Chi sei tu? (parte-6)
scritto il 2026-10-08 tempo di lettura 11 min
di
DootCinque
genere
dominazione
cura
A
Margherita si svegliò con il sapore amaro della notte precedente ancora in bocca. Aveva dormito poco. I tacchi alti erano gettati in un angolo della camera, la minigonna e il top accartocciati sulla sedia. Si sentiva sporchia in un modo che non c’entrava con il corpo.
Prese il telefono. Erano le sette e venti. Scrisse, come le era stato ordinato:
«Buongiorno.»
La risposta arrivò dopo otto minuti.
«Buongiorno. Come hai dormito?»
«Male.»
«Perché?»
Lei esitò, poi scrisse la verità:
«Perché continuo a pensare a ieri sera.»
Enzo impiegò quasi un quarto d’ora a rispondere. Quando lo fece, il messaggio era breve.
«Bene. Oggi non voglio sentirti fino a stasera. Niente messaggi, niente chiamate. Se ti scrivo io, rispondi. Altrimenti silenzio. E ricorda: non ti tocchi. Neanche un secondo. Conferma.»
Margherita sentì una fitta di protesta salirle in gola. Un’intera giornata di silenzio forzato, dopo la serata di ieri, le sembrava improvvisamente più pesante di qualsiasi divieto fisico.
Digitò comunque:
«Confermato.»
Posò il telefono a faccia in giù sul comodino e restò seduta sul bordo del letto a fissare il muro. Per la prima volta da settimane, la voce nella sua testa non stava più cercando giustificazioni. Stava solo registrando il fatto.
Stava obbedendo. E ogni volta le costava un pezzo in più.
Rosa entrò in camera senza bussare, come sempre. Margherita stava ancora seduta sul bordo del letto quando la sorella si fermò a metà stanza e puntò lo sguardo sulla sedia.
La minigonna scura, il top corto, i tacchi alti abbandonati in un angolo.
Rosa alzò le sopracciglia e un sorriso lento le si aprì sulle labbra.
«No. Aspetta. Quei vestiti…»
Margherita chiuse gli occhi un attimo. «Lascia stare.»
«Finalmente!» Rosa batté le mani una volta sola, divertita. «Hai scopato col vecchio. Non ci credevo. Cioè, lo speravo, ma non ci credevo davvero.»
«Non ho scopato con nessuno.»
«Certo, e io sono vergine.» Rosa si avvicinò, prese il top tra due dita e lo fece dondolare. «Top corto, minigonna, tacchi da discoteca… e mi vuoi far credere che siete andati a recitare il rosario? Dai, Marghe. Non pensavo avessi delle daddy issues, ma a quanto pare sì.»
La frase era detta in tono apertamente ironico, quasi affettuoso. Rosa non stava giudicando: stava prendendo in giro, come aveva sempre fatto.
Margherita questa volta non si arrabbiò. Si alzò, prese l’accappatoio e glissò.
«Devo fare una doccia. Fatti i cazzi tuoi.»
«Li faccio, li faccio. Solo che a differenza tua non lo nego .» gli rispose Rosa mentre la seguiva con lo sguardo fino alla porta del bagno, poi, proprio mentre Margherita stava per chiudere, tirò fuori l’ultimo guizzo:
«Ma almeno è attrezzato bene tra le gambe, questo?»
Margherita si voltò di scatto, ma Rosa era già scappata lungo il corridoio, ridendo sottovoce come una bambina che ha appena combinato un guaio. La porta della sua camera sbatte un secondo dopo.
Margherita restò ferma sulla soglia del bagno, con l’accappatoio in mano e le parole della sorella che le ronzavano nelle orecchie. Poi entrò, chiuse la porta a chiave e aprì l’acqua calda.
Sotto la doccia restò a lungo, con la fronte appoggiata alle mattonelle. L’acqua le scorreva sulla schiena e lei cercava di non pensare. Non ci riusciva.
Il resto della giornata fu una lunga prova di resistenza.
