scese una mano tra i loro corpi e la toccò. Trovò che fosse già bagnata, come quasi sempre adesso quando arrivava a quel punto. Non sorrise. Si limitò a scorrere le dita una volta, due, poi si allineò e iniziò a entrare.
Margherita aprì la bocca in un respiro corto. La penetrazione fu lenta, costante, senza strappi ma senza pietà. Lui era spesso abbastanza da farle sentire ogni centimetro che avanzava. A metà lei strinse le dita sul lenzuolo. Enzo non si fermò. Continuò fino a essere completamente dentro, poi restò fermo, sepolto fino in fondo, guardandola in faccia.
«Respira.»
Lei respirò. Il corpo stava cercando di abituarsi a quella presenza piena, pesante, che non le lasciava spazio interno. Enzo le scostò una ciocca di capelli dalla fronte con la mano libera, un gesto quasi meccanico, poi iniziò a muoversi.
Non fu un ritmo da innamorato. Fu un ritmo da uomo che sa esattamente cosa sta facendo e non ha bisogno di chiedere conferma. Spinte profonde, regolari, a volte più lente, a volte più decise. Ogni tanto cambiava angolo e lei sentiva l’aria mancarle. Le ginocchia le tremavano. Più di una volta il piacere saliva troppo in fretta e lei doveva stringere i denti per non venire senza permesso, anche se lui non aveva dato nessuna regola esplicita su quel punto.
Enzo la guardava mentre la prendeva. Non chiudeva gli occhi. Non nascondeva il viso contro il suo collo. La osservava, registrava ogni espressione, ogni verso soffocato, ogni volta che le anche di lei si sollevavano incontro alle sue nonostante tutto.
A un certo punto le prese i polsi e li bloccò sopra la sua testa, contro il materasso, tenendoli fermi con una sola mano. L’altra gliela tenne sul fianco, le dita scavate nella carne. La penetrazione diventò più profonda, più pesante. Margherita sentì gli occhi riempirsi di lacrime — non di dolore, o non solo — e voltò la testa di lato.
«No», disse lui. «Guardami.»
Lei obbedì. Lo guardò mentre lui continuava a prenderla, mentre il corpo le si apriva e si chiudeva intorno a quella presenza che adesso conosceva fino in fondo. Il piacere e la sensazione di essere completamente usata si mescolavano in un nodo solo, stretto, impossibile da sciogliere.
Quando Enzo accelerò negli ultimi minuti, Margherita non riuscì più a trattenere i suoni. Vennero fuori bassi, rochi, spezzati. Lui non le diede il permesso di venire e non glielo tolse: la lasciò semplicemente andare, e lei venne con un grido soffocato, il corpo che si tendeva sotto il suo mentre lui continuava ancora per qualche spinta, fino a scaricarsi dentro di lei con un gemito basso e controllato.
Restò fermo sopra di lei alcuni secondi, ancora sepolto in fondo. Poi uscì lentamente, si spostò di lato e si sdraiò sulla schiena, un braccio sotto la testa, lo sguardo al soffitto.
Margherita restò nella stessa posizione, gambe ancora aperte, il seme che le scorreva caldo tra le cosce, il petto che saliva e scendeva troppo in fretta. Non si coprì. Non chiuse le ginocchia. Aspettò.
Dopo un poco Enzo parlò, la voce di nuovo calma, quasi normale.
«Da stasera questo è un altro pezzo che non ti restituisco. Hai capito?»
Margherita girò la testa verso di lui. Gli occhi erano ancora umidi, ma lo sguardo non fuggiva.
«Sì, Signore. Ho capito.»
Enzo annuì una volta sola. Poi allungò una mano e le posò il palmo aperto sul ventre, caldo e pesante, proprio sopra il punto dove l’aveva appena presa.
«Bene. Adesso resta così un poco. Voglio vederti mentre mi esci ancora di dosso.»
E la lasciò lì, nuda, aperta, il corpo ancora percorso dai residui del piacere e dalla consapevolezza nuova, netta, di essere stata finalmente presa fino in fondo.
Enzo tenne la mano sul suo ventre ancora per alcuni minuti, senza parlare. Margherita restava ferma, le gambe ancora aperte come le aveva lasciate, sentendo il caldo del seme che le scorreva lentamente verso il materasso. Ogni tanto un piccolo brivido le attraversava i muscoli della coscia. Non sapeva se fosse il residuo dell’orgasmo o la semplice consapevolezza di essere ancora esposta sotto quello sguardo.
Alla fine lui ritirò la mano, si alzò e andò in bagno. Sentì scorrere l’acqua. Quando tornò aveva ancora il corpo nudo, asciutto, e le porse un asciugamano umido.
«Pulisci.»
Margherita si alzò a sedere, prese l’asciugamano e si pulì tra le cosce con gesti meccanici. Il tessuto caldo le strappò un piccolo brivido. Quando ebbe finito glielo riconsegnò. Enzo lo gettò nel cesto e le fece cenno di sdraiarsi di nuovo.
«Stasera resti qui. Dormi in questo letto. Niente pigiama. Se durante la notte ti svegli e hai bisogno di qualcosa, mi svegli. Altrimenti stai ferma. Chiaro?»
«Sì, Signore.»
Lui spense la luce principale, lasciò accesa solo una lampada bassa in un angolo, e si sdraiò accanto a lei. Non la strinse. Non le mise un braccio intorno. Restò sulla schiena, a una distanza di pochi centimetri, abbastanza vicino da farle sentire il calore del corpo ma senza nessun gesto che potesse essere scambiato per tenerezza.
Margherita restò a guardare il soffitto al buio. Il corpo le doleva in modo sordo, non per veri dolori ma per l’intensità di quello che aveva appena subìto e, soprattutto, accettato. Tra le gambe sentiva ancora la memoria di lui. Nella testa, più insistente di ogni altra cosa, c’era la frase che aveva detto:
Da stasera questo è un altro pezzo che non ti restituisco.
Si addormentò tardi, a tratti, con il respiro di Enzo regolare e vicino.
Si svegliò quando fuori iniziava appena a filtrare la luce dell’alba. Per un attimo non seppe dove fosse. Poi sentì il materasso diverso, l’odore neutro dell’appartamento, e il corpo nudo di lui ancora accanto.
Enzo era già sveglio. La stava guardando.
«Buongiorno.»
La voce era bassa, ancora roca di sonno.
«Buongiorno, Signore», rispose lei, e solo dopo si rese conto di quanto quella formula le fosse uscita naturale anche fuori dalla stanza di sopra.
Lui annuì, come se avesse registrato il dettaglio.
«Alzati. Fai la doccia. Usa l’asciugamano grigio. Poi vieni in cucina. Niente vestiti. Solo il collare.»
Margherita si alzò. Le gambe erano ancora un poco molli. In bagno si guardò allo specchio mentre l’acqua calda le scorreva addosso: occhi stanchi, labbra un poco gonfie, qualche piccolo segno rosato sui fianchi dove lui l’aveva tenuta ferma. Nessun livido grave. Solo la traccia evidente di essere stata presa con decisione.
Quando uscì, si asciugò, si mise il collare che trovò già pronto sul lavabo e andò in cucina a piedi nudi. Enzo era già seduto a tavola, in pantaloni e maglia, e stava bevendo un caffè. La guardò entrare, nuda, collare nero al collo, e le fece cenno di inginocchiarsi accanto alla sua sedia.
Lei obbedì. Il pavimento della cucina era freddo contro le ginocchia.
Enzo le posò una mano sui capelli, non in carezza, ma in un gesto di possesso quieto e abituale.
«Da oggi le cose sono così anche di mattina. Anche fuori dalla stanza. Anche quando mangiamo. Hai detto che volevi essere presa tutta. Adesso lo sei. E non torno indietro. Chiaro?»
Margherita tenne lo sguardo basso, il collare caldo contro la gola, il corpo ancora segnato dalla notte.
«Chiaro, Signore.»
Lui le lasciò la mano sui capelli ancora un secondo, poi la ritirò e tornò al suo caffè.
«Alzati. Prepara anche il tuo. Poi ti vesto e ti porto a casa. Hai università e lavoro. Stasera ti farò sapere.»
Margherita si alzò. Mentre preparava il caffè sentiva il collare a ogni movimento, e la consapevolezza nuova, netta, che non stava più soltanto entrando e uscendo da un ruolo.
Stava diventando quello che lui aveva deciso.
E per la prima volta, mentre il caffè scendeva nella tazza, non riuscì a trovare dentro di sé nessuna parte che volesse davvero opporsi.
Enzo la rivestì lui stesso.
Le scelse i vestiti dall’armadio di lei che ormai teneva un piccolo cassetto riservato nel suo appartamento: mutande nere (per la prima volta dopo giorni gliele concesse), jeans scuri, maglione grigio, scarpe semplici. Le sistemò il collare dentro una tasca interna del giubbotto.