In fabbrica lavorò in silenzio. Il telefono restava nella borsa, a faccia in giù. Ogni volta che sentiva una notifica (messaggi di Angela, del gruppo dell’università, della madre) sentiva una piccola scarica di speranza e poi delusione quando non era lui. Si odiava per quella reazione.
A pranzo mangiò poco. Nel pomeriggio una collega le chiese di nuovo se stesse bene. Rispose di sì e cambiò discorso.
Il silenzio imposto pesava più di qualsiasi divieto fisico. Non poteva scrivere, non poteva chiedere, non poteva nemmeno sapere se Enzo stesse pensando a lei o se l’avesse semplicemente messa in pausa. Quella mancanza di controllo la stava rosicchiando dall’interno.
Tornò a casa verso le sette. Cena veloce, due parole con i genitori, un’occhiata di Rosa che per fortuna non aggiunse altro. Si chiuse in camera alle otto e mezza e si sedette sul letto a fissare il telefono.
Alle nove e diciassette vibrò.
Un messaggio.
«Sei a casa?»
Le dita le tremarono leggermente mentre rispondeva.
«Sì.»
«Bene. Stanotte voglio che ti metta a letto nuda. Niente pigiama, niente mutande. Solo il lenzuolo. Prima di spegnere la luce mi mandi una foto del letto vuoto e del tuo corpo dal collo in giù. Niente faccia. Solo il corpo. Poi aspetti istruzioni.»
Margherita lesse le parole due volte. Il cuore le batteva forte e regolare, come un metronomo.
Per la prima volta da settimane, non ci furono esitazioni lunghe. Non cancellò e riscrisse. Digitò soltanto:
«Va bene.»
Poi si alzò e iniziò a spogliarsi.
Margherita si spogliò in silenzio.
Pose i vestiti sulla sedia, uno sopra l’altro, con una cura quasi meccanica. Quando restò nuda al centro della stanza sentì un brivido che non c’entrava con il freddo. Chiuse le tapparelle, spense la luce principale e accese solo l’abat-jour sul comodino. La luce calda le disegnava il corpo a metà.
Si sdraiò sul letto come le era stato ordinato. Solo il lenzuolo tirato fino alla vita. Guardò il soffitto per alcuni secondi, poi prese il telefono.
La prima foto la fece male: si vedeva troppo poco. La cancellò. La seconda era troppo chiara, quasi volgare. La cancellò anch’essa. Alla terza riuscì a inquadrare dal collo in giù, il seno, la pancia, l’inizio delle cosce coperte dal lenzuolo bianco. Niente faccia. Niente espressione. Solo il corpo.
Prima di inviare restò a guardare l’immagine. Era estranea. Sembrava appartenere a un’altra.
Poi premé invio.
Il messaggio partì. Il cuore le batteva così forte che lo sentiva nelle orecchie.
Passarono quattro minuti. Poi arrivò la risposta.
«Ricevuto. Tira via il lenzuolo. Foto intera, sempre dal collo in giù. Gambe leggermente aperte.»
Margherita chiuse gli occhi. Per un attimo pensò di spegnere il telefono e finirla lì. Invece obbedì. Tirò via il lenzuolo, sistemò le gambe come richiesto e scattò. Questa volta non ci furono tentativi multipli. Inviò la prima.
Enzo rispose dopo poco.
«Bene. Adesso metti il telefono sul comodino, a faccia in su. Non lo tocchi più fino a domattina, a meno che non ti scriva io. Dormi così. Nuda. Se ti svegli durante la notte e hai voglia di toccarti, non lo fai. Mi scrivi solo “sono sveglia” e aspetti. Chiaro?»
Lei digitò con le dita leggermente tremanti.
«Chiaro.»
«Brava. Spegnila la luce e dormi.»
Margherita posò il telefono sul comodino come ordinato, a faccia in su. Spense l’abat-jour. Il buio della stanza le sembrò più denso del solito. Si tirò il lenzuolo fino al petto, poi lo rimosse di nuovo. Doveva restare così.
Si girò su un fianco, poi sulla schiena. La pelle contro le lenzuola era troppo sensibile. Ogni piccolo movimento le ricordava la sua nudità e il fatto che, a pochi chilometri di distanza, un uomo di cinquantasei anni aveva appena visto il suo corpo nudo e le stava dettando come dormire.
Chiuse gli occhi.
Non si toccò. Ma il corpo non le diede tregua per molto tempo.
Margherita si svegliò poco prima delle sette. Per un attimo non ricordò. Poi la pelle nuda contro le lenzuola la riportó alla realtà tutta in un colpo.
Restò ferma a pancia in su, gli occhi aperti nel semibuio. Il telefono era ancora sul comodino, a faccia in su, come le era stato ordinato. Non l’aveva toccato per tutta la notte. Non si era toccata. Aveva obbedito.
Allungò una mano e lo prese. Nessun messaggio nuovo. Scrisse soltanto:
«Buongiorno. Sono sveglia.»
La risposta arrivò dopo undici minuti.
«Buongiorno. Hai rispettato tutto?»
«Sì.»
«Bene. Alzati. Fai la doccia. Non ti vestire ancora. Quando sei asciutta mettiti solo un paio di mutande e il reggiseno. Nient’altro. Poi mandami una foto in piedi, a figura intera, davanti allo specchio. Niente faccia. Aspetta istruzioni prima di mettere altro.»
Margherita lesse e sentì lo stomaco chiudersi. Era sabato. A casa c’erano i genitori e Rosa. Uscire dalla camera mezzo nuda, anche solo per andare in bagno, era un rischio.
Eppure si alzò.
Prese l’accappatoio, lo avvolse intorno al corpo e attraversò il corridoio in silenzio. In bagno chiuse la porta a chiave, si tolse l’accappatoio e entrò sotto l’acqua. Lavò il corpo con gesti meccanici, cercando di non pensare a quanto fosse diventato naturale, ormai, eseguire ordini prima ancora di averli processati del tutto.
Quando uscì, si asciugò, indossò solo mutande e reggiseno neri, e si sistemò davanti allo specchio a figura intera. Scattò la foto dal collo in giù, come sempre. Inviò.
Enzo rispose dopo pochi minuti.
«Ricevuto. Oggi resti così fino a mezzogiorno. Solo intimo. Se qualcuno bussa alla porta ti metti l’accappatoio, ma appena sei di nuovo sola lo togli. A mezzogiorno ti scrivo. Fino ad allora niente messaggi. Conferma.»
Margherita guardò le parole. Solo intimo. In casa. Con la famiglia dall’altra parte del muro.
Digitò:
«Confermato.»
Poi si sedette sul bordo del letto, in mutande e reggiseno, e restò a fissare la porta chiusa. Dall’altra parte della casa si sentivano già i rumori di Rosa che si muoveva in cucina e la voce di sua madre che parlava al telefono.
Per la prima volta, il controllo di Enzo non era più solo sul suo corpo quando era sola o fuori. Stava entrando dentro casa.
Le ore fino a mezzogiorno furono un esercizio di tensione silenziosa.
Margherita restò in camera il più possibile. Si era messa l’accappatoio sopra l’intimo, ma ogni volta che sentiva passi nel corridoio lo stringeva meglio intorno al corpo. Verso le dieci Rosa bussò e aprì senza aspettare risposta.
«Hai intenzione di uscire da questa tana o resti a fare la monaca tutto il giorno?»
Margherita era seduta alla scrivania, accappatoio chiuso fino al collo, libri aperti davanti senza davvero studiare.
«Devo preparare un esame.»
«Di sabato mattina? Ma va’. Hai solo la faccia di chi ha combinato qualcosa.» Rosa la squadrò un secondo di troppo, poi scrollò le spalle. «Comunque mamma ha fatto la torta. Se vuoi scendi.»
«Più tardi.»