«A casa lo tieni nascosto. Lo rimetti solo quando sei sola in camera o quando te lo dico io. Chiaro?»
«Sì, Signore.»
La riaccompagnò. Davanti al cancello non ci fu nessun gesto di congedo particolare. Solo un ultimo sguardo e la frase bassa:
«Messaggio quando sei dentro. Poi vivi la giornata. Ma ricordati a chi appartieni adesso.»
Margherita entrò. La casa odorava di caffè e di pane tostato. Sua madre era in cucina, Rosa ancora mezzo addormentata a tavola in pigiama. Nessuna delle due notò nulla di particolare, o almeno non lo diede a vedere. Margherita disse buongiorno, bevve un sorso di caffè in piedi e salì in camera a prendere i libri.
Solo quando chiuse la porta alle sue spalle si fermò. Si tolse il giubbotto, estrasse il collare dalla tasca e lo tenne qualche secondo tra le mani. Poi lo rinchiuse nel cassetto più basso, sotto una pila di magliette, e si sedette sul bordo del letto.
Il corpo le ricordava ancora la notte. Non era solo la stanchezza tra le cosce o i leggeri segni sui fianchi. Era qualcosa di più interno. Come se Enzo, prendendola, avesse spostato un asse che prima, nonostante tutto, era ancora in qualche modo suo.
La giornata trascorse in modo strano, sospeso.
In università i professori parlavano e lei prendeva appunti, ma una parte della mente restava agganciata a quella mano sul ventre, alla voce che diceva questo è un altro pezzo che non ti restituisco. A un certo punto Angela le mise una mano sul braccio.
«Ehi. Sei su un altro pianeta oggi.»
Margherita scosse la testa e forzò un mezzo sorriso. «Ho dormito poco.»
«Di nuovo il misterioso?» [-> Il misterioso / Il misterioso uomo?]
Lei non rispose. Angela alzò le sopracciglia ma non insistette.
In fabbrica fu peggio. Il lavoro manuale le lasciava troppa testa libera. Ogni volta che si chinava sentiva il leggero indolenzimento tra le gambe e il pensiero tornava lì, inevitabile. Durante la pausa pranzo controllò il telefono. Nessun messaggio di Enzo. Quella assenza, dopo la notte appena trascorsa, le pesava più di quanto avrebbe voluto ammettere.
Solo alle quindici e diciassette arrivò un messaggio breve.
«Come stai?»
Rispose dopo aver esitato:
«Il corpo ricorda. La testa pure.»
«Bene. Stasera non ti chiamo. Dormi a casa tua. Domani sera invece vieni. Porta il collare. E preparati a restare di nuovo.»
Margherita lesse e sentì lo stomaco chiudersi in quel mix ormai familiare di tensione e di qualcosa che non osava più chiamare solo paura.
«Sì, Signore.»
La sera a casa cercò di studiare. Non ci riuscì davvero. Rosa entrò in camera verso le ventidue senza bussare, si buttò sul letto di fronte al suo e la fissò.
«Ok, adesso mi dici che ti sta succedendo. Perché da settimane hai una faccia che non ti riconosco più.»
Margherita chiuse il libro. Per un attimo pensò di mandarla via. Poi scosse la testa.
«Non è niente che possa spiegarti.»
Rosa restò in silenzio qualche secondo. Poi, più seria del solito, disse:
«Se qualcuno ti sta facendo del male, me lo dici. Ok?»
Margherita la guardò. La sorella minore, appena maggiorenne, che per una volta non stava prendendo in giro. Sentì una stretta strana al petto.
«Non mi sta facendo del male», rispose a voce bassa. E, nel dirlo, si rese conto che una parte di lei lo pensava davvero. «È solo… complicato.»
Rosa non sembrò del tutto convincente [-> convinta], ma annuì. Si alzò e, prima di uscire, aggiunse:
«Comunque io ci sono. Anche se fai la stronza e non parli.»
Quando la porta si chiuse, Margherita restò a lungo a fissare il punto vuoto. Poi si alzò, aprì il cassetto, prese il collare e se lo sistemò intorno al collo. Solo per qualche minuto. Solo per sentirlo.
Si guardò allo specchio.
Gli stessi occhi di sempre. La stessa faccia. Ma adesso, con il collare nero chiuso alla gola, le sembrò di vedere finalmente quello che stava diventando.
Si tolse il collare, lo rimise a posto e si sdraiò al buio.
Domani sera sarebbe tornata da lui. E questa volta sapeva già che non sarebbe più uscita uguale.
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