Rosa se ne andò. Margherita aspettò di sentire i suoi passi allontanarsi, poi si tolse di nuovo l’accappatoio e restò solo in mutande e reggiseno. L’aria della stanza le sembrava più fredda sulle braccia e sulla pancia. Ogni tanto si guardava allo specchio dell’armadio e trovava la propria immagine quasi irriconoscibile: una ragazza in intimo, in piena mattina di sabato, ad aspettare istruzioni da un uomo che non era lì.
Alle undici e cinquanta il telefono vibrò.
«Mezzogiorno. Come stai?»
Rispose subito.
«In tensione. Sono in casa.»
«Lo so. Hai rispettato?»
«Sì.»
«Bene. Adesso puoi vestirti. Jeans e maglione scuro. Niente mutande sotto. Il reggiseno puoi tenerlo. Alle otto e mezza ti passo a prendere nello stesso punto di ieri. Fino ad allora niente altri messaggi, a meno che non ti scriva io. Conferma.»
Margherita chiuse gli occhi per un secondo.
«Confermato.»
Si vestì come ordinato. I jeans contro la pelle nuda le ricordarono il primo divieto, quello delle ventiquattro ore. Solo che adesso non era più una novità: stava diventando un’abitudine.
Il pomeriggio passò lento. Studiò davvero un poco, rispose a un messaggio di Angela con una scusa generica, cenò in fretta con i genitori evitando domande. Rosa la guardò più volte durante la cena, ma per una volta non aprì bocca.
Alle otto e venti era di nuovo fuori dal cancello. Stessa posizione, stesso freddo di novembre sulla faccia. Quando la macchina di Enzo si fermò, salì senza parlare.
Enzo la guardò di lato mentre si allacciava la cintura.
«Apri le gambe.»
Lei lo fece. Lui abbassò lo sguardo un attimo, verificò che non ci fosse tessuto sotto i jeans, poi ripartì.
«Stasera andiamo da me», disse solo.
Margherita girò la testa verso di lui. Era la prima volta.
Enzo non aggiunse altro. Guidò in silenzio verso una zona residenziale tranquilla, lontana dal centro. Si fermò davanti a un piccolo condominio di tre piani, ordinato, anonimo. Spense il motore.
«Scendi.»
Margherita obbedì. Le gambe le tremavano appena mentre lo seguiva verso l’ingresso.
Prese il telefono. Erano le sette e venti. Scrisse, come le era stato ordinato:
«Buongiorno.»
La risposta arrivò dopo otto minuti.
«Buongiorno. Come hai dormito?»
«Male.»
«Perché?»
Lei esitò, poi scrisse la verità:
«Perché continuo a pensare a ieri sera.»
Enzo impiegò quasi un quarto d’ora a rispondere. Quando lo fece, il messaggio era breve.
«Bene. Oggi non voglio sentirti fino a stasera. Niente messaggi, niente chiamate. Se ti scrivo io, rispondi. Altrimenti silenzio. E ricorda: non ti tocchi. Neanche un secondo. Conferma.»
Margherita sentì una fitta di protesta salirle in gola. Un’intera giornata di silenzio forzato, dopo la serata di ieri, le sembrava improvvisamente più pesante di qualsiasi divieto fisico.
Digitò comunque:
«Confermato.»
Posò il telefono a faccia in giù sul comodino e restò seduta sul bordo del letto a fissare il muro. Per la prima volta da settimane, la voce nella sua testa non stava più cercando giustificazioni. Stava solo registrando il fatto.
Stava obbedendo. E ogni volta le costava un pezzo in più.
Rosa entrò in camera senza bussare, come sempre. Margherita stava ancora seduta sul bordo del letto quando la sorella si fermò a metà stanza e puntò lo sguardo sulla sedia.
La minigonna scura, il top corto, i tacchi alti abbandonati in un angolo.
Rosa alzò le sopracciglia e un sorriso lento le si aprì sulle labbra.
«No. Aspetta. Quei vestiti…»
Margherita chiuse gli occhi un attimo. «Lascia stare.»
«Finalmente!» Rosa batté le mani una volta sola, divertita. «Hai scopato col vecchio. Non ci credevo. Cioè, lo speravo, ma non ci credevo davvero.»
«Non ho scopato con nessuno.»
«Certo, e io sono vergine.» Rosa si avvicinò, prese il top tra due dita e lo fece dondolare. «Top corto, minigonna, tacchi da discoteca… e mi vuoi far credere che siete andati a recitare il rosario? Dai, Marghe. Non pensavo avessi delle daddy issues, ma a quanto pare sì.»
La frase era detta in tono apertamente ironico, quasi affettuoso. Rosa non stava giudicando: stava prendendo in giro, come aveva sempre fatto.
Margherita questa volta non si arrabbiò. Si alzò, prese l’accappatoio e glissò.
«Devo fare una doccia. Fatti i cazzi tuoi.»
«Li faccio, li faccio. Solo che a differenza tua non lo nego .» gli rispose Rosa mentre la seguiva con lo sguardo fino alla porta del bagno, poi, proprio mentre Margherita stava per chiudere, tirò fuori l’ultimo guizzo:
«Ma almeno è attrezzato bene tra le gambe, questo?»
Margherita si voltò di scatto, ma Rosa era già scappata lungo il corridoio, ridendo sottovoce come una bambina che ha appena combinato un guaio. La porta della sua camera sbatte un secondo dopo.
Margherita restò ferma sulla soglia del bagno, con l’accappatoio in mano e le parole della sorella che le ronzavano nelle orecchie. Poi entrò, chiuse la porta a chiave e aprì l’acqua calda.
Sotto la doccia restò a lungo, con la fronte appoggiata alle mattonelle. L’acqua le scorreva sulla schiena e lei cercava di non pensare. Non ci riusciva.
Il resto della giornata fu una lunga prova di resistenza.
In fabbrica lavorò in silenzio. Il telefono restava nella borsa, a faccia in giù. Ogni volta che sentiva una notifica (messaggi di Angela, del gruppo dell’università, della madre) sentiva una piccola scarica di speranza e poi delusione quando non era lui. Si odiava per quella reazione.
A pranzo mangiò poco. Nel pomeriggio una collega le chiese di nuovo se stesse bene. Rispose di sì e cambiò discorso.
Il silenzio imposto pesava più di qualsiasi divieto fisico. Non poteva scrivere, non poteva chiedere, non poteva nemmeno sapere se Enzo stesse pensando a lei o se l’avesse semplicemente messa in pausa. Quella mancanza di controllo la stava rosicchiando dall’interno.
Tornò a casa verso le sette. Cena veloce, due parole con i genitori, un’occhiata di Rosa che per fortuna non aggiunse altro. Si chiuse in camera alle otto e mezza e si sedette sul letto a fissare il telefono.
Alle nove e diciassette vibrò.
Un messaggio.
«Sei a casa?»
Le dita le tremarono leggermente mentre rispondeva.
«Sì.»
«Bene. Stanotte voglio che ti metta a letto nuda. Niente pigiama, niente mutande. Solo il lenzuolo. Prima di spegnere la luce mi mandi una foto del letto vuoto e del tuo corpo dal collo in giù. Niente faccia. Solo il corpo. Poi aspetti istruzioni.»
Margherita lesse le parole due volte. Il cuore le batteva forte e regolare, come un metronomo.
Per la prima volta da settimane, non ci furono esitazioni lunghe. Non cancellò e riscrisse. Digitò soltanto:
«Va bene.»
Poi si alzò e iniziò a spogliarsi.
Margherita si spogliò in silenzio.
Pose i vestiti sulla sedia, uno sopra l’altro, con una cura quasi meccanica. Quando restò nuda al centro della stanza sentì un brivido che non c’entrava con il freddo. Chiuse le tapparelle, spense la luce principale e accese solo l’abat-jour sul comodino. La luce calda le disegnava il corpo a metà.
Si sdraiò sul letto come le era stato ordinato. Solo il lenzuolo tirato fino alla vita. Guardò il soffitto per alcuni secondi, poi prese il telefono.
La prima foto la fece male: si vedeva troppo poco. La cancellò. La seconda era troppo chiara, quasi volgare. La cancellò anch’essa. Alla terza riuscì a inquadrare dal collo in giù, il seno, la pancia, l’inizio delle cosce coperte dal lenzuolo bianco. Niente faccia. Niente espressione. Solo il corpo.
Prima di inviare restò a guardare l’immagine. Era estranea. Sembrava appartenere a un’altra.
Poi premé invio.
Il messaggio partì. Il cuore le batteva così forte che lo sentiva nelle orecchie.
Passarono quattro minuti. Poi arrivò la risposta.
«Ricevuto. Tira via il lenzuolo. Foto intera, sempre dal collo in giù. Gambe leggermente aperte.»
Margherita chiuse gli occhi. Per un attimo pensò di spegnere il telefono e finirla lì. Invece obbedì. Tirò via il lenzuolo, sistemò le gambe come richiesto e scattò. Questa volta non ci furono tentativi multipli. Inviò la prima.
Enzo rispose dopo poco.
«Bene. Adesso metti il telefono sul comodino, a faccia in su. Non lo tocchi più fino a domattina, a meno che non ti scriva io. Dormi così. Nuda. Se ti svegli durante la notte e hai voglia di toccarti, non lo fai. Mi scrivi solo “sono sveglia” e aspetti. Chiaro?»
Lei digitò con le dita leggermente tremanti.
«Chiaro.»
«Brava. Spegnila la luce e dormi.»
Margherita posò il telefono sul comodino come ordinato, a faccia in su. Spense l’abat-jour. Il buio della stanza le sembrò più denso del solito. Si tirò il lenzuolo fino al petto, poi lo rimosse di nuovo. Doveva restare così.
Si girò su un fianco, poi sulla schiena. La pelle contro le lenzuola era troppo sensibile. Ogni piccolo movimento le ricordava la sua nudità e il fatto che, a pochi chilometri di distanza, un uomo di cinquantasei anni aveva appena visto il suo corpo nudo e le stava dettando come dormire.
Chiuse gli occhi.
Non si toccò. Ma il corpo non le diede tregua per molto tempo.
Margherita si svegliò poco prima delle sette. Per un attimo non ricordò. Poi la pelle nuda contro le lenzuola la riportó alla realtà tutta in un colpo.
Restò ferma a pancia in su, gli occhi aperti nel semibuio. Il telefono era ancora sul comodino, a faccia in su, come le era stato ordinato. Non l’aveva toccato per tutta la notte. Non si era toccata. Aveva obbedito.
Allungò una mano e lo prese. Nessun messaggio nuovo. Scrisse soltanto:
«Buongiorno. Sono sveglia.»
La risposta arrivò dopo undici minuti.
«Buongiorno. Hai rispettato tutto?»
«Sì.»
«Bene. Alzati. Fai la doccia. Non ti vestire ancora. Quando sei asciutta mettiti solo un paio di mutande e il reggiseno. Nient’altro. Poi mandami una foto in piedi, a figura intera, davanti allo specchio. Niente faccia. Aspetta istruzioni prima di mettere altro.»
Margherita lesse e sentì lo stomaco chiudersi. Era sabato. A casa c’erano i genitori e Rosa. Uscire dalla camera mezzo nuda, anche solo per andare in bagno, era un rischio.
Eppure si alzò.
Prese l’accappatoio, lo avvolse intorno al corpo e attraversò il corridoio in silenzio. In bagno chiuse la porta a chiave, si tolse l’accappatoio e entrò sotto l’acqua. Lavò il corpo con gesti meccanici, cercando di non pensare a quanto fosse diventato naturale, ormai, eseguire ordini prima ancora di averli processati del tutto.
Quando uscì, si asciugò, indossò solo mutande e reggiseno neri, e si sistemò davanti allo specchio a figura intera. Scattò la foto dal collo in giù, come sempre. Inviò.
Enzo rispose dopo pochi minuti.
«Ricevuto. Oggi resti così fino a mezzogiorno. Solo intimo. Se qualcuno bussa alla porta ti metti l’accappatoio, ma appena sei di nuovo sola lo togli. A mezzogiorno ti scrivo. Fino ad allora niente messaggi. Conferma.»
Margherita guardò le parole. Solo intimo. In casa. Con la famiglia dall’altra parte del muro.
Digitò:
«Confermato.»
Poi si sedette sul bordo del letto, in mutande e reggiseno, e restò a fissare la porta chiusa. Dall’altra parte della casa si sentivano già i rumori di Rosa che si muoveva in cucina e la voce di sua madre che parlava al telefono.
Per la prima volta, il controllo di Enzo non era più solo sul suo corpo quando era sola o fuori. Stava entrando dentro casa.
Le ore fino a mezzogiorno furono un esercizio di tensione silenziosa.
Margherita restò in camera il più possibile. Si era messa l’accappatoio sopra l’intimo, ma ogni volta che sentiva passi nel corridoio lo stringeva meglio intorno al corpo. Verso le dieci Rosa bussò e aprì senza aspettare risposta.
«Hai intenzione di uscire da questa tana o resti a fare la monaca tutto il giorno?»
Margherita era seduta alla scrivania, accappatoio chiuso fino al collo, libri aperti davanti senza davvero studiare.
«Devo preparare un esame.»
«Di sabato mattina? Ma va’. Hai solo la faccia di chi ha combinato qualcosa.» Rosa la squadrò un secondo di troppo, poi scrollò le spalle. «Comunque mamma ha fatto la torta. Se vuoi scendi.»
«Più tardi.»
Rosa se ne andò. Margherita aspettò di sentire i suoi passi allontanarsi, poi si tolse di nuovo l’accappatoio e restò solo in mutande e reggiseno. L’aria della stanza le sembrava più fredda sulle braccia e sulla pancia. Ogni tanto si guardava allo specchio dell’armadio e trovava la propria immagine quasi irriconoscibile: una ragazza in intimo, in piena mattina di sabato, ad aspettare istruzioni da un uomo che non era lì.
Alle undici e cinquanta il telefono vibrò.
«Mezzogiorno. Come stai?»
Rispose subito.
«In tensione. Sono in casa.»
«Lo so. Hai rispettato?»
«Sì.»
«Bene. Adesso puoi vestirti. Jeans e maglione scuro. Niente mutande sotto. Il reggiseno puoi tenerlo. Alle otto e mezza ti passo a prendere nello stesso punto di ieri. Fino ad allora niente altri messaggi, a meno che non ti scriva io. Conferma.»
Margherita chiuse gli occhi per un secondo.
«Confermato.»
Si vestì come ordinato. I jeans contro la pelle nuda le ricordarono il primo divieto, quello delle ventiquattro ore. Solo che adesso non era più una novità: stava diventando un’abitudine.
Il pomeriggio passò lento. Studiò davvero un poco, rispose a un messaggio di Angela con una scusa generica, cenò in fretta con i genitori evitando domande. Rosa la guardò più volte durante la cena, ma per una volta non aprì bocca.
Alle otto e venti era di nuovo fuori dal cancello. Stessa posizione, stesso freddo di novembre sulla faccia. Quando la macchina di Enzo si fermò, salì senza parlare.
Enzo la guardò di lato mentre si allacciava la cintura.
«Apri le gambe.»
Lei lo fece. Lui abbassò lo sguardo un attimo, verificò che non ci fosse tessuto sotto i jeans, poi ripartì.
«Stasera andiamo da me», disse solo.
Margherita girò la testa verso di lui. Era la prima volta.
Enzo non aggiunse altro. Guidò in silenzio verso una zona residenziale tranquilla, lontana dal centro. Si fermò davanti a un piccolo condominio di tre piani, ordinato, anonimo. Spense il motore.
«Scendi.»
Margherita obbedì. Le gambe le tremavano appena mentre lo seguiva verso l’ingresso.
